And up here you'll find some projects I'm following right now. I mainly take pictures, play music and write short novels and articles :)
Project and shooting: Zonk Volta
Location: Studio California
Model: Maru
Assistant : Simone
Make-up: Secil
Date : December 2011
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This project is inspired by Steven Spielberg’s
movie “A.I. – Artificial Intelligence” 2001
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Digital Publication here: issuu.com/iamvolta/docs/the_underwater_queen
Backstage Clip here: vimeo.com/34566136
Project and shooting: Zonk Volta
Location: Studio California
Model: Nicole
Date : January 2012
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Digital Publication here: issuu.com/iamvolta/docs/queenofsuburbia/1
8 Dicembre 2011
Studio California, Milano
Model: Maru
Make-up: Secil & ZV
Assistente: Simone
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Sfogliabile: issuu.com/iamvolta/docs/maru-beauty-shooting-001/1
Il mio consiglio è quello di scattare in bianco e nero quando le luci di scena rischiano di rovinare l’armonia cromatica dello scatto.
Pochi giorni fa sono stato invitato a fotografare un piccolo spettacolo “underground” a Milano. La location era molto bella, sotterranea, intima, quasi un “home-show”. Spazio piccolo, senza palco, pubblico selezionato e quattro artisti dai più disparati angoli del pianeta (Alaska, Amsterdam, Berlino …).
Avendo a disposizione molto spazio dove muovermi non ho avuto grandi problemi a scattare. Mi sono subito posizionato al lato sinistro della scena, trovando un ideale punto di fuoco per poi spostarmi in un secondo momento al lato destro.
Al momento dello scatto mi accorgo che qualcosa non va: guardo le prime immagini e ne valuto messa a fuoco ed esposizione, che sembrano a posto, ma i colori delle luci di scena “rovinano” letteralmente lo scatto. Inutile a questo punto lavorare sui valori-colore dalla macchina fotografica: troppo tempo e scarsa certezza del risultato.
Il problema che si è posto è piuttosto comune: una scena illuminata da una coppia di luci fisse con gelatine rosse. Forse giovano alla scenografia e alla “charme” dello spettacolo, ma in condizione di ripresa fotografica danneggiano molto l’aspetto cromatico dello scatto, dando una predominante molto accesa di rosso.
Questo ovviamente non conta nel caso in cui la scelta della predominante rossa non sia sensata: immagino che un artista come Ozzy Osbourne col suo volto mefistofelico illuminato da una intensa e “infernale” luce rossa possa garantire degli scatti molto suggestivi.
Non era questa l’occasione, però.
Parlerò in un altro intervento delle predominanti cromatiche nella fotografia dello spettacolo, basti per ora sapere che quella rossa e quelle calde in generale sono e luci più difficili da gestire.
Penso allora che sono solito usare il filtro rosso* per il bianco e nero, un filtro che uso spesso in digitale che accentua il contrasto soprattutto nei volti.
Anche in questo caso il rosso avrebbe focalizzato la sua funzione primaria sui volti e le mani degli artisti.
Ricordiamo che
ogni filtro schiarisce il suo colore e scurisce il colore complementare.
La scelta di scattare in bianco e nero in questa situazione ha ovviato al problema.
La scelta repentina e azzardata di optare da subito per lo scatto in bianco e nero mi ha permesso:
Certo è più comodo avere la possibilità di convertire in scala di grigi immagini nate a colori attraverso la post-produzione. In questo caso però avevo bisogno di un riscontro immediato per valutare l’immagine, volevo vederla subito sullo screen perché dovevo valutare i parametri di scatto.
Il mio consiglio è quello di scattare in bianco e nero quando le luci di scena rischiano di rovinare l’armonia cromatica dello scatto.
* Segnalo un interessante articolo su Nadir Magazine “L’uso dei filtri nella ripresa in bianco e nero”
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Ecco il risultato
Official Radio adv for Fondazione Pupi.
Music by Seaside ’84
Alcatraz, Milan. 13th October 2011.
Pics by Volta for www.magmusic.info
Manual focus on analogic lenses.
*
Hai trovato questa foto su Internet. Questo non significa che è gratis. Puoi contattare direttamente l’autore a questa pagina
www.webstudio22.com/bio.html oppure visitare il suo sito web www.zonkvolta.com.
viaEntics @ Hip Hop TV 3rd Birthday Party | Flickr – Condivisione di foto!.
Alcatraz, Milan. 13th October 2011.
Pics by Volta for www.magmusic.info
Manual focus on analogic lenses.
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Hai trovato questa foto su Internet. Questo non significa che è gratis. Puoi contattare direttamente l’autore a questa pagina
www.webstudio22.com/bio.html oppure visitare il suo sito web www.zonkvolta.com.
Alcatraz, Milan. 13th October 2011.
Pics by Volta for www.magmusic.info
Manual focus on analogic lenses.
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Quando il genio del Brainsocket Studio incontra quello di Zonk Volta.
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Frisk – Book Trailer
Immagini e Regia: Brainsocket Studio
Audio e musica: Zonk Volta
Ciao! E’ una bella domanda … io ho avuto la fortuna di avere un Prof. alla specialistica che mi ha suggerito questo argomento per la tesi di laurea, e questo mi ha aperto molte porte!
Bisogna farsi largo diventando credibili e fare moltissima esperienza. Ci sono inoltre i corsi specialistici come allo IED di Milano (Silvia Lelli) e all’Accademia Teatro alla Scala, sempre a Milano.
Inizia fotografando band “emergenti”, fatti le ossa poi manda le tue foto a qualche magazine. In effetti la “materia prima”, ossia la pura possibilità di fotografare grandi artisti, arriva dopo molti “no” e porte chiuse.
Se continui con il tuo lavoro, con passione e dedizione, senza aspettarti nulla in cambio, è probabile che un giorno qualcuno si accorgerà di te. In ogni caso, per te deve essere una passione e nel caso in cui quel “qualcuno” non dovesse arrivare, non dovrai mai considerare come perso il tempo speso a fare ricerca e fotografie.
Trovati un lavoretto e investi nei tuoi materiali. Stampa tutto quello che puoi e analizza ogni singolo centimetro delle tue fotografie. Non ti dico una bugia se affermo che di fotografia non si campa, nemmeno se fai moda! Men che meno con la stage-photography.
Fatti coraggio, avrai qualche amica o amico che fa una scuola di teatro: chiedi di seguirli durante le prove, anche solo una volta al mese. Crea il tuo archivio. Sperimenta. Studia. Ama quello che fai. Impara dai più grandi ma resta te stesso/a.
In bocca al lupo
Zonk
Ultimamente mi sono scoperto affascinato dalle serie di fotografie. Come disse qualcuno, “una foto sbagliata è un errore, mille foto sbagliate sono una figata”. Avendo la possibiltà, ad oggi, di scattare in studio, si sono aperte per me una miriade di parentesi creative che prima mi erano precluse.
Ho deciso di iniziare un ragionamento sulla serialità perché inizio a sentire il bisogno di dare più continuità alla mia opera fotografica. Il problema si è posto anche e soprattutto in riferimento alla fruizione “normale” del mio operato, ossia la Rete.
Internet è uno strumento fantastico, ma a differenza della carta stampata e di altri media è molto volatile e invita ad una lettura disattenta e fugace. Ho pensato dunque che mettere di fronte lo spettatore ad un qualcosa, come dire, di più “completo” avrebbe giovato all’attenzione che egli presta per il mio operato.
Se non fosse ancora passato il concetto, potrei suggerire una piccola considerazione: sono anni che ripeto che la “presentazione” del proprio corpus fotografico ha un suo valore intrinseco, sia etico che estetico. A partire dalla carta su cui vengono stampate le proprie foto, dalla post-produzione e dallo sviluppo, il fotografo interviene in maniera netta imponendo il proprio gusto e la propria personalità.
Sul web è tutto molto limitato, è un mezzo che, fotograficamente parlando (a partire dall’elemento primo di fruizione, il monitor) non ha ancora trovato il giusto quadro, il giusto metodo per valorizzare gli scatti.
La fruizione a monitor è prettamente estetica e limitata ad una visione fugace, il mezzo Internet non riesce ancora ad assorbire e garantire nel prodotto finale l’imprintig dell’autore.
Questa è una questione etica.
Non ritengo questa osservazione superficiale, perché l’opera d’arte ha da sempre avuto il suo “locus amoenus” (immaginereste un Picasso in un Mc Donald’s?), e Internet a parer mio non garantisce, almeno ad oggi, la giusta profondità di lettura e comprensione dell’opera fotografica. Il Web è zeppo di fotografie di ogni tipo, ed è dunque molto difficile dare la propria impronta, suggerire una propria e corretta visione a colui che fruisce il nostro operato.
Facciamo l’esempio di Flickr: un ottimo servizio, che purtroppo si realizza in un flusso, uno stream di immagini cronologicamente successive, parametro (il tempo) assai limitativo per chi desidera mostrare il corpus “a modo suo”.
Basti pensare che molti fotografi riesumano dopo anni negativi e stampe per riordinarle in maniera differente, accostarle in modo inedito, dandovi dunque un nuovo “senso” basandosi su nuovi filamenti logici o semplicemente artistici.
È da qui che è partito il mio ragionamento.
Se non posso cambiare il mezzo, il protocollo, posso provare a cambiare il messaggio.
Il visitatore non può limitarsi ad una visione obbligata, quella cronologica, del corpus fotografico: bisogna metterlo di fronte al fatto compiuto. I limiti del mezzo esistono, e se è vero che una qualsiasi esposizione segue un percorso, è corretto pensare che stabilire un percorso dettato dal creatore anche on-line sia una cosa che potrebbe giovare alla fruizione medesima, anche solo alla sua intrinseca verità artistica.
Dò per scontato che pensare alle proprie foto e non pensare ad Internet nel 2011 è da retrogadi e, forse, anche un po’ da reazionari.
Sento la necessità di dare alle mie immagini una casa, ora è come se venissero esposte a caso: una in bagno, quattro vicino alla finestra, una per terra. È plausibile che un artista desideri di mostrarle secondo l’ordine e i collegamenti che meglio crede, anzi, è giusto e lecito: è un valore aggiunto.
Allora perché non creare percorsi obbligati, mostrando in un’unica cornice due (un dittico), tre (un trittico), quattro foto nel giusto ordine di lettura? In fondo sarebbe come seguire le stanze di una mostra, dalla prima all’uscita. In questo modo è possibile catturare una maggiore attenzione dello spettatore, dando anche un senso più tangibile al proprio lavoro e, perché no, scoprendo noi stessi inediti accostamenti di senso che la singola foto non poteva certo garantire.
Anche così la lettura, la comprensione delle opere fotografiche in Rete, forse, passerebbe da essere una questione estetica ad una etica.
Mattia Guolo from BrainSocket Studio @ Studio California
Il mio consiglio è quello di scattare in bianco e nero quando le luci di scena rischiano di rovinare l’armonia cromatica dello scatto.
Pochi giorni fa sono stato invitato a fotografare un piccolo spettacolo “underground” a Milano. La location era molto bella, sotterranea, intima, quasi un “home-show”. Spazio piccolo, senza palco, pubblico selezionato e quattro artisti dai più disparati angoli del pianeta (Alaska, Amsterdam, Berlino …).
Avendo a disposizione molto spazio dove muovermi non ho avuto grandi problemi a scattare. Mi sono subito posizionato al lato sinistro della scena, trovando un ideale punto di fuoco per poi spostarmi in un secondo momento al lato destro.
Al momento dello scatto mi accorgo che qualcosa non va: guardo le prime immagini e ne valuto messa a fuoco ed esposizione, che sembrano a posto, ma i colori delle luci di scena “rovinano” letteralmente lo scatto. Inutile a questo punto lavorare sui valori-colore dalla macchina fotografica: troppo tempo e scarsa certezza del risultato.
Il problema che si è posto è piuttosto comune: una scena illuminata da una coppia di luci fisse con gelatine rosse. Forse giovano alla scenografia e alla “charme” dello spettacolo, ma in condizione di ripresa fotografica danneggiano molto l’aspetto cromatico dello scatto, dando una predominante molto accesa di rosso.
Questo ovviamente non conta nel caso in cui la scelta della predominante rossa non sia sensata: immagino che un artista come Ozzy Osbourne col suo volto mefistofelico illuminato da una intensa e “infernale” luce rossa possa garantire degli scatti molto suggestivi.
Non era questa l’occasione, però.
Parlerò in un altro intervento delle predominanti cromatiche nella fotografia dello spettacolo, basti per ora sapere che quella rossa e quelle calde in generale sono e luci più difficili da gestire.
Penso allora che sono solito usare il filtro rosso* per il bianco e nero, un filtro che uso spesso in digitale che accentua il contrasto soprattutto nei volti.
Anche in questo caso il rosso avrebbe focalizzato la sua funzione primaria sui volti e le mani degli artisti.
Ricordiamo che
ogni filtro schiarisce il suo colore e scurisce il colore complementare.
La scelta di scattare in bianco e nero in questa situazione ha ovviato al problema.
La scelta repentina e azzardata di optare da subito per lo scatto in bianco e nero mi ha permesso:
Certo è più comodo avere la possibilità di convertire in scala di grigi immagini nate a colori attraverso la post-produzione. In questo caso però avevo bisogno di un riscontro immediato per valutare l’immagine, volevo vederla subito sullo screen perché dovevo valutare i parametri di scatto.
Il mio consiglio è quello di scattare in bianco e nero quando le luci di scena rischiano di rovinare l’armonia cromatica dello scatto.
* Segnalo un interessante articolo su Nadir Magazine “L’uso dei filtri nella ripresa in bianco e nero”
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Ecco il risultato
Ciao! E’ una bella domanda … io ho avuto la fortuna di avere un Prof. alla specialistica che mi ha suggerito questo argomento per la tesi di laurea, e questo mi ha aperto molte porte!
Bisogna farsi largo diventando credibili e fare moltissima esperienza. Ci sono inoltre i corsi specialistici come allo IED di Milano (Silvia Lelli) e all’Accademia Teatro alla Scala, sempre a Milano.
Inizia fotografando band “emergenti”, fatti le ossa poi manda le tue foto a qualche magazine. In effetti la “materia prima”, ossia la pura possibilità di fotografare grandi artisti, arriva dopo molti “no” e porte chiuse.
Se continui con il tuo lavoro, con passione e dedizione, senza aspettarti nulla in cambio, è probabile che un giorno qualcuno si accorgerà di te. In ogni caso, per te deve essere una passione e nel caso in cui quel “qualcuno” non dovesse arrivare, non dovrai mai considerare come perso il tempo speso a fare ricerca e fotografie.
Trovati un lavoretto e investi nei tuoi materiali. Stampa tutto quello che puoi e analizza ogni singolo centimetro delle tue fotografie. Non ti dico una bugia se affermo che di fotografia non si campa, nemmeno se fai moda! Men che meno con la stage-photography.
Fatti coraggio, avrai qualche amica o amico che fa una scuola di teatro: chiedi di seguirli durante le prove, anche solo una volta al mese. Crea il tuo archivio. Sperimenta. Studia. Ama quello che fai. Impara dai più grandi ma resta te stesso/a.
In bocca al lupo
Zonk
Ultimamente mi sono scoperto affascinato dalle serie di fotografie. Come disse qualcuno, “una foto sbagliata è un errore, mille foto sbagliate sono una figata”. Avendo la possibiltà, ad oggi, di scattare in studio, si sono aperte per me una miriade di parentesi creative che prima mi erano precluse.
Ho deciso di iniziare un ragionamento sulla serialità perché inizio a sentire il bisogno di dare più continuità alla mia opera fotografica. Il problema si è posto anche e soprattutto in riferimento alla fruizione “normale” del mio operato, ossia la Rete.
Internet è uno strumento fantastico, ma a differenza della carta stampata e di altri media è molto volatile e invita ad una lettura disattenta e fugace. Ho pensato dunque che mettere di fronte lo spettatore ad un qualcosa, come dire, di più “completo” avrebbe giovato all’attenzione che egli presta per il mio operato.
Se non fosse ancora passato il concetto, potrei suggerire una piccola considerazione: sono anni che ripeto che la “presentazione” del proprio corpus fotografico ha un suo valore intrinseco, sia etico che estetico. A partire dalla carta su cui vengono stampate le proprie foto, dalla post-produzione e dallo sviluppo, il fotografo interviene in maniera netta imponendo il proprio gusto e la propria personalità.
Sul web è tutto molto limitato, è un mezzo che, fotograficamente parlando (a partire dall’elemento primo di fruizione, il monitor) non ha ancora trovato il giusto quadro, il giusto metodo per valorizzare gli scatti.
La fruizione a monitor è prettamente estetica e limitata ad una visione fugace, il mezzo Internet non riesce ancora ad assorbire e garantire nel prodotto finale l’imprintig dell’autore.
Questa è una questione etica.
Non ritengo questa osservazione superficiale, perché l’opera d’arte ha da sempre avuto il suo “locus amoenus” (immaginereste un Picasso in un Mc Donald’s?), e Internet a parer mio non garantisce, almeno ad oggi, la giusta profondità di lettura e comprensione dell’opera fotografica. Il Web è zeppo di fotografie di ogni tipo, ed è dunque molto difficile dare la propria impronta, suggerire una propria e corretta visione a colui che fruisce il nostro operato.
Facciamo l’esempio di Flickr: un ottimo servizio, che purtroppo si realizza in un flusso, uno stream di immagini cronologicamente successive, parametro (il tempo) assai limitativo per chi desidera mostrare il corpus “a modo suo”.
Basti pensare che molti fotografi riesumano dopo anni negativi e stampe per riordinarle in maniera differente, accostarle in modo inedito, dandovi dunque un nuovo “senso” basandosi su nuovi filamenti logici o semplicemente artistici.
È da qui che è partito il mio ragionamento.
Se non posso cambiare il mezzo, il protocollo, posso provare a cambiare il messaggio.
Il visitatore non può limitarsi ad una visione obbligata, quella cronologica, del corpus fotografico: bisogna metterlo di fronte al fatto compiuto. I limiti del mezzo esistono, e se è vero che una qualsiasi esposizione segue un percorso, è corretto pensare che stabilire un percorso dettato dal creatore anche on-line sia una cosa che potrebbe giovare alla fruizione medesima, anche solo alla sua intrinseca verità artistica.
Dò per scontato che pensare alle proprie foto e non pensare ad Internet nel 2011 è da retrogadi e, forse, anche un po’ da reazionari.
Sento la necessità di dare alle mie immagini una casa, ora è come se venissero esposte a caso: una in bagno, quattro vicino alla finestra, una per terra. È plausibile che un artista desideri di mostrarle secondo l’ordine e i collegamenti che meglio crede, anzi, è giusto e lecito: è un valore aggiunto.
Allora perché non creare percorsi obbligati, mostrando in un’unica cornice due (un dittico), tre (un trittico), quattro foto nel giusto ordine di lettura? In fondo sarebbe come seguire le stanze di una mostra, dalla prima all’uscita. In questo modo è possibile catturare una maggiore attenzione dello spettatore, dando anche un senso più tangibile al proprio lavoro e, perché no, scoprendo noi stessi inediti accostamenti di senso che la singola foto non poteva certo garantire.
Anche così la lettura, la comprensione delle opere fotografiche in Rete, forse, passerebbe da essere una questione estetica ad una etica.
Le fotografie notturne vengono mosse perché la macchina fotografica sta dormendo, e noi la svegliamo dal suo lungo sogno.
Come saprete, di norma fotografo con l’ausilio di ottiche fisse e manuali: mediante un anello adattatore riesco a montare un 50mm e un 135mm (il fattore di conversione per le non full-frame in questo caso fa molto comodo) sul mio corpo macchina.
Di recente ho provato ad utilizzare a teatro due nuovi acquisti, vale a dire il 50 mm 1/8 Canon e il 28-105, sempre Canon e sempre automatico.
Che dire, il risultato è stato piuttosto deludente in rapporto alla qualità (e soprattutto alla velocità di esecuzione) rispetto alle vecchie ottiche analogiche.
È pur vero che con le vecchie ottiche perdevo ogni automatismo elettronico, e che la messa a fuoco era decisamente imprecisa, ma è pur vero che ho imparato a gestire apertura del diaframma, tempo di esposizione e messa a fuoco manualmente (o meglio: “fisicamente”) interiorizzando un meccanismo che ora, con i nuovi obbiettivi, non riesco a riprodurre. Fotografare la scena con messa a fuoco automatica è pressoché impossibile: troppo movimento e troppo lento il meccanismo elettronico (o il suo esecutore).
Il problema principale che ho riscontrato è nella gestione del diaframma: pur lavorando in manuale, mi manca la presa sull’anello e girare la rotella della macchina fotografica è decisamente scomodo e impreciso.
Forse sono io che ho imparato a fotografare “alla vecchia maniera” diaframmando, ossia prendendo come riferimento la profondità di campo e la luce che entra nell’apparecchio.
Non ho però notato vantaggi nell’utilizzo di ottiche automatiche, che a questo punto utilizzerò principalmente per set in studio.
Fotografare è un incontro: dimenticarsi di pulire le ottiche è come dimenticarsi di lavarsi i denti al primo appuntamento.
Il fotografo di scena deve essere invisibile: non disturbate il pubblico e gli attori in scena, aspettate il momento giusto per muovervi e siate veloci.
Quando fotografate a teatro, posizionatevi lateralmente per ottenere immagini più dinamiche e inusuali.
Dimenticate il flash a casa: scoprirete un mondo nuovo, più ostico e misterioso, che vi affascinerà.
Se non avete idea di che tempo di esposizione tenere, iniziate a cercare l’equilibrio a partire da 1/125: è un ottimo punto di inizio
Non abbiamo la verità in tasca. Inizio così questo articolo, dettato dalle numerose richieste di delucidazioni in merito alla tematica delle “foto mosse” e foto “sotto-esposte” durante i concerti, le rappresentazioni teatrali e, più in generale, nella rappresentazione fotografica dello spettacolo dal vivo.
Premetto che fotografo esclusivamente in manuale, con obiettivi analogici non automatizzati e senza l’ausilio del flash.
Chi conosce un minimo di fondamenti della fotografia sa bene che, sia nella tecnica analogica che in quella digitale, uno scatto vive di luce. Mi spiego meglio: senza luce uno scatto non riceve sufficiente linfa vitale per imprimere correttamente la scena sulla pellicola (o sul sensore).
È algebra: al diminuire della luminosità va aumentato il tempo di esposizione dell’apparecchio, ossia il tempo che la macchina fotografica si prende per “raccogliere” le informazione dalla realtà che si trova di fronte, pena l’ottenere foto sotto-esposte (non correttamente illuminate).
Il tempo di scatto può essere (e solitamente è) inversamente proporzionale alla luminosità della scena
È una questione di equilibrio, una bilancia: da un lato abbiamo la luminosità dell’ambiente, dall’altro il tempo di scatto (e, come vedremo, l’apertura del diaframma e la sensibilità della pellicola). In una giornata di sole non avremo problemi di esposizione perché l’ago della bilancia tenderà verso il fattore luce, in questo caso favorevole: potremo quindi scattare con un tempo di scatto molto rapido, ottenendo una fotografia nitida e ben fissata.
Secondo l’assioma appena enunciato, è verosimile pensare che in un luogo caratterizzato dall’assenza di luce, ad esempio un teatro durante la rappresentazione, o un concerto di musica classica basterebbe aumentare il tempo di esposizione per ottenere foto nitide. Niente di più falso, in quanto dobbiamo tenere conto di un’altra variabile. Procedo con il secondo assioma:
All’aumentare del tempo di esposizione, aumentano anche le aberrazioni di movimento, vale a dire l’effetto mosso
Ricapitolando: trovandomi in un ambiente buio, ho di fronte due scelte
In sostanza per una disciplina che pone le sue basi sulla corretta illuminazione, fotografare in un ambiente poco illuminato risulta pressoché impossibile.
Non abbiamo la verità in tasca.
Cosa si fa di solito in assenza di illuminazione? Si utilizza una fonte di luce secondaria, un flash. Ma non è questo però il caso, e per ovvi motivi tecnici:
ai quali aggiungerei questi due motivi etici:
Potrei aumentare la sensibilità del sensore, ma anche in questo caso commetterei un errore, in quanto
All’aumentare della sensibilità della pellicola (o del sensore) corrisponde un proporzionale aumento della grana dell’immagine
ottenendo immagini magari più luminose ma rovinate dall’effetto sgranato soprattutto nei punti di nero.
Non abbiamo ancora nominato
il diaframma che, a rigore di logica, dovremmo tenere chiuso per ottenere una maggiore profondità di campo ma che, in questo caso specifico, una volta quasi completamente chiuso non ci permetterebbe di vedere nulla dal mirino
Saremo dunque costretti a tenere aperto il diaframma, facendo aumentare la luce che raggiunge la pellicola e che garantisce la nostra (seppur scarsa) visuale sulla scena ma creandoci gravi problemi di messa a fuoco. Come vi accorgerete, anche con il diaframma aperto avrete nel 99% dei casi problemi di sotto-esposizione e di mosso.
È data per scontata una certa capacità di mano ferma, alla quale aggiungerei un’ultima banale osservazione:
All’aumentare della focale aumentano proporzionalmente i disturbi derivanti dalle vibrazioni della mano del fotografo
Quale soluzione, dunque?
Come detto all’inizio, non abbiamo la verità in tasca. Dal mio punto di vista, l’unica cosa che mi sento di consigliarvi è di fare molta pratica e di imparare a conoscere il vostro apparecchio.
Non buttate via soldi per macchine fotografiche costose: vi farà fare bella figura tra i colleghi ma non risolverà quasi nessuno dei vostri problemi di “mosso”. La foto la fa il fotografo: vi basti pensare che ci sono foto splendide scattate cento anni fa che vengono esposte ancora oggi nei musei. Cento anni fa non si immaginavano nemmeno cosa fosse un megapixel.
Per concludere, posso consigliarvi di tenere a mente sempre i quattro fattori di equilibrio:
- illuminazione della scena
- tempo di esposizione
- apertura del diaframma
- sensibilità della pellicola
Questo articolo non si era certo preposto di dare una soluzione definitiva alla problematica delle fotografie mosse, ma in un certo senso avrei piacere nel sapervi alla ricerca di quel giusto “equilibrio fotografico” che un giorno spero di raggiungere completamente anche io.
Allego una conversazione intercorsa via e-mail, credendo possa chiarire (almeno un pò) le idee in merito ai diritti/doveri del fotografo:
——————————————————
Ciao Zonk,
mi ha fatto molto piacere trovare il tuo sito, mi sembra molto utile e interessante. Io sono un giovane artista, mi occupo di musica, cinema e fotografia. Ti scrivo per chiederti alcune cose e spero vorrai rispondermi. Sto mettendo su un gruppo di lavoro foto-video, zona Roma, e sto iniziando a prendere alcuni lavori. Mi è capitato di scattare alcune foto di scena per il cinema e per alcuni concerti, ma non so come tutelare su web e fuori dal web le mie fotografie. Per esempio ultimamente Nocturno ha pubblicato 3 mie fotografie per una recensione su un film indipendente di cui sono stato fotografo di scena. Ho ceduto tranquillamente le mie foto alla produzione dato che il regista era un caro amico e io ero alla mia prima esperienza su un set come fotografo. Per il futuro come posso comportarmi? Come posso tutelare le foto? Come devo rapportarmi alla produzione? Come funziona il diritto d’autore per la fotografia? Spero vorrai aiutarmi, ti ringrazio. A presto.
——————————————————
Posso darti un paio di dritte per evitare spiacevoli inconvenienti in futuro:
Ti consiglio di approfondire l’argomento: piccoli accorgimenti come questi possono aiutarti un poco, conoscere i propri diritti e come muoversi permetterà a te e ai tuoi committenti di lavorare in maniera più serena.
Ciao!
ZV
A chi, come me, si è chiesto quale sia stata la scintilla che, anni dopo, ha innescato la mia passione per la fotografia dello spettacolo dal vivo, ecco la risposta. Anno 2000, Greenday (Warning Tour) live @ Palavobis, Milano. Gomitate e gomitate per giungere sotto quell’immenso palco.
Questo è il risultato.
Il termine texture non è certo nuovo a chi lavora nell’ambito della progettazione 3d. Texturizzare un volto, una parete o qualsiasi altro elemento è il processo finale di resa del materiale che permette all’elaborazione computerizzata di ottenere un risultato verosimile. Nell’ambito del fotomontaggio digitale capita spesso di dover ricorrere a texture (dall’inglese: trama, consistenza, struttura) che emulano differenti materiali al fine di “dare consistenza” alla propria fotografia nella sua interezza.
Cosa sono le texture in fotografia digitale
Una texture è un’immagine (.jpg, .tiff) che riprende la “consistenza” di un materiale. Può essere, ad esempio, una fotografia di un’asse di legno o della superficie ruvida di un muro. Sono molto utilizzate le texture che emulano bordi bruciati e carta antica, o i bordi di una Polaroid. Una texture può essere creata anche digitalmente con gli strumenti di disegno e di ritocco (pennelli, spray, forme e vettori) che gli attuali software ci mettono a disposizione.
A cosa serve applicare una texture
Applicare una texture ad un’immagine digitale permette di emulare visivamente il processo di stampa su un determinato materiale (ad esempio un foglio di carta riciclata, o il già citato legno).
Come si applica una texture
Senza i moderni strumenti di ritocco fotografico e la possibilità di lavorare su livelli sarebbe pressoché impossibile rendere a schermo la stampa su un materiale specifico. Una texture si amalgama all’immagine principale attraverso le opzioni di fusione del software. Le opzioni di fusione indicano al software in che maniera il livello superiore si interfaccia con quello sottostante. Un’opzione di fusione molto utilizzata in questo ambito è “moltiplica”, che permette di sovrapporre la tessitura lasciando l’immagine sottostante ben visibile. Avremo così la nostra immagine A (ad esempio un ritratto femminile) sottostante la texture B (legno) alla quale applicheremo la modalità di fusione che più si addice al nostro obbiettivo. Il risultato più ovvio sarà un ritratto che pare stampato su legno.
Applicazioni creative
Attraverso le modalità di fusione è possibile ricreare l’effetto della doppia esposizione analogica. Un’immagine A si sovrapporrà all’immagine B creando un interessante effetto creativo. E’ possibile inoltre utilizzare la modalità di fusione “colore” per dare all’immagine finale anche il tono cromatico della texture, creando un risultato visivo più omogeneo dal punto di vista del colore.
Fotografia, stampa e texture: breve analisi del problema
Essendo l’applicazione e fusione di immagini sopra citata una sorta di “emulazione digitale” della stampa tradizionale, viene da chiedersi se sia realmente il caso di texturizzare le nostre immagini anziché stamparle sul supporto che più riteniamo idoneo. Entra in gioco anche in questo caso la finalità della fotografia: se infatti abbiamo intenzione di stampare (investendo nelle nostre opere) le immagini sarà il caso di omettere questo procedimento. O ancora, se le nostre foto andranno su una rivista stampata su carta ruvida, perché emularne la consistenza? In caso contrario, ossia se le foto non verranno stampate ma avranno come mezzo privilegiato la visione a schermo, potrebbe essere una scelta azzeccata testurizzarle a fini creativi. Ovviamente penso che la scelta migliore sia sempre quella di stampare, anche se i prezzi di stampa su materiali come tela o legno ad oggi sono proibitivi. In ogni caso ritengo di fondamentale importanza tenere copia del file immagine originale.
Conclusioni
La scelta dipende dunque dall’importanza che il materiale (o la sensazione di esso) ha nel vostro processo creativo. In questo caso nulla vieta di gestire le vostre opere come meglio credete. Personalmente credo che il processo di texturizzazione sia veramente interessante e stimolante, anche se forse si presta molto di più all’ambito dell’illustrazione digitale, la quale lavorando con vettori dà come risultato immagini più piatte. La fotografia mette a disposizioni così tanti filtri creativi che forse un’ulteriore processo di emulazione di materiale può sembrare, nei casi, superfluo.
Per evitare danni irreversibili è d’obbligo l’applicazione di un filtro di vetro neutro
Può sembrare un’operazione scontata, e in effetti lo è, ma spesso capita di dover scattare senza preavviso, senza nemmeno il tempo di pensare.
È dunque fondamentale tenere pulite sempre le proprie ottiche pulendone entrambi i lati, perché devono essere pronte all’uso anche quando non abbiamo intenzione di scattare, dato che è molto fastidioso dover ripulire eventuali macchie in post-produzione.
In commercio troviamo diversi prodotti per la pulizia: spray, panni di daino e salviette antigraffio. Il mio consiglio è di tenere sempre un panno pulito in borsa (cambiatelo ogni tanto, perché anch’esso si sporca con l’utilizzo), e approfittare dei tempi morti per dare una bella ripulita a lenti e macchina fotografica.
Inutile dire che è di cruciale importanza presentarsi sotto il palco pronti a scattare senza indugi. Se vi trovate a pulire le lenti in una condizione di scarsa luminosità, provate ad inclinare la lente di qualche grado e osservatela: solo così riuscirete a notare pulviscoli di polvere o ditate.
Per evitare danni irreversibili è d’obbligo l’applicazione di un filtro di vetro neutro: solo così, se accade qualcosa di sgradevole, possiamo salvare la lente da inevitabili rotture, graffi o crepe.
Attenzione: spesso si sporcano le ottiche senza accorgersene, mentre scattiamo o anche solo riponendo in borsa l’attrezzatura. Mentre state lavorando tenete sempre in tasca il tappo dell’obbiettivo (occhio a non perderlo, è difficile ritrovarlo al buio) e il panno, e non dimenticate di dare una ripulita appena si hanno due minuti di tempo. Se lo trovate, procuratevi un soffietto a setole: oltre a pulire la lente e le parti difficili da raggiungere con un panno (es. il mirino), soffierà via eventuali polveri depositate.
Premetto che sono anni che combatto contro il fenomeno del furto delle immagini digitali online, e sono altrettanti anni che cerco (invano) la soluzione al quesito:
“le marchio o non le marchio le mie immagini prima di metterle in Rete?”.
Ora, di furbi ce ne sono molti (e anche preparati, direi) e sono davvero bravi a sottrarre dal web immagini coperte da diritti artistici, modificandole a piacimento. Ne ho avuto la conferma io stesso: video di YouTube, foto su giornali online, header di siti olandesi, tutte con immagini scattate da me e ovviamente mai autorizzate all’utilizzo.
Il caro vecchio Flickr, l’hosting del mio flusso fotografico, ci prova anche a contrastare il fenomeno inserendo tra le opzioni di caricamento l’opzione “non far scaricare”, ma i risultati sono davvero notevoli con quella spaceball.gif trasparente nei “download”?
Non so.
Perlomeno hanno fatto in modo di mettere ben in evidenza, nei pressi di ogni immagine, la licenza d’utilizzo nel caso in cui sia una licenza Creative Commons oppure la (c) di tutti i Diritti Riservati.
In ogni caso considero l’applicazione del watermark, ogni watermark, una forma di stupro nei confronti dell’immagine originale, la quale è nata e si è sviluppata in un ambiente privato, per poi venire contaminata da questo elemento altro.
Forse soltanto un pò di buon senso potrà sconfiggere questo triste abitudine. Se venisse insegnato, sin da bimbi, cosa è bene e cosa è male (rubare è male), forse questo problema non si presenterebbe. Penso in definitiva che sia un problema di ignoranza e si, anche un pò di disinteresse alla materia e di “semplicità nel raggiungere uno scopo”.
Se tutti conoscessero il lavoro che sta dietro ad ogni immagine, non si permetterebbero mai di rubarle “per gioco” (perché di gioco, per loro, si tratta). Per chi poi, leggi grandi aziende, ruba sapendo di rubare e utilizza immagini e musica pirata per le proprie campagne pubblicitarie sia interne che esterne, beh, che dire, credo che dovrebbero essere applicate salate sanzioni.
Invece no.
Tutto cammina allo stesso passo, da oltre dieci anni. Ancora non si è trovata una soluzione.
Quando scatto una foto, per intenderci, non la immagino mica con il watermark sopra. Applicarlo, poi, diventa per me un imbruttire il lavoro. Sono dunque molto contrario all’utilizzo di questo sistema di “protezione” delle immagini. In ogni caso, spesso risulta necessario utilizzarlo. Lo facciamo quando non abbiamo scelta, quando sappiamo che quelle foto verranno rubate nel giro di pochi giorni. E allora via, tutte le immagini salvate in bassa con il loro bel loghetto.
Che peccato, però.
Utilizzo del flash
Spesso (vedi il caso della fotografia di teatro) l’utilizzo di questo dispositivo è vietato in sala, in quanto rischia di disturbare la rappresentazione e gli attori in scena.
L’abilità del fotografo di scena sta nell’ottimizzare e sfruttare a proprio vantaggio le luci sceniche, il cui effetto verrebbe annullato dal lampo del flash che “appiattirebbe” il tutto con la sua luce bianca.
E’ bello (anche se molto difficile) giocare con i colori delle luci di scena, perché non sfruttarle? E’ dunque opportuno studiare bene l’impianto di illuminazione per non farsi trovare impreparati.
Se fotografiamo da lunghe distanze con uno zoom, l’utilizzo del flash risulta semplicemente inefficace.
Obbiettivo errato
Errore comunissimo. Studiate in anticipo le possibilità delle vostre lenti. Bisognerebbe conoscere il palco ancor prima di fotografare, per capire sin dal principio che obbiettivo si presta di più alle nostre idee. Un grandangolo dalla platea non può sfociare in un ritratto, è chiaro.
Portiamo dunque in borsa obbiettivi che coprano una discreta lunghezza focale, dal grandangolo allo zoom: non si sa mai, potremmo fare foto da dietro il palco o restare tra il pubblico, e in ogni caso dobbiamo sempre farci trovare pronti.
Se venite poi invitati nel backstage per una foto con il vostro cantante preferito? Cosa fate, rinunciate o cercate di mandare venti metri indietro il fotografo perché sulla camera avete montato il vostro 300mm? Meglio non trovarsi in questa situazione. Prevenire è sempre meglio che curare.
Immagini fuori fuoco
Per chi fotografa con messa a fuoco manuale, è opportuno scattare “focheggiando” molte immagini: non sempre ciò che ci sembra a fuoco nel monitor della camera lo è anche in stampa. Ricordiamo inoltre che la messa a fuoco automatica non è sempre impeccabile: meglio concedersi qualche scatto in più piuttosto che “piangere sul latte versato”.
Immagini mosse
Fotografando in uno spazio buio, dove le uniche fonti di luce sono i fari di scena, può capitare di ottenere immagini mosse. Cerchiamo di trovare il giusto fattore di esposizione prima e scattiamo sempre su soggetti illuminati. Diminuendo il tempo di esposizione il problema del mosso va svanendo a discapito della luminosità.
Farsi prendere dalla foga
Meglio uno scatto preparato bene che cento fatti a caso. Siate analitici, pensate ai fattori che determinano la vostra fotografia: illuminazione, inquadratura, ottica, messa a fuoco, esposizione, effetti scenici, e bilanciateli nel vostro scatto. Ricordate: quasi mai alla “canzone più bella” corrisponde la foto più bella. Prendetevi il tempo di cui avete bisogno, e approfittate dei lenti e delle pause sceniche per scattare con più calma.
Scattare dove e quando scattano gli altri fotografi
Ok, il tempo è sempre troppo poco, ma se riuscite distanziatevi dagli altri fotografi sotto il palco. Ne guadagnerete in aria, possibilità di movimento ed originalità.
Appoggiare gli obbiettivi su casse o amplificatori
Evitate di commettere questo errore, perché le vibrazioni dei bassi rischierebbero di rovinare i meccanismi delle vostre lenti e addirittura di farli “camminare”. Lo dico per esperienza. “Dov’è il mio 50mm? L’avevo messo qui un minuto fa!”, ed eccolo lì per terra.
Optate per una borsa imbottita, e appoggiatela (se proprio dovete) sempre a livello suolo, senza intralciare il passaggio
Aste, microfoni e piatti invadenti
Nell’ambito della fotografia di concerti, avrete spesso a che vedere con aste e microfoni “invadenti”. Calcolate la loro disposizione e adattatela alla vostra posizione di scatto, per evitare che questi elementi scenici compromettano i vostri lavori. Nota bene: i batteristi sono quasi sempre coperti da piatti e tamburi.
Illuminazione calda (luci gialle, rosse, arancio)
Luci di illuminazione calde assorbono e plasmano completamente la fotografia, generando una fastidiosa predominanza cromatica (molto più intensa rispetto alle luci fredde). Attendiamo una luce neutra o, in ogni caso, teniamo conto della sicura aberrazione cromatica della fotografia.
Questa tecnica mi permette di dare drammaticità ai miei lavori, facendo sembrare gli artisti in scena provenienti dagli inferi
La tecnica della vignettatura ha lunga storia, sia essa meccanica (regolata da filtri) o ottica (derivante dalla lente in uso). Considerata a lungo un’aberrazione dell’ottica (se non quando usata a fini creativi), sta vivendo oggi una seconda giovinezza. Oltre ai primi due tipi esiste la vignettatura digitale, sia essa di sfocatura o di bruciatura, ed è di fondamentale importanza per “isolare” il soggetto della nostra fotografia di scena dal resto degli elementi presenti in essa. Nonostante l’utilizzo storico di questa tecnica consista nell’apporre una bordatura regolare (ellittica, di solito)all’immagine, i nuovi software ci permettono di applicarla anche a porzioni sfalsate dal centro dell’immagine, creando nuove possibilità ed applicazioni artistiche.
Per creare una sfocatura, o blur, potremmo giocare d’anticipo, al momento dello scatto, con la profondità di campo. Spesso però risulta necessario rafforzare l’effetto, o addirittura porre in ombra certi elementi per far “uscire” il soggetto dalla foto, isolandolo dal resto.
Mi piace, come detto in precedenza, sfocare anche aree che solitamente dovrebbero restare perfettamente nitide, come ad esempio la paletta della chitarra, o le mani dell’artista, concentrando però sempre la porzione a fuoco sul viso e la sua espressività, cuore del ritratto di scena. Utilizzo la vignettatura sia in ritratti di scena che con inquadrature più ampie (>70mm), in entrambi i casi con utilizzi diversi. Nel ritratto a mezzo busto tendo a sfocare elementi esterni del corpo (mani, capelli), mentre in inquadrature più ampie tendo a rendere secondarie intere porzioni dell’immagine scenica, tenendo non necessariamente a fuoco l’area centrale. Queste scelte sono di natura stilistica, quindi non sempre applicabili o condivisibili.
Utilizzo spesso una vignettatura “blur” per creare un effetto “onirico”. Sovente l’associo ad una vignettatura controllata di bruciatura, che permette di oscurare in maniera circolare o quadrata l’intera immagine.
Questa tecnica mi permette di dare drammaticità ai miei lavori, facendo sembrare gli artisti in scena provenienti dagli inferi, ancor meglio se sono riuscito a catturare nella loro espressività facciale e corporea un’espressione tragica. Isolo i soggetti che rimangono soli con la loro sofferenza, e concentro l’attenzione sulla loro espressività isolandoli da dettagli esterni che distrarrebbero l’attenzione dal quello che ho deciso essere il soggetto principale. Faccio questo perché per me l’artista sul palco è, nella sua intimità, solo e drammaticamente coinvolto nella performance.
Ora, si sa, l’intensità delle varie sfocature o bruciature non è uguale per tutte le foto, e dipende molto anche dai gusti di chi scatta e post-produce. Personalmente tendo a isolare il soggetto sfocando, non tanto però da renderli irriconoscibili, gli elementi che considero secondari e applicando una seconda vignettatura, questa volta di bruciatura, ossia nera, sopra la prima, magari spostando il punto in chiaro per creare zone in cui l’effetto appare incrociato.
Il vantaggio che deriva da questa tecnica, esistente anche in passato nel processo di sviluppo e stampa tradizionale, deriva dal fatto che possiamo controllare, attraverso i filtri che la moderna post-produzione ci mette a disposizione, le aree nitide e quelle non, differendo notevolmente anche dall’effetto di un filtro sfocatura “totale”applicato sull’obbiettivo.
Nota: l’effetto di blur, o di sfocatura, è considerato uno dei filtri fondamentali in ogni genere di fotografia che richieda una profondità di campo “spinta”, vedi il ritratto).
In foto:
Una fotografia non a fuoco corrisponde ad una fotografia da buttare. Inutile cercare di ottimizzare l’immagine in post-produzione, peggio ancora cercarne un insito valore artistico: il “mosso” è un’aberrazione, se una foto nasce male, non merita di essere corretta e, in ogni caso, ogni eventuale tentativo di correzione sarebbe superfluo in quanto ad oggi nessun software è in grado di sistemare realmente un’immagine fuori fuoco. Quindi dimentichiamoci dei vari strumenti di sharpening (affilamento dell’immagine, o messa a fuoco), perché non faranno miracoli.
Attenzione: non fidatevi della messa a fuoco automatica del vostro obbiettivo, perché sbaglia anch’essa spesso e volentieri!
L’unico, e ripeto unico metro di valutazione della messa a fuoco è il nostro occhio, il quale scruta la fotografia su monitor o su carta stampata (meglio di grandi dimensioni). Attenzione dunque a fidarvi di ciò che (intra)vedete nello screen della vostra fotocamera, perché non dà assolutamente alcuna garanzia, ed è spesso meglio prendere tempo e scattare altre foto raddrizzando di qualche grado la ghiera di messa a fuoco manuale piuttosto che fidarsi di un primo scatto che “sembra” perfetto.
E’ però auspicabile l’applicazione in post-produzione di effetti di sfocatura in precisi punti dell’immagine, magari a simulare una profondità di campo estrema, che l’obbiettivo non ci garantiva. Ad esempio, nel mio lavoro sulla fotografia dello spettacolo, tendo spesso a isolare il soggetto principale dal resto dell’ambientazione per farlo “uscire” meglio. Amo altresì intervenire su aree dell’immagine che solitamente dovrebbero essere a fuoco, ad esempio sfocando un particolare elemento importante del soggetto, come lo strumento suonato o le mani.
Questi sono gusti e scelte personali, che permettono di dare un valore aggiunto alla fotografia. Ricordiamo infatti che la post produzione nasce come ottimizzazione del prodotto fotografico, viene (ed è necessario) da chiedersi se le modifiche che stiamo effettuando siano realmente necessarie. In ogni caso, avere le idee chiare sull’obbiettivo che intendiamo raggiungere aiuta molto a velocizzare il flusso di lavoro.
Ho sognato che ero in strada ho sognato che stavo vivendo in una scheda del computer rossa. Era tutto così vero e vivido avevo una moltitudine di abilità tra cui: - saltare come volando facendo dei salti volanti lunghi quasi sei metri - disegnare benissimo - fare dei calcoli a quindici cifre subito - pescare tutti i pesci del mare con una sola esca Ero felice e succhiavo una Fisherman’s all’anice e liquirizia. Il sogno era magico il sogno era vero e nitido. Vagavo per la città e prendevo la rincorsa per i miei lunghi salti in questa discesa stradale molto ripida e dritta e continuavo a saltare rincorrendo una strada che non finiva mai. Galleggiando nel vuoto che era rosso mi sono trovato a dover entrare in un buco sotterraneo che era un club privè e mi innamoravo. Io ero contento e tutto era rosso come se ogni luce del posto avesse una gelatina davanti. Con lei sono andato in una casa molto bianca non arredata formata da una stanza solamente con un letto al centro. Mentre ci baciavamo dolcemente lei mi ha chiesto qualcosa che non ricordo, io mi stavo chiedendo “chissà cosa mi ha chiesto” e in quell’istante le quattro pareti si sono scoperchiate e mi sono trovato nel centro di un grande prato in una giornata di sole abbracciato sul matrimoniale alla bellissima creatura. Mi sono svegliato e ho trovato tutto sfocato. Il mondo è sfocato. I sogni sono celesti come carte di caramelle all’anice.
Mi sento molto solo così sto su questa nuova cosa del computer che si chiama Internet e che ti fa vedere i siti e che riesci a scaricare le canzoni dei tuoi artisti preferiti da un posto tipo un grande archivio dove ci sono un sacco di cd e altre cose.
Io mi connetto perché connettermi mi fa sentire reale.
Fuori mi pigliano tutti in giro perché sono alto quattro metri e non ho il televisore in cucina.
Mi chiamo Elio ho sedici anni sono nato in settembre. Abito a Niguarda. Oggi il tempo in città è stato sereno poco nuvoloso e a scuola ho preso sette in geografia. Ho fatto una ricerca sulla Svezia.
Mia mamma mi ha comprato il computer Pentium II perché siamo nel duemila e nel duemila le ricerche si fanno col computer. Se non ce l’hai ti bocciano sicuro, le ho detto. Così me l’ha comprato e io posso andare su Internet e fare una chattata con chi mi pare o ordinare una pizza a New York.
Ragazzi siamo nel futuro.
Esco poco già di mio. Mi fanno sempre stare in porta e sono sempre l’ultima scelta quando fanno le squadre a pallone. Gli altri sono due metri e mezzo più bassi di me ma mi prendono in giro sempre. Sono in tanti. Io non mi arrabbio con loro perché sono bassi ma loro con me sì.
Allora uno si chiude in casa e va su Internet, dico io.
Se non altro la Rete è una cosa che mi fa sentire importante almeno per qualcuno. Su Internet non sanno chi sono non sanno che sono alto quattro metri e già praticamente calvo a sedici anni. Non sanno che mangio solo mandarini che si sbucciano facile. Ogni tanto il purè.
Solo la maestra di sostegno mi capiva, quella delle medie. Una volta mi ha fatto toccare le tette e io ho goduto mi sono sentito adulto insomma grande quelle cose lì. Poi però non l’ho più vista per un po’ a scuola chissà dov’è finita quella vecchia baldracca a cui manca uno o due venerdì. Quella mi ha detto chissà che pisello grande che hai tu che sei alto quattro metri e io le ho detto vuoi vederlo e lei ha detto che era enorme era davvero mostruoso. Io mi sono messo a piangere e l’hanno licenziata. Io non sono un mostro e lei mi capiva e mi ha deluso.
Ho scaricato questo programma che ti fa avere le canzoni gratis basta che le cerchi. Io ho cercato Madonna e mi è uscito come risultato una cover di un pezzo di Sting. Scaricare significa portare sul tuo computer qualcosa che non esiste veramente. Per farla esistere devi metterla su un cd altrimenti la ascolti sul computer. Io ho preso un masterizzatore e ci metto quello che scarico, lo metto sui cd vergini. Con questo aggeggio copio anche i giochi della Play dal mio compagno di banco ricco: calcio, macchinine, mountain-bike.
Vado che è ora di cena e mia mamma mi sta chiamando da mezzora, però dopo torno.
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Eccomi qua sono sempre io ho mangiato sei mandarini e sono sazio. Finalmente posso connettermi a Internet e sento il mio modem (ho letto su un libro che vuol dire modulatore-demodulatore ma non ne sono certo) che fa:
“duuuuuuuuuu-da-da-dàradà”
.
“Da-da-dàradà”
.
.
.
“Chrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr”
È viola con le lucine rosse che lampeggiano.
Sono connesso e cerco il mio nome su un motore di ricerca che si chiama Altavista ed è giallo. Un motore di ricerca è una sentinella che sa tutto quello che c’è su Internet e te lo dice. Basta chiederglielo. Trova anche le foto e i video di Pamela Anderson con Tommy Lee che guida il suv con l’uccello. Ho un po’ di siti preferiti che visito sempre ma non ve li dico mi vergogno.
Esce il mio nome in una dozzina di risultati e uno di questi è un sito di medicina penso di una clinica francese. Sbarro gli occhi perché ci sono anche due foto mie da piccolo e in questa foto sono nudo.
Non posso credere a quello che sto vedendo è allucinante.
Angosciato e avvilito controllo anche gli altri risultati della ricerca e trovo sempre mie foto di me da piccolo con scritto “mostro” sempre. Sotto ci sono i commenti degli altri che hanno Internet che scrivono che ridere che schifo guardate che mostro lui è un mostro lui fa schifo e ridono.
Io mi fidavo di Internet.
Sento addosso una sensazione di malessere, la luce della camera si è fatta fioca e il tempo sembra rallentare secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora. Resto paralizzato di fronte al monitor fino a che la tristezza non lascia aria all’anima. Grigio vado a dormire, pensando che domani sarà un giorno qualunque di un mostro qualunque.
Sono il Dott. Lorenzi abito a Cernusco sul Naviglio ma sino a ieri sera ho lavorato a Milano vicino a San Siro.
Ho aperto questa clinica odontoiatrica perché volevo fare un mucchio di soldi. La gente ha continuo bisogno di cure, perché il mal di denti è terribile, davvero terribile. Avrei potuto aprire un’attività di pompe funebri, perché la gente muore in continuazione. È un mercato forte, vivo, ma troppo inflazionato. Poi bisogna avere gli agganci con gli ospedali e la cosa non mi andava.
Perché sono un tipo onesto, io.
Così a settembre 2008 ho aperto la clinica odontoiatrica “Sorrisi Perfetti” in zona stadio Meazza. Ho chiesto un finanziamento alla banca che me lo ha dato perché avevo già un po’ di soldi. Le banche danno i soldi a chi ha i soldi. Le banche sono per i ricchi. Se un povero chiede dei soldi, non glieli danno. Le banche sono furbe.
Ho trentotto anni e sono dei gemelli. Volevo sfondare e fare una valanga di soldi. I dentisti guadagnano bene.
Ho studiato medicina e ho fatto tirocinio e tutto. Mi sono spaccato il culo, io. Anni sui libri senza uscire di casa. Mia madre è orgogliosa di me. Mio padre è morto dieci anni fa.
Ieri mi sono svegliato come sempre alle sette, ho bevuto un caffè di moka e ho acceso una sigaretta. Il tempo là fuori era grigio come tutti gli altri giorni, e una leggera nebbiolina iniziava a farsi largo in quest’autunno dal cielo limpido e dal fogliame marrone. Ho camminato fino alla metro verde e sono poi sceso a Lotto cambiando prima in Cadorna.
La mattina sui mezzi leggo romanzi gialli, Lansdale e soci. Mi gasano perché non sai chi è il colpevole sino all’ultima pagina. A volte ho la tentazione di andare in fondo e sbirciare la fine, scoprire il colpevole dell’ennesimo omicidio che fa impazzire Scotland Yard. Non lo faccio mai.
SONO UN TIZIO ONESTO IO.
Di solito in studio delego le operazioni di routine (otturazioni, pulizie, estrazioni) ai miei sottoposti più giovani. Alle mie dipendenze lavorano otto persone, tutte laureate. Cinque sono dentisti e possono operare, tre invece si occupano degli appuntamenti e delle faccende di segreteria. Stefania l’ho assunta per prendere gli appuntamenti ma ogni tanto me la sdraio in ufficio. Questa è una porca con due bocce ad ampio raggio. Ho capito sin dal primo colloquio conoscitivo che tipo era, perché me lo ha ciucciato dopo dieci minuti però non sono venuto. Lei me lo ciuccia quando sono teso perché è comprensiva, perché le piaccio. Sono ancora in forma per via della palestra, ho tutti i capelli e la mia abbronzatura è ben curata.
Prima di andare al lavoro mi lavo l’uccello perché non si sa mai.
Non è per dire, ma il mio uccello è ben messo. A quella piace, per intenderci. Lei non è proprio figa tipo modella, ma è molto porca. Le darei un sette e mezzo sulla fiducia. Una così serve sempre, soprattutto nei momenti di grosso lavoro. Lei non mi ha chiesto mai nulla in cambio. Non sono il tipo che chiede sesso in cambio di favori. A me queste cose disgustano.
Al lavoro sono stimato, tutti mi dicono “Buongiorno Dott. Lorenzi!” quando mi vedono entrare in sala operatoria, con il camice bianco e il passo sicuro. Qui c’è gente che lavora, caro mio. Nonostante io ami il mio lavoro, mi sono accorto di un fatto strano che devo ammettere mi ha spaventato. Insomma che tutti i miei sottoposti, ho notato, avevano la bocca trasandata. Un bel sorriso è un gran biglietto da visita, ma io lo percepivo già da cinquantaquattro giorni circa che loro tutti stavano tramando qualcosa contro di me. Non so bene quale fosse il piano, ma io potevo percepire la loro malignità, la percepivo nei loro sorrisi sempre identici e sgraziati, deformi, cariati. Alle dipendenze di un dentista, senza un minimo di amor proprio, di igiene dentale. Prima non erano così. Prima si curavano. Il loro malessere ha fatto putrefare la loro bocca. Io lo sapevo che questi signori e queste signore marcivano fuori perché stavano marcendo di invidia per la mia posizione di potere e volevano portarmela via.
Non avrei potuto continuare così per molto. No di certo.
Allora sai cosa ho fatto? Ho preso una bella valigetta e l’ho riempita con un bel po’ di quattrini dei lavori che avevo in ballo con lo studio (ponti a vecchiette, otturazioni a mocciosi, ablazione alle MILF). Non so quanti, ma abbastanza da lasciare lo studio in merda piena. Ho ritirato tutto. O quasi tutto. Questi sono I MIEI SOLDI perdio. Sono miei. Loro mi invidiano a morte, mi vogliono rapinare della mia vita, mi vogliono morto.
Non mi restava che fuggire.
Ho preso il secondo aereo disponibile perché il primo volo era sold-out.
Un volo per Cuba.
Fa un gran caldo quaggiù, mi ci dovrò abituare.
L’ho scampata bella.
Ora vi saluto perché c’è il gioco-aperitivo in piscina.
Sono in uno spazio completamente buio mentre ascolto i Pet Shop Boys sull’Ipod (ho comprato quello Nano bellissimo che fa i video) mentre dai lati del vuoto profondo vedo arrivare degli omini con al posto della testa un monitor e nel monitor c’è YouTube. Quello che fa vedere i video e nel video c’è la musica. Da quando c’è YouTube non vado più da Ricordi in centro a comperare i dischi, ora compero principalmente: plettri, libri, dvd di Kubrick in offerta a novenovanta.
Nei monitor degli omini c’è YouTube, l’ho riconosciuto dal logo.
Mi avvicino a queste personcine che hanno le zampette minute come quelle di un pollo però di proporzioni umane e sento che sono amici anche se non parlano.
Sui loro schermi c’è YouTube.
Ad un certo punto mi chiedo: “Cazzo ma Dio esisterà?”
Sono di fronte ad un omino di YouTube ma non so se è il capo questi esserini zampettanti sono tutti dannatamente uguali sono dieci o nove. Li conto ma non riesco a tenere a mente i numeri e quindi ci impiego mezzora. Guardo vicino vicino e sono assolutamente attratto dai loro monitor che ora sono neri come un video di YouTube che deve ancora iniziare con il tasto play bianco in mezzo. Presente no. Avvicino l’indice e lo appoggio sul monitor che è la testolina di queste creaturine, sono dei monitor da diciannove mi sa viste le dimensioni. Sti qui sono alti come me più o meno ed il loro monitor è molle e bagnato tipo placenta. Penso “cazzo è molle!” e addentro la mia manona all’interno della testa di quello che mi sembra il capo. Questo non fa niente tra l’altro è tutto nero intorno tutto fermo mi sa che sono nello spazio. Alcuni di loro iniziano a danzare proprio mentre io ho la mano dentro alla faccia senza occhi del loro capo ma non sento la musica perché attorno è silenzio profondo come quando hai i tappi, come quando sei sordo.
Questi qua zampettano con le loro coscette pelosette e piccine a destra e a manca, ma non capisco, potrebbe essere una danza di gioia o di dolore non lo so, non hanno espressione e si muovono come dei burattini ballerini. Intanto il mio braccio è sempre dentro a questo qui e io sento freddo come quando da bambino d’inverno mi facevano il bagnetto ed io in accappatoio venivo assalito e circondato da spifferi gelidi e poi i miei si sono separati. Io ogni volta che entro in un bagno sento il brivido freddo.
In questa placenta nera e fredda ma non viscida e bagnata come pensavo, all’interno dell’immobile creaturina, trovo dei cubi che sembrano di plastica, come cubi di Rubik ma con solo quattro caselle, sento che i cubi sono neri. I suoi compari ci hanno circondato e danzano abbracciati saltellando e zampettando, e le loro gambette si muovono come fossero senza giunture e penso che se mi dovessi operare al ginocchio non vorrei guardare nel monitor come ha fatto Mark quando si è sistemato i legamenti.
Proprio no direi.
Guardo il mio corpo per controllare se ci sono, e in effetti c’è, ci sono, mi vedo tutto intero perché in realtà è come se stessi spiando me stesso invisibilmente da una dozzina di metri, quindi vedo tutta la scena di questi che ballano e io in mezzo, fermo con il braccio sino al gomito dentro la testa del tipo. Ora non capisco se questa sensazione la stia provando io io o l’io che vedo. Penso che magari ci potrebbe essere un collegamento empatico, giungo alla conclusione che quello che guarda e quello che viene guardato sono io ad ogni modo, la stessa persona.
Rabbrividisco e mi chiedo: “Cazzo ma Dio esisterà?”
La mia attenzione si concentra di nuovo sul braccio che afferra un cubo grosso come una mela all’interno della placenta nera, lo stringo tra le mani forte fino a quasi tagliarmi con i suoi spigoli. Gli spigoli del cubetto tagliano come taglia la plastica dura spezzata di netto. Faccio questo per capire se sono vivo e a quanto pare lo sono, perché sento un dolore pungente nel palmo.
Estraggo il braccio dalla faccia dell’omino YouTube, in mano ho il cubo nero che diversamente dalle mie aspettative non è umido, bensì asciutto, di un nero opaco. Sembra proprio un involucro di plastica dalle pareti poco spesse. Sento che dentro è vuoto. Il faccione monitor dell’omino YouTube torna al suo stato originario in un battibaleno, ossia uno schermo lcd da diciannove pollici. Mi guardo intorno e mi accorgo che i suoi simili hanno smesso di ballare.
“Proprio adesso?”, penso io, mentre in dissolvenza in entrata risuonano i synth potenti di Always on my mind, la mia preferita, gran cover di Elvis Presley.
Gli ometti antropomorfi sembrano tristi, rimuginano, sento i loro lamenti. È il primo suono che emettono dacché son qua fuori.
Vengo travolto da un’assurda e prepotente sensazione di malinconia ed ansia. Non capisco, credo di aver fatto qualcosa di sbagliato e sento il cuore che piange. Mi rammarico e a stento trattengo le lacrime, sino ad esplodere qualche istante dopo in un pianto infantile, quello che senti il caldo dentro, che ti sei tolto un peso.
In ginocchio di fronte al capo degli omini impreco tra le lacrime più vere e liberatorie che abbia mai versato, libero la mia testa ed il mio spirito dalla fuliggine accumulata. Gli omini non fanno niente, sono smarriti nel loro lamento, ed io mi sento come se avessi perso ogni certezza.
Nel silenzio del nulla avviene tutto ciò, mentre fotografo con la mente la scena da una dozzina di metri di distanza.
La giornata era iniziata anche bene, perché di seguire quella merda di corso di Letterature Comparate proprio non ne avevo voglia. Poi c’è quel prof. pelato che mi disturba. Di quei tipi giovani ma vecchi, un gran laido che fa lo spaccone con le donnine a fine lezione. Se li taglia corti, i capelli, ma io lo vedo che è pelato. Anche uno scemo lo capirebbe.
Così anziché svegliarmi, docciarmi, bere un Nesca freddo e intubarmi nella metro verde come ogni santo lunedì di novembre, me ne stavo nel letto con l’orecchio teso alla porta d’ingresso aspettando che mia madre si recasse al lavoro alle otto. Quattro giri di chiave tac tac tac tac, il silenzio mi avvolge mentre chiudo gli occhi e mi lascio trasportare tra le braccia di Morfeo che, a quanto ho capito, era un dio greco che dormiva alla grandissima. Mi alzo alle dieci e venti solo per pisciare, ma mi ritrovo a mettere su un pentolino d’acqua sul bollitore (per comodità usiamo il Nesca) e a fumarmi una Merit imballato davanti a TG regione. La Merit. La prima della giornata, non certo l’ultima della mattinata, non certo l’ultima della mia vita. Ho sonno, di quei sonni che potrebbero durare mille anni, ma questa malinconia mi tiene sveglio, questo momento di morbida crudeltà, di inesorabile e dolce senso di colpa mi tiene sveglio.
Solo chi ha studiato sa cosa significa saltare scuola in un freddo lunedì di novembre. Attendere la solitudine nell’appartamento, avvolti da una coperta di lana o da un piumone, mentre fuori piove e il lento scrosciare delle tettoie riporta la testa a mai sbocciati amori. Osservare dal didentro il mondo che si ricopre di pioggerellina fitta fitta e bagnatissima, mentre aspiri un caldo tiro di sigaretta e pensi ai temerari che ce l’hanno fatta, a quei lupi di mare che si sono svegliati in tempo, alle tue compagne di corso che prendono il treno da fuori Milano e che forse, domani, ti passeranno qualche appunto che fotocopierai golosamente da My Copy per la modica cifra di uno e sessanta se vuoi te li rilego ma no lasci stare sono solo poche pagine. Saltare lezione è una vittoria, una scelta di vita, un malinconico insegnamento. Pare che il weekend duri una settimana, che quello che stai vivendo sia tempo vinto alla lotteria Italia, prezioso e rubato alla vita, scorre veloce ma la mente cammina a passo d’uomo. Il cielo corre mentre noialtri stiamo a guardare.
Rassetto il ciuffo perché accipicchia un ciuffo così all’uni non ce l’ha mica nessuno.
Mi chiamo Aldo e ho ventun’ anni. Vivo vicino a piazzale Lodi con i miei. Mio fratello è uscito alle sette e mezza perché studia ad un tecnico di Cimiano.
Sono momenti profondi nella vita di un ventenne, questi. Momenti di riflessione, attimi di ermetico sbadiglio in una routine universitaria zeppa di impegni, scadenze, esami, amori, evidenziatori. E’ un sottrarsi alla vita, questo, per qualche ora. La serata di ieri ha fatto le sue vittime, io sono tra quelle, ma non gliene faccio una colpa. Forse dovrei fumare meno, perché il mio respiro fischietta e appena sveglio ho i conati.
Avvolto da un golf di lana peruviana che non indosserei mai pubblicamente osservo il lento svanire dei granuli di caffè solubile all’interno della tazza rossa, una tazza alta e massiccia, da caffè americano. L’acqua dentro scotta, i polpastrelli arrossiscono mentre trascino le dita da un estremo all’altro della coppa, intento a ricalcare le lettere della marca di caffè che produce queste lisce, splendide, carezzevoli tazze dalle estremità arrotondate. Il bollitore esala vapori caldi d’acqua ormai tiepida mentre la caldaia sbuffa per il sovraccarico di riscaldamento richiesto da questo mio personalissimo momento di dilemma.
Le articolazioni del corpo ancora sonnecchiano, in una estenuante ricerca di ulteriore riposo. Ginocchia, gomiti, collo. Giunture indolenzite, fredde e da oliare come trasmissioni di un meccanismo arrugginito. Sento un vuoto dentro che genera una voglia di dormire eterna, come addormentarsi per non svegliarsi più, come dormire nel proprio caldo letto per sempre. Una piazza sarebbe sufficiente, basta che oltre al lenzuolo ci sia un copriletto dell’Ikea e una coperta dei nonni a quadrettoni scozzesi appoggiata con geometrica abilità dalla mamma la sera prima, giust’appena prima che il suo figlio prediletto vada a dormire che domani deve andare all’università che ha lezione quanti sacrifici ma quante soddisfazioni che ci dà sa signora la scorsa settimana ha preso trenta TRENTA! pensa te che bravo il mio figliolo signora sa che soddisfazioni guardi.
Questo rallentamento volontario della vita, questa parentesi deliziosa scandita dai clacson lontanissimi e colpi veloci di ramazza che sfrega sul cemento in cortile mi rende lento e introspettivo. Sorseggio il caffè che ha un gusto amaro e sintetico, vedo la televisione ma non la guardo. Forse c’è una televendita di Mediashopping, non so. Sul tavolo della cucina si alternano sensazioni gelide (quando prendo il coltello per spalmare della marmellata d’arance sul toast appena saltato fuori dal tostapane con foga, quasi irritato, come per chiamare la mia attenzione) a sensazioni bollenti (la tazza del caffè, o quando metto una mano sulla pancia per grattarmi). La vita scorre veloce, in questo momento di solitudine scippato al destino, mi sento un Mattia Pascal in erba.
Volate lontanissime, preoccupazioni, ansie, allergie. Io sono qui, adesso, e ho fregato il mondo intero. Io sono qui ora senza essere altrove, senza essere dove dovrei essere e, sinceramente, non so che farmene di questo tempo, ma la cosa non importa: sentivo di farlo, nulla al mondo stamane mi avrebbe gettato nel mucchio, mi avrebbe costretto a seguire quelle lezioni, a bagnare i miei jeans e le mie New Balance inzuppandole di fango e poltiglia. Non avrei mai avuto il coraggio di affrontare il vento tagliente di una Milano di fine novembre, quel vento che ferisce gli occhi e le tempie, che fa male alla vita. Oggi sono qui, perché ho deciso di non esserci, perché ho deciso di prendermi una pausa. Una pausa dalla vita. Non so se questo mio immobilizzarmi avrà conseguenze, so solo che vedo uccelli volare bassi come in un lugubre presagio, che nonostante tutto ho bisogno del mio caldo letto, che è l’unico posto al mondo che vorrei realmente conoscere, l’unico posto al mondo che prende la mia forma senza chiedermi di prendere la sua, tutto ciò che può capire il mio io profondo, la mia essenza, il mio essere …
***
Il caffè era ormai finito da un pezzo, gli ultimi gocci misti a zucchero giacevano freddi a fondo tazza. Nel posacenere si contavano almeno dieci Merit. Il televisore era ancora acceso sul tre, quando il corpo senza vita di Aldo venne ritrovato dalla madre, di ritorno dal lavoro. Una fuga di gas, probabilmente causata dalla dimenticanza di chiudere il rubinetto di emissione del vecchio fornello, l’aveva intossicato fino a fargli perdere i sensi, fino a morire di una dolce morte calma e silenziosa, una morte che lo colpiva in uno dei momenti più profondi della sua adolescenza, una morte che lo ha abbracciato nel suo attimo di vera, anarchica, malinconica libertà.
Mi piace grattarmi le palle e asciugarmi i capelli con il phon fino a bruciarmi la cute. Provo un piacere che nessuna donna mi ha mai dato.
Sono Antonio ho ventiquattro anni abito a Corvetto e sono di destra convinto.
Il mio peggiore incubo è: bere tre birre da sessantasei e pisciare dentro ai vuoti e scoprire che le riempio tutte e tre e che anzi ne riempio anche una quarta a metà anche se ho bevuto solo quello quel giorno.
Questo è il mio incubo.
C’è questa ragazza in uni che sembra Sofia Loren, ma non si chiama Sofia Loren bensì Rebecca D’Angelo. Pare abbia un bel ventiquattro anni, proprio come me, mica di primo pelo per intenderci. Sembra sia cresciuta nelle terre del Sud, un paesino in cima alle colline, con una splendida vista sul mare. A Milano è venuta per studiare, e ci siamo incontrati due settimane fa al corso di Letteratura medievale e io mi sono soffermato subito sui suoi OCCHI e sui suoi DENTI.
Ha dei denti grandi e bianchissimi. Una dentatura perfetta, da predatrice dei mari. Anche di corpo non è niente male, unoesessanta, semplice nel vestire, avvolta da completini estivi e infradito colorate, ma giuro che DENTI. Una bocca costellata di perle e circondata da due labbra carnose come un quarto di bue appena spellato e macellato. Mora, una terza scarsa, portamento nobile, con queste due labbra GRASSE che sembrano finte. Fattezze di giù, si direbbe MEDITERRANEA anche perché ha la pelle olivastra e quell’accento e quella parlantina che pronuncia le G doppie anche quando non ce n’è bisogno.
Quando interveniva a lezione, i primi giorni di questo semestre, vedevo soltanto la sua bocca e i suoi occhi. Se ci penso bene, questa fissa non era particolarmente indicata come cosa, mi deconcentrava alla grande, nel senso che per interi minuti non vedevo null’altro di lei: era una bocca e due occhi, il resto era il mondo nero appannato come da fatto, opaco, mosso, indefinito. Mi svegliavo dal torpore onirico rendendomi conto di aver perso i passaggi chiave della lezione. L’ho anche intravista specchietto alla mano mettersi il burro cacao e la cosa mi ha fatto arrapare alla grande.
“Non me la faccio scappare questa”, pensai un giorno, mentre sistemavo blocco e astuccio nello zaino pronto a schizzare fuori dall’aula a fine lezione.
Il venerdì a seguire dal nostro primo ciao, ci siamo ritrovati tutti a casa del Ludo per il compleanno di Piero. Erano i primi di giugno e il sole iniziava a picchiare. La solita serata parauniversitaria zeppa di vodka, Redbull e maria. Era stata invitata anche lei. In fondo c’era anche da aspettarselo, perché il Ludo non se ne fa scappare una, conosce tutti e tutti conoscono lui: ha un potere magnetico nel tirare in mezzo la gente, coinvolge chiunque, muove le masse e, a quella festa, c’era veramente IL MONDO.
Quella sera Rebecca aveva degli occhi stanchi dalla lettura, bulbi cerchiati di nero che mantenevano quel taglio da felino che li facevano sembrare disegnati con la squadra e il righello. Sopracciglia scure di linee rette, cavità oculari profonde dove potevi perderti per interi minuti, senza sbattere le ciglia nemmeno per caso, come quella volta che ero in SPEED ad un rave di Valencia e ho ballato per due giorni senza battere ciglio. Quella volta Mr. Mark si è anche un po’ spaventato, e il giorno dopo sentivo il ventre come se fosse stato maciullato dal didentro da larve e parassiti armati di microlame aguzze.
Al party ci siamo salutati con tre baci sulla guancia, e dopo la gita al frigo, abbiamo colto l’occasione per chiacchierare dieci minuti di un esame che dovevo ancora dare. Io ci ho provato alla grandissima, ero proprio in bomba, ma lei deve aver sentito l’odore dei miei ormoni grossi come lepri strafatte di maria e si è tirata indietro. Mi ha RIFIUTATO. Però non è come al liceo che uno se ne va in para.
“Io l’ho dato a gennaio, una cazzata. Se riesci vai con l’assistente.” Dice lei.
“Ma come la mettiamo col manuale? L’hai fatto tutto?”
“Beh, si. Però non lo chiede sempre. Vai tranquillo.”
“Hai dei bellissimi capelli, sai?” Azzardo. Me la sento. Vai così.
“Sei gentile. L’hai dato letteratura col Bozzi?”
“Si, roba easy. Non sapevo un cazzo, ventisei rubato alla grande. Poi mi sono spippato l’assistente con un discorso su Charles Baudelaire che non c’entrava un tubo, però è piaciuto!”
“Ma Baudelaire non è in programma, a sto giro fanno il monografico sul Montale. Hai già capito che noia.” Dice Rebecca accendendosi stancamente una Pall Mall.
“Beh, trovo Montale davvero sopravvalutato. Ma sai, punti di vista. A proposito, da quanto sei qui nella City?”
“Questo è il quarto anno. Sto in Papiniano con il mio r… fratello maggiore.”
“Come ti trovi, bellissima?”
“Non male. Da dove vengo io non ci sono nemmeno le scale mobili nei centri commerciali. Beh, si, mi piace questa città.”
“Milano o la ami o la odi. Quando ci stai la odi, quando sei via ti manca.”
“Anche a me manca il mio paesino, ma non tornerei mai a viverci. Ti chiude gli sbocchi, insomma hai capito”
“Già. Posso baciarti?”
Faccio per avvicinarmi con le mie labbra alle sue, sicuro di aver letto nella sua gestualità un ardente voglia di accoppiamento. Ad occhi chiusi, tento l’impresa. Nella mia testa solo nero stop, in bocca il dolciastro della vodka alla fragola mescolata alla Redbull. Non vedo niente, Incontro una superficie umida e dura. Ad aprire gli occhi, vedo la sua mano che intercede il mio desiderio.
“Cosa fai? Ma se non so nemmeno come ti chiami!” Afferma più divertita che seccata.
Un sorriso strozzato deforma la mia espressione ebete.
“Lo sai, cara. Milano è un cuore che pulsa e che cammina di fretta. Chiedo perdono. Io sono Federico, so che tu sei Rebecca, sei di giù, sei in corso con Piero, Ludo e gli altri ed emani un profumo da sballo. È D&G?”
“Acqua di Giò. Comunque piacere, Federico. Ma fai così con tutte, o sono l’Eletta? La rapidità spesso è controproducente.”
Con la battuta sulla fretta me la sono giocata, penso. Cerco rimedio nella poesia.
“E al tuo paese le donne le fanno tutte straordinariamente belle come te? Cara, ogni tuo sorriso mi riporta alle domande più antiche dell’umanità, dove andiamo, chi siamo …”
“Vado a pisciare.” taglia corto lei.
…
Resto sbigottito. La testa sta sballando alla grande e solo una volta ritrovatomi solo sul divano floscio e avvizzito realizzo la figura che ho fatto. Penso malinconicamente a tutte quelle pare al liceo, con quella là di cui ero innamorato perso e che non mi considerava nemmeno di striscio. Questo discorso lo faccio finire dopo trenta secondi perché altrimenti mi rovino la serata. Raccolgo le forze e con un colpo di reni mi alzo dalle profondità più intime del divano direzione frigo. La vedo tra la gente, è là, che parla con delle amiche.
“Ora è regolare, sta cosa del rifiuto” mi dice il Ludo, piazzandomi una gran pacca sulla spalla mentre chiudo il congelatore.
”Voglio dire, crescendo impari a gestirla alla grande. Fratello, pensala come una partita non ancora persa che va combattuta fino in fondo. E domani c’è la rivincita. Non come le paranoie sonosbagliatoètroppopermestaquinoncistaràmai. Quelle sono partite perse senza essere giocate. Quelle sono stronzate da ragazzini. Goditi la festa e cerca di riparare in fretta.”
Un grande, penso. Sempre la parola giusta al momento giusto, quel vecchio lupo di mare del Ludo.
E pensare che sentivo già il brivido scorrermi per la spina dorsale, il brivido degli ultimi minuti del match quando sei sul due a zero. Dai, è chiaro che mi guardava con interesse, un minimo la attizzo. È una gran figa, io sono un gran chiacchierone, ce la potevo fare. Forse è la fretta che mi ha fregato. Magari questa pensa che sono un trombaiolo e che me le voglio fare tutte. Beh si è così, ma lei mica lo deve sapere. Me la sono giocata. Sempre sta fretta maledetta da dio.
Inutile raccontarsela, diciamo il vero, analizziamo il fatto a mente fredda: mi ha RIFIUTATO perché indosso una polo VERDE PISELLO che non si può vedere. Maledetto il giorno che ho comprato questa Ralph Lauren VERDE PISELLO. Cento carte dritte nel cesso. Quando esci con dei vestiti che fanno schifo, è sin giusto che la figa di turno ti RIFIUTI.
***
Dopo quella volta del rifiuto, decisi di non darmi per vinto e continuai a corteggiarla con fare simpatico. Scoprimmo col tempo di avere alcuni punti in comune: eravamo entrambi appassionati di birra che, in una donna, è certo una gran cosa. La ragazza se la cavava anche con la chitarra e canticchiava, quando era giù, in una band rock. Gusti musicali simili, fattore importantissimo almeno quanto la sintonia sessuale in una coppia. Nei tempi morti si chiacchierava di Greenday e AC/DC, di Baudelaire e Montale (quest’ultimo sempre più sopravvalutato). In università non mancavano mai le occasioni di incontro, soprattutto nell’arco delle numerose pause caffè alle macchinette. Proprio in questa occasione, un lunedì a metà pomeriggio, la convinsi a seguirmi per un ape, con la scusa dei libri. I libri sono sempre un ottimo motivo per incontrarsi in uni. Costano un casino e a noi, studenti squattrinati morti di fame che piuttosto che un libro ci compriamo due stecche di marocchino copertone, torna utile passarceli vicendevolmente una volta sostenuto l’esame.
La cultura, insomma, è da considerare la migliore amica del giovine eccitato. Aggancio garantito, la scusa perfetta. Con l’arte e la cultura puoi giustificare tutto: dai film porno alle guerre, d’altra parte il sapere spaventa e attrae, insomma in ambiente Unimi va così. Le dissi che avevo dei libri di poesie da passarle per l’esame di letteratura, quello di cui parlammo un paio di settimane prima dal Ludo. Così fissammo l’appuntamento al pub dietro l’angolo, il Totem, al termine delle lezioni, per un genuino scambio dei fotocopie e un paio di Beck’s “in amicizia” (amicizia un corno, questa storia dell’amicizia le signorine dovrebbero togliersela dalla testa una volta per tutte. IO NON SONO TUO AMICO IO VOGLIO SCENDERE ALL’INFERNO e commettere i più perversi e osceni atti sessuali con te, cara amica).
“Eccola!” Sorrido vedendola arrivare.
“Ti ho portato quei libri che ti dicevo” Le dico.
“Grande. Che paura, manca poco …”
Mi torna alla mente la figuraccia del bacio, ma adesso è un’altra storia. Ora sono di fronte a lei mentre il simil deejay del posto mette su un pezzo pestato dei Nirvana. Le fisso i DENTI e penso alle parole del Ludo. Mamma che DENTI.
“Forte questa canzone” mi dice lei.
“Che prendi?” Incalzo, avvicinandomi per farmi sentire.
“Una Heineken, tu?”
“Menabrea”
Ordino al ragazzo che mi porta anche cinquanta stuzzichini.
“Bene, ecco qua i libri …” le dico estraendo dalla borsa un plico di fotocopie.
“Beh, grazie mille! Sei proprio gentile!”
“Cara, non dirmi così altrimenti mi emoziono!” (ecco ci risiamo andiamoci piano)
“Per così poco? Mi fai pensare male, con questa FRETTA sempre e comunque. Ascolta, Federico, non prendermi troppo sul serio, ma mi dovrei proprio rilassare ora. L’esame è tra poco, ma in fondo un ape con un AMICO me lo posso anche concedere dopo tutte queste ore di studio, no?”
Amico un corno. Le ragazze usano questa parola come un’arma. Lo so, la sola pronuncia dovrebbe abbattermi in tempi di pace, ma ora che siamo in guerra non mi sfiora nemmeno. Sono concentrato sull’obiettivo, sono carico, ho lavorato su questa faccenda due settimane cercando di preparare il terreno e ora sono qui e accidenti, anche io voglio godermela.
“Nemmeno a me va di parlare dell’esame, parlami di te e rilassati, Rebecca. Questa sera ci sbronziamo e non ci pensiamo più. Anche io ho seimila cose da lasciare alle spalle, sai, pensieri di piombo, e qui mi pare ci sia la musica giusta, la birra giusta e il mood giusto per divertirsi, no?” (questa volta l’ho lanciata più morbida, rischiosa ma studiata.
Sicuro che abbocca.
“Ma si, dai. Che sia una gran sera! Alla faccia degli esami e di chi ci vuole male” brinda lei.
“Gli esami non finiscono mai!” Affermo schioccando la bottiglia da 33cl contro la sua, ridendo di gusto, cercando di fomentare il clima positivo che si sta creando.
“Scemotto!” Sussurra Rebecca.
“Un brindisi agli scemotti, allora!” ribatto io per farla ridere.
Ok ci siamo. L’uso del vezzeggiativo. Questo si che è UN BUON SEGNO. Noto con un certo stupore che la sua Heineken è già kaputt e sorrido dentro pensando alla seconda, alla terza, alla quarta.
***
Temo che si sia andati ben oltre alla quarta birra. La serata sta andando alla grandissima, c’è feeling con Rebecca. Non ho mai amato così tanto il deejay del Totem come stasera. Mi sforna, nell’ordine: “Time for heroes” di Libertines, “When I come around” dei Greenday”, “Self Esteem” degli Offspring, qualcosa degli Stones (“Paint it Black”) e spinge duro con il grunge di Seattle. Gioco in casa: birra, una bella figa e musica alternativa. Sono spigliato e affascinante come non mai. Parliamo di uni e di amici comuni, lei parla del suo paese e mi racconta anche di un paio di sbronze leggendarie prese al mare anni fa. Quando ride io non capisco più niente. Io rispondo sfoderando tutte le storie migliori della mia vita senza cadere in quelle vere ma difficilissime da dimostrare (rischiano di farmi passare per un banfone). Tutto attorno è come lucido e di fronte a me vedo solo quei DENTI bianchissimi e quelle labbra GRASSE. È possibile innamorarsi dei particolari? Decido di provare a SPINGERE un po’ sull’acceleratore.
“Sai, hai dei DENTI straordinari. No, Davvero, mai visti DENTI del genere. Sei l’emblema dell’igiene orale mondiale!”
“Beh, caro il mio Fede” mi fa lei, “non sarai mica un po’ troppo fissato con i particolari?”
Colpita, affondata.
“Rebecca, Dio sta nei particolari,” Le dico io.
La prendo in giro un paio di volte per il suo marcato accento del sud, al che iniziamo a parlare di politica e di Lega Nord giungendo alla conclusione che entrambi siamo dalla stessa parte e che dunque non c’è nulla di cui preoccuparsi. Continuiamo a bere birra e la sua barriera psicologica che le impediva di aprirsi completamente lentamente si scioglie come cera.
“Sai, non prendermi sul serio, ma fuori dall’ambiente di studio sei un’altra persona”
“… Meglio o peggio?” risponde Rebecca in maniera più che prevedibile.
“DECISAMENTE MEGLIO! Sai, pensavo te la menassi un po’. O meglio, che non fossi così simpatica!”
“Idem io. Alla festa del Ludo mi sembravi il solito avvoltoio milanese chiacchierone e anche un po’ polentone, un lupo vanesio alla ricerca continua di prede da ammaliare, di pecorelle smarrite venute del sud. Invece dai, anche tu non sei così male”.
Ci siamo, le prendo la mano sinistra con la mia destra e inizio a giocare con il suo palmo, continuando a parlare, in un gioco psicologico duro ma necessario. Calma piatta. In certi casi, se non accade nulla, è un gran bel segno. Ora c’è il contatto, ora siamo INTIMI. La mano è umida e la cosa inizia a farsi veramente eccitante mentre disegno figure astratte con l’indice sulla sua pelle.
Tasso alcolico giusto, appena prima del troppo. I miei occhi sono stampati sui suoi, ci dividono soltanto dieci centimetri di desiderio, inizio a sentire il sapore caldo espirato dalle sue labbra. Ho un’erezione. Gli occhi sono fissi gli uni negli altri mentre le casse pompano il riff iniziale di “Reptilia” degli Strokes. Sono talmente vicino che non vedo più né i suoi DENTI, né le sue LABBRA GRASSE. Anche se non le sto baciando, è come se fossi già dentro quella bocca bagnata. Tengo alta la discussione e l’alimento con frasi ad effetto. Mi sento Dio.
La concentrazione è massima, mi isolo dalla musica per corteggiarla con ancor più attenzione, quando improvvisamente, proprio mentre si parlava di baci, vengo assalito da un fulmineo stato d’ansia. Non capisco cosa mi sta accadendo, mi spavento. Lei se ne accorge. Sono fottuto. Sudo freddo e la mia parlantina inizia a zoppicare. Con una scusa qualsiasi schizzo in bagno. In fondo a destra trovo una toilette libera e mi ci ficco dentro di corsa, come se in questo cesso ci fosse la risposta a tutte le mie domande. Chiudo la porta, dentro il bagno sento solo i bassi compressi della musica che stanno sparando là fuori.
Mi fisso allo specchio per qualche secondo, fino a quando non inizio a ridere istericamente. Rido sino a piangere. Sento come un pugno, dieci pugni allo stomaco. Mi siedo sulla tazza del cesso e disperato mi accendo una Merit. Rialzandomi inciampo ma riesco ad appoggiarmi al lavandino. Lo specchio non mente, tutto quello che credevo di aver visto è reale. Strizzo gli occhi ma nulla cambia. Di nuovo così, non è possibile, mi sale l’odio e tiro un calcio alla porta che trema per alcuni secondi.
Ho indosso ancora quella fottuta POLO VERDE PISELLO. Sotto le luci al neon del bagno sembra ancor di più VERDE PISELLO. Ho un mezzo conato e butto la testa nel cesso, ma non viene su un cazzo. Sudo freddo e mi tremano le mani. Mi manca l’aria, e il fumo della Merit mi nausea. Gli occhi sono pieni di lacrime. La sbronza gira male. Non me la sento di continuare. Mi sciacquo il viso sotto l’acqua gelida, invento al volo una scusa, lascio cinquanta euro sul tavolo dove io e Rebecca eravamo seduti e, senza farmi vedere da nessuno, torno a casa pieno di vergogna.
Non aveva mai visto il mare, eppure lo poteva sfiorare con l’immaginazione, immergervisi dentro come un pesce e nuotarvici come un giovane delfino. Tutto questo accadeva nella vasca da bagno il mercoledì, giorno di pulizia, di ristoro e di faccende domestiche.
La scuola andava e non andava, l’insegnante gli aveva annunciato la mattina stessa che il giorno seguente si sarebbe svolto il tema. “Un momento importante della tua vita”, voleva il titolo. Fu così che riprese dopo anni, forse secoli dallo scaffale quel tomo (a lui pareva immenso, in realtà erano meno di centocinquanta pagine) e prese a sfogliarlo. Era “La ricerca dell’Assoluto” di Balzac. Aveva ancora i capelli umidi del bagno, ed uno spiffero disturbava la sua nuca come sottili dardi di ghiaccio, mentre rileggeva le parti sottolineate chissà quanto tempo fa da chissà chi.
Socchiuse la finestra, l’inverno parigino era oramai alle porte, e non mancava di bussare insistentemente al calare del sole.
Resta il fatto che il tema andò davvero male. Era l’ultima chance, prima del termine del semestre, annunciò la settimana prima la maestra. I genitori non la presero bene. Lui giurò di non aver copiato quella frasona altisonante con cui concluse il testo, ma nessuno gli credette.
Aveva anche beccato sua madre baciare un altro, un tipo alto e baffuto, un giorno che aveva bigiato, e la cosa lo scosse un po’. Fu così che iniziò a diventare un problema. E più diventava un problema, ’sto ragazzino, più faceva il problematico. Sempre in castigo dietro alla lavagna, insomma. Iniziò a rubacchiare qua e là, anziché presentarsi a lezione. Sognava di scappare con i soldi della ricettazione.
Finì in riformatorio.
Prese diversi sberloni, e le visite erano molto rare. La psicologa gli rivolse numerose domande sulla sua attività sessuale. Tutto questo lo mise in estremo imbarazzo.
Un pomeriggio prese la sua decisione. Durante una partitella al campo dell’istituto, sgattaiolò sotto la rete e iniziò a correre. Sapeva di essere seguito, tallonato, ma a lui non importava. Corse fintanto che la forza delle gambe non venne meno, quando la sua meta fu raggiunta.
Aveva, per la prima volta nella sua giovane vita, raggiunto il mare.
Lo mirò, da vicino, per un istante che parve infinito.
Si girò poi con orgoglio verso i suoi aguzzini, ed in silenzio pianse.
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Testo liberamente ispirato a “Les quatre-cents coups” di François Truffaut. Francia 1959
Lavorava fino a tardi, quella sera. Aveva bisogno di quattrini e si concedeva estenuanti straordinari in quel fast-food che pensava sarebbe stata la sua tomba. Nell’ombra dell’ 1:34 la testa era china sull’asfalto, i pensieri gironzolavano altrove. I passi verso la fermata scandivano i secondi. Progetti, mille progetti, la maggior parte irrealizzabile. Voleva fare l’artista, lui. Ma senza soldi non si canta la messa, senza soldi non vivi.
Poi c’era la crisi.
Una folta schiera di neo-laureati stipati in call-center, ristoranti e centri commerciali. “Dovremmo ribellarci”, pensava.
La sostitutiva tardava a passare.
Il freddo iniziava a farsi sentire, dalle mani alle orecchie, al naso. Sulle lenti degli occhiali qualche goccia di pioggia comprometteva la visuale. Il pacchetto di Merit indica il livello di emergenza, quota due. Si accende la penultima sigaretta del mazzo, decide di farlo.
Prende coraggio, chiude gli occhi, apre lo zaino e si lancia in una folle corsa verso l’ignoto. Immagini veloci scandiscono il passato, il presente, il futuro. Non c’è tempo per pensare, non c’è tempo per dormire. Bisogna agire. Idee sconnesse che avranno valore in un altro momento, in un altro istante, in un altra realtà. Le parole sono urlate da un individuo invisibile dritte all’orecchio con sconcertante chiarezza, illuminante fervore.
Solo la luce degli abbaglianti lo risveglia da quell’esperienza così totalizzante.
La sostitutiva che lo porterà a casa è arrivata. Chiude il libro, timbra, e si risveglia al lavoro.
Di nuovo.
C’è un fantasma, o qualcosa del genere, che si lava i denti con il MIO spazzolino tutte le sere. Io arrivo in bagno, e trovo lo spazzolino bagnato fradicio e il dentifricio spalmato malamente sul lavandino, proprio a tocchi. Si vede che questo fantasma lo fa cadere.
Questo maledetto.
A me fa schifo l’idea di lavarmi i denti con uno spazzolino usato dagli altri. Usato da un fantasma. Sono già tre settimane che capita questa cosa. Non so cosa fare. Sono un po’ spaventato. Non che abbia il terrore, ma sai. Insomma voi come vi comportereste? Ho provato ad analizzare ben bene lo spazzolino bagnato. Non mostra segni particolari, è solo umido e spelacchiato, come uno spazzolino da denti appena utilizzato. Capita tutte le sere verso mezzanotte, che me ne accorgo e mi incazzo come una bestia. Dopo essermene accorto, ho iniziato a lavarmi i denti con lo spazzolino di mia madre.
Io ho quindici anni, e mi chiamo Nicola. Abito in un bilocale vicino al centro di Milano, in Via della Moscova. In Brera, capito no? Dove passa la verde.
Abito con mia madre.
Il ventiduesimo giorno mi sono girati i coglioni a elica, perché oltre che lo spazzolino da denti bagnato, oltre al dentifricio spappolato sul lavandino, ho anche trovato il cesso pisciato fuori.
Abito con mia madre e mia madre non può pisciare fuori, eh no.
C’è qualcuno, uno spirito, che si lava i denti con il mio spazzolino, che sporca il lavandino e piscia il cesso.
Che noia.
Che fastidio.
Io non so più cosa fare.
Il cesso è Richard Ginori. Anche i cessi delle elementari erano Richard Ginori. Anche il bidet è Richard Ginori. Quando ho accompagnato mia madre a votare l’anno scorso alla mia vecchia scuola sono andato in bagno e i cessi mi sembravano quelli dei nani. Erano micro.
Micropiccoli.
Minuscoli!
Allora ho pensato: dio sto diventando proprio un vecchio.
Allora sai cosa ho fatto? Ho pisciato nel lavandino, che era ad un’altezza più accessibile. Nessuno mi ha visto e io mi sono sentito un punk a pisciare nel lavandino dei cessi delle elementari. Mi sono sentito come importante. Come il capo della scuola che non sono mai stato. A scuola c’erano i capi che avevano la nostra età ma venivano da famiglie disastrate e ci picchiavano sempre.
Loro erano mafiosi.
A me non feriva tanto l’essere picchiato, quanto l’essere preso in giro davanti a tutti. Mi pigliavano sempre in giro perché mia madre mi metteva LE BRETELLE. LE BRETELLE mi hanno rovinato la vita quando ero alle elementari. Una volta a Fede hanno rotto un braccio perché aveva le scarpe di Barbie. Ora, voglio dire, le scarpe di Barbie! Un bambino non può mettersi le scarpe di Barbie. Fede se l’è meritato, quel gesso al braccio. Io no, perché le bretelle mica erano da femmina, le scarpe di Barbie si.
Una volta all’intervallo alle elementari abbiamo iniziato a sputarci i faccia. Le maestre si sono incazzate come quando si sono accorte che facevamo le sporcacciate sotto il banco.
Bei tempi quelli.
Alle elementari non pisciavo nel lavandino perché anche volendo non ci sarei arrivato. Ora ci arrivo.
Dio sto diventando proprio un vecchio.
L’altra sera sono andato a casa di Pietro che abita da me al secondo piano e abbiamo visto un porno. Era un porno che iniziava con una tipa che CASUALMENTE rimaneva sola in casa perché il marito doveva andare via per lavoro come un mese. Così lei era tutta sola a casa, e non sapendo cosa fare (perché lei non lavorava, era una casalinga) inizia a sditalinarsi pensando a non so cosa. Però in quel momento arriva il tipo del gas per un controllo e dalla finestra vede questa GRAN FIGA (di trent’anni) toccarsi voracemente la sua cosina rasata. Salta anche fuori un vibro. Insomma sto tipo del gas tira fuori l’uccello da dietro la finestra (senza farsi vedere) e si inizia a segare. Lei lo vede ma non dice niente. Poi scopano come due pazzi.
Abbiamo bevuto due birre e fumato dieci sigarette in due (speriamo che mia madre non se ne accorga). Il porno era del padre di Pietro.
La cosa che mi manda in trip è pensare che quando vedo un film porno con diciamo due protagonisti, alla fine sono sempre in di più perché c’è sempre il regista. Secondo me per girare i film porno dovrebbero mettere delle telecamere nella stanza e uscire tutti tranne chi deve fare quelle cose lì, così li lasciano in pace. Le pornostar si sentono osservate allora fingono. Ecco, se penso a sta cosa mi viene male. È come scopare con uno che ti guarda di fianco. La telecamera è un occhio e ti guarda. Anche se non sono mai andato a letto con una (anzi si ma non abbiamo fatto quella cosa lì), mi darebbe fastidio. Forse gli attori porno guadagnano tanti soldi perché sono bravi a mascherare proprio questa cosa dell’essere osservati.
Quando abbiamo finito col porno sono tornato a casa. Il fantasma non si era ancora lavato i denti, così ho preso lo spazzolino (marca Mentadent), l’ho inumidito sotto l’acqua e l’ho intinto in un barattolo quasi pieno di veleno per topi (è una polvere color ruggine, ha un odore forte e sporca le mani come la paprika). Voglio vedere chi la scampa, stavolta.
Hanno trovato mio nonno Patrizio morto sul cesso mentre cagava.
Si era appena lavato i denti.
Cristo ho ucciso mio nonno.
Sono le 23:48. Mi alzo dalla sedia riavvio il pc mi dirigo in cucina entro nel freezer e cerco un ghiacciolo. Ne trovo uno al gusto hamburger. È rotondo con lo stecco di legno.
Sembra una girella ma è un hamburger.
Fa freddo qua dentro.
Esco dal freezer e lo assaporo davanti al televisore guardando uno show di Beppe Grillo del 1981. Fa delle battute strane, non rido fintanto che non ne tira fuori una sui tassisti americani. I tassisti americani hanno tutti la foto della prima comunione in macchina, dice.
Questo ghiacciolo non è male. In realtà pensavo di trovare un Calippo ma nella caverna ghiacciata ho trovato solo questo. Il resto erano peperonate e sughi. Difficile da leccare, visto che non hanno lo stecco.
Lo stecco è fondamentale alla nutrizione umana. È quello che ci distingue dagli animali. Gli animali mangiano senza lo stecco, con le zampe e con le fauci. Se dai un ghiacciolo ad un cane mica lo afferra dallo stecco. Lo mangia da per terra è ovvio. L’uomo crea artefatti complessi ed è per questo che ha un cervello sviluppato (e viceversa).
Un’opera manuale volta all’utilizzo utile volto a semplificare le circostanze ostili è un artefatto.
Un artefatto può essere molto semplice, ad esempio una ruota. La ruota ha cambiato la storia dell’umanità. Prima della ruota i mestieri rurali erano difficili da compiere, come gli spostamenti terrestri e le gare automobilistiche. Le idee semplici spesso sono le migliori. Perché il ghiacciolo che sto gustando (mi fa male un dente, è troppo freddo) è come se fosse una ruota.
Ha la forma di rotondo. Immagino il primo uomo che ha disegnato un rotondo. Penso alla faccia che ha fatto. Il rotondo è una figura perfetta, ma nel mio caso è ancora più perfetta perché ci hanno inserito uno stecco. Dio che invenzione.
Volevo il Calippo perché mi ricorda quando ero bambino. In realtà ce n’era uno, in freezer. Ma non l’ho preso perché solo a vederlo mi è venuto in mente quella volta che a cinque anni al parco Trotter ho premuto troppo forte la confezione ed è caduto in terra. Cercai di recuperarlo, ma era pieno di formiche. Per la prima volta vidi come era fatto un Calippo da dentro.
Voi avete mai visto un Calippo dal didentro? Ci rimani male.
Il packaging è importante per il prodotto, e io l’ho scoperto a cinque anni.
Forse è per questo che ho fatto lo IULM.
Riprendo in mano il telefono e cerco il suo nome in rubrica. So che non dovrei chiamarla ma sento che devo farlo. Non può essere sempre così. Ogni volta, la stessa storia. E ora che ho ventitré anni, è ora di dire basta. Penso che sia la mia principessa e poi alla festa della scuola limona col trombettista della band.
Accade sempre.
Devo iniziare a suonare.
Vorrei essere sul palco, non sotto. Lui mi guarda e ride. Odio chi suona, come odio i bagnini, gli animatori e i maestri di sci. Sopra il palco ti elevi. Sotto il palco, sei una groupie. Più vicino stai, più loro lo sentono, e godono.
Sotto il palco mi sento un gay.
Loro lo sentono.
Invece mi trovo qui, ad una festa in cui non mi sto divertendo, cercando il suo nome in rubrica. Il numero lo so a memoria ma questa volta è importante.
Non posso sbagliare.
“Passato o futuro?”, chiedo a bruciapelo a Benny. “Passato”, mi dice lui. E allora vai.
Ma cosa le dirò poi? Improvviso, come al solito. Entra in stanza un punk rasta, si accascia per terra. Vomita. Qualcuno mi chiama dal salotto, non rispondo. Chiamano anche lui.
Devo concentrarmi. Lo farò, è deciso. Il punk puzza di bagnato, è a petto nudo e non dà segni di vita. Lo prenderei a calci.
“Allora Benny, vado?”
“Vai”. Zerodueseidiecidodici …
“Tuuuuuuuu. Tuuuuuuuu”.
Riaggancio.
Mi sento come se mi avessero trafitto il fegato con uno spadino da spiedo. Ho la nausea. Il suo profumo è nell’aria. Lo posso respirare, ma mi fa schifo. Quel profumo mi inebriava fino a ieri. Qua dentro fa un caldo cane, il proprietario della casa è collassato mezzora fa in bagno. Io l’ho aiutato a svomare. È un mio amico e so che l’avrebbe fatto anche lui per me. Riprendo in mano la cornetta. La testa mi esplode, l’Aperol è assassino. È dolce e fresco, di un rosso rubino che ammalia. Ne berrei a litri. Io l’ho quasi finito da solo, ma era della mamma del proprietario. In cucina un pirla mette su un bollitore elettrico sui fornelli. La puzza si sente fin qua.
Sono le ventitrè e cinquanta.
Unduetrè.
Vado.
“Tuuuuuuuuuu. Tuuuuuuuuuuuuuuu”
“Pronto?”
Tentenno.
“Pronto? Chi è! Pronto?”
“…”
“Signora, sua figlia è proprio una gran troia”
Alessia ha fatto una sega in bagno a Davidino
Finiva sempre così, il mio intervallo.
Morivo soffritto in una padella di gelosia e rancore.
Cosa sono quelle”
“Bah, con queste mi ci soffio il naso
Ti ricordi di quella volta che ci hanno portato in questura?
Hai preso le Rizla lunghe e ne hai fatto un aeroplanino.
C’è una bionda che viene in chiostro in biga. Al Ludo piace da morire. È una tipa stranissima. Sembra che, appena nata, l’abbiano lasciata appesa con delle mollette e dei pesi ad uno stendipanni per circa sei mesi. Ha un viso angelico e una folta chioma bionda, ma è lunghissima. Per lunghissima intendo, lunghissima. Estesa. Sembra un Modigliani. Insomma Ludo ha perso la testa per questa qua. Quando arriva in uni, tutti si girano, ma non capisco se per la sua lunghezza o per la sua bellezza. Perché è strana o perché è bella. Una volta me la sono trovata quasi di fronte in biblio. Lei studia al triennio ma non so cosa. Probabilmente filosofia. Lo deduco dal fatto che le tipe carine di solito studiano cose comuni, le superfighe filosofia. Ero con Samuel, che mi ha detto “quella sai che lavoretti che ti fa”. Tutto questo mi lasciò perplesso.
Mi chiedo ancora se qualcuno l’ha mai anche solo sfiorata. Bella è bella. Ma è super lunga. Non alta. Lunga. Ha il collo lungo le gambe lunghe il naso lungo i capelli lunghi le braccia lunghe. Non ha tette. Il sellino della sua biga è più o meno all’altezza di due metri. Per scendere lei non ha problemi. Veste sempre con vestitini semplici, bianchi con ghirlande e fiorellini. Indossa spesso un cerchietto per tenere indietro quella miliardata di capelli.
Ludo mi ha detto che l’ha beccata una volta in Colonne. O meglio, ha visto la sua biga parcheggiata. È verde con dei fiorellini gialli disegnati con l’UniPosca. Così – mi ha detto - ha aspettato che tornasse. Lei è scesa da un portone, che forse era casa sua. Ludo sostiene che lei abiti dove una volta c’era la Colonna Infame della peste manzoniana. Io gli ho detto di non dire cazzate. Poi però mi ha fatto vedere la targa che c’è in Colonne e mi sono ricreduto. Le Colonne non sono più quelle di una volta. Insomma, questa tipa è davvero una tipa strana. Non penso abbia amici.
Ludo ha deciso di scriverle una lettera. Per farla sentire a suo agio, l’ha scritta a caratteri lunghi. In un foglio A4 ci sono state solo tre righe, ma il concetto passava. Me l’ha fatta leggere, prima di lasciarla nella casella della posta della tipa con il collo lungo e tutto lungo.
Diceva: “mi piace il fatto che tu sia lunga, e che vai in giro in bici. Hai del senso civico. Complimenti. Ti andrebbe di bere un long drink?”. Ludo puntava molto sulla battuta “long” drink.
Io gli dissi che era ok.
Non so che fine abbia fatto quella lettera, e nemmeno la tipa dal collo lungo. È arrivato l’inverno e probabilmente Milano era troppo fredda per girare in biga.
Era un poco infastidito da una zanzara mentre spalmava l’Allume di Rocca sulla sua pelle appena rasata e piena zeppa di tagli all’altezza del mento. Non si vedevano, le ferite, ma bruciavano terribilmente.
Pensava, pensava che odiava fare quel mestiere tutte le settimane, odiava l’Allume che bruciava le ferite, il rasoio che non era mai in perfetto stato e graffiava la pelle senza sorvolare sulle sue imperfezioni. Odiava la sigaretta che si inzuppava di acqua e schiuma da barba, ed il freddo che dalla finestra si insinuava sino al suo corpo nudo, provocandogli una sensazione di malessere.
L’acqua della vasca da bagno lo riportava all’infanzia, caldissima e in continua caduta, lo rendeva bambino. Come una metafora, la vasca d’acqua calda era l’utero materno e il gelo della finestra aperta il mondo dei grandi. Non aveva voglia di crescere, non era un motivo sufficiente per continuare a sperare.
Immergeva il capo all’indietro e tratteneva il respiro qualche minuto, fino ad esplodere. Questa condizione catatonica era ideale per uno come lui, che non ne voleva uscire, non desiderava altro che tornare nel grembo materno. Al termine del lavaggio si tuffava sul letto coperto solo da un accappatoio, e dormiva. Gli ricordava, forse, quando sua madre faceva la stessa cosa i primi anni della sua infanzia. Quelli perduti.
Per questo radersi, ancora una volta, lo riportava alla condizione di inadatto, disagiato che è messo in condizione di compiere atti e operazioni che non gli appartengono.
Radersi significa crescere. Crescere significa, almeno un pò, abbandonare la propria essenza a favore di una illusoria, materiale, perversa.
Radersi è la manifestazione quotidiana che il nostro essere bambini ha lasciato spazio al nostro essere adulti.
Radersi è la manifestazione quotidiana della nostra sconfitta.
L’Ipod spara nelle cuffie “First date” dei Blink 182 mentre la metropolitana viaggia veloce direzione Duomo. È ora di cena e al mio fianco è seduto un pakistano che puzza di aglio che sostiene malvolentieri un buon numero di latte di birra all’interno di un sacchetto giallo della spesa. Le fermate scorrono veloci, da Rovereto sono solo sette e mi rammarico pensando che tra poco dovrò scendere e spegnere la musica.
È stata una giornata pessima, oggi.
Caldo soffocante in una Milano che ci massacra di lavoro così, senza alcuna pietà. Non vedo Elmo da qualche settimana. Prima ci vedevamo più spesso, ma ora ha avuto dei casini con la sua ex e suo padre ha avuto un malore, così è dovuto scendere giù al suo paese per qualche giorno. Lo vedo di fronte a Mondadori, mentre lo saluto sento il cellulare che vibra e che mi ricorda del mio ritardo. Il messaggio è suo, l’aveva appena spedito prima di intravedere la mia capigliatura bionda e la mia corporatura minuta farsi largo in mezzo alla moltitudine di maledetti piccioni che popolano la piazza.
I piccioni sono animali inutili e andrebbero eliminati. Portano le malattie. Poi nascono e muoiono così, senza crescere. Nel senso… Avete mai visto un piccione appena nato? Io no. I piccioni sono antipatici. Da ragazzo quando facevo le vasche in Duomo con gli amici fantasticavo sul fatto di avere un lanciafiamme in stile Doom 3D e fare una strage di innocenti piccioni. I piccioni ti guardano e ti mettono a disagio. Sono creature malvagie e d’estate impazziscono e si suicidano sotto le macchine. Attraversano senza volare, così per dire, a piedi, e la gente li stira. Una volta con Leo abbiamo tirato sotto un piccione che si voleva suicidare con la Classe A. Un po’ mi è dispiaciuto ma adesso so che è stata una scelta sua. I piccioni muoiono di caldo.
Saluto Elmo con amicizia sincera e, come da programma, giriamo il passo direzione Via Torino: facciamo sempre questa strada, è oramai quasi un’abitudine passare di fronte alla Fnac, al Billa, al Mc Donald’s eccetra direzione Colonne di San Lorenzo. In un certo senso, quando cammino in questa strada, sento Milano un po’ più mia. Milano è la mia città ed è giusto che io la ami, ma certe volte mi sta proprio qui. Troppo smog, troppa puzza sui mezzi, troppo ignoranza, troppi extracomunitari tutti insieme. Prezzi troppo alti affitti troppo alti. Però a volte la amo. La amo quando intravedo quel vicolo stretto e buio, da racconto dell’orrore, sulla parte sinistra a metà di Via Torino, che mi ricorda tanto una Parigi d’altri tempi. O quando la mattina prima di prendere il tram per andare al lavoro fisso qualche secondo, di sfuggita, il Duomo. Si, in quei momenti amo moltissimo la mia città.
***
Con Elmo chiacchiero del più e del meno. Spesso mi racconta storie ad effetto che di effetto hanno ben poco, ma c’è da capirlo: è un bel cinque sei anni più giovane di me, forse vuole un po’ di attenzioni che ne so. Comunque ci areniamo su un discorso senza uscita sull’amore mentre siamo da Mc Donald’s. Lui sostiene che vuole essere un padre giovane, ed io no. Sostengo la mia contrarietà al matrimonio, visto come una promessa ipocrita di fedeltà ed amore eterno di fronte a Dio, qualunque sia il tuo Dio, ma lui non vuole saperne di cambiare idea così lasciamo perdere. Dal cesso esce Petra, la trovo dimagrita. È stata a letto un mese perché ha avuto la mononucleosi. La cosa fa abbastanza ridere Elmo, quando gliela racconto a bassa voce una volta che la ragazza si è allontanata in compagnia della sua amica.
Ora siamo dal birraio che vende le birre in bottiglia, quello delle Colonne.
C’è un bel po’ di gente in giro, e sono solo le otto e quarantacinque. Il caldo inizia a darci tregua mentre brindiamo con una Bud con limone io e una Tennent’s lui. A me le doppio malto fanno schifo, sanno di vomito. Preferisco le birre leggere, bionde, il massimo che mi concedo è una Ceres che mi ricorda tanto le prime sbronze al lago coi tedeschi. Probabilmente mi piace la Ceres perché quando la stappi l’alluminio colorato di bianco resta tutto sbrindellato e accarezza le tue labbra quando inizi a berla a canna.
Ha un gran bel packaging.
Siamo tutti vittime del marketing.
Poi dal birraio delle Colonne puoi prendere quante fettine di limone vuoi perché c’è un barattolo sul bancone pieno di fettine, ed è self-service. A me che piace un casino il limone nella birra va alla grande. Una volta ne ho messi quattro nel bicchiere di birra. Si, perché dopo le ventuno sono costretti a metterti la birra nel bicchiere di plastica altrimenti le Colonne diventano una fogna a cielo aperto piena di cocci. I cocci sono molto pericolosi se vai in Colonne in infradito. Bene, qualche anno fa era proprio un casino questo dei cocci, perciò ora dobbiamo sorbirci la birra nel bicchiere di plastica. Hai mai provato a bere una Corona in un bicchiere di plastica? Perde tutto il suo fascino.
Siamo tutti vittime del marketing, anche nei momenti più intimi, come può essere il bersi una birra in Colonne un giovedì sera di un giugno qualsiasi.
Non facciamo a tempo a fare cinquecento metri che siamo di nuovo in fila per la terza birra della serata. Infatti da Mc Donald’s ho preso il menù Crispy Mc Bacon con la birra perché la cassiera mi ha detto che costava dieci o venti centesimi in più, e io non potevo farmi sfuggire questa occasione mega. In compenso ho preso sette salse. Due ketchup, due mayo, una al curry e una barbecue. La cosa divertente è che non hanno dei sapori ben definiti, queste salse. C’è scritto maionese ma sa di tartara e così via. Non le ho finite e ho regalato un ketchup a Elmo, che se l’è messo in tasca prima di uscire dal fast food.
La testa inizia il suo momento di allegria, mentre noto un buon numero di camionette della pula stazionate proprio in bocca alle Colonne che, ricordo, sono recintate ma la gente si siede lo stesso e di solito nessuno rompe le palle. Una volta al Lorenz hanno chiesto i documenti e dicevano che era un drogato. Quella volta il Lorenz era pulito ed io ci credo anche se non c’ero.
Decidiamo di andare a prendere del fumo di fronte ad un bar della zona dove a tutte le ore c’è uno che smazza. È sempre appoggiato alla stessa macchina, a qualsiasi ora. Mi chiedo se la macchina sia suo o di un residente. Io dico a Elmo che lo aspetterò lì perché di casini non ne voglio avere. Mentre il mio amico si allontana con questo egiziano in una vietta, io chiamo la mia donna che mi chiede di raggiungerla all’Old Fox, che ok non è lontano ma non ne ho per niente voglia. Sono le nove e quaranta, le zanzare mi stanno massacrando le braccia mentre aspetto Elmo con un po’ di tensione addosso perché non si sa mai. Le luci al neon dei locali della via attraggono un buon numero di insetti che sento friggere nelle poche zanzariere viola. Vedo il pusher tornare senza elmo e penso al peggio. Col cazzo che lo chiamo. Dopo una decina di minuti vedo il mio caro amico baldanzoso che si avvicina a me.
“Dove cazzo eri?”
“Mi sono fermato a fare un pisciatone.”
“Ah, ok.”
Tiriamo su baracche e burattini e andiamo a preparare una bella cannetta al parco lì di fianco.
***
Pare che l’acquisto abbia reso. Sento la testa vuota che sballonzola di qua e di là mentre io ed Elmo ci sediamo sul CEMENTO CALDO ad assistere ad uno spettacolo di teatro di strada proprio di fronte alla chiesa.
Non sono mai entrato in questa chiesa.
Questa rappresentazione vede protagonista una tipa vestita da vedova, di un’età indefinibile e truccata come una baldracca, parlare metà spagnolo e metà italiano. Fa finta di leggere i tarocchi e fa sedere in una maniera astrusa un volontario del pubblico. La sua recitazione mi turba, coinvolge troppo la gente che in realtà vuole assistere, non partecipare. Come quando ero piccolo e i miei mi portavano al circo. Io odiavo il circo, i clown (una volta al lago di Como ne ho visto uno in pausa che fumava) e compagnia bella. Quando chiamavano i bambini volontari per degli sketch io morivo di terrore. Mi sentivo mancare, non volevo mettermi in ridicolo di fronte a tutti. Maledetti saltimbanchi.
Mi concentro però sull’orchestrina che accompagna lo show, evidentemente l’unica parte interessante del tutto, visto che con il passare dei minuti la messinscena non migliora ma si fa ben più irritante. Mentre osservo con attenzione il percussionista ed il sassofonista, con la coda dell’occhio vedo Elmo che sta tirando su un secondo torcione. Lo finisce e se lo accende. Io faccio finta di niente, fino a quando mi offre qualche boccata a metà della canna.
Questa non ci voleva. Sono messo come un caimano ed inizio a sentire le voci. A volte mi capita quando sono sballato di sentire le voci, oppure dei rumori, oppure la terra che trema. Si vede che il fumo mi rende ipersensibile, tipo superpotere, ma è un superpotere di cui farei volentieri a meno visto che mi prendo malissimo e ogni due minuti mi tasto il polso per accertarmi del mio stato di vivo piuttosto che di passato a miglior vita.
Questa volta però sento delle voci celestiali.
In lontananza sento musica sacra, come cantata da un coro di voci bianche, una musica angelica, trascinante, divina. Tutto ciò mi rende sereno. Chiudo gli occhi per un istante, cercando di concentrarmi sulla melodia. È bellissima.
Lo spettacolo fa schifo e propongo di alzarmi in fretta e furia senza però farci beccare dall’attrice protagonista, che se se ne accorge ci sputtana davanti a tutti e io mi sentirei una vera merda. Scambio due parole con Elmo, ma non so di cosa stiamo parlando. Mi ritrovo con un gelato enorme mezzo sciolto tra le mani.
Non sento più la musica.
Quattro gusti con panna montata, mi sarà costato una fortuna. La vasca ci riporta alle Colonne e, avvicinandoci alla chiesa, sento come un’attrazione magica e decido di entrare. Elmo non può capire il mio stupore quando capisco che la musica celestiale proveniva proprio da lì, dalla chiesa, dove si sta tenendo un concerto di voci bianche. Sono in tantissimi, per la maggior parte bambini, penso siano una quarantina. Provo a contarli ma perdo il conto. Sono bravissimi, spengo il cellulare e resto lì estasiato, inebriato dal profumo dell’incenso che è tanto forte da pizzicarmi il naso. C’è poco pubblico e mi chiedo perché cotanta bellezza non debba essere condivisa con il mondo intero. Sull’assolo di organo perdo i sensi, e mi risveglio nel mio letto con il sapore di cioccolato e patatine in bocca, ancora frastornato e allo stesso tempo rinvigorito dalla visione divina della sera prima.
Insomma questa ve la devo proprio raccontare. Me l’ha tirata fuori Gigio l’altro giorno. La cosa davvero ASSURDA è che questa è una storia VERA. Proprio così, pare che questo tizio abbia combinato questo MEGA CASINO per davvero. Insomma, le leggende metropolitane hanno anche il loro fascino, ma sapere che questo è un FATTO DI CRONACA e non una bazza come quella del salsicciotto che si rompe nella patatina di una quindicenne o quella della tipa che sta facendo un soffocone al tipo e all’improvviso ha una crisi epilettica e gli inizia ad sgagnare il membro coi denti è tutta un’altra storia.
(Note dalla redazione: il tipo pare essersela cavata prendendo a padellate sul cranio la ragazza, che ha riportato un trauma cranico esteso).
Dicevamo, questa storia è accaduta per davvero, a Milano esattamente due anni fa, in un Dicembre rigido come pochi.
Questa è la storia di Francesco Morandini detto Ciccio. Ciccio era un soprannome che non gli si addiceva per nulla, perché era magro come una Capri superlight. Un tipo sottile, ventitré anni, più che magro anoressico. Di gran misura più lungo di tutti quelli che frequentavano la piazzetta in quel periodo. Portava capelli lunghi, neri, con la coda e a volte e ai concerti sciolti ber fare head-banging. Poteva considerarsi qualcosa come un metallaro. Un metallaro molto magro. E molto alto. Lo chiamavano Ciccio perché si chiamava Francesco. È un nick che si porta dietro da quando era bambino, tutto qui. Come quelli che, non so, si chiamano Francesco, Checco. A questo punto forse è meglio Ciccio, Checco è da culattone. No?
Ciccio è diventato una merendina. Un tegolino, per la precisione. Quelli della Mulino Bianco di pan di spagna con le striature di cioccolato. Ora voi vi immaginerete un tegolino gigante inanimato. In realtà quel giorno si è trasformato in un tegolino pur mantenendo le sue facoltà primarie. Diciamo che è un tegolino con due gambette (un tegolino sull’uno e novanta, mica poco) e due braccine. Gli occhi sono incastonati nel pan di spagna, ha una boccuccia ed un nasino. I capelli sono rimasti sul pavimento quando si è svegliato quella mattina, si, i capelli sono l’unica cosa che ha perso. Ve lo immaginate un tegolino gigante coi capelli? Io proprio no. Infatti. Per il resto, è uguale a prima ma è diventato un tegolino. Immaginatevi di svegliarvi SpongeBob, però anziché una spugna siete un tegolino.
***
“Cristo!” grida Ciccio in un momento di sfogo, proprio mentre apre la dispensa e trova solo frollini SECCHI del discount. “Cazzo mia madre non compra mai le merendine. Dice che mi fanno male. Male un corno! Perché tutti i bambini del mondo possono mangiare merendine e IO NO? A scuola, a ricreazione, tutti mangiano Kinder Fetta al Latte, Fiesta e Pinguì. Io no. A me è stato vietato. Io mi vergogno a mangiare PANINI CON LA FRITTATA. Sono vent’anni che mangio PANINI CON LA FRITTATA. A me la FRITTATA fa schifo. Ecco, l’ho detto. Voglio essere un ragazzo come tutti gli altri. Voglio le MERENDINE. Quelle di marca. Non quelle del discount. Voglio le Mulino Bianco. Ci credete che non ho mai mangiato una merendina come si deve? La mamma me l’ha vietato, da sempre. Quando ero alle elementari, andavo in gita e mia mamma mi preparava sempre due panini con la frittata. Mi vergognavo un casino e li buttavo. Poi la frittata nello zaino puzza di marcio, lascia un odore terribile. Mia mamma quando va a fare la spesa spende pochissimo, perché prende solo uova e frollini del discount. Anche del pane, dei francesini che diventano SECCHI dopo due ore. In frigo ci sono da sempre SOLO UOVA e in dispensa solo frollini del discount. È un’ingiustizia. Sono Vent’anni che mi nutro solo di queste due cose. Io non ce la faccio più. Io l’ammazzo, un giorno o l’altro.
Se solo mio padre fosse presente. Macché. Sempre in giro per lavoro, e quando sta a casa si piazza sul divano. A lui è concesso mangiare anche il pesce, oltre che le uova e i frollini secchi. Forse è per questo che si è trovato un lavoro che lo tiene fuori casa dieci mesi all’anno, per non sottostare alle regole ASSURDE dettate da quella psicopatica di mia madre. Io ho provato a parlarle, ma niente. Non vuole sentire scuse. Per lei esistono solo biscotti secchi e uova, da sempre. Dice che devo ritenermi fortunato, perché nel mondo c’è chi non ha nemmeno gli occhi per piangere, e che metterebbe la firma per una frittata. Mia madre è pazza.
Voglio dire, non poteva impazzire e scappare con un ballerino brasiliano, con un pianista cieco scandinavo, con un istruttore di vela delle Baleari, come fanno tutte? No. Lei si è fissata su questo fatto delle merendine, della frittata e dei frollini. Non so da dove sia partita questa sua paranoia, ma non ho memoria di lei che ci concede uno strappo alla regola. È giunto il momento di dire BASTA. Non farò come mio padre, mi prenderò le mie responsabilità, non farò come mia madre, non impazzirò. Sono vent’anni che devo sottostare a queste regole assurde. In tele vedo pubblicità di ogni genere alimentare, ma io mi concentro sempre sulle merendine. Secondo me Eva ha mangiato un Pinguì, altro che mela. La mela non è proibita, e men che meno allettante. Si, Dio deve aver piazzato nel bel mezzo del giardino dell’Eden un albero di Pinguì. Sono da anni succube di questa privazione, ma da oggi le cose cambiano. Mi sono trovato un lavoretto part-time per realizzare il mio piano. È un piano diabolico, sono anni che ci lavoro. Da oggi tutto questo cambierà. Da oggi saremo tutti più liberi”.
***
Volete sapere cosa ha combinato questo tipo il 23 settembre di due anni fa? Ciccio in questa data fa perdere le tracce. Non lo trovano da nessuna parte, nessun biglietto, niente. In casa, tutto in ordine, niente soldi o gioielli sottratti alla cassaforte, niente segni di scasso o di violenza. Nulla. La polizia pensa al peggio, quando durante l’interrogatorio i genitori raccontano dei disturbi alimentari del figlio. “Mangiava solo frittate e frollini del discount, ha un animo fragile, non ce la farà senza il nostro aiuto”.
La pratica fu archiviata quasi subito come fuga volontaria.
Ciccio si era nascosto in un Giesse. Aveva organizzato tutto alla perfezione. Tra l’altro, qui si parla del Giesse all’angolo con via Eraclito, a duecento metri dal portone della famiglia Morandini (quella di Ciccio). Che beffa. Di giorno si sarebbe nascosto nel magazzino (il magazzino era diviso in due parti, di cui una in quasi totale disuso) e di notte avrebbe mangiato le merendine del supermercato. Aveva pensato anche a come eludere il sistema di sorveglianza: avrebbe, ogni sera, disattivato le telecamere a circuito chiuso sostituendo la cassetta ufficiale con una cassetta registrata una notte particolarmente tranquilla, registrazione che gli aveva venduto un ex guardia del super per cinquecento euro tondi tondi. Era in una botte di ferro. Finalmente avrebbe assaporato la libertà, l’avventura e, soprattutto, i tegolini.
Le prime notti infatti si nutri delle più disparate merendine, tanto che dopo cinque giorni aveva già provato tutto. Scoprì che la sua vera passione erano i tegolini della Mulino Bianco. Iniziò a mangiarne moltissimi. Le provviste erano tante e gli scaffali ne erano pieni. Da bere prendeva sempre l’orzata Fabbri. Fu dopo circa un paio di settimane che Ciccio iniziò ad esternare i sintomi di queste gloriose, viziose notturne scorpacciate. Era al cesso del Giesse e stava cagando. Beh, lo sapete cosa ha cagato? Ha cagato un tegolino! Dopo due settimane di tegolini aveva cagato un tegolino! Certo, non era proprio un tegolino preciso all’originale, ma guardando gli escrementi galleggiare nella tazza, aveva proprio l’impressione che quello strano parallelepipedo fosse un tegolino. La cosa non lo preoccupò, perché a lui interessavano solo i tegolini. Intervallavo ogni morso con uno sguardo d’ammirazione, gioia e pazzia indirizzato all’oggetto del suo desiderio. Non ne vedeva i difetti, e pensò che il tegolino fosse qualcosa di soprannaturale. Ad ogni morso il corpo si liberava in un brivido caldo e profondo. Provò a tornare alle Fetta al latte, ma non ci riuscì. Nel tegolino aveva trovato il nirvana, nel tegolino aveva trovato la libertà.
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Venne ritrovato un commesso appena assunto dal supermercato la mattina della vigilia di Natale dello stesso anno. Fu per puro caso, fu perché sbagliò entrata. Stava cercando dei frollini perché erano finiti. Ironia della sorte. Di fronte a lui, nell’ombra del magazzino, un tegolino antropomorfo lungo circa due metri giaceva sdraiato sul pavimento, in condizione di demenza. Si capiva che, quel tegolino gigante, una volta era stato un ragazzo, un ragazzo che aveva amato, aveva giocato, aveva sorriso. Il commesso chiamò subito i soccorsi, ma ci fu ben poco da fare. Il medico legale constatò la morte di Francesco Morandini la sera stessa, a causa di una rara deformazione alimentare che l’aveva trasformato in ciò che mangiava da ormai due mesi, ossia un tegolino Mulino Bianco. Da quel giorno, in tutta Italia, i detti popolari “Parla come mangi” e “Siamo quello che mangiamo” vennero aboliti da libri, televisioni e giornali, ed il mulino del Mulino Bianco venne ricoperto per qualche giorno da un telo nero, in segno di lutto.
“Stanotte, che sia, sarà una folle notte”, urlava Caterina di fronte a me, tra il falò ed il mare. Saltava e girava su se stessa sino a perdere l’equilibrio, avvolta da un pareo bianco latte e un costume rosso come il cuore. Eravamo una decina, in maggioranza tedeschi, amici del campeggio. La notte era nostra, come era nostra la chitarra ed il fumo. Le stelle brillavano forti e luccicanti in un blu profondo e senza fine. L’odore era quello dei fuochi sulla spiaggia, la vista annebbiata da vino rosso e biscotti Mulino Bianco a fare da tappo. Era la libertà. Ci sentivamo stranieri nella nostra nazione, parlando un inglese intercalato da espressioni dialettali bresciane. Un ragazzo (decisamente più alto di me) mi invita a fare conversazione. Si parla (in tedesco) delle differenze di abitudini. Si parla sempre di differenze di abitudini, ad un primo incontro coi forestieri. Al discorso si aggiungono altri due, che con fare sospetto mi squadrano. Il mio tedesco è uno schifo. De Rossi in cinque anni mi ha insegnato l’Anarchia, mica il tedesco, penso io. Le canne girano, e io brillantemente faccio notare che questi artefatti non si cenerano, bisogna aspettare che la cenere cada da sola. Altrimenti si scappellano ed è un casino. Rompo il silenzio della notte con un colpo di tosse, e si continua a chiacchierare. Caterina si apparta con uno, dietro agli scogli. Non la vedo da un venti minuti, ma tra poco torna. La vodka alla fragola è di quella buona, passo la parola ad una tedesca niente male, piccola ma formosa e ben fatta. Mentre sorseggio dalla bottiglia il liquore, lei sorseggia Jack. Ne beve mezza bottiglia, e io a far finta di ascoltare. Le guardo le tette. Lei lo sa e si compiace interiormente. La mia testa inizia a fare kaputt, si fa pesante. Le parole scorrono difficili, al tedesco ho sostituito un inglese frammentario, sconnesso. Lei lo capisce, me la fa annusare, se ne va dagli altri. Rimango un secondo, un minuto, forse mezzora, da solo, appeso al quesito se vomitare o no. Opto per la seconda ipotesi evitando una madornale figura di merda coi crucchi. La ghiaia sotto il culo fa male, il terreno è umido, e la notte inizia a farsi sentire. Vado in tenda, ci provo, ma inciampo e finisco dritto nell’acqua. Devo pisciare, emettere qualcosa dal mio corpo, mi sta salendo su il nodino di maiale cazzo. Barcollo fino al mio rifugio, e trovo una felpa bagnata, ma solo un poco. La indosso e torno dai miei. In questo frangente mi accorgo che la situazione senza di me non è cambiata, e la cosa mi ferisce un poco. Ma sono troppo messo per fare ragionamenti. La notte scorre, sono le quattro e la gente inizia ad andarsene. Rimaniamo io, Caterina e pochi altri. Siamo in quattro. I due crucchi reggono poco, un dieci minuti e tornano anche loro nelle rispettive roulotte. Rimaniamo io e lei, indaffarati in discorsi pseudo poetici tardo rinascimentali. Le stelle, la vita, il futuro. L’alcol mi impedisce di seguire un discorso che duri più di trenta secondi. La testa è pesante, la nausea incombe. Penso di alzarmi, ma poi sorvolo. Non ce la faccio. I miei occhi si chiudono. Ho su le lenti a contatto. Sono le sei quando apro un occhio, tutto appiccicoso dalle secrezioni e dalle lenti. Fa freddo in questa spiaggia, e Caterina dorme sotto una coperta che ha dimenticato non so chi. Quando apro di nuovo gli occhi sono le otto e mezza. Il suono che sento è quello di un passeggino che cammina sulla ghiaia di questa spiaggia deserta. Mi sento uno schifo. “Cate, forse è meglio che io vada”
A vedere in rassegna i personaggi portati in scena da Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli nel loro spettacolo teatrale “I soliti idioti – Comico-psichedelico tour” (Alcatraz Milano, 22 novembre 2011) sembra di assistere a un nuovo capitolo de I mostri, pellicola anni ’60 dove Gassman e Tognazzi interpretavano i vizi della società, con gag paradossali che rappresentavano l’italiano medio alle prese con diverse situazioni della quotidianità.
Allo stesso modo il duo milanese di MTV analizza sotto la lente del grottesco vari ambienti dell’italianità come potrebbe essere vista dall’esterno del nostro Paese: ci sono i preti, la ministra e la coppia da gay pride, orgogliosa del proprio essere omosessuale e desiderosa di far pesare alla società una diversità di cui nessuno gli chiede realmente conto.
Lo show seppur infarcito di volgarità ed esasperazioni tipiche da cinepanettone, trae vigore dai numerosi tormentoni ripetuti a memoria da un pubblico in adorazione e dall’empatia alimentata da alcuni personaggi che scatenano un senso di amorevole protezione, come fossero incarnazione delle nostre più inconfessabili debolezze, da difendere strenuamente di fronte all’incedere della società.
E così c’è l’impiegata delle poste, forte del suo piccolo ruolo di potere, che costringe lo sventurato giovanotto Sebastiano Credici a subire ogni tipo di angheria per portare a termine una semplice operazione che richiederebbe una manciata di secondi.
Non mancano poi trovate sorprendenti, come l’idea di esordire tra il pubblico all’inizio dello spettacolo entrando in scena da una porta che dà sul parterre e la presenza dei Club Dogo che rappano assieme ai piccoli Niccolò e Gigetto nel celeberrimo sketch “Mamma esco”.
Lo spettacolo è accompagnato da un’orchestra (tra le cui fila vi è anche Enrico Buttafuoco, partner di Mandelli nel duo brit-rock Orange) che però non prende mai possesso della scena e fa da semplice cornice alle gag e da riempitivo nei numerosi cambi di scena che, comunque, sono fulminei e non fanno perdere ritmo alla narrazione.
La serata scorre via leggera, senza particolari emozioni o colpi di genio, in attesa del personaggio più acclamato e popolare della serie, l’ipercinico Ruggero De Ceglie così diverso dal figlio Gianluca, sensibile ed ingenuo; ed è proprio il paradosso della diversità ad innescare il meccanismo comico in buona parte delle situazioni surreali de “I soliti idioti”.
Mandelli e Biggio escono dalla tv per debuttare al cinema e nel farlo si servono di un elemento promozionale in più, quello dello spettacolo dal vivo, toccando con questo tour diverse zone dell’Italia e fagocitando ben tre medium diversi che si caricano a vicenda, dando vita a un’onnipresenza mediale che raggiunge idealmente qualsiasi spettatore.
La televisione però prevarica gli altri media e sul finale il “Nongiovane” Mandelli imbraccia la sua chitarra (la stessa utilizzata nel tour con gli Orange) e propone una sintesi musicata dello show che altro non è che una sigla, senza titoli di coda, di un programma tv trapiantato a teatro.
Luca Zanoncelli
Il 1 Dicembre 2001, in un panorama nazionale dominato da MTV e dalla diffusione quasi esclusiva di musica commerciale e mainstream, nasceva un’alternativa per tutti gli appassionati del rock e di tutti i suoi sottogeneri, dal black metal al punk: ROCK TV.
All’Alcatraz di Milano ROCK TV ha festeggiato il traguardo dei dieci anni di età.
A celebrare l’evento un parterre di artisti composto da Africa Unite, Apres la Classe, Casino Royale, Extrema, Marta sui tubi, Omar Pedrini, Persiana Jones, PFM, Rezophonic, Stef Burns, Shandon, Sud Sound System, The Last Fight, Vallanzaska, Vanilla Sky e naturalmente l’immancabile Pino Scotto.
L’evento si è svolto sotto la conduzione di Alteria (del duo di conduttrici del programma Database Ketty&Alteria, nonché cantante del gruppo No More Speech), che non ha fatto certo rimpiangere le tante vallette e presentatrici patinate che siamo abituati a vedere in televisione.
Pubblico numeroso ed entusiasta sotto al palco, composto in gran parte da giovani, ma si è intravisto anche qualche vecchio rockettaro “over 50” che non è voluto mancare all’evento.
Particolarmente degne di nota le esibizioni di Omar Pedrini, ex leader e frontman dei Timoria, che ha rispolverato il suo vecchio successo Senza Vento, dei Vallanzaska, storico gruppo della scena ska italiana, dei milanesi Extrema con il loro thrash metal senza tempo, dei Vanilla Sky e di Stef Burns, forse meglio noto per essere il chitarrista di Vasco Rossi.
Qualcuno avrà sentito la mancanza di Enrico Ruggeri, forse il più noto al grande pubblico tra i nomi presenti in scaletta, annunciato assieme a Marta sui tubi ma che alla fine non è apparso sul palco. Una menzione speciale va ai PFM, formazione che ha fatto la storia del rock progressivo in Italia e che dopo oltre 40 anni di carriera è presente ancora e più che mai nella scena musicale, ed è ancora in grado di emozionare sia i fans più “attempati”, sia i giovani che non erano ancora nati quando già erano all’apice del successo.
A chiudere la serata l’idolo del pubblico di Rock TV, Pino Scotto, che accompagnato dalla sua band ha riproposto alcuni pezzi dall’ultimo album Buena suerte, e come suo solito non ha mancato di elargire alla platea alcune sue perle di saggezza.
Un evento durato oltre quattro ore, quattro ore di rock vero e genuino, quattro ore per dimostrare che c’è ancora una larga fetta di pubblico che è ancora capace di appassionarsi a gruppi e generi musicali non propriamente mainstream, ma che fanno musica con cuore e con passione.
Avanti così, ROCK TV. Ti aspettiamo per il ventesimo compleanno, sempre con lo stesso entusiasmo!
Articolo a cura di Stefano Zanotti
Foto di Zonk Volta
Milano, sabato 22 Ottobre 2011, ore 11:00. Studio California. Popi si stupisce del suo arrivo in orario. È infatti il primo dei cinque ospiti (a seguire, in ordine sparso, ci raggiungono James, Alvin, Fortu e Pizzo) che incontreremo stamattina, a distanza di due anni.
Stiamo parlando dei NOTIMEFOR. Ricordate? Nel 2009 erano sempre in cinque, ma con due componenti diversi. In questi settecento e passa giorni ne è passata di acqua sotto i ponti. Oggi vogliamo fare il punto della situazione, interrogarli sul loro ultimo tour in Russia e il loro ultimo EP, “Happy Youth”.
Ve li proponiamo così, “senza filtro”, per un’intervista che ben presto si è trasformata in una chiacchierata che ha toccato temi più ampi.
Popi. Siamo i Notimefor, siamo un gruppo pop punk, almeno così dicono. Suoniamo dal 2006 e siamo in cinque ragazzi. Siamo presi bene.
Alvin. Pazzia, casualità, stupendo, Vodka e “Siski”, che in russo vuol dire “tette”. In inglese… Vodka, Shows…The-Greatest-tour-Ever-Done!
Pizzo. Con i cinesi. Eravamo in un locale a Mosca a fare dj set e alla fine della serata non volevano darci il cachet. Io ero un po’ ubriaco, il nostro tour manager pure e quindi abbiamo fatto un po’ di casino nel locale.
Prosegue Alvin.
Ci siamo anche trovati a piedi mentre stavamo andando in Francia. Stavamo andando a suonare a Parigi e nel bel mezzo della notte, o meglio nel bel mezzo del cammin di nostra vita ci ritrovammo fermi in autostrada. Ci siamo trovati fermi di notte, proprio dietro a una curva, con le macchine che andavano a 36.000 all’ora di fianco a noi. Alla fine ci siamo fermati lì e abbiamo chiamato la polizia. Ci hanno detto di stare fuori dal perimetro dell’autostrada, vista anche la nebbia, dopo un po’ sono venuti a prenderci. In pratica il problema si è posto perchè abbiamo finito la benzina. Il contachilometri era rotto e quindi andavamo a calcolo. Era notte, non ci abbiamo pensato e questa cosa ci è costata tipo sui trecento euro. Siamo andati a suonare in perdita. Alla fine però ci siamo divertiti!
Alvin. Quando siamo andati ad Amsterdam. In generale ogni volta che usciamo dall’Italia, magari non l’ho pensato in Russia. E mi fermo qui. Non perchè sia un brutto posto, ma perchè è davvero lontana dai limiti del senso compiuto. In linea di massima sempre, quando ci troviamo all’estero.
Pizzo. Se sono ancora qui è perché penso di fare non tanto grandi, ma belle cose. Mi alzo la mattina e sono felice, soprattutto quando dobbiamo andare a suonare.
Popi. Dei bei dischi da ascoltare. E poi il ricordo di un gruppo che aveva voglia di fare. Mi piacerebbe a posteriori essere ricordato in modo positivo come gruppo, non per forza perchè stiamo facendo la rivoluzione di qualcosa, non proponiamo nulla di nuovo, ma per il modo sincero in cui lo proponiamo.
Popi. Contenti e felici, come adesso. Non so cosa faremo, le nostre vite dove ci porteranno, ma sicuramente in “gaina” (gaina: termine gergale per indicare uno stato festaiolo)
James. La musica è arte, espressione di se stessi. Per questo secondo me è una cosa senza regole, non ci sono leggi, nè come farla nè cosa devi fare. Non hai limiti. Purtroppo tante volte viene incanalata da certe cose tipo i soldi e la fama. Bisogna invece provare a tenere la parte più sincera della musica e fare solo quello che ti senti di fare.
Sicuramente è difficile e non è una cosa che puoi programmare come tante altre. È un mondo molto difficile! Io personalmente suono con loro e poi suono la batteria su tante cose diverse. Non ho solo un gruppo quindi spero che la musica rimanga in qualche modo sempre con me. Anche se dovessi tornare a fare il magazziniere, una volta a casa suonerò. Perchè è una cosa che mi mancherebbe. Sarebbe come se la mia giornata non fosse completa, senza la batteria.
Prosegue Alvin.
Non so cosa farò tra quindici anni, se suonerò o non suonerò. Che la mia attività sia scrivere, disegnare o suonare con i Notimefor la musica non puoi toglierla. Sono certo che la musica farà parte di quello che faccio. La musica è un mondo in cui sto bene, non riesco a farne a meno. Va di pari passo con qualsiasi altra mia attività.
Fortu. A livello di show Vologda e Vornezh. Nella prima il nostro tour manager teneva i ragazzini ai lati del palco perchè erano troppi quelli che si volevano buttare nel crowd-surfing. Quella è stata una serata in cui sul palco ero felice, sentivo proprio l’emozione del pubblico.
Popi. Le Issues sono un’ottima idea che abbiamo avuto due anni fa. Che ci spingano a fa crescere il numero di fan, quello non lo so però possono dare una view carina su come siamo noi e su quello che viviamo. Abbiamo finito la prima serie di Issues che sono sette e partiremo con dei nuovi episodi che vorremmo fossero mensili. Ci saranno delle novità tipo gli “high-moment”, con situazioni un pò diverse.
Alvin. Noi abbiamo sempre documentato quello che facevamo, senza avere l’idea di pubblicarlo. Abbiamo sempre avuto il nostro amico Guido che veniva con noi (che salutiamo). Avevamo sempre un occhio esterno che ci seguiva. Magari la sera torni dal tour, ti fai una serata con gli amici e metti su qualche video, e giù tutti a ridere. Poi mio fratello Ariel è interessato al montaggio e gli ho chiesto di montare qualche episodio con il girato di Guido. Sono delle compilation di noi in giro. Guido è l’occhio esterno. Fa tutto con noi. Nelle nuove Issues a me piacerebbe concrettizzare e sottolineare di più questa cosa, ovvero tutto più concentrato sul suo occhio. Perchè lui fa la festa con noi, al concerto è con noi, si ubriaca con noi. È incazzato come noi se ti si rompe il furgone, con la differenza che registra. La visione è la sua. Quindi sarebbe bello sottolineare questo aspetto, che lui riprende non i Notimefor come band, ma riprende la sua vita insieme a noi, che siamo i suoi amici. Non è un cameraman che riprende una band nei momenti più importanti, ma un amico che è in giro con il gruppo e potrebbe fare un reportage per qualsiasi cosa. Ovvero i documenti che ha lui per esempio sulla Russia non sono di un gruppo in tour, ma sono di cinque amici che vanno in giro, che litigano, che si divertono, che mangiano, che fanno feste.
Popi. Sono cose fondamentali prima di tutto per essere credibili. Poi per quanto riguarda la carriera, sì è un percorso, quindi tutte le cose che fai si aggiungono a questo percorso.
Alvin. Abbiamo sempre ragionato a bandierine, non avendo nessun canale grosso che ci spinge a prescindere. Perciò se noi non facciamo niente, il gruppo non fa niente. È tutto in relazione a quanto ci impegniamo noi. Poi i colpi di fortuna ci sono a volte, o al contrario le sfighe che spesso sono di più. Ragioniamo a bandierine anche a livello geografico, per esempio questo tour in Russia è stato un mattone in più rispetto al tour dell’anno scorso. Cerchiamo sempre di espanderci, ci vuole la nostra spinta personale.
Fortu. Anche riguardo ai singoli aggiornamenti sul web. È una cosa che quotidianamente portiamo avanti. Le cose non vanno fatte a pezzi, far passare troppo tempo tra una cosa e l’altra. L’impegno costante deve arrivare a essere spontaneo. Altrimenti non serve a niente.
Alvin. Il gruppo esiste dal 2006. È una crescita e un evoluzione per ognuno di noi, un continuo cambiamento. Con gli aggiornamenti facciamo capire che quello che avviene è frutto delle menti del gruppo. Se deve uscire l’ep cerchi anche di far vedere come stiamo in studio. L’ultimo lavoro per esempio lo abbiamo fatto in regime di home-recording e non è una cosa nascosta. Dalle Issues si vede come lavoriamo, che tipo di scelte facciamo. Questo è importante soprattutto per chi non ci conosce personalmente.
Popi. “Happy Youth” è un ep abbastanza veloce, deciso. Non è affrettato anche se quando è stato rilasciato è uscito in termini un pò veloci, proprio da un punto di vista tecnico, di come è stato realizzato. Abbiamo avuto dei problemi quando abbiamo ricevuto i brani in ritardo e abbiamo mandato subito in stampa. Se c’è da dire che è il lavoro perfetto dei Notimefor, la risposta è no, non ancora perchè ci sono delle cose che tutti cambieremmo. I pezzi sono stati scritti nell’arco di tempo di un anno, quindi il lavoro di composizione dietro c’è. Ci hanno dato una mano gli ex componenti della band. Gli arrangiamenti sono anche loro. È veloce, poteva esserlo ancora di più perchè non ci spaventa. È quello che siamo adesso noi, anche se in realtà stiamo cambiando ancora.
Alvin. Secondo me è un ep che ha le pretese da ep. Come il dito piccolo deve fare da dito piccolo e il dito grosso da dito grosso. È una cosa che andava fatta. Comunque noi avevamo pubblicato un disco nel 2009 e ci siamo trovati alla fine del 2010 a pensare “ok arriva un altro anno e noi non stiamo facendo niente di nuovo”. Non abbiamo mai smesso di suonare in giro dall’album alla stesura dei nuovi pezzi dell’Ep, quindi non ci siamo trovati a casa un anno a far niente. Comunque era arrivato il momento di far qualcosa di nuovo, anche perchè passa il tempo e diventi grande, ti inizia a crescere la barba, inizi ad ascoltare anche altre cose. Non dobbiamo mai dimenticarci di essere un gruppo e quindi l’ep “Happy Youth” è stato per noi un altro passo importante. Sono sei pezzi, l’Ep ha una vita più breve di un disco, ma serve anche a noi per ricordarci di non star fermi. Infatti adesso stiamo preparando il nuovo lavoro.
Come dicevamo è stato un promemoria e sintomo di qualcosa che è in evoluzione. Se vi aspettavate dall’ep un disco come quello di prima siete rimasti delusi, se vi aspettate il prossimo album come “Happy Youth” rimarrete delusi. Se invece siete come noi, che consumate diversi tipi di musica e vi piace vedere che un gruppo è vivo, cambia e si evolve, vi piacerà.
666, all’unanimità.
Alvin. High 5. Nel suonarla live abbiamo sistemato l’arrangiamento, ci abbiamo aggiunto qualcosa. Quando riascolti i pezzi ti viene in mente “potevo aggiungere la chitarra lì ecc…”. Non per questo la rifaremmo.
Alvin. Siamo ancora giovani e felici. Qualunque persona se fa quello che fa con convinzione e passione è contenta. Sotto a questo titolo si nasconde anche un pò di malinconia, soprattutto pensando a quello che sta accadendo attorno a noi: scuola, precariato e vari temi attuali. È anche una provocazione chiamare un album così. Nell’ep c’è una canzone che si chiama Wasted Youth, come a dimostrare lo scontro che c’è in questo momento. Anche le grafiche giocano su questa contrapposizione. C’è una barra sopra Wasted, per cancellarlo ma senza inserire al suo posto Happy. Abbiamo giocato su queste due parole contrapposte. Dopo che è uscito il nostro ep abbiamo notato che tra l’altro è stato un anno caratteristico per “Youth”, tante canzoni e dischi usciti contenevano questa parola. Probabilmente è un anno dove si parla della gioventù. È un concetto che quest’anno è stato comune senza mettersi d’accordo.
Rispondono Popi e Alvin. Il precedente album era sicuramente più patinato o glitterato come dici tu, ma per volere della produzione. Sulla composizione la nostra linea è sempre stata abbastanza chiara, poi ovviamente in fase di registrazione e nella scelta dei suoni la produzione può voler dare un’impronta diversa. Un’immagine curata ci appartiene ancora oggi, ma per quanto riguarda il suono, cose come il vocoder non fanno più parte di noi.
Alvin. Big Cartel (http://notimefor.bigcartel.com/) per comprare il cd fisico, Itunes pe la versione digitale. Si può anche scaricare gratis anche su quei blogspot che trattano di pop-punk.
Pizzo. Nostalgia no, sono cambiati i tempi e adesso le persone scaricano!
Non vorresti che la tua musica venisse ascoltata con più “attenzione”?
Pizzo. Sicuramente sì. Infatti come dicevamo prima se uno vuole comprare il disco lo compra, altrimenti se lo scarica. Non la chiamerei però nostalgia.
Popi. Si ha forse più nostalgia dell’oggetto che del modo di consumare la musica. Io per esempio ho più nostalgie delle cassette. Nostalgia del feticcio.
Alvin. Quando abbiamo cominciato a poter ascoltare la musica che volevamo, cercandola su internet e non ci siamo più trovati ad ascoltare quella che si trovava nei negozi di dischi non è stato male. Il feticcio ha la sua importanza anche perchè non è bello nemmeno ridurre tutto all’ascolta di una canzone dal video di Youtube. A tutti piace l’idea del supporto, toccare, guardare e sentire l’odore della carta, ma non siamo assolutamente contro a quella che è stata l’evoluzione. Siamo pro.
Popi. Più che il concetto di band è il concetto di serata che è cambiata, con l’avvento della musica elettronica. Se prima c’erano i gruppi cover che magari portavano tanta gente o con il tuo gruppo facevi il tuo show ora mi sembra che la musica dal vivo sia un pò meno apprezzata di qualunque serata electro, dubstep, garage ecc. Forse la sera la gente preferisce dire “mi vado a spaccare” ad un evento, piuttosto di andare a vedere un concerto, che è poi come dire “vado a teatro” o “vado a una mostra”. Non so perchè, forse è più ignorante come serata?
Alvin. È semplicemente più facile. Vai prendi un drink, fai pubbliche relazioni, dura di più perchè stai anche tre ore. C’è il remix del pezzo che ti piace. La cosa bella sarebbe avvicinare queste due cose.
Popi. Con la cura dell’immagine e rispondendo alle persone che ti scrivono. Rispondere a prescindere agli utenti anche se non li abbiamo mai conosciuti. Fin ora siamo riusciti a gestire il rapporto senza problemi. È la nostra attitudine.
Alvin. Dovessimo un giorno avere un numero assurdo di fan, allora magari sarebbe più complesso. Accostarsi a un gruppo è condividere. A nostra volta seguiamo altri gruppi che ci piacciono. Se alle persone piace quello che facciamo vanno su Facebook, ci conoscono meglio, trovano i nostri video e li condividono e magari cominciamo a piacere anche ad altri. È tutta questione di condivisione che non porta nemmeno via tempo. È un’ azione rapida.
Popi. Sì in macchina.
Alvin. Io non l’ascolto mai. Non mi piace farmi imporre musica, piuttosto mi faccio io la mia playlist, andando su internet e scoprendo anche gruppi nuovi, così come faceva un tempo la radio che scopriva le nuove band.
James. Alla radio ti martellano sempre con le stesse cose.
Fortu. Io entrambe le cose, internet e radio. Spesso ascolto dibattiti alla radio. Non sopporto il rock da radio, tipo i Nickelback.
Fortu. Io sì ne ascolto tante.
Alvin. Io ascolto mixtape o podcast, con tanti gruppi, tipo compilation.
Alvin. Come gruppi nuovi i Verme.
Popi. I più bravi rimangono sempre i Club Dogo, soprattutto i primi dischi.
Alvin. Noi siamo di Milano e abbiamo avuto modo di seguirli da sempre. Tutto il percorso che hanno fatto può essere discutibile, ma rimangono i migliori. E poi il nostro amico Trapped che se si impegna e prosegue su questa strada secondo noi farà belle cose. Sai ci sono tanti talenti che poi non vanno avanti, dipende da tante cose, anche da una dose di fortuna. Lui ha quell’attitudine vecchia scuola su tematiche giovani.
All’unanimità Cesare Cremonini.
Pizzo. Io ho “Squerez” originale!
Fortu. Anche Max Gazzè.
Alvin. Sto scoprendo il gusto del suono del basso (fuori onda…ridacchiano i compagni “meno male…dopo dieci anni che suoni!”). In generale se suoni il pop-punk easy attacchi un buon basso e suoni, tipo un Fender. Andando avanti, cambiano anche i tuoi ascolti. Con il digitale addirittura attacchi una chitarra e la fai suonare come un basso. Ogni strumento ha la sua particolarità. Io al mio basso sono legato. Gli voglio bene!
Mi è successo esattamente il contrario. Io ho suonato per due anni con un altro basso perchè il mio era rotto, ho spaccato il manico facendo l’imbecille, facendolo girare. Tra l’altro dove, non in una mega arena davanti a migliaia di persone, ma in camera mia ubriaco con gli amici. Era un Fender americano. L’ho fatto aggiustare e adesso che lo suono di nuovo sento la differenza con il basso di prima.
Alvin. A livello scolastico no. Ma in camera mia suono la chitarra acustica.
Popi. Io sì. Nei Notimefor canto, ma suono la chitarra e in passato ho suonato anche il basso. Per un cantante è un dovere suonare almeno la chitarra.
Alvin. Mi sono cimentato anche con la batteria, che è stato il primo strumento che desideravo suonare, poi alla fine ho scelto il basso. Due anni fa quando registravamo il disco io e Popi siamo andati in studio per buttare giù gli arrangiamenti nuovi e per registrare dei provini. Ci siamo messi a improvvisare, io chitarra e voce, lui alla batteria. È importante giocare e sperimentare con gli strumenti.
Alvin. L’ottimismo è il sale della vita… Il pessismo non è sentimento positivo, quindi si spera sempre che qualcosa cambi. In realtà il mio sogno come ti dicevo prima è trovarmi fuori da questo paese, che è un paese per vecchi.
Popi. La pensiamo tutti così.
Alvin scherza…Popi prenderebbe la strada della “patata”, quindi non cambierebbe niente. Punterei sui giovani che hanno voglia di fare. In tante città europee le zone vissute non sono per forza quelle in centro, ma quelle dove trovi gli studi di tanti giovani che si occupano di cose diverse, dalla moda non intesa come alta moda, ma s’intende la ragazza che cuce i vestiti, vie piene di piccole gallerie d’arte, vie con i locali per suonare. Fornendo gli strumenti ai giovani cambiano le città, cambiano i modi di fare. Non chiuderei i centri sociali, anzi fornirei ai volenterosi tutti quegli spazi inutilizzati. Se questi spazi li dai in mano ai giovani è tutto di guadagnato per la città, non solamente per un certo tipo di giovani o di persone. Questa è una cosa che in Italia non c’è.
James. Forse è il motivo per cui vanno così tanto le discoteche. Arrivi al fine settimana e ti rifugi lì, anziché metterti a creare qualcosa, a organizzare una serata, a fare sacrifici per poter portare avanti uno spazio vissuto da giovani.
Alvin. Va dato spazio a quella che è la creatività dei giovani, ma per giovani intendo gente che va dai 18 sino ai 35. Perchè ora le persone non lo fanno, perchè per aprire un posto ci vogliono tanti soldi, ci sono leggi restrittive.
Fortu. Sono assolutamente d’accordo sul dare opportunità ai giovani, però laddove ci sono motivazioni e contenuti. Le passioni devono trasformarsi in qualcosa di vero.
Alvin. C’è anche il problema delle raccomandazioni. Non per forza chi spicca è il ragazzo talentuoso, magari è semplicemente uno che è inserito in certi ambienti e ha delle conoscenze.
Alvin. Dalle elementari al liceo inserirei musica. Suonare qualsiasi tipo di strumento dal violino al contrabbasso, ma anche il canto corale. La musica fa bene alla persona. Anche se vuoi fare l’ingegnere.
James. Io darei l’opportunità in generale di scegliersi qualcosa di extra-scolastico, non solo in campo musicale, da portare avanti durante tutto il corso di studi e che possa dare anche dei crediti. Qualcosa che uno sceglie e non gli vienga imposto.
Alvin. Io toglierei religione, anzi no. Non la toglierei per rispetto a chi ci crede. Però farei un corso alternativo, una materia che non sia “Panini al bar”. Una materia per cui devi essere presente a lezione perchè ti insegnano qualcosa, che poi magari ti piace e la porti avanti. Che sia ceramica, musica o giornalismo. Ma il corso alternativo alla religione non deve essere “panini al bar”, piuttosto “Pongo”!
Popi. In modo diretto no. Non siamo un gruppo politicizzato. Gli ideali politici sono fuori dai Notimefor.
Alvin. Che poi politica è tutto. C’è una politica dietro al gruppo, ma non nel senso che cantiamo le canzoni dei Los Fastidios!
Pizza o Kebab? Alvin. Pizza-Kebab. Non non è vero l’ultima volta in cui ho preso una pizza-kebab mi ha fatto schifo. Adesso mangerei un Kebab, ma in generale la pizza.
Bici o macchina? Popi. Preferisco la bici, ma adoro andare in macchina, quindi macchina.
Cinema o Pub? James. Pub.
Mozart o Beethoven? Pizzo. Non ascolto tanto la musica classica, comunque Mozart.
Italia o Russia? Fortu. Italia.
Inter o Milan? Alvin. Se devo scegliere, assolutamente Milan. Ma non me ne frega niente.
Penna o Tastiera? Popi. Tastiera, sono più veloce.
Mattina o sera? James. Sera.
Single o fidanzati? Pizzo. Non si può rispondere a questa domanda. Dipende dal periodo della vita. Comunque Single.
Carriera o amore? Fortu. Non lo so è impegnativo. Non rispondo.
Birra o vino? Alvin. Birra. Bruciate il vino.
Youtube o Vimeo? Popi. Vimeo
Pornhub o Youporn? James. Ho altre fonti più pregiate.
Felpa o maglione? Pizzo. Oggi ho il maglione, ma felpa.
Lady Gaga o Rihanna? Fortu. Lady Gaga
Cuffie o auricolari? Alvin. Auricolari.
Libro o ebook? Popi. Il cartaceo è più bello. Libro.
Film drammatico o commedia? James. Non lo so.
Bionda o Mora? Pizzo. Mora.
Intendevo la birra. Pizzo, Allora bionda.
Selen o Belen? Tutti. BELEN!
Intervista e foto a cura di Zonk Volta e il team di MAGMUSIC!
Con uno sguardo al panorama internazionale è proprio il caso di parlare degli Hurts, duo britannico formatosi a Manchester, che può contare sulla voce autorevole di Theo Hutchcraft e sul sintetizzatore eccitato di Adam Anderson. “Happiness” (2010), è il loro album d’esordio che non ha paura di farsi ascoltare dalla prima all’ultima traccia.
Il loro mondo di riferimento è il synth pop, ma la proposta degli Hurts è inesorabilmente melodica, certo immersa in un’ambientazione sonora ricercata. Gli Hurts sono molto sinth e molto pop.
Ascoltandoli è forte la tentazione di associarli ai grandi del sinth, Depeche Mode, Duran Duran e Pet Shop Boys che quel genere lo hanno fatto crescere negli anni ottanta, seppur con prerogative diverse. Gli Hurts non hanno inventato nulla e questo è certo, ma le carte per essere degni eredi dei grandi le avrebbero anche. Con abile maestria fondono ed effettano i suoni, come nella miglior tradizione elettronica. I testi sono orecchiabili e poggiano su synth che si aprono all’unisono nei ritornelli trionfali. Protagonisti indiscussi, riverbero, eco, pianoforte e claps.
Superate le audizioni con il primo disco arriva la tanto citata prova del nove della musica. Il live. È il 26 ottobre e la scena si apre all’Alcatraz di Milano. Al duo si aggiungono un quartetto d’archi, un batterista, un chitarrista/bassista e un tastierista/polistrumentista. Tutti i musicisti sono in ombra nell’intro e si fanno strada ai lati del palco due ballerine coperte da un mantello nero con una maschera della morte sul viso. Entrano Theo e Adam con abiti neri ed eleganti e acconciature scolpite. Sembra l’inizio di un rito. Un’esibizione quella degli Hurts intrisa di contrapposizioni scenografiche, sonore e liriche tra luce e oscurità, tra sacro e profano. Eclatante il guanto nero del cantante che per tutta la durata del concerto porge al pubblico più che lanciare, rose bianche. Il bianco e il nero.
L’amore è il tema caldo nei testi degli Hurts. Il momento dell’addio, la consapevolezza dei rapporti dopo la perdita, la solitudine, lo scorrere del tempo e la speranza di un ritorno, questi aspetti sono costanti.
Si comincia. Un sinth effetto “orologio a cucù” fa da fondamenta all’intensità del primo brano, “Silver Lining”. Un crescendo verso un ritornello esploso. Cori perentori che ripetono la parola “Silver” nel finale, quasi a volerla scolpire nelle menti degli spettatori. “Wonderful life“, singolo con cui debuttano nel 2009. Anche qui i suoni evocano lo scorrere del tempo, il ticchettio lineare di un orologio, in perfetta contrapposizione con le liriche spezzate del ritornello. Antitesi con “Happiness” sul tema della ricerca della felicità. Il testo inizia con un interrogativo “Are you looking for happiness?, nel ritornello arriva un inciso “I don’t want your happiness”, ma il finale si conclude con un impeto di speranza “I hope you find happiness”.
Siamo ancora all’inizio del concerto, ma già con il brano “Blood, Tears & Gold” si tocca un picco, con una partecipazione totale del pubblico per passare un attimo dopo all’intimità di “Evelyn”. L’assolo di batteria è il lancio di un magico ritorno al passato. Meta anni ottanta. Il duo britannico con “Sunday” consacra la vitalità di quegli anni, più che emularla. La band fa rivivere atmosfere e suoni, con un’interpretazione molto consapevole e per questo credibile.
Elementi orchestrali elevano lo show. Assolo del quartetto d’archi e sulle note di “Gloomy Sunday” escono le ballerine e danzano con dei nastri rossi. “Verona“, una ninna nanna colta e dolcissima, che Theo interpreta con grande pathos. E ancora “Mother Nature”, un ritorno alle origini e alla musica classica. “Unspoken” un’ascesa che racconta la delicata fase in cui bisogna dimenticare qualcuno e tutti i non detti che affollano la mente. Sul finale questo brano riserva una bellissima strumentale di archi che rilanciano l’inciso “Leave it unspoken”. “Devotion” featuring Kylie Minogue nell’album, è una marcia introspettiva, dove la devozione è l’ancora di salvezza nei momenti di perdizione.
Inizialmente gli Hurts possono sembrare due figure patinate e imperturbabili, ma è un fatto puramente estetico. Durante il live si abbandonano completamente e sembrano appartenere al loro pubblico. Le distanze vengono annullate, Theo e Adam si emozionano per e con gli spettatori. Il loro show è dinamico a livello emotivo in una dimensione intensa da vivere tutti insieme. Complice il loro sound fortemente evocativo, forse più d’effetto rispetto ai testi stessi.
Forse l’unico momento del concerto dai toni più spenti è questo, ma col senno di poi si tratta semplicemente di un momento di quiete prima del gran finale. “The water” in versione strumentale fa da intro alla cover del brano di Kylie Minogue, “Confide in me” e poi “Affair”.
E arriviamo a una delle best track dell’album, “Illuninated” il cui sviluppo può portare alla commozione. Proietta nella mente l’immagine di un’amore talmente intenso e luminoso da acceccare.
Finale in ascesa. Arriva la tanto attesa “Stay” Questo brano assume le sembianze di una splendida preghiera, che qualunque persona abbia perso il grande amore vorrebbe dedicare per tentare la riconquista e il lieto fine. I cori presenti nel ritornello e nel finale sono un richiamo fortissimo, una dichiarazione inesorabile. Theo conferma qui le sue indiscutibili doti vocali, protagoniste pur sviluppandosi su una voce pre-registrata. Se così non fosse non avremmo l’effetto di genere, dove la voce è a sua volta un suono che si fonde con gli altri suoni del sinth e degli strumenti. Di conseguenza quell’aiutino vocale che nessuno ha la pretesa di nascondere al pubblico non è un fattore di delusione, piuttosto e lo comprendiamo, un’esigenza artistica.
Intro di pianoforte e comincia “The Water“. “I wish that I was stronger, I’d separate the waves, Not just let the water take me away” (Vorrei essere più forte, separerei le onde, non lascerei che l’acqua mi porti via). Questo pezzo è una vera sorpresa. Ascoltandolo senza pensare al testo ci si immagina l’acqua come fonte di di vita. E invece l’acqua in questo brano è associata alla tortura, perchè può portare sotto la superficie, può far arenare. Ancora una volta il doppio aspetto delle cose nella poetica degli Hurts.
Il finale è tutto danzante con “Better than love”, il singolo che li ha resi celebri anche qui in Italia.
Un duo britannico che non ha inventato niente, ma attingendo dal passato e dalla propria visione del mondo, è capace di toccare tutta la gradazione delle nostre emozioni, anche quelle nascoste. L’antitesi e il dualismo che loro portano in scena non sono altro che l’essenza della vita stessa. Vi sembra poco?
Articolo di Francesca Avallone
Il 13 Ottobre 2011 all’Alcatraz di Milano si è celebrato il 3° compleanno di Hip Hop TV, unica emittente televisiva dedicata al genere, in onda sul canale 720 di Sky. Come nelle precedenti edizioni la regia della serata è stata impeccabile e ha garantito l’esibizione di oltre quaranta esponenti dell’hip Hop Italiano per cinque ore di show. Sold out è riduttivo in questo caso, considerando la quantità di persone rimaste fuori dall’Alcatraz. Ogni anno è questo il trend. Lo staff di Hip Hop TV ha pensato anche a loro e ha messo on line un sito www.hiphoptv.it, dove poter consultare video e foto della serata.
La location ha creato quell’atmosfera da club underground che si addice a questo evento per natura. Dall’altra parte pubblico esteso, attesa, palco scenografico e bollente, hanno costruito una scena tipica dei grandi concerti delle star.
Cronaca dello show.
Esibizioni repentine, presentate da Rido, Max Brigante e Michele Wad Caporosso. Rapper che danno sempre più importanza al contenuto, oltre che al mezzo.Vediamo alcuni momenti significativi di questo compleanno tutto live. Al via lo show con sei talenti della breakdance per la crew Natural Force, di cui fa parte anche Dj Herca subito in consolle per preparare il pubblico al lunghissimo show. Herca conduce “Urban Charts” proprio su Hip Hop TV. Le esibizioni entrano nel vivo con Izio Sklero, che proprio quest’anno è uscito con il suo primo album ufficiale dal titolo “Inizio”, ricco di collaborazioni con numerosi esponenti dell’Hip Hop Italiano.
Maxi B propone il pezzo “Claustrofobia”, tratto dal suo ultimo mixtape “Cattivo”; un testo ricco di riferimenti ai fatti di attualità e alle incertezze di questi anni, con citazione nel ritornello di “Life is Life” degli Opus. Al celebre “La la la la la” segue l’adattamento “Io non mi arrendo mai e poi mai…e questo è certo” al posto di “Life is life”. Maxi B oltre ad essere convincente nei suoi lavori, lo è anche ampiamente sul palco. Vi segnaliamo volentieri “Dov’e’ Dio 2” altro brano del suo mixtape interpretato con Salmo. A lunghi tratti questo pezzo è meglio di un articolo di giornale. I toni sono certamente duri, ma è un buon esempio di come l’Hip Hop può diventare sempre di più un mezzo espressivo utile per una denuncia sociale tutta all’italiana, in maniera conforme alla propria natura di genere e non per forza distruttiva, ma al contrario costruttiva. Quando un rapper ha coscienza perché non dare voce alle sue idee, soprattutto in un momento in cui alle giovani generazioni mancano dei riferimenti politici, pensieri e leader con cui confrontarsi. È uno stimolo.
Numeri 2. Strumenti musicali a servizio dell’Hip Hop. E’ in arrivo il disco dei Numeri 2 & The Band. Un nuovo capitolo di una storia cominciata oltre dieci anni fa. Un metodo che suona vincente, nella misura in cui la sensibilità al suono di un produttore come Mastermaind, si incontra con le abilità tecniche di una band in carne ed ossa. Per ragioni logistiche al compleanno di HHTV si presentano in formazione senza band, Kimo, Sopreman e Alekarmine al mic e Mastermaind nella signora consolle allestita per la serata. Riservano al pubblico un bel mix di “Swedish Gorilla” e “Fiori nel cervello”.
Finalmente una donna sul palco, eccola Baby K sicura di se stessa in un mondo prettamente maschile, portare in scena le intenzioni della “Femmina alfa”. Aggiungiamoci che questa ragazza si porta in giro una sana gavetta e una buona presenza scenica. Risulta naturale nell’esibizione, tanto da sembrare non sentire il peso della sua unicità in questa occasione. E’ la sola donna in scaletta. Ha le carte in regola per costruirsi una carriera al pari di tanti rapper italiani e non dispiace il sostegno che sembra arrivarle dai suoi colleghi, che la chiamano per collaborazioni.
Altro momento significativo di questa serata. Quando afferra il microfono fa cantare l’Hip Hop Italiano. Stiamo parlando di Daniele Vit. E’ intensa la sua voce e ammirevole il suo impegno. E’ un valido elemento della musica italiana, appartenente al genere R&B. Viene in mente un certo Tiziano, l’anagramma del suo nome è “notizia” e nel 1999 ha collaborato con il gruppo più longevo del rap italiano, gli A.T.P.C. nel brano “Sulla mia pelle”. Di cognome fa Ferro. Facciamo cenno a questa similitudine voce intensa/collaborazioni Hip Hop perchè è un modo diverso per sottolineare che Daniele Vit è un bravo cantante come lo è Tiziano Ferro. Si esibisce con Tormento, il pezzo è “Solo lei è quello che voglio” ed e è tratto dall’ultimo album di Vit “Chi sono veramente”. A seguire “Credibilità”, una collaborazione con i Club Dogo, contenuta sempre nello stesso lavoro.
La scaletta della serata assume consistenza col passare dei minuti. Nel backstage notiamo la presenza di Franco Godi, produttore musicale che ha fatto la storia del cinema e della tv e conosciuto al pubblico più giovane per la collaborazione con J-Ax fin dagli albori degli Articolo 31.
L’artista che fa saltare il pubblico questa sera è Fedez, che esordisce con uno dei suoi singoli più acclamati e sinceri: “Ti vorrei dire”. Già sul primo pezzo cantano tutti, per poi continuare a farlo con l’altra hit “Tutto il contrario” e con la più danzereccia “Ti porto con me”. La freschezza e la simpatia di questo giovane rapper lo rendono secondo noi il dominatore attuale della new generation. Molti hanno fatto dei paragoni forse un po’ azzardati col primo Fibra di Mr Simpatia. Se effettivamente in qualche pezzo lo stile può presentare delle somiglianze, va detto che Fedez a differenza del veterano Fabrizio Tarducci, ha un’inedita predisposizione a trattare temi profondi e complessi di disagio senza mai sfociare nel dramma. Inoltre il suo talento gli permette di cambiare spesso registro e passare a testi più leggeri senza che si avverta un taglio troppo repentino. Aspettiamo con non poca impazienza il suo primo album ufficiale sotto etichetta “Tanta Roba”, già registrato e mixato, che dovrebbe uscire ormai nell’arco di un mese. Segnaliamo anche la presenza di Fobia, teen-rapper che stasera supportava Fedez nelle doppie voci e suona a sua volta con la Troupe D’Elite. Abbiamo visto un loro video su YouTube e seppur grezzo e un po’ tamarro ci è piaciuto e lo segnialiamo, in attesa di ascoltare il loro mixtape, in fase di registrazione sotto l’occhio vigile di DJ Harsh.
Un altro personaggio che non delude mai le aspettative è Emis Killa, che non si fa sfuggire l’occasione di inscenare una polemica pretestuosa in stile gangsta con “la legge”, colpevole a suo dire di aver bloccato gran parte del pubblico fuori dal locale. Populismo puro, che strappa anche un sorriso per la spavalderia col quale è messo in atto, ma polemiche a parte i due pezzi di stasera funzionano, soprattutto il nuovissimo “Di Enne A”, classico diario di situazioni quotidiane a raffica che non manca mai nella produzione di un rapper.
Adrenalina allo stato puro con i Two Fingerz che fanno scatenare il pubblico con “Pu***na” e “Hey Dj”. Roofio e Danti rappresentano nell’Hip Hop Italiano l’effetto sorpresa. Dinamici. Sperimentano e spaziano da una sonorità all’altra a distanza di pochi singoli, senza confondere mai le idee al loro pubblico, che con loro può ballare, ma anche riflettere. Più in generale riescono a trattare con un approccio positivo argomenti molto vicini al quotidiano delle persone.
Infine Gue’ Pequeno, il Ragazzo d’oro accende il club con cellulari e accendini durante “Conta su di me”, un pezzo romantico in puro stile Gue’, che quando ci si mette assembla magistralmente situazioni al limite del dramma e dinamiche di coppia tormentate, spesso morbose. Un mix micidiale che cattura tutti i suoi giovanissimi fan, che vivono sulla loro pelle queste situazioni ogni giorno. La presenza di Caprice nei ritornelli del pezzo, presente anche stasera all’Alcatraz, rende l’esibizione ancor più pregevole e ci fa venir voglia di vedere una data del tour di Gue’, in giro per l’Italia da qualche settimana con Fedez. Il secondo pezzo presentato dal rapper milanese, anch’esso estratto dal suo album da solista, è un featuring con Caneda: la title track “Il ragazzo d’oro”, molto vicina allo stile graffiante e ossessivo di quest’ultimo. Potremmo definire questo rap il periodo bianco di Caneda (se lo ascoltate capirete il riferimento) ed essendo lui oltretutto un quotato artista visivo, il paragone con la sua altra arte ci sta tutto. Ma attenzione, questa canzone inizia a piacere dopo almeno 5 ascolti, perciò se vi avvicinate per la prima volta alla musica di Gue’ Pequeno partite da qualcos’altro.
Lo stato dell’arte. Qualcosa sta cambiando e l’Hip Hop Italiano si sta ritagliando un suo spazio a livello discografico e mediatico. Ci colpisce il veterano del genere Tormento quando si rivolge ai presenti al compleanno dell’emittente, ringraziandoli perché fanno crescere questa scena. Le cose sono migliorate proprio grazie a un pubblico ricettivo e attivo, al web e ai volenterosi addetti ai lavori che le hanno dato visibilità. Più attenzione a un genere che attira davvero tanti giovani, leggi alla voce Club Dogo, Fabri Fibra e Marracash. Il tutto a vantaggio del pubblico che per questo è disposto anche a pagare cd originali e biglietti del tour. Fabri Fibra e Gue’ Pequeno (Club Dogo) hanno fondato recentemente due etichette, Tempi Duri e Tanta Roba, per supportare e far conoscere il lavoro dei rapper. Blocco Recordz porta avanti questo discorso da anni. Social network come Facebook e Twitter permettono ad artista e fan di stabilire un rapporto speciale, diretto e intenso. Il web in generale diffonde il verbo a ogni nuovo singolo, mixtape, ep, album e tour.
In conclusione. In Italia in questo momento storico i contenuti da trattare non mancano, sulla qualità dei testi nulla abbiamo da invidiare alla scena americana, ricerca e sperimentazione nelle basi musicali e utilizzo di veri strumenti il nuovo modus operandi. Così verrà portato in vetta un movimento e garantito un piglio tipico e di tendenza solo nostro. L’Hip Hop Italiano c’è. Il pubblico pure e ha ripagato Hip Hop TV e tutti i rapper e produttori che hanno lavorato fin qui con grande tenacia.
Articolo di Francesca Avallone e Luca Zanoncelli
Foto di Volta
Il 13 Ottobre 2011 all’Alcatraz di Milano si festeggia il terzo compleanno di Hip Hop tv, l’unica emittente televisiva italiana dedicata a questo genere, in onda sul canale 720 di Sky e punto di riferimento per tutti i seguaci della cultura urban.
Le precedenti edizioni hanno messo a segno il tutto esaurito. Complici la musica, l’ottimo rapporto qualità-prezzo e il clima festaiolo. Performance live perfettamente coordinate dallo staff garantiscono agli spettatori l’esibizione di tantissimi esponenti del genere. Una serata ricca e low cost (dieci euro) al tempo stesso, cui prendono parte e si confrontano positivamente le diverse generazioni dell’Hip Hop italiano.
Un panorama musicale che anno dopo anno conquista credibilità tra tanti giovani e non solo, che repentini e sempre sul pezzo, si scambiano opinioni sui rapper preferiti e fanno circolare le nuove uscite a macchia d’olio. Questo compleanno diventa anche un’ occasione utile per conoscere l’Hip Hop, anche per chi non lo segue in modo assiduo. Infatti in questa serata rapper veterani calcano il palco allestito per il compleanno dell’emittente televisiva insieme alle nuove leve, ripercorrendo le varie tappe e tendenze del genere e facendone emergere l’evoluzione.
Anche quest’anno la line up è estesa. Ecco chi parteciperà all’ Hip Hop TV Birthday party giovedì 13 ottobre. ATPC, Babaman, Baby K, Bassi Maestro + DJ Shocca, Brusco, Caneda, Caprice, Cor Veleno, Co’ Sang, Daniele Vit, Dargen D’Amico, Duke Montana + Metal Carter, Emis Killa, Enmicasa, Entics, Fedez, Fish, Grido, Guè Pequeno, Jake La Furia, Marracash, Max Brigante, Maxi B, Mondo Marcio, Nex Cassel, Noyz Narcos, Numeri 2, Onemic, Piotta, Pula + Rido, Sud Sound System, Surfa + Exo, Thori e Rocce, Tormento + Lefty, Twofingerz, Vacca, Vincenzo Da Via Anfossi e altri ancora.
Info utili
Orari – apertura porte 20.00, inizio live set 20.30
Location – Alcatraz Milano, Via Valtellina, 25
Ingresso – € 10,00 alla cassa
Articolo di Francesca Avallone
Il teatro Dal Verme di Milano, luogo simbolo della moderna cultura milanese, diventa spazio d’eccellenza per l’edizione numero 12 di Milanesiana, festival ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi, che fa convergere appuntamenti con la musica, la scienza, l’arte, il teatro e la letteratura, in chiave europeista ed internazionale.
Domenica 2 luglio, assistiamo alla serata forse più attesa dagli appassionati di musica. Va in scena Elio, vestendo i panni di un personaggio simbolo dei primi anni della televisione italiana, Giovannino Stoppani, meglio conosciuto come Gian Burrasca, un discolo giovanotto di 9 anni famoso per le sue marachelle e ovviamente un bugiardo d’eccezione.
La bugia, anzi la menzogna, è il tema centrale dell’intera rassegna e questa sera gli artisti e i letterati chiamati ad animare quasi tre ore di spettacolo si confrontano con “Le menzogne necessarie”. Una menzogna usata dai familiari di Gian Burrasca per nascondere scomode verità e non compromettere il già precario equilibrio familiare, e una bugia candidamente smascherata dal piccolo Gian Burrasca che spinge e costringe al confronto con la verità.
In apertura di serata, un poco convinto Piero Chiambretti passa in rassegna la menzogna in vari ambienti della modernità. Racconta anche di quando, in visita al Santo Padre Giovanni Paolo II fece la fila due volte per essere ricevuto, la prima da solo e la seconda accompagnato da un prelato, mentendo o forse celando la verità sul loro precedente incontro.
Il Pierino nazionale riesce a strappare qualche timido sorriso, ma l’impressione è quella che non si trovi perfettamente a suo agio in un contesto così alieno dal suo salottino televisivo di tarda ora dove può concedersi tutto. Qui invece appare impostato, in prestito, tarato sul pubblico teatrale e dissacrante col contagocce. Il risultato è una comicità al guinzaglio che rende il suo prologo semiserio molto più serio di come vorrebbe apparire.
C’è poi spazio per le letture, sulle quali non ci addentriamo perché non è nostro compito.
Appare però evidente la volontà dell’organizzatrice di portare l’evento Milanesiana oltre i confini nazionali, con due testi presentati da autori spagnoli (tradotti su cinque pannelli in scena) e il premio Nobel alla letteratura John Coetzee, di origini sudafricane. Del suo intervento in lingua inglese apprezziamo l’intensità e il trasporto emotivo nella narrazione, un po’ meno la scelta del brano.
E’ dunque la volta del mattatore della serata, Elio. Complici i tanti (troppi) interventi che l’hanno preceduto, il piatto forte della rassegna giunge in scena tardi, dopo le 22,30, quando una parte del pubblico in sala vorrebbe già essere fuori a passeggiare per le vie del centro. L’ora tarda non giustifica comunque la pratica, assai diffusa, di abbandonare la platea a rappresentazione in corso, non di fronte alla parte più leggera e godibile dello spettacolo.
Elio si esibisce in una lettura musicata del Giornalino di Gian Burrasca, il diario su cui, il personaggio portato alla ribalta televisiva da Rita Pavone negli anni ’60, annota le marachelle di cui si è reso responsabile durante la giornata.
Lo spettacolo a tratti straborda dallo spazio scenico, il pubblico è preso di mira da palline di carta soffiate da una cerbottana e da coriandoli, e le ben note doti di chansonnier di Elio, quotidianamente in mostra a Parla con me, non risentono della mancanza del suo gruppo di musicisti storici.
L’orchestra, composta da una chitarra, clavicembalo, contrabbasso, fisarmonica e percussioni, non si limita a fare da cornice, ma come un coro greco partecipa commentando le vicende del protagonista in scena, interagendo con lui e prefigurando la reazione del pubblico in una sorta di interlocuzione ideale. Le musiche sono quelle originali dello sceneggiato con Rita Pavone.
Gian Burrasca ora sfuma la verità ora la palesa specie se riguarda terzi, pilotando le dinamiche familiari, in un gioco che alla fine gli torna comodo per ottenere da tutti ciò che vuole.
E’ furbo Gian Burrasca, ma la furbizia non lo salverà dal collegio, secondo atto del concerto preceduto da un frettoloso cambio d’abiti in scena: ad un certo punto Elio si sposta in un angolino di palco per spogliarsi di fronte al proprio pubblico, rimanendo letteralmente in mutande, allargando le braccia come smascherato di fronte all’emergere perentorio della verità (e come se questa fosse l’unica soluzione scenica disponibile).
Con la sua nuova casacca verde da collegiale, Elio Gian Burrasca affronta inedite avventure, incontra nuovi compagni di scorribande, si imbatte in nuove nemesi (il direttore del collegio e la perfida Gertrude), smaschera le nefandezze del cuoco e guida la rivoluzione in sala mensa.
Luca Zanoncelli
Foto: Zonk Volta
Giunto alla sua quinta edizione il Milano Jazzin’ Festival sta per cominciare. Dal 1° luglio al 6 agosto 2011 l’Arena Civica di Milano delizierà tutti i palati. Gli appuntamenti in luglio coprono generi maestri, di nicchia e svariate contaminazioni. Una selezione davvero per tutti i gusti.
Il cartellone prevede anche una serie di serate gratuite a conclusione del MJF, in formato dj session, che sono state svelate in occasione dell’aperitivo inaugurale, tenutosi il 28 giugno all’Hotel Hermitage di Milano, alla presenza tra gli altri di Stefano Boeri Assessore alla Cultura e di Nick The NightFly, Direttore Artistico dell’evento. Ecco i protagonisti di queste esibizioni fin ora a sorpresa. Il 30 luglio Claudio Coccoluto, il 31 luglio Lele Sacchi, il 2 agosto Max Brigante. Il 3 agosto Allo La Valigetta e Country Side Kid, il 4 agosto Dj Ca$hmere e Giandisco, il 5 agosto Ketty Passa e Alteria e infine il 6 agosto Rocco “Mad on jazz” Pandiani, Simone “Jazz it up!!!”Vimercati, Jazz Dance.
Ultimo, ma non meno importante il Milano Jazzin’ Festival è a emissioni zero, grazie al buon esito del progetto del 2008 “Edison Change the music”. I concerti saranno infatti alimentati al 100% da energia rinnovabile, proveniente dalle centrali idroelettriche di Edison, attraverso il sistema dei certificati di produzione rinnovabile.
Articolo di Francesca Avallone
Foto di Zonk Volta
Calendario / Luglio
1 luglio Nick the Nightfly & The Montecarlo Orchestra
2 luglio Davide Van De Sfroos
3 luglio Ringo Starr And His All Starr Band
5 luglio Arcade Fire
6 luglio An Evening With Burt Bacharach & Mario Biondi
7 luglio Ludovico Einaudi
8 luglio Lou Reed and band
9 luglio Afterhours
10 luglio Chicago
11 luglio George Benson
12 luglio Cypress Hill
13 luglio Cyndi Lauper
14 luglio Stefano di Battista Woman’s Land
15 luglio Soulbop
16 luglio Vinicio Capossela
17 luglio Paul Simon
18 luglio Buena Vista Social Club
19 luglio Skunk Anansie
20 luglio Ben Harper Robert Plant & The Band Of Joy
21 luglio Erykah Badu
22 luglio Moby
23 luglio Duran Duran
25 luglio Caro Emerald
26 luglio Subsonica
27 luglio P.Magoni & F.Spinetti
28 luglio Slash
30 luglio Claudio Coccoluto
31 luglio Lele Sacchi
Calendario / Agosto
2 agosto Max Brigante
3 agosto Allo La Valigetta e Country Side Kid
4 agosto Dj Ca$hmere e Giandisco
5 agosto Ketty Passa e Alteria
6 agosto Rocco “Mad on jazz” Pandiani, Simone “Jazz it up!!!”Vimercati, Jazz Dance.
C’è chi scende a compromessi per ottenere il successo e chi per mantenerlo. Non importa se sei Jennifer Lopez. Fatta questa premessa parliamo di “Love?“, ‘ultimo disco della cantante, ballerina e attrice sudamericana, tralasciando in questa sede tutte le altre professioni in cui si è distinta.
I sedici brani della versione Deluxe si possono ascoltare in sequenza con piacere, la carica complessiva dell’album è stata garantita. L’acquisto è consigliato, il risultato di questo lavoro è ottimo, ma le modalità per raggiungerlo discutibili. Una lunga gavetta, sacrifici e tanto lavoro hanno consentito all’artista di conquistarsi con merito tutti i primati della sua carriera. Marchio latino all’insegna del ritmo.
E allora viene da chiedersi perchè mettere da parte il proprio stile. Azzardiamo un’ ipotesi. Dal 2007, anno dell’ultima uscita discografica della Lopez, al 2011 che cosa è cambiato nel panorama musicale internazionale? E’ arrivata Lady Gaga che ha raggiunto tutto è subito. Provate voi a spodestarla anche se vi siete imposti sulla scena dieci anni prima di lei. Ai giorni nostri Lady Germanotta comanda per dirla in gergo e Jennifer per il suo disco non ha potuto che coinvolgerla (“Hypnotico” e “Invading My Mind”). I Black Eyed Peas hanno invaso come un virus tutte le classifiche, con i loro tormentoni al vitriolo, intrisi di sonorità dance ed electro. Will.i.am con un lavoro certosino ha riesumato tutti gli ingredienti per produrre brani festaioli, ritmi da club degli anni d’oro e brani lenti da innamoramento assicurato. Il mondo rap si è reso più appetibile al mainstream, leggendo alla voce Pitbull, che ha dato il suo imprinting a celebri successi della dance anni novanta.
Ascoltate il disco “Love?” e vi renderete conto che un condizionamento dall’esterno c’è stato. Non c’è nulla di tragico nel seguire una tendenza musicale, ma è un vero peccato quando si è fatti di stoffa propria, come nel suo caso e i tormentoni li si crea, non li si segue. “Love?” non è un disco rivoluzione, come lo è stato a suo tempo “On the 6″ . E’ un prodotto di successo, firmato in copertina dalla mitica J-Lo. Le chicche del momento ci sono tutte: auto-tune (devastante per le corde autentiche della Lopez), cover magnetiche (“On The Floor” riporta alla ribalta la Lambada) , loop e ritmi incalzanti che si spingono fino alla techno. Meno protagonista in questo album il piglio latino, significativo quello rap (il singolo “I’m into you” feat Lil Wayne). Sovrana la dance.
Un ritorno sulla scena non privo di difficoltà, dopo il flop del primo singolo “Louboutins”, escluso poi dalla tracklist e la rottura con la “Sony Music”. L’esordio con “The Island Def Jam Music Group” e il successo di “On The Floor” una giusta rivincita per J-Lo e chapeau per RedOne, che si conferma egregio produttore di hit.
Un disco che forse lascerà spaesata una parte de fan storici della Lopez, ma che sicuramente allargherà la sua fanbase. Un giusto compromesso per riconquistarsi la vetta delle classifiche, con la speranza che lo stile originale della cantante possa tornare ad avere la meglio nei prossimi album. Una nota di merito a copertina e grafiche scintillanti di “Love?”.
Articolo di Francesca Avallone
Se internet è diventato nel corso degli anni il mezzo principale per la diffusione della musica e della cultura hip hop, Emis Killa è l’emblema di questa rivoluzione. Un ragazzo di appena 20 anni che con il suo rap e i suoi dischi scaricabili (legalmente) dal web ha conquistato una platea vastissima, con oltre 25 mila fan certificati dalla sua pagina di facebook (ma il numero è in costante crescita), un contratto discografico indipendente con l’etichetta Blocco Recordz e le major che per ora possono solo restare a guardare di fronte a un fenomeno discografico che, una volta tanto, non hanno creato loro.
Abbiamo incontrato Emis Killa in un club della periferia nord di Milano, in occasione della prima data del tour che segue la pubblicazione del nuovo album Champagne e spine.
Allora Emis, parliamo subito di questo nuovo disco e di come è venuto alla luce.
In Champagne e spine ci sono più contenuti rispetto al precedente lavoro Ketamusic e c’è da una parte la voglia di fare qualcosa di diverso rispetto alle solite tamarrate che ho sempre fatto, dall’altra di dimostrare che sapevo fare anche un altro genere di cose. Inoltre l’album descrive il filone della mia vita in questo periodo…
I testi nascono da un’ispirazione che a volte è ricercata, ovvero mi sento di dover scrivere i pezzi in una determinata maniera e se va bene trovo la base che asseconda questa necessità, ma nel 90% dei casi l’ispirazione nasce quando mi passano delle basi, io le sento e lo capisci quando su una base ci puoi scrivere delle figate…
Dov’è che ti capita di scrivere?
Tante delle rime più belle mi vengono in mente quando sono sull’autobus, in strada, in macchina, mentre guardo la tv… Le rime nascono tutte da uno spunto, non è che mi metto lì a pensare “adesso penso alle rime fighe” e mi vengono in mente. Magari sento una roba figa e automaticamente mi viene in mente una rima della madonna, allora me la segno o sul cellulare o su un pezzo di carta se sono in casa e poi la tiro in mezzo in qualche testo. Però se parli proprio di come nascono i testi, tipo adesso mi metto e scrivo un pezzo, lo faccio a casa mia o in studio, tante volte li facciamo in freestyle tipo: oh bella, piglia una base e scriviamo…
Com’è cambiato il tuo rapporto con il quartiere in cui vivi, il “blocco” da quando hai iniziato a rappare? La gente avrà iniziato a riconoscerti…
Già dove stavo prima a Vimercate si era creata una situazione imbarazzante, se passavo in centro o dal giornalaio mi fermavano i ragazzini, però pensavo fosse un fenomeno locale, essendo di Vimercate si era sparsa la voce quindi per forza di cose sapevano chi ero. Poi sono venuto ad abitare a Milano e la cosa è continuata. Ieri è venuta la mia vicina a citofonarmi dicendo: “ci sono due ragazzine in casa mia, puoi venire che facciamo una foto?” L’altro vicino mi fa: “c’è il figlio della mia collega che è superfan tuo, portami il cd!” Tutto questo è bello ma al contempo imbarazzante…
Una volta ero in centro con Zanna (il suo produttore, ndr) e ci fermavano in continuazione per fare foto. Certo mi fa piacere ma è anche una limitazione. Quest’estate uscivo sciatto coi pantaloncini del pigiama per andare a comprare le sigarette, pensando “tanto figurati se becco qualcuno…” Salivo un attimo sul tram e subito qualcuno mi fermava. Da lì ho capito che l’intera faccenda stava diventando ingestibile.
Il tema della perdita è molto ricorrente nei tuoi testi, in “Neve e fango” perdi una ragazza, in un altro pezzo “Ciò che perdi” dici che “solo ciò che perdiamo è ciò che ci rimane realmente”.
Come affronti una perdita, ti basta scriverci sopra per superarla?
Prendiamo Neve e fango come esempio, una storia d’amore finita male, che puzza di vero. Tanta gente s’è fatta un viaggio mega che quella storia lì fosse dedicata a una mia ex ragazza in particolare, non è proprio così, in quel pezzo ci sono tante mie esperienze passate incollate assieme. La mia ragazza attuale s’è presa male perché ci ha visto dentro un ritratto mirato, ma questo avviene perché io sono bravo a creare delle immagini che sono talmente dettagliate da sembrare verosimili.
Come affronto le perdite? Non le affronto bene perché non sono uno che lega con tutti, non mi fido, però se perdo qualcuno a cui sono affezionato non resto indifferente, anzi. Non sono legato ai soldi o ai beni materiali, se compro l’iPhone e il giorno dopo lo rompo non me ne fotte un cazzo, ma se litigo con un mio amico e non ci parliamo per un mese mi prendo male.
Nel pezzo che dà il titolo all’album, Champagne e spine, tu dici: “sangue e merda nelle strade è il mio mondo reale, senza trama, senza amori eterni, senza il bel finale”, in un altro pezzo “Autodistruzione” evochi uno scenario futuro in cui ti immagini depresso sul divano con un figlio tossico e una moglie troia.
Il tuo è un pessimismo cosmico…
Si, si si sicuramente! (ride) Allora mettiamola così, adesso non voglio farvi discorsi conscious alla Gandhi però la penso fermamente in un modo: i miei testi sono realisti e chi ci vede troppo pessimismo o si attacca a robe tipo “dici troppe parolacce” non vuole ammettere che le cose là fuori stanno realmente così.
Se io dico che già mi vedo in paranoia, un figlio tossico e una moglie troia non vuol dire che ho la sfera di cristallo, o almeno spero che non sia così! Però se devo descrivere un quadro generale allora quel pezzo parla un po’ di me e di tutta la mia generazione. Mi ricordo tre anni fa, quando avevo un solo piede nel rap, stavo ancora tanto in strada con gli amici o andavo a ballare nei locali e vedevo i ragazzini di 13 anni che si facevano i colpi di keta sui muretti del Duomo, idem le ragazzine che scopavano a destra e a sinistra, questo è quello che vedevo…
Io non conosco coppie che stanno insieme da sempre, apparte i miei nonni, ma oggi non è più così. Facendo un quadro realista della situazione dico che è facile che vada a finire così, che magari ti trovi a 40 anni con un lavoro di merda e una situazione infelice con la moglie, dove magari vi siete rotti i coglioni di stare assieme ma non vi mollate perché avete un figlio che non ha voglia di fare un cazzo e passa il tempo a drogarsi. Quindi si, se vuoi dì pure che il mio è pessimismo, ma alla fine secondo me è più realismo.
Senti la responsabilità di quello che scrivi? La tua pagina su facebook accoglie migliaia di nuovi fan ogni settimana, i numeri fanno impressione, tra l’altro hai più fan di artisti del calibro di Enrico Ruggeri…
Non lo sapevo! (ride) Bella lì! Più fan di Enrico Ruggeri? Grande! Allora… “ho più fan di Enrico Ruggeri…” (ride) la prossima barra è quella! No comunque, oggi si, sento il peso della responsabilità, ovvero: ho sempre fatto il rap facendo il cazzo che volevo però pensando che quello che dicevo non avesse un peso sulle persone che ascoltano.
Due anni fa mio papà mi diceva: “devi smetterla di parlare di droga in quel modo, come se non fosse niente, perché poi i ragazzini ti ascoltano.” E io dicevo: “ma papà, figurati, se il figlio di qualcuno si droga non è perché ascolta Emis Killa, è perché ha un certo tipo di amicizie.” Il che è anche vero, in parte. Perché se inizio a passare il concetto che il bianco è bello e il rosso fa schifo e a ripeterlo in 3 canzoni, i miei fan inizieranno a pensarlo anche loro, quindi è vero che ho un’influenza sulla gente e a volte penso che certe cose me le posso risparmiare, ma solo se sono concetti che posso esprimere in un altro modo e questo non limita la mia libertà d’espressione.
Nel mixtape di Nais, Fabri Fibra a un certo punto ti presenta dicendo: “Emis Killa, il più criticato.” Ti senti oggetto di tutte queste critiche?
Assolutamente si, ha ragione lui, il più criticato per mille motivi. Principalmente perché ho 20 anni e sono nuovo nella scena e il pubblico rap è perlopiù composto da miei coetanei o ragazzini, qualcuno può pensare “vaffanculo, dovrei esserci io al posto suo.” Quindi le critiche vengono più per invidia, perché chi è obiettivo non può dire che io non sappia fare rap, se dici “non mi piace” è una cosa…
E poi trovano sempre qualcosa da dire, ci sono dei miei pezzi che sono inattaccabili dal punto di vista tecnico, quindi le critiche diventano: “minchia però un truzzo che fa il rap non si può vedere.”
Ti ha detto qualcosa Fibra quando vi siete incontrati?
Si, non siamo proprio amici, ci siamo incrociati un paio di volte e mi ricordo che mi diceva “sai Emis, quando esce qualcosa di nuovo al primo impatto piace meno della roba vecchia, anch’io quando ho ascoltato la prima volta le tue canzoni percepivo che eri bravo ma non capivo, oggi sono un fan.” Da lì poi c’è stato uno scambio di complimenti e lui mi ha detto che oggi non c’è nessuno della mia età in grado di tenermi testa. Mi ha fatto capire che apprezza i miei lavori e la base di “Cento modi per morire” per il mixtape me l’ha data lui, quindi la gente che la finisse di rompere i coglioni sul fatto che gliel’ho inculata!
In “Non mi fido” metti in dubbio una serie di apparenti certezze consolidate nella nostra società, “muoviti in città hai mille opportunità, il lavoro assicurato, in ufficio fino a sera, davanti una carriera”.
Di cosa ti fidi ancora?
Metto in dubbio tante cose, anche di me stesso, però sono convinto che se una cosa ti piace nella vita, vuoi farla veramente e ti sbatti a qualcosa arrivi. Se il mio sogno è fare il rapper devo spaccarmi il culo 10 anni a rappare, ma spaccarmi il culo veramente, e questo non vuol dire che mi faccio vedere ogni tanto nei locali rap e dico che faccio rap, vuol dire scrivere, impegnarsi, raccogliendo critiche e complimenti.
Sono sempre stato uno che quando dico che qualcosa mi piace e voglio farla la faccio bene. Racchiuso in una parola si chiama determinazione, è la chiave di tutto. La gente crede ancora nelle botte di culo e quelle ci sono anche, ma se fai cagare puoi essere anche il figlio di Berlusconi ma io il tuo rap di merda non lo ascolto.
Intervista: Luca Zanoncelli
Foto: Zonk Volta
Intervista realizzata il 23 ottobre 2010.
Lo staff di MAGMUSIC! ringrazia Ill Freddo e Zanna (Blocco Recordz) per la disponibilità.
La 61° edizione del Festival di Sanremo ha risposto al suo requisito primario, rendendo la musica protagonista assoluta, grazie a una presenza record di belle canzoni. Che Morandi come conduttore abbia ricordato che il Festival è “della canzone italiana”?
A onor del vero, Paolo Bonolis ha attuato per primo il “processo di svecchiamento” del sacro appuntamento musicale, attirando così anche l’attenzione dei giovani. Morandi e Mazzi gli hanno conferito ulteriore qualità da un punto di vista artistico. La presenza di Vecchioni e Battiato al Festival ne è una prova più che provata.
Vincitore Roberto Vecchioni, Modà con Emma e Albano al secondo e terzo posto. Tra i giovani ne esce vincitore a pieni voti (si aggiudica anche il premio della critica) il bravissimo Raphael Gualazzi.
Roberto Vecchioni con “Chiamami ancora amore”. Il vincitore che mette tutti d’accordo, compresi secondo e terzo classificato, con l’intera sala stampa. Strofe poetiche dedicate alla cultura, alle idee e all’unione e un ritornello d’amore. Sul palco è puro come un bambino, ma canta con la consapevolezza di chi le cose oltre a predicarle le fa. A vincere non è semplicemente una canzone, ma un consiglio dato con il cuore in mano “da uno di noi”. Si distingue per il suo spiccato senso civico e la sua vicinanza ai giovani nel quotidiano, che trasforma in poesia nelle sue canzoni. E come ricorda l’Inter, squadra del cuore di RobertoVecchioni, è arrivato anche il “sesto titulo”.
I Modà con Emma cantano “Arriverà“. Occhi puntati fin dall’inizio su di loro. Emma etichettata come “prodotto” e non come cantante per aver vinto il talent Show “Amici” e i Modà definiti ingiustamente band rivelazione dell’anno, quando hanno alle spalle una gavetta seria e quattro album all’attivo. Con la loro performance mettono tutti a tacere, vuoi per l’intesa artistica tra Kekko e Emma, vuoi per le doti canore e sonore. La canzone non convince certo al primo ascolto, ma si rivela poi vincente sia in termini di vendite, sia relativamente alla gara. Nella serata dei duetti il brano assume ancora più rilevanza, grazie alla partecipazione di Francesco Renga. Secondo posto meritato.
Albano con “Amanda è libera” riporta sul palco di Sanremo la denuncia sociale, e con la sua voce maestra racconta un fatto di cronaca del 2008. Una ragazza viene attirata in Italia, con la promessa di una vita migliore, per poi diventare preda dello sfruttamento e della violenza. Di Albano colpisce l’umiltà con cui affronta il suo quindicesimo festival e l’orgoglio per quel testo dedicato a una giusta causa. Tutto questo si traduce in un’ottima interpretazione e nella meritata riammissione in gara, che lo porterà poi diritto sul podio.
I La Crus si riuniscono come gruppo proprio in occasione del Festival portando sul palco “Io confesso” con la partecipazione del soprano Susanna Rigacci. L’arragiamento retrò e un testo non edulcorato sanciscono il successo del brano e una caldissima rotazione radiofonica.
Davide Van De Sfroos. Vera rivelazione. Canta in lingua laghée (lago di Como). E allora? Ritmo e testo repentino possono essere goduti anche senza capirne il significato parola per parola, ma semplicemente abbandonandosi al suono della stessa. Polemiche inutili in questo caso. La sua performance è piaciuta a un vasto pubblico, anche meridionale. Si è presentato con la sua band, di cui fa parte anche un grande batterista italiano Marcello Schena, in arte “Bread”.
Luca Madonia con Franco Battiato. Contro ogni previsione il grande Battiato non si pone con superiorità nei confronti del Festival definendosi ironicamente, ma non troppo, ”corista” del brano “L’Alieno“. Ci tiene a regalare l’intera scena a Luca Madonia. Quest’ultimo duetta con Carmen Consoli nella serata di venerdì confermandosi molto stimato anche dai colleghi e gli addetti ai lavori.
Luca Barbarossa, festeggia trentanni di carriera e canta “Fino in fondo” con Raquel Del Rosario, che vuole togliersi l’appellativo di “Moglie di Alonso” e indossare quello di cantante. Dolce e affascinante spagnola, si dimostra talentuosa e impeccabile nel fondere la sua voce con quella avvolgente di Barbarossa. Il brano gode di un arrangiamento già sentito, ma senza ombra di dubbio di grande impatto e un ritornello più che orecchiabile. “E andare su su su nel cielo, giù giù giù nel mare” se non ne siete già vittime lo sarete entro l’estate. Parola di tormentone.
Grande stima per Patty Pravo, anche per quanto riguarda il suo atteggiamento low-profile. Vocalmente non si discute, ma il brano “Il vento e le rose” risulta troppo tradizionale per un Festival che cerca di rinnovarsi.
Giusy Ferreri – “Il mare immenso“. Molto rockeggiante e sicura sul palco, la Ferreri non si esprime al meglio nella prima serata, ma recupera in corsa migliorando l’interpretazione del suo brano. Francesco Sarcina (Le Vibrazioni) duetta con lei nella serata di venerdì ed effettivamente la canzone si rivela coinvolgente. Quello che purtroppo non convince tutti è il suo stile, intriso fino all’esasperazione di vocalizzi. È il suo tratto distintivo, certamente spontaneo, ma che non può mettere tutti d’accordo.
Anna Oxa. Sottovalutata la difficoltà del pezzo portato dalla cantante camaleontica. Colori e intensità nell’interpretazione di “La mia anima d’uomo“, passati in secondo piano, per lasciar spazio e una querelle sulla scarsa comprensione delle parole. Tutto questo le costa l’eliminazione nella prima serata.
Tricarico “Tre colori“. Unico nel suo genere e unico artista, che regolarmente viene capito un attimo dopo, che in questo caso coincide con il termine del Festival. Francesco Tricarico ci tiene a sottolineare di aver portato una bella canzone apolitica, nonostante le polemiche. Gli sfugge qualcosa sugli interlocutori del televoto ed è dispiaciuto che il suo pezzo sia stato eliminato quando non era più possibile alcun ripescaggio. Il brano scritto da Fausto Mesolella degli Avion Travel e interpretato da Tricarico ha guadagnato cento stelline nella sua versione duetto, nella quale il cantante si è esibito con un coro di bambini. Emozionante.
Nathalie. La vincitrice di X-Factor è una cantautrice introspettiva, che la gavetta non l’ha saltata. Per questo è pronta ad affrontare un palco così importante. “Vivo Sospesa” è un brano in crescendo, ben scritto, ma soprattutto interpretato con grande sentimento, anche nella versione del duetto con L’Aura.
Anna Tatangelo. Il brano “Bastardo” rientra in gara dopo l’eleminazione della prima serata. Tecnicamente parlando la Tatangelo non si discute. È possibile anche comprendere il suo rammarico dovuto all’associazione del suo nome a Gigi D’Alessio, alla recente partecipazione a X-Factor e più raramente alla sua carriera di cantante.
Raphael Gualazzi. La speranza è che possa realizzare il suo sogno, riportando il Jazz a una dimensione popolare in Italia. Compito arduo, ma considerando l’interesse e l’apprezzamento che ha suscitato il suo brano “Follia d’amore“, a Sanremo il giovane compositore è partito con la marcia giusta.
Per la categoria giovani è rimasto l’amaro in bocca. Micaela o chi per lei sembrerebbe aver copiato il brano che ha cantato, titolo compreso, da Myspace a una band che la pubblicò nel 2007. Nessuno chiede scusa e la cosa passa inosservata. Il Direttore Artistico sottolinea che i brani sono stati inviati alla Siae, che li ha approvati e non è più possibile intervenire.
Al Festival si parla di Luca e Paolo come la vera rivelazione del 61° Festival di Sanremo. Una nuova generazione di comici bipartisan? Forse ci riesce più facile credere all’inciso di Luca Bizzarri “Non me ne frega un cazzo”. I creativi non si pongono gli stessi problemi dei dirigenti di un’emittente pubblica, a loro interessa la libertà d’espressione. Troppi errori nella conduzione, (si spera non previsti da un copione) sono l’unica nota dolente di uno spartito ben composto. Il Festival di Sanremo ha inoltre dedicato un’intera serata ai 150 anni dell’Unità d’Italia, proponendo canzoni simbolo interpretate fuori gara dai cantanti del Festival. Un Benigni in grande forma racconta l’Inno Italiano come probabilmente non l’aveva mai fatto nessuno, facendo commuovere tutti, conduttori compresi. Nel complesso un Sanremo d’annata, nel senso più nobile del termine.
Francesca Avallone
Foto: Flickr
Cos’è successo il 4 dicembre 2010? Il Monster Ball Tour di Lady Gaga è atterrato al Forum di Assago con grande attesa di un pubblico che non ha badato a spese. Una delle due note dolenti di uno spettacolo sublime è, appunto, il prezzo del biglietto. Difficile ricordare un’artista che a due anni dal suo primo singolo mainstream viene valutata settantaquattro euro al secondo anello, difficile riuscire a non spenderli perchè è lei, possibile erede di Madonna con doti canore pure superiori. Stefani Germanotta (per non dimenticare le sue origini italiane) non delude: sorprende.
Il concerto assume le sembianze del Musical, con una struttura che prevede quattro ambientazioni “City”, “Subway”, “Forest” e “Monster Ball”. L’intro crea subito suspence, su un sipario bianco viene infatti proiettata l’ombra di Lady Gaga e sulle note di “Dance in the Dark” compare lentamente in carne ed ossa, nel suo primo abito di scena, avvolta da “occhiali maschera” suo tratto distintivo. Scende da una scala metallica per entrare nella “City” scenografica, cosparsa di indicazioni al neon, alcune piuttosto provocanti. Comincia il viaggio che ha come meta il “Monster Ball”. Il pubblico si scalda con “Glitter and Grease” e arriva subito il momento di una grande hit “Just Dance”, grazie alla quale oggi tutti conosciamo Lady Gaga. Colpo di scena, si apre il cofano dell’auto d’epoca in primo piano che cela una tastiera e l’artista suona per il suo pubblico.
Si prosegue con “Beautiful, Dirty, Rich” e “The Fame”, anche se la prima vera esplosione degli spettatori trova spazio con “LoveGame” e non poteva essere altrimenti visto che il brano è una vera “bomba”. L’artista è accompagnata nello show oltre che dai musicisti nascosti dentro la city, da un super team di ballerini che con “Boys Boys Boys” mostrano di che stoffa sono fatti, velluto pregiato, e soprattuto si rivelano talmente in sintonia con l’artista da diventare sua estensione nello show. “Subway” è la nuova scena, Lady Gaga gioca e si dimena dentro al vagone di una metropolitana con tutto il cast. “Telephone”, nella versione live coinvolge a tal punto che gli spettatori prendono una decisione all’unisono: tutti in piedi. Come ad ogni concerto che si rispetti arriva il momento intimo, quello che questa sera dimostrerà ai più scettici, che il talento in acustico o lo possiedi o non lo possiedi.
Si spoglia da artefatti ed effetti, rimanendo sola con la sua voce e un pianoforte. “Speechless” e un inedito tratto dal suo prossimo disco. Proprio in questo momento dello show Stefani Germanotta sorprende nella performance acapella dove estensione, colore ed impatto della sua voce diventano fatti e non semplici parole. Padrona della nuova scena “Forest”, che diventa sempre più dark, l’artista si esibisce con totale entusiasmo, ed ecco che una nuova triade fa scatenare il pubblico del Forum, “So Happy I Could Die”, “Monster” e “Teeth”. Il gran finale porta in scena i brani più attesi della serata “Alejandro”, “Poker Face”, “Paparazzi” e “Bad Romance”. L’ultima scenografia è sorprendente perchè contiene un mostro, cosparso di tentacoli che cerca di catturare Lady Gaga.
Durante l’esibizione non mancano scene molto forti. In primis il video che ha fatto tanto discutere dove l’artista si nutre di organi umani, oltre che un pianoforte e una statua di Cristo in fiamme. Una sua fan le lancia una barbie sul palco e lei, con molta naturalezza, mastica la testa e la stacca dal corpo. E’ sì un giocattolo, ma Lady Gaga è una signorina e quindi fa un certo effetto. Rammenta comunque al suo pubblico che la Barbie è stato uno dei suoi peggiori incubi da bambina.
Coinvogenti sono i momenti in cui si parla di libertà. Un ballerino le chiede di spiegare il significato del Monster Ball Tour e Lady Gaga risponde con la parola “Libertà”. Chiede a tutti di resistere, di essere se stessi e non cedere mai alle provocazioni di chi ci vorrebbe diversi. Racconta la sue origini italiane, aneddoti del suo passato, come la difficoltà di essere accettata al liceo. Durante lo show l’artista si rivela inaspettatamente persona decisamente “alla mano”, tradotto in gergo “non se la tira”, tanto da consolare una sua fan in lacrime nel bel mezzo del concerto.
Conclusioni. Il live dimostra che Lady Gaga è vera, non è un mero personaggio studiato a tavolino, non è un semplice fenomeno. E’ vera fino a prova contraria perchè sa cantare, scrivere, suonare, stare e ballare su un palco, intrattenere, emozionare. Gusti musicali a parte, il suo successo planetario è meritato e indiscutibile. Fenomeno al massimo è il suo stile, che, ovunque ti giri, genera emulazione e migliaia di cloni. Ecco la seconda nota dolente, dover constatare che troppa gente sacrifica il proprio stile, nonchè la personalità, per assomigliare? No, per diventare clone di qualcuno, in questo caso Lady Gaga. Andare in bagno e vedere le varie e i vari surrogati che si truccano e si sistemano parrucca e fiocchi è piuttosto imbarazzante. Gli spettacoli dal vivo in genere sono un momento importante perchè creano aggregazione, confronto e definizione di se stessi in relazione al prossimo. Per questo ci teniamo a sottolineare una volta per tutte che i prezzi delle performance live stanno diventando inaccessibili. Ironia della sorte, sui giornali ti capita di leggere articoli sui giovani, dove, con forte preoccupazione, li si colloca chiusi in una stanza a tessere relazioni on line. Causa ed effetto. Per stare in mezzo ai loro coetanei molto spesso devono pagare troppo. Stanno a casa, tanto ci sono youtube (concerti virtuali), facebook (aggregazione virtuale) e Twitter (confronto virtuale). Definizione di se stessi in relazione al prossimo? Virtuale.
Il pubblico di questa sera è stato comunque ripagato con una moneta diversa sì, ma più difficile da guadagnare in un periodo di crisi, l’entusiasmo. “Piccoli mostri”, come vi chiamerebbe affettuosamente lei, mettete via i soldini per il prossimo show.
Francesca Avallone
L’anno scorso abbiamo atteso il dodici dicembre, quest’anno si è palesato qualche settimana prima (sabato venti novembre, pioggia), ma la rumba sembra rimanere sempre la stessa. Il sipario del Rock TV Birthday Party si alza dinanzi al pubblico dell’Alcatraz rivelando quello che in fondo da quasi un decennio nasconde: una rassegna del rock d’eccellenza, un palcoscenico/torretta dal quale bombardare il pubblico a suon di granate rock e bollenti proiettili metal. Sono nove ormai le edizioni del mini-festival meneghino che cerca di portare (ardua l’impresa, se non altro per l’organizzazione) la stessa sera sullo stesso stage la gente che conta, artisti di alto calibro insieme a nuove proposte del Marshall e del Fender.
Di chitarre e riff ce n’è stato per tutti, per davvero.A presentare non ci sono più né Andrea Rock né DJ Ringo: degna, degnissima sostituta della serata è la rossissima e ricciolosissima Alteria direttamente dagli studi di Rock News. Questa ragazza è il night dream di ogni rockettaro: suona (oh si, suona per davvero!), è vivace e conosce a menadito vita morte e miracoli del rock, da Elvis ai Bloc Party. A farle compagnia nei cambi di palco il mai stanco Max Brigante, che indomito da sotto la cuffietta invernale targata Joy Divison spara classici (forse addirittura troppo classici) ad alta tensione per surriscaldare il pubblico.
Nirvana, Van Halen, System of a Down, as usual.
Girandomi verso il pubblico, nei cambi di palco, mi pare di essere in palestra ad una lezione di step/aquagym, e penso che forse su questo aspetto si potrebbe lavorare un po’ in vista della prossima edizione. Non che sia stato male, ma potremmo inventarci qualcosa di più incisivo per intrattenere tutti in questo frangente.
Artisti. Ci sono quasi tutti, a partire dalle band che dall’underground spiccano il volo verso un pubblico più ampio, leggi Dufresne, carichi e potenti, che aprono questa nona edizione con del sano, sanissimo screamo. Lasciano del buono, seminano bene, personalmente mi stupiscono per tenuta scenica, entusiasmo e tecnica.
“L’Italia ha bisogno di più punk rock”, scrivevo un paio di settimane fa nello status di Facebook. Dopo i SUM 41 coi Veara sabato scorso e dopo l’evento che sto raccontando devo dire che i miei (e non solo miei) desideri sono stati esauditi in toto.
Da applausi l’esibizione dei leggendari Extrema, capisaldi del genere hard, con quel GL Perotti che dall’ottantanove (OTTANTANOVE) porta alto, altissimo lo stendardo del metal in Italia e in Europa. Di questa band non so proprio cosa dire, se non che sono rimasto in estasi per tutta la loro (breve, per ovvi motivi) esibizione.
Un buon sound anche dagli ampli dei Labyrinth, altra formazione archetipica che vanta non so quanti live intorno al globo. Era la prima volta che li sentivo, e devo dire che hanno orgogliosamente portato avanti il loro stile power e i loro suoni anche di fronte ad un pubblico forse più moderno, un pubblico che non è propriamente fan del genere, un pubblico affamato di novità e per questo restio all’ascolto di un genere che non si rinnova da una quindicina d’anni. Giammai.
Appena qualche minuto e i nostri padiglioni auricolari si trovano alle prese con il sound della dolcissima L’Aura, che ci incanta con il suo piano per un momento di relax meritato dopo i fasti delle sopra citate band.
Ormai appuntamento fisso quello con i Meganoidi che, tromba alla mano, ci regalano una Zeta Reticoli di infinita dolcezza, infinita rabbia, infinito amore. Come sempre grande tenuta di scena, grande sound, grande feeling.
Coi Vanilla Sky torna in scena il punk-rock che, ahimè, di punk ha mantenuto molto poco. La band romana sembra essersi adagiata su un mood più popolare, meno estremo, meno ruvido: questo da un lato porterà ad un sicuro (anzi, ormai già consolidato) accesso al mainstream, ma dall’altro la band perde molto in fase di performance live. Con la cover di Lady Gaga Just Dance si rianimano i sopiti spiriti dell’audience presente, anche se pare che a questa esibizione sia mancato qualcosa.
Energia? Forse.
In relax anche i Tre Allegri Ragazzi Morti, in vena di spettacolo invece i Marta sui Tubi, davvero bravi nel loro genere a mescolare sonorità inedite al più nostrano rock. Da applausi i The Fire della vecchia conoscenza (leggi: Shandon, ma sono passate epoche) Olly, e la nuova, pazza idea di Roy Paci che si presenta on stage con una formazione chitarra batteria e tromba davvero all’altezza della situazione.
Il cuore del progetto resta però Rezophonic, la super-band voluta da Mario Riso per sostenere un vero e proprio progetto umanitario: portare l’acqua dove l’acqua non c’è, in paesi dove questo liquido incolore per noi così scontato è pura poesia, vita, necessità. È così che troviamo sul palco, in un dream-team da capogiro per una manciata di brani, gente del calibro di Cristina Scabbia e Andrea Ferro dei Lacuna Coil, Max Zanotti dei Deasonika, Eva Poles dei Prozac+, Francesco Sàrcina de Le Vibrazioni, lo special guest Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e molti, moltissimi altri. Oltre ad elogiare il progetto di Riso, mi sento di applaudire anche l’esecuzione live: davvero pregevole (come insegna il Real, non sempre grandi campioni messi in squadra insieme fanno vincere la Champions) nel complesso e nella ricerca della dimensione adatta ad una corretta elaborazione del messaggio, sia musicale che sociale.
Momento di malinconia e spleen all’annuncio dell’assenza sulla scena del granitico Pino Scotto, alle prese con motivi familiari e al quale auguriamo tutto il bene che possiamo.
Chiudono i massicci Lacuna Coil proprio quando la serata sembra essersi scaldata, e sul finale tutti sul palco per cantare, ancora una volta, sempre più forte, sempre più incazzati, “Tanti auguri Rock TV!”.
Articolo e foto a cura di Zonk Volta
I Sum 41 amano l’Italia e lo dimostrano tornandoci per la terza volta in un anno (dopo il Give It A Name Festival di aprile e l’I-Day Festival di settembre) per un concerto che registra il tutto esaurito con largo anticipo, come prevedibile.
La formazione guidata da Deryck Whibley arriva all’Alcatraz di Milano il 13 novembre 2010 nell’ambito della sesta edizione dell’Eastpak Antidote Tour, carovana punk rock che quest’anno attraversa l’Europa in lungo e in largo tra ottobre e dicembre per un tour che conta 28 date in 13 stati diversi tra cui Regno Unito, Spagna, Francia, Germania e Paesi scandinavi.
Whibley, lasciatosi ormai alle spalle da oltre un anno la relazione con Avril Lavigne e reduce dai bagni di folla del Vans Warped Tour (il più celebre festival punk rock americano), sale sul palco con la sua band storica, fatta eccezione per il chitarrista Tom Thacker che ha preso il posto di Dave Baksh nel 2006.
A colpo d’occhio il look del frontman canadese ci ricorda quello di Johnny Rotten dei Sex Pistols.
La scaletta proposta per questo tour racchiude in sé il lungo percorso artistico dei Sum 41, che va dal pop-punk degli esordi, quello di In too deep per intenderci, ai suoni più duri e contaminati di metal di lavori più recenti come The hell song (brano scelto per aprire il concerto) passando dal rapcore di Fat lip. Ascoltando l’esibizione, che ha il pregio di non essere incentrata sul loro ultimo album di inediti datato 2007, ci si rende conto che i musicisti a cui questo gruppo si è ispirato nel corso degli anni sono molteplici, troviamo ora assaggi di NOFX, ora di Iron Maiden, rimaneggiati a comporre un risultato finale mai uguale alla fonte di ispirazione, come in un film di Tarantino, che attinge a tanti generi plasmandoli in un prodotto dallo stile unico e originale.
Nel corso della serata la band presenta anche un inedito, Skumfuk, presumibilmente contenuto nel prossimo album, Screaming Bloody Murder, in uscita a febbraio 2011. Il brano risulta molto interessante riuscendo a fondere un inizio e una parte centrale serratissimi ad un finale lento in stile ballata, che ha il pregio di mettere in luce, giocando su questo contrasto, l’intonazione vocale di Whibley, estremamente godibile anche nella parte non urlata.
I fan di vecchia data possono rimanere soddisfatti dai brani esibiti che oltre ai già citati singoli degli esordi comprendono anche l’energica Motivation, la struggente Pieces e la più recente Walking disaster, per oltre un’ora di live che si chiude con uno scambio di ruoli che vede Deryck Whibley impegnato alla batteria e il batterista Steve Jocz alla prima voce per il brano dal sapore più metal del loro repertorio: Pain for pleasure. Va detto che nei pezzi più duri e intrisi di chitarre distorte come questo, l’acustica dell’Alcatraz non risulta all’altezza dell’esibizione.
Ad aprire la serata band poco note perfino agli appassionati di genere, c’è il pop-punk dei giovanissimi Veara, novità assoluta di casa Epitaph Records, dai quali rimaniamo positivamente impressionati grazie alle doti della batterista Brittany Harrell, una vera forza della natura, che non si tira indietro neanche quando c’è da spostare gli strumenti per un rapido cambio di palco.
Spunti d’interesse anche nell’esibizione dei The Black Pacific di Jim Lindberg, per vent’anni leader dei Pennywise, a lui riconosciamo l’umiltà nel rimettersi in gioco dopo due decadi di dominio della scena, ricominciando da capo in una band che si trova a fare da spalla ai più giovani Sum 41. Una lezione di stile da cui dovrebbero trarre esempio molti musicisti d’oggi, pomposi e arroganti oltre misura e che magari hanno scritto un decimo delle pagine che ha scritto Lindberg nella storia del punk rock.
Foto di Zonk Volta
Il 15 Ottobre 2010 è la data del maxiconcerto organizzato per festeggiare il secondo compleanno di Hip Hop TV. L’Alcatraz di Milano è anche quest’anno il luogo deputato a celebrare questo mondo, e il punto di forza della serata risiede nella eccezionale varietà delle esibizioni. Innumerevoli infatti gli artisti che calcano il palco per dare vita a quattro ore di live serratissimo e senza interruzioni.
L’emittente televisiva di Sky (canale 720) crea spazio a una cultura, l’Hip Hop, che per affermarsi in Italia con tutti i crismi e fuori dalla sua nicchia necessita ancora di un po’ di tempo. Hip Hop TV le facilita questo percorso, offrendole quotidianamente una vetrina sul mondo. Lo staff anche quest’anno è una macchina da guerra, dinamica e impeccabile: una line up così estesa e un sold out più sold out dei sold out (scusate il gioco di parole, ma rende l’idea), se così non fosse, sarebbero impossibili da gestire.
Proviamo a metterci nei panni di chi sta leggendo questo articolo.
1) State cercando nell’articolo informazioni.
2) Non seguite l’Hip Hop e ci siete capitati per caso. In quest’ultimo caso vi lanciamo un segnale. L’Hip Hop è considerato un genere musicale, ma per cultura è racconto e cronaca. Se in generale vi piace ascoltare, capire, ma soprattutto farvi un’idea sul mondo che vi circonda, forse vale la pena di cercare sul web, come dice Supa (MC), ospite di questa serata.
Ognuna di queste realtà, fatte di rapper (che quando hanno personalità da vendere e un ego spiccato si definiscono più propriamente MC, maestri di cerimonia), dj, beatmaker, breaker, writer ecc., vi dice qualcosa che potrebbe farvi appunto riflettere. Per questo se anche non siete appassionati del genere, non snobbatelo a priori perchè tra tanti artisti qualcuno potrebbe rappresentare quello che cercate.
E’ il bello di questo mondo, l’Hip Hop, in tanti lo praticano, ma solo qualcuno fa al caso vostro. Un mondo vario che necessita di un mondo altrettanto vario.
A inizio serata Rido, conduttore dell’Hip Hop TV BDAY, spiega che tutte le discipline Hip Hop fanno parte dell’iconografia di questa cultura e per questo vanno conosciute e acclamate. Un concetto importante ed espresso in maniera concreta durante lo show. Infatti turntablism, breaking, basket e bike faranno da collante alla serata nei cambi palco. Ottimo l’impatto visivo ed emozionale, nonchè sonoro.
A scaldare il pubblico in sala ci pensa Dj Herca con una vetrina di “rap chicche americane” mixate in un piacevole dj set. Il party comincia con le evoluzioni di tre talentuosi breaker.
Dalla Sicilia arriva Othello, che porta in scena con coraggio lo spaccato della sua terra, compresi temi riguardanti la mafia. A corredare l’audacia di questo rapper, una simpatica cover di “Pop Porno”, completamente rivisitata. Gli Hugaflame si presentano sul palco con maschere teatrali senza espressione, con loro è impossibile non constatare che il cantato nel rap è sempre più in voga, soprattutto tra le nuove leve. Un’interpretazione dignitosa, ma la personalità degli Hugaflame non esce così cristallina questa sera, molto probabilmente per il poco tempo a disposizione. I ritornelli melodici incastonati nel rap creano spesso un’atmosfera intensa, e gli Hugaflame riescono in questa missione.
Se si parla di Hip Hop Italiano allora gli ATPC e gli En Mi Casa sono le persone giuste al posto giusto. Loro hanno contribuito a scrivere questa storia con molta dedizione e non fermandosi al primo ostacolo. Solo in questo modo si arriva a celebrare un ventennio di carriera. Gli ATPC sulla base di “Pass Out” di Tinie Tempah, sono totalmente padroni nei giochi di parole, tanto cari al mondo dell’Hip Hop.
Stregati da Babaman, che sul palco si esprime al meglio in chiave Reggae, il suo attuale mondo. Un animo appassionato e un talento vocale colpiscono di questo artista. Il suo timbro ha un pregio, è inconfondibile, quindi un segno se ve lo trovate davanti lo lascia. Piovono on stage diversi regalini per lui. Si merita quelli e i tanti applausi con cui lascia il posto al prossimo artista.
Arriva il momento dei Da Move, protagonisti di numeri davvero godibili con bike e palloni da basket.
Mondo Marcio accompagnato in consolle da Dj Cristian Vlad, annuncia l’uscita del suo disco che avverrà nel mese di gennaio e si esibisce anche con un mambo versione rap.
In rappresentanza della Dogo Gang arrivano Ted Bee, Deleterio e Caneda (più tardi Vincenzo Da Via Anfossi, Marracash e i Club Dogo). Vero è che in questa sede dovremmo parlare di musica, ma è impossibile non menzionare tra le righe la veste elegante di quest’ultimo, artista così crudo nelle rime. Un dualismo che non va compreso, ma solo ammirato. Jeans stretti e golfino girocollo per un’interpretazione assolutamente coerente con la capacità di Caneda di portare in scena contenuti, ma soprattutto modalità espressive completamente nuove. Caneda non è per tutti e forse nemmeno lo vuole essere, ma almeno quello che porta sul palco non puoi averlo già sentito, perché risiede nel suo più profondo inconscio.
“La vita è questa e non ti danno niente gratis” (“Dico Il Vero“), la sete di verità accompagna sempre gli intenti di Supa e di colui che ne getta le fondamenta, l’irrinunciabile DJ Nais. I testi di questo ragazzo sono espressione della non accettazione delle logiche attuali. Supa tramite i suoi dischi chiede soprattutto ai giovani di informarsi su canali non corrotti, aprire gli occhi e combattere per un mondo completamente diverso. L’auspicio è che sempre più persone accolgano la sua sfida.
Con la quasi totalità della scena italiana presente ci si aspetterebbe anche una serie di featuring a non finire, cosa che purtroppo non avviene. Ogni artista sale sul palco a suonare il proprio repertorio, ma salvo un duetto di Dargen D’ Amico con Daniele Vit, i tempi sono forse troppo stretti per accogliere più di un artista alla volta. Nessuno si prende la briga di condividere i pochi minuti a disposizione con qualcun altro. E’ questa l’ unica mancanza di una serata che regala comunque grandi soddisfazioni a tutti gli appassionati di genere, con esibizioni talvolta anche generose come quella di Vacca che si ferma sul palco a presentare diversi brani del suo recente lavoro. Tra i tanti abbiamo apprezzato il nuovo singolo “ Tu dici che” , dai toni rilassati e meditativi, che non infiamma il pubblico ai livelli di “ Vita da re” (suonata in apertura), ma regala ugualmente un brivido a chi ha già ascoltato l’ album.
In alcuni casi verrebbe voglia di ascoltare di più, come per Emis Killa, vera rivelazione del momento e molto apprezzato dai suoi colleghi “grandi” , nomi pesanti come Club Dogo, Ensi e Marracash, tutti presenti nel suo ultimo album “Champagne e Spine“, disponibile in free download sul sito dell’ etichetta indipendente Blocco Recordz. Mentre osserviamo l’ esibizione da un angolino del palco l’ unica cosa che pensiamo è che se il nostro fotografo ci regalerà un paio di scatti buoni dev’ essere proprio un fenomeno perché Emis Killa, sul palco come nelle rime, è frenetico e si fa fatica a stargli dietro, peccato poter ascoltare solo tre pezzi, e peccato solo uno tratto da Champagne e Spine (“K.I.L.L.A.“). Di lui avremo comunque modo di parlare in uno speciale più avanti.
Big Fish remixa le sue migliori basi, che ascoltate in successione dimostrano una sola cosa: è il numero 1 e se ce ne fossero altri in Italia, o lui è arrivato prima o lo è di più.
Un’ esibizione che non delude mai è quella di Dargen D’ Amico accompagnato dai Two Fingerz, che apre duettando con Daniele Vit in “ Odio volare” , tratto dal suo ultimo EP: D’ Parte Seconda. Se dovessimo scegliere un brano tra quelli esibiti stasera, che testimoni la reale vitalità della scena nel proporre contenuti originali premieremmo sicuramente questo, un brano “ delicatissimo” che scava nel profondo della psiche alla maniera di D’ Amico. Sonorità composte che non striderebbero nemmeno a Sanremo, se non per mettere in luce la superiorità di un artista hip-hop (citando Morgan, la nuova frontiera del cantautore italiano), rispetto ad altri artisti che calcano abitualmente il palco dell’ Ariston. Ma non vogliamo fare della retorica quindi questo brano ci accontentiamo di ascoltarlo qui, davanti a un pubblico sicuramente meno vasto e più ricettivo, anche se D’ Amico a Sanremo è un sogno proibito che continuiamo a concederci. Del resto siamo dell’ idea che un evento così prestigioso come quello del Festival si meriterebbe uno svecchiamento di personaggi e contenuti tale perlomeno da renderlo se non al passo coi tempi almeno rappresentativo di un ampio ventaglio di ambienti. Ma questa è un’ altra storia.
Tornando all’ esibizione del trio Two Fingerz-D’ Amico, la nota di stile iniziale lascia poi spazio a brani più ballabili e senza dubbio più spendibili in una serata come questa, dalla nuova “ Hey DJ” al singolo “ Festa Festa”. L’ impressione è che per l’ Hip Hop la tentazione di sconfinare nella techno sia sempre più irrinunciabile e il risultato sono cinquemila persone che non si limitano più a tirare su le mani come da sempre accade alle jam, ma che saltano come ad un concerto dei Blink.
“Stupido” e “Fino a qui tutto bene“. E’ arrivato Marracash, rispetto all’anno scorso più composto, meno invasato e più convincente anche da un punto di vista vocale.
Dei Club Dogo non appreziamo il fatto di essere usciti per ultimi e aver suonato un solo pezzo, l’ attesa del pubblico va ripagata, non con Spacco Tutto, non con il “peggior” brano dell’ album, rispetto agli altri che contiene. Occasione in parte sprecata. Sarà che l’Alcatraz prossimamente sarà a loro completa disposizione, ma ai presenti dispiace non poter ascoltare qualche brano in più dell’ultimo disco “Che Bello Essere Noi“, album tra l’altro ben fatto.
Non ci piace (ma per dovere di cronaca lo facciamo) sottolineare come, anche quest’ anno, l’ artista più influente in Italia, se non altro in termini di copie vendute, manchi all’ appello. Lanciamo quindi questa provocazione al grande assente: siamo di fronte a un tocco di classe nel non voler rubare la scena agli altri o è puro e semplice snobbismo? Decidete voi, in ogni caso alla serata più importante dell’ anno per la scena hip-hop italiana Fabri Fibra è, per il secondo anno di fila, assente ingiustificato.
Data la line up così estesa non abbiamo menzionato tutti gli artisti in scena, ma sul canale 720 di Sky potrete scoprirne le gesta.
Buon compleanno Hip Hop TV!
Articolo a cura di Francesca Avallone e Luca Zanoncelli
Fotografie di Zonk Volta
Ne siamo rimasti estasiati, ma c’era anche da aspettarselo. Un’esperienza come questa del Pukkelpop 2010 a Kiewit/Hasselt – Belgio – risulta davvero difficile da raccontare nelle poche righe concesse da un articolo. Un bombardamento di emozioni e suoni, il tutto per tre giorni intensissimi (dal 18 al 21 agosto) che hanno visto alternarsi sugli otto palchi messi a disposizione oltre duecento band from all over the world. Una line-up spaventosa, che costringeva, mon dieu!, ad effettuare scelte obbligate a causa della (inevitabile) sovrapposizione di orari. Volevamo tutto, ma come sarebbe stato possibile? Abbiamo dunque cercato il compromesso; partiti in quattro (due maschietti e due femminucce) con gusti musicali piuttosto diversi, non abbiamo avuto problemi né indugi a “spizzicare” da tavolate che non erano le nostre e che, anzi, ci hanno offerto primizie inaspettate ed una certa varietà ognuna delle tre giornate.
L’organizzazione (eccezionale per davvero) che sta dietro a questa grande manifestazione si può toccare con mano fin dalle prime ore; infatti ad aspettarci a Bruxelles c’è un treno che ci condurrà gratuitamente al festival. Una parantesi sulle reti ferroviarie del Belgio, dove il regionale è come un Eurostar italiano, e gli Intercity sembrano delle navicelle spaziali su due piani con una pulizia da far invidia ad un albergo svizzero a 5 stelle. Noi Italiani queste cose gratis ce le possiamo scordare.
Giunti a Kiewit attraversiamo una grande via, o meglio la “strada verso il paradiso della musica”. È tutto rigoroso, è tutto ordinato. I belga sono tutti pettinati uguali! Siamo in tantissimi, ma ci sentiamo al sicuro. Distese d’erba e un cielo caravaggesco rispettivamente sostengono e sovrastano il camping, pronto ad ospitare oltre 46.000 tende di appassionati musicofili, che pianteranno i picchetti a suon di martello per tutta la durata della manifestazione. Gli abitanti di Kiewit si sono attrezzati per piantare gazebi nei loro giardini e offrire food & beverage low-cost al popolo festaiolo. Se in vacanza cercate tranquillità e riservatezza non fate il giro largo. Diversamente, se sognate un luogo dove sentirvi parte di una folla che sta scrivendo la storia, Il Pukkelpop vi aspetta. Qui ci si sente protagonisti anche nel rispettare l’ambiente in cui gli artisti, cui sei devoto, vanno in scena. Infatti gadget vari verranno donati a coloro che infileranno nei sacchetti bottiglie, piatti e bicchieri di plastica.
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Certo che svegliarsi nel campeggio dopo qualche ora di sonno sulle note degli Ok, Go! è quasi buffo da raccontare. Eppure è così: dalle undici del mattino nell’area adibita al festival era un continuo alternarsi di band on stage (certo, era un festival, ma quanti garantiscono cotanta musica e cotanta qualità nell’intero arco della durata della manifestazione?). La mattina, fatta una doccia (quando si riusciva, impresa ardua per davvero), facciamo una piccola colazione in strada, approfittando dei baracchini messi in piedi nell’area antistante le uscite dai miti ed accoglienti abitanti della cittadina belga.
Ricordiamoci che questa è la venticinquesima edizione del festival belga, ma è anche la prima completamente sold-out. Maree, ma maree vere di gente che si muovono ordinatamente (e sottolineiamo, ordinatamente) verso i main-stage, con un rispetto reciproco evidente, senza fretta né spintoni. A Duisburg, alla Love Parade di quest’anno, è accaduto quello che è accaduto, e tutta questa attenzione sia da parte dei partecipanti che dall’organizzazione è sicuramente frutto dello spavento. Serve sempre il morto, per ragionare in termini di sicurezza. Purtroppo.
In ogni caso possiamo affermare che il Pukkelpop 2010 ha garantito altissimi standard qualitativi, sia dal punto di vista organizzativo che di sicurezza, di line-up e di pronto soccorso (quando è servito).
Passiamo alla musica. A seguire una piccola rassegna degli artisti che, in qualche maniera, ci hanno particolarmente impressionato.
19 agosto – DAY #01
Thrice: ci svegliano la mattina del primo giorno, e fanno più effetto dei nostri caffè. Ora che siamo belli svegli e pimpanti ci dirigiamo verso la Marquee Room dove si esibiranno i We Are Scientists, energico trio indie rock.
All Time Low: quartetto statunitense, ben rappresentativo di quel pop-punk tanto acclamato negli ultimi anni e propulsore anche per molte nuove leve del panorama musicale indipendente. Bravini, ci aspettavamo qualcosina di più, ma il genere è quello e sperimentare non è poi così di moda.
Tinie Tempah: trascinatore, positivo e con un’umiltà nell’approccio con il pubblico più unica che rara. I pezzi più coinvolgenti sono Invincible, feat Kelly Rowland e Pass Out, il singolo che ne ha decretato il successo anche in Italia. Il resto del repertorio si fa ascoltare volentieri (Lollipop, Frisky e molte altre). Se pensate che il rap non sia morto, ma si sia semplicemente evoluto annoverando anche nuove stelle, date una chance a Tinie Tempah, così come avete fatto con Kid Cudi e Drake.
Blink-182: con loro non è nemmeno più una questione di gusti musicali, è qualcosina di più. Erano anni che non li vedevamo dal vivo, l’ultima volta eravamo si e no in seconda liceo, a Milano, quindi indicativamente sono passati una quindicina d’anni. Vederli lì, sul palco, Tom, Mark e Travis, è stata un’epifania. E poco importa che Tom non sappia tuttora suonare, e che Travis rulli sempre e comunque. Lo spettacolo è da applausi. Emozioni a non finire, una carrellata di classici (All the Small Things, Always, Aliens Exist) zuccherofilatosi. I Blink sono tornati. Le rughe iniziano a scavare la fronte di Mark, e Tom risulta un po’ gonfio. Le cicatrici di Travis sono marcate, e bruciano ancora. Il giudizio resta in bilico tra un dieci e lode emozionale e un sei da reunion di convenienza. Nel dubbio diamo un otto, anche se i Blink sono sempre i Blink, uno dei gruppi che più ci ha segnato negli ultimi quindici anni, coloro che, tra gli altri, ci hanno fatto avvicinare al punk e alla musica suonata. Lacrimuccia, sia di commozione che di nostalgia. Spleen misto entusiasmo. Noi c’eravamo anche stavolta, mentre Travis ci regalava il suo assolo a testa in giù.
Benny Benassi: gli intenti del dj precursore di suoni (non si contano più i cloni di Satisfaction), non sono cambiati nel tempo: far ballare animi incandescenti, con potenza e divertimento. Le strutture ritmiche dei pezzi invece si sono evolute. L’ultimo singolo del nostro produttore italiano “Spaceship” è già una hit, e incorpora il grande ritorno sulla scena internazionale di Kelis e la presenza di Apl.de.ap e Jean-Baptiste.
Iron Maiden: sempre loro, sempre uguali a se stessi. Una scaletta per accontentare tutti con i classici per un’esibizione non proprio memorabile. Certo, gli Iron sono gli Iron, ed è vero anche che non possiamo chiedere troppo a questi energici “vecchietti”, ma su, dai, un po’ di entusiasmo! Forse è anche colpa del target, decisamente più giovane dei fan di vecchia data della band inglese, o colpa della stanchezza dei sottoscritti, che stavano per addormentarsi dopo un tour de force musicale durato sei ore. Tuttavia questa loro esibizione non ci ha lasciato altro che un “ok, ora abbiamo visto anche gli Iron, punto”.
Goldfrapp: Will Gregory e Alison Goldfrapp, inglesi, cinque album all’attivo e l’electronica come comune denominatore, fanno immergere il pubblico del Pukkel in un’atmosfera tipicamente anni ottanta (incantevoli i ventilatori a tutto spiano sparati sulla cantante, sotto una luce ad occhio di bue). Voce divina e presenza scenica di Alison gasano non poco il pubblico di questo show. Alle sue spalle Will Gregory, musicisti, visual a tema spaziale e un tripudio di luci colorate che incontrano il fumo, creando una perfetta cornice scenografica. Con “Rocket” si raggiunge il culmine e la gente canta e si agita con loro. “Oh, oh, oh, I’ve gotta rocket…”. Anche il secondo singolo del nuovo album “Head First” piace ai presenti. Stiamo parlando di “Believer”.
Placebo: intriganti, questi Placebo. Lasciano davvero una bella impressione; carichi e potenti, corrono e si sbizzarriscono attorno alla presenza scenica di Brian Molko, temerario, depresso, vivo. Il sound dal vivo è quello (riconoscibilissimo) dei dischi, e nelle orecchie tornano melodie ascoltate per anni sui canali musicali, brani che ti fanno canticchiare volentieri. Una bella esibizione. Anche loro visti per la prima volta, lasciano soddisfatti i presenti ben di più degli Iron. Unico neo: sul palco sono in sei.
Groove Armada, duo inglese composto da Andy Cato e Tom Findlay, che ha disegnato bellissime pagine di genere, spaziando dal downtempo alla house. Hanno raggiunto gradualmente il successo, più precisamente nel 1999 con “Vertigo”, ma da quel momento per i club internazionali sono stati sinonimo di garanzia. Durante la loro esibizione la gente è entusiasta. Il loro ultimo album si chiama “Black Light” (2010) e contiene “Paper Romance”, pezzo energico dai suoni eccelsi.
20 agosto – DAY #2
Kate Nash: un timbro inconfondibile ed elegante, uno stile tutto suo. Grandi aspettative per lei, in parte tradite da qualche caduta di stile. A lasciarci un filo perplessi non è l’esibizione, quanto l’atteggiamento. È mattino e si presenta sul palco con un trucco che non le si confà per nulla, ma soprattutto atto a emulare qualcuno/a (leggi alla voce: Bjork). Risultato: rossetto sbavato attorno alla bocca e pubblico che le suggerisce con un cartello di sistemarsi. Scena pietosa. L’imbarazzo è diffuso. Kate Nash non ha bisogno di stupire con maschere e trucco. La sostanza c’è, quindi l’apparenza non dovrebbe trovare spazio nelle sue esibizioni. Le vengono almeno due attacchi di ridarola anche mentre canta, speriamo non previsti da un copione perché davvero fuori luogo. Nonostante questa premessa così acida, il concerto è stato più che piacevole, con la splendida “Foundations” (“fondamenta” in inglese) il pubblico la sostiene e canta gioioso. Con le sue canzoni si ascolta sempre qualcosa di nuovo. Stavamo dimenticando: la Nash aveva il braccio ingessato!
Ou Est Le Swimming Pool: la sala “Dance Hall” è piena di gente curiosa per l’esibizione di questa band inglese di cui si è sentito parlare soprattutto quest’anno. Il loro sound piace perché a metà tra la celebrazione dei mitici ottanta e la voglia di sperimentare. Ci sono tutte le premesse per alimentare il fuoco acceso dal singolo “Dance the way I feel” e decidere di acquistare il loro nuovo album “Golden year”, che uscirà il 3 ottobre in un’atmosfera di commozione. Infatti l’epilogo di questo show è tristemente vero. Prima un incidente in cui il cantante Charles Haddon, buttandosi inaspettatamente sul pubblico, ferisce una ragazza. Il concerto viene subito interrotto. Lo stesso cantante deciderà da lì a poco di mettere fine alla sua giovane vita, con un gesto estremo. Un fatto drammatico, reale, ma soprattutto molto privato, per questo ogni commento e interrogazione risulterebbe inutile. Gli altri componenti del gruppo, Joe Hutchinson and Caan Capan, in accordo con il management e la famiglia di Charles Haddon porteranno avanti il progetto e il giorno del compleanno del cantante uscirà l’album. È già disponibile anche il video del nuovo singolo “The Key” girato proprio al Pukkelpop. Pezzo davvero molto bello e video chiaramente toccante. R.I.P Charles Haddon.
Limp Bizkit: ogni volta è una gioia. È il venti agosto e Fred Durst compie oggi quarant’anni. Però. Simpatici e potenti come sempre, con Wes Borland un po’ in giornata no mascherato da streghetta e seccato dalle telecamere, i Cazzi Mosci ribaltano a suon di nu-metal il main stage del festival. Che botta. I brani sono sempre quelli: Faith, Rollin’, Take a look around, My generation (in apertura), come è sempre piacevole e divertente ascoltarli. Il finale, poi, quando Fred invita (cento?) ragazze sul palco e canta l’ultimo brano sommerso dalla topa, è l’esaltazione del rock. Grandiosi.
Prodigy: c’è attesa per Liam Howlett, Keith Flint e Maxim Reality, per la scaletta, così come per gli effetti speciali che accompagnano sempre le esibizioni dei Prodigy. Fuoco e luci accecanti sono stati scelti anche in questa occasione. Vengono proposti diversi pezzi tratti dall’ultimo album “Invaders Must Die”, come “World’s on fire”, “Omen”, “Warrior’s dance”, “Take me to the Hospital”, “Colours”, “Run With The Wolves”. E visto che i Prodigy la storia l’hanno scritta molti anni fa ed in particolare nel 1997 con l’album “The Fat of The Land”, non possono mancare pezzi del passato come “Breathe”, “Voodoo People”, “Their Law” e naturalmente “Firestarter”. Sulle note del pezzo cardine “Smack my bitch up” Maxim invita tutto il pubblico a sedersi, per farlo lanciare pochi secondi dopo in un salto liberatorio. “Invaders Must Die”, come previsto scatenerà un delirio di danze infuocate. Se proprio dobbiamo trovare una pecca in uno show perfetto, nella scaletta mancavano pezzi d’atmosfera come “Climbatize” e “Narayan” perché i Prodigy hanno fatto anche quelli e li hanno fatti anche molto bene, grazie al loro marchio di fabbrica “Moog Prodigy” (da cui proviene il loro nome) e al gioco di suoni cui ci hanno abituati. Ora che sono passati gli anni novanta, bisognerebbe smettere per sempre di inchiodarli in un genere il “Big Beat” ed eleggerli definitivamente unici esponenti del “Prodigy” perché il loro genere è loro e irripetibile. Maestri di stile.
The XX: tanto ce ne avevano parlato, ma non all’altezza delle nostre personalissime aspettative. Nonostante stiano realmente facendo parlare di sé, questi XX non mi convincono. I ritmi sono dilatati, indie-rock britannico molto poco movimentato. Ci riserviamo il diritto di ascoltarli con più calma in futuro.
NOFX: dilemma, anche loro. C’è chi dice che sia stato un grande concerto, e chi invece scuote la testa deluso. Resta il fatto che, nonostante tutto, i NOFX fanno sempre il loro sporco lavoro. Musicalmente ineccepibili (sono anni che suonano gli stessi brani live), un po’ antipatici nelle (lunghe, estenuanti, interminabili) pause tra una canzone e l’altra, il caro vecchio Fat Mike cerca un dialogo che non arriva. Questo accade di nuovo, sistematicamente, ad ogni data dei NOFX. Geni o furbetti?
Snow Patrol. Un quarto d’ora di concerto ci è bastato per dire che timbro e tecnica vocale di questo artista sono una piacevolissima garanzia. “Chasing Cars” con l’aggiunta di un coinvolgente coro nel finale è irrinunciabile, anche se nel palco vicino si stanno esibendo i NOFX.
21 agosto – DAY #3
Gogol Bordello: che dire dei Gogolli? Piacciano o non piacciano, il loro gran bel casino lo fanno sempre. Di certo i testi non sono il loro pezzo forte, ma l’energia e la carica che sprigionano sul palco è davvero unica. Bravi, anche se forse un po’ troppo reclusi nel personaggio dell’allegra combriccola balcanica.
Serj Tankian: on stage con una bella, bellissima formazione che associa le chitarre e le ritmiche dei (redivivi?) System of a down alla leggerezza e maestosità di sei archi, il tutto celestialmente amalgamato dalla voce (non è una voce, è una magia) di Serj. Grande scoperta, uomo enorme nello spirito e nel lavoro, il quale lascia spazio durante l’esibizione anche a tematiche importanti, sociali, come la democrazia e la libertà di pensiero. Magister.
The Drums: sembrava di trovarsi di fronte ai Joy Division, ma per davvero. Uguali! Vestiti tutti eleganti, con cravatta e camicia, questi ragazzi mi hanno fatto letteralmente impazzire. Forse sono loro la vera rivelazione di quest’anno. Ritmiche e tematiche squisitamente 70s. Belli e bravi. Perché anche l’occhio vuole la sua parte.
Pendulum: presenti in formazione live con strumenti, l’articolo non è pervenuto causa pogo violento dei sottoscritti.
Jonsi – Dimentichiamoci per un attimo che l’artista in questione è membro dei Sigur Ros. Facciamolo perché la sua strada solista merita di essere percorsa nella totale ignoranza. Ogni pregiudizio non permetterebbe alla nostra mente di immergersi nelle prospettive proposte in musica da Jonsi. La natura dipinta di tutti i colori, dalle tinte più malinconiche a quelle più gioiose, dove l’essenza è protagonista assoluta. Proviamo ad assistere al concerto in piedi (e come altrimenti?) per goderci anche l’arte visuale a tema natura, che si sviluppa alle spalle di Jonsi. Ci accorgiamo però che accanto a noi ci sono persone sdraiate sull’erba con gli occhi chiusi e hanno un’espressione imperturbabile. Ci proviamo anche noi e in quel momento comprendiamo molto meglio il connubio Jonsi/Terra, intesa non come contenitore dei fronzoli materiali, bensì come natura, intrisa di atmosfere irrinunciabili. Se ascoltare l’album “Go” sdraiati sull’erba o a contatto con la natura vi riesce difficile in questo momento, provate almeno a chiudere gli occhi e a immaginarvi in un ambiente incontaminato.
Bad Religion: impeccabili, tecnici, stoici.
2ManyDjs: l’alternarsi dei deejay on stage intrippa la folla. Noi arriviamo durante un set dedicato ai brani degli MGMT, e saltiamo alla grandissima.
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Anche questo festival è andato. È certo che andare fuori porta ha sempre il suo gran fascino, soprattutto se si parla del verdissimo Belgio e se si ha, come è accaduto al nostro staff, la fortuna di incrociare tre giorni tre di sole cocente quando le previsioni davano dieci gradi. Ci siamo trovati così bene quasi da non voler abbandonare, il ventidue agosto, la nostra (non proprio pulita) tenda del Decathlon a due posti scarsi (nei pressi dei bagni), anche se in favore di un ben più accogliente trilocale in centro a Bruxelles. Prima di (scusate il gioco di parole) levare le tende da questo Pukkelpop 2010 un mucchio di gente ha dato una bella ripulita all’area campeggio che, nonostante tutto, ha retto alla grandissima. Grandi segnali di civiltà (tende infuocate a parte, ma vediamolo come un rito pagano di gioia e prosperità). Non di tutti, ma di tanti. Riempivi un sacchetto pieno di bottiglie di plastica, lo consegnavi al punto di riciclo e ricevevi in premio una borsa termica (di quelle belle, però!) che inneggiava “Stop global warming (of beer)”.
Cosa vogliamo dire con questo: vogliamo dire che, come sempre, basta poco per migliorare le cose. Ci chiediamo ancora, una volta forse di troppo, perché in Italia debba sempre andare tutto storto, debbano esserci incivili che lanciano sassi (si, sassi, ai Blink all’Indipendent Days di Bologna nel 2000 come ai più recenti raduni hip hop, come dimenticare) alle band, debbano esserci sempre scontri, furti e risse (ok non sempre, ma come mai allo Szieget anche quest’anno l’unica area dove si sono verificati furti in tenda è stata quella riservata agli ospiti italiani?), perché sia sempre inclusa nel prezzo del biglietto anche una bella litigata col coglione di turno che spinge o salta la fila, pesta i piedi o fa complimenti non proprio gentili alla signorina che ti accompagna? Perché ogni volta che vado a vedere un concerto al Forum di Assago rischio di prendere botte e insulti per salire sulla navetta che mi dovrebbe portare a casa?
In Belgio abbiamo visto girare un sacco di birra, e anche qualche canna. Se qualcuno alzava la voce, se qualcuno ti prendeva dentro con il gomito, subito rinsaviva, come subito chiedeva scusa allontanandosi in silenzio. Questa è la nostra esperienza e di certo non possiamo tirare le somme in termini assoluti, ma pensare anche solo che al Pukkepop potevi ricaricare gratuitamente il cellulare da un totem sponsorizzato da una compagnia telefonica ti fa capire come non ci voglia poi così tanto per semplificarsi la vita.
Organizzazione, tutto qua. È questa la parola d’ordine. Perché solo organizzando le cose come si deve si riesce a rendere questo tipo di eventi memorabili.
Elogi e critiche organizzative a parte, il Pukkelpop Festival 2010 ci ha lasciato una marea di emozioni musicali e non. Dal rock al pop, dall’electro al punk, tutti gli show e tutti gli artisti sono stati all’altezza delle aspettative, e sono forse proprio loro, gli artisti, ad aver reso il tutto ancora più indimenticabile. Nonostante ci sia ancora oggi chi storce il naso a constatare che un festival propone alle sei i Blink 182 e alle dieci gli Iron Maiden, dal nostro punto di vista questa gita in Belgio ci ha reso parte di qualcosa di molto più grande, di un immensa mole di persone interessate ai contenuti, non alle apparenze (o eventuali appartenenze). Certo, alcune band proprio non ci hanno convinto, ma crediamo fosse nello spirito stesso del festival quello di unire più persone interessate a diversi generi, anche per permettere a tutti di fare deliziose scoperte musicali, proprio come è capitato a noi.
In proposito (questa non la sapete), vi lasciamo con questa perla: Pukkelpop Festival in olandese sta per qualcosa come “Scoppiaforuncoli Festival” … E pensare che a tutti gli amici abbiamo dovuto spiegare che quel “pop” proprio non c’entrava con l’atmosfera che c’era!
Alla prossima ragazzi.
La Ruota è metafora della vita, si sa, in continua evoluzione gira si ferma e poi riparte, magari un attimo prima di aver afferrato del tutto quello che, nel bene o nel male, ci sta capitando.
La Ruota è anche e soprattutto la nuova creazione artistica di Enrico Ruggeri, album che i fan hanno già posizionato tra i suoi lavori meglio riusciti. La Ruota, da cui prende nome anche il tour, si materializza nell’esibizione dal vivo in un congegno elettronico azionato da un pulsante in grado di selezionare a caso uno dei brani non inseriti nella scaletta fissa, quella dei pezzi irrinunciabili che rimane invariata tutte le sere. Il brano così sorteggiato dagli spettatori invitati a turno sul palco, viene visualizzato su un videowall e diventa parte dello spettacolo perchè esibito immediatamente. Il giusto tributo al caso, che diventa a tratti protagonista, qui come nella vita di tutti i giorni.
Questa sera la Ruota gira a Castelnuovo Val di Cecina, un remoto borgo dell’entroterra maremmano, non prettamente turistico, di quelli che per arrivarci devi percorrere a 40 all’ora una stradina tutta curve stando attento a non investire cinghiali, ricci e volpi che ti sbucano fuori ad ogni tornante, un po’ infastiditi o perlomeno sorpresi da questo insolito viavai domenicale. Di fronte al palco svettano gli enormi serbatoi della vicina centrale geotermica, utilizzati per raccogliere il vapore che da queste parti fuoriesce in gran quantità dal terreno e passando attraverso una turbina (che poi altro non è che una Ruota) produce energia pulita.
«Mi capitava spesso – rivela Enrico – che alla fine di un concerto mi dicessero: “si, bello, però quel brano che non hai fatto…” In questo modo non mi prendo più tutta la responsabilità sulla scaletta, lasciamo decidere anche al caso e così il live viene un po’ diverso tutte le sere.»
In effetti l’esibizione grazie anche a questo espediente risulta molto varia e imprevedibile, si parte col nuovo travolgente singolo “Vivi” per ripercorrere pian piano tutti i successi del cantautore milanese: Ti avrò, Il mare d’inverno, Nuovo Swing, I dubbi dell’amore, Primavera a Sarajevo, Quello che le donne non dicono (scritta da lui, musicata dal suo chitarrista Luigi Schiavone e portata alla ribalta da Fiorella Mannoia) e anche una tra le nostre preferite: Quante vite avrei voluto, sigla del programma televisivo Il Bivio.
La Ruota pesca a caso tre brani in tre diversi momenti della serata: La vie en Rouge, Notte di stelle, Neve al sole, ed il pubblico sembra apprezzare.
Scherza sulla sua età Enrico, neopapà da qualche giorno della piccola Eva, e sul suo passato nei Decibel: «Quando hai diciott’anni e suoni in un gruppo punk non pensi che possano esistere i quarantenni», e poi ancora quando un guardalinee di Serie A sale sul palco per girare la ruota ne ha anche per lui: «Mi raccomando… » gli dice ammiccando. Il pubblico sa della sua fede interista e gli regge il gioco in un divertente scambio di allusioni calcistiche.
Gira di continuo la Ruota di Enrico e la sua spregiudicata vena istrionica lo porterà da settembre di nuovo in tv dopo le recenti esperienze come conduttore di Mistero e Il Bivio. Nel 2010 sarà la volta di X-Factor che vedrà il cantautore impegnato in una veste inedita, quella di giudice-opinionista, assieme ai colleghi Elio e Anna Tatangelo, in particolare Enrico sarà chiamato a dire la sua sui gruppi sonori. A questo proposito Ruggeri ha dichiarato in un’intervista a Vanity Fair che non sarà un giudice buonista perché, parole sue, la sfida è quella di scoprire qualcuno che fra dieci anni sia ancora vivo e vegeto (musicalmente parlando). Poco spazio per storielle costruite ad hoc per un reality insomma, alla ricerca di talenti veri, solidi e longevi.
Tornando al live di stasera, nella seconda parte trovano spazio anche i grandi successi sanremesi e non, ascoltati mille volte in radio: Contessa, Peter Pan, Mistero, La notte delle fate, canzoni lasciate per ultime queste, come gioielli rari che si fanno attendere tutta la sera e si sfoggiano solo all’apice di un vorticoso crescendo di emozioni. E’ a questo punto che le transenne non riescono più a contenere le centinaia di fan che affollano il campo sportivo e che al termine dell’esibizione sono lì sotto il palco, con le braccia al cielo, a celebrare ancora una volta lo spettacolo di una Ruota che non si può fermare.
La Ruota Tour. Prossime date: 19 agosto Castiglion del Lago (PG), 20 agosto Ostia – Settimo Cancello (Roma), 27 agosto Pescosolido (FR), 3 settembre Cesano (Roma), 4 settembre Gallicano del Lazio (Roma), 7-8-9 ottobre Milano.
“Ogni bisogno d’amore è il centro attorno a cui girare la ruota, che non si deve fermare fino a quando non si ferma la vita.” (Enrico Ruggeri – Vivi)
E’ il 15 luglio 2010 a Milano e siamo all’Arena Civica per il Milano Jazzin’ Festival, l’appuntamento estivo giunto alla sua quarta edizione. Il MJF è un evento musicale promosso dall’assessorato agli Eventi del Comune di Milano, che prevede ogni anno numerose esibizioni di artisti dall’indiscussa qualità. Il problema è sempre il solito, il volume, ma gli artisti di questa sera decideranno di fare uno strappo alla regola, alzandolo gradualmente e con molta nonchalance. Nessuno oppone resistenza, visti i risultati.
Peter Kruder, Richard Dorfmeister, Earl Zinger, Ras T-Weed e Fritz Fitzke. Questi gli ingredienti per uno show memorabile, che fa passare in secondo piano il caldo e le zanzare meneghine.
Kruder & Dorfmeister festeggiano quest’anno sedici anni di onorata carriera e un pubblico variegato li acclama e si abbandona completamente ai loro suoni. Il duo austriaco è fautore della “Scena di Vienna” e grazie a continue sperimentazioni ha contribuito a far crescere un genere musicale, un tempo considerato di nicchia: l’electronica. Questo è un genere che nel tempo si è evoluto dando vita a numerose sfaccettature diventate a loro volta generi musicali. Per questo sarebbe interessante ogni tanto recuperare le origini di questo immenso e variegato mondo. In questa ricerca vanno sicuramente contemplati K&D, che hanno gettato le basi e dato vita per esempio al Downtempo e alle sue sonorità da atmosfera. Per essere meno teorici, quando bevete un aperitivo con sottofondi musicali rilassanti pensate anche o soprattutto a loro. Il potere della loro musica si può constatare proprio nell’elemento dell’abbandono, per questo una copia di “K&D Sessions” andrebbe ascoltata non solo agli aperitivi, ma sul proprio divano con gli occhi chiusi e il cellulare spento. Per l’ascoltatore la musica di K&D è terapeutica e leggera, per K&D è frutto di un attento e minuzioso lavoro durato anni. La loro tecnica è sofisticata, ma il risultato che ne scaturisce è adatto a tutti.
Pochi ma ottimi gli album all’attivo, svariati e da far gola alle migliori star internazionali i remix del duo austriaco. Nelle loro tracce si incontra un’ampia gamma di suoni, passando dai ritmi più soft a quelli più estremi (dalla musica ambient alla drum n’ bass per intenderci). Per questo il loro dj set dal vivo assume le sembianze di un’ascesa, sonora, fisica e mentale, il tutto, in questo caso, amplificato dalle installazioni visuali dell’artista Fritz Fitzke e dalle luci di scena. La torta (uno dei temi dei visuals proiettati) vuole la sua ciliegina e per questo ci sono gli mc Earl Zinger e Ras T-Weed, volitivi e passionali, ad accompagnare diversi momenti dello show, portandolo al culmine. In particolare Zinger regala agli spettatori non poche risate grazie alle sue buffe mossette e ai suoi ingressi sul palco fuori dalle righe (si nasconde dietro a K&D e sbuca dalla console praticamente a gattoni). Indimenticabile i ritornelli “Everybody go boooo” e “Milano step in time” loopati all’infinito.
I primi tre pezzi del dj set creano le premesse per uno spettacolo impeccabile a livello sonoro e visivo, passando dai toni freddi e rilassanti a quelli caldi e travolgenti, in un crescendo di sequenze battenti e di sonorità che spaziano dal Trip Hop al Big Beat più spinto. Appena si conclude il terzo pezzo esce in scena Mr Zinger che presenta ufficialmente i due artisti incorniciati improvvisamente da un rettangolo di schermi con proiezioni ipnotiche. Effetti rigeneranti e musica che minuto dopo minuto diventa un unico battito di cuore, fino a scatenare il pubblico in danze energiche, spontanee e prive di coreografie. Gli MC dirigono solo il mood dei movimenti e delle espressioni dei presenti con giochi vocali, acuti e loop alternati. Distogliendo per una attimo lo sguardo dallo spettacolo si possono notare volti imperturbabili nel pubblico. L’atmosfera che si è venuta a creare è delle migliori, complici location, immagini, luci, colori e musica toccante. Il finale del dj set è imprevedibile, in quanto comico. Per festeggiare il loro anniversario Kruder & Dorfmeister si abbracciano sulle note di una “Let it be”, dove il ritornello diventa K&D e il logo degli artisti viene incorniciato da innumerevoli cuoricini. Un’ intesa perfetta che dura da anni e un connubbio artistico che ha dato i suoi frutti con continuità. Kruder & Dorfmeister amano Milano e noi non possiamo che consigliarvi di non perdervi le loro future esibizioni.
Francesca Avallone
Grafica di copertina: Zonk Volta
L’estate come sappiamo è stagione propizia per concerti, sagre e momenti di sana aggregazione. Da qualche anno a questa parte il comune di Rho e la fiera sono diventati uno spazio pronto ad accogliere iniziative ed eventi che abbiano come protagonista la musica. “Rho città della musica”, quindi, come sostiene a gran voce in apertura il primo cittadino. Questa volta a darci appuntamento il 27 giugno 2010 è Radio Reporter, sponsor del Rho Alive, un micro festival giunto alla sua terza edizione.
Ci concentriamo sul palco centrale, dove si svolge il “Reporter Alive”, un evento nell’evento, una diretta capitanata da Alberto Zanni (Radio Reporter) e Elena di Cioccio (Radio Due), pronti dalle nove e trenta a presentare gli ospiti in scaletta.
“Danza intorno al sole” è il brano che apre la serata, scritto da Nada e Carmen Consoli per Paola Turci e la sua chitarra. Sul palco appare infatti solo lei, sempre aggraziata e gentile, in compagnia della sua sei corde acustica. Elena Di Cioccio in apertura anticipa la sorpresa: “Il prossimo artista non ha bisogno né di band né di orchestra”. A ricordarci che la cantante ha una lunga carriera alle spalle è il brano “Bambini” (1989), che il pubblico accompagna con un bel coro. A fine esibizione, come avverrà per tutti gli artisti, c’è tempo per due battute su progetti presenti e futuri. La Turci esprime il suo orgoglio per il nuovo album “Giorni di Rose”, nato dalla collaborazione di parte della quota rosa della musica italiana (Marina Rei, Fiorella Mannoia, Nada e Carmen Consoli e molte altre).
Si cambia completamente registro e sul palco viene accolto il rapper ZeusOne, paffuto cittadino di Rho, che fa cantare le giovanissime con il brano “Su Facebook” (in realtà sono stati avvistati anche diversi adulti canticchiare il ritornello “Su Facebook, su Facebook, mi voglio innamorare su Facebook”). Il tenore è quello che accompagna oramai da qualche anno il panorama del rap nostrano: sintetizzatore un po’ tamarro, base tutta cassa e testo tormentone d’attualità (vedi, ad esempio, “Quelli che” dei Flaminio Maphia, e qui vien da chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina). Niente di nuovo, nessuna magia, ma non per questo ci sentiamo di dare un’insufficienza al ragazzo che è riuscito a tenere il palco in maniera decisa e simpatica.
Presentato con grande enfasi dalla Di Cioccio, è giunto il momento dell’esibizione di Martino Corti, il nuovo “discepolo” di Frau Mara Maionchi (etichetta “Non ho l’età”). Si crea aspettativa per lui come è normale. Malelingue a parte, Mara è stata tra le prime donne discografiche in Italia, ha lavorato con Battisti e Mogol, scoperto e creduto in Gianna Nannini, Mango e Tiziano Ferro. E di questo le siamo grati. Certo che essere presentati come “pupilli” di un produttore fa pensare ad un sistema musicale che dà spazio a chi conosce chi. Forse è solo un’impressione, ma se venissi presentato come “pupillo di” davanti ad una platea folta come quella di stasera, non sarei certo la persona più orgogliosa e felice del mondo, passando per il raccomandato di turno. Pare che più che produttori si parli di protettori. Insomma, potevano evitare queste eccessive auto-celebrazioni da raccomandati. Tornando alla musica, come avvenuto a Sanremo con Tony Maiello, la gente e gli addetti ai lavori dalla scuderia Maionchi si aspettano grandi prestazioni. Martino è talentuoso, educato e chiaramente devoto alla musica, per cui ha lottato affinchè diventasse anche il suo mestiere. Il suo brano è “Stare qui”, e porta in seno qualche melodia e arrangiamento in stile Nomadi. Questo artista riteniamo sia destinato ad imporsi sulla scena gradualmente e in modo pacato, come il suo stile vuole.
Siamo pronti a stimoli diversi con le nuove leve del panorama musicale nostrano. Gli Ultima ci regalano un’energica versione di “Non abbiam bisogno di parole” (cover di Ron), mentre gli Zero 2 con “Vivere Da Adesso” e la cover “Un’estate al mare”raccolgono unanimi consensi nonostante la prestazione vocale non proprio al top.
Una bella rivelazione di quest’anno è la giovanissima Jessica Brando. “Il colore del cuore” viene interpretato con molta intensità, così come “Dove non ci sono ore”, il brano presentato all’ultima edizione del Festival di Sanremo. Jessica è sicura ed emozionata, così da assicurare un trasferimento di energie al pubblico, che la ascolta con molta ammirazione. Questa fanciulla ha esordito come cantante a nove anni e il 29 giugno 2010 è uscita la sua prima biografia, “Io canto da sola”, che racconta come ha realizzato il suo sogno e messo a frutto le sue indiscutibili doti canore. Una bambina prodigio che speriamo non bruci le sue doti troppo presto.
E visto che la musica può avere anche un ruolo importante nel sociale, con Barbara Monte, approda sul palco una grande causa: “Mare senza Memoria” è la canzone scelta dall’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali), come colonna sonora della campagna estiva contro l’abbandono degli animali. Tutti gli introiti ricavati dalla vendita del brano verranno devoluti all’Associazione. Lato nostro abbiamo apprezzato molto il testo e non possiamo che consigliarvi di ascoltarlo ed eventualmente appoggiare questa iniziativa.
Presa di posizione anche per Mitch & Squalo che si esibiscono con “Boom Boom”, schierandosi contro la droga, fatto anomalo nell’ambiente dell’Hip Hop Italiano. Il brano è legato a “Boom Boom– Strategia globale di contrasto alle tossicodipendenze e promozione del benessere”, progetto voluto dall’associazione Centro Studi Parlamento della Legalità. Il pezzo non è male, ma la cosa importante è la tematica affrontata. Un plauso ad occhi chiusi solo per questo. Mitch & Squalo si sono fatti conoscere nel settore, grazie a una sana gavetta, che li ha visti coinvolti nelle esperienze professionali più disparate. Dai media tradizionali (Sky Sport, MTV e Rai) ai new media (Alice Live, Hit Channel), dalla Radio ai social network. Per gli speaker e dj di Radio 105 è in uscita un nuovo disco “Su le mani”, cui dovrebbero seguire anche alcune iniziative che li vedranno impegnati nelle scuole. Bravi, diamoci da fare.
Arrangiamenti retrò e testi d’amore per gli Studio 3. “Amore incontenibile” e “Il mio respiro” (feat Noemy Nicole) i pezzi presentati in questa occasione dalla boy band che ricorda da vicino BSB e Take That, con sonorità e tematiche già sentite ma doti canore notevoli. Sul palco sono disinvolti e parlano con i loro fan come se fossero al baretto, e questo gli fa onore. Ecco cosa di questo gruppo colpisce, la qualità e l’essere realmente spontanei.
Il pubblico pullula di giovanissimi e il prossimo gruppo è pan per i loro denti. Arriva quindi il primo dei tre urli fatali che sentiremo in questa serata, il primo è per i Finley, che cominciano con “Il tempo di un minuto” per proseguire con “Un’altra come te”. Il loro bassista li ha da poco lasciati per intraprendere altri progetti e probabilmente la formazione rimarrà a quota tre, ma questa sera il basso si sentirà al sicuro, grazie al tocco di Dan Persoglio, energico e appassionato come sempre. È da poco uscito il loro ultimo disco “Fuori” e questa sera ci siamo trovati di fronte a una band più matura e professionale. Ricordiamo che i Finley al loro esordio tra i grandi della musica sono stati letteralmente travolti da un successo improvviso, probabilmente inaspettato anche per chi credeva in loro. Il sistema musicale italiano non sempre riserva belle sorprese. Per fortuna, nel loro caso questo successo non è stato effimero.
C’è chi sostiene che Loredana Errore debba lasciarsi andare completamente sul palco. Vedere una ragazza bella, probabilmente dolce e con un talento raro quasi posseduta mentre canta canzoni che parlano di sentimenti, non è comunque una bella scena. La quota rosa di MAGMUSIC! l’ha seguita con attenzione durante il talent show “Amici”, ha cercato di capirla mentre si dimenava, saltellava a sproposito e si mangiava le note per quella rabbia vocale sempre in agguato. Da ribadire che questa ragazza ha una voce meravigliosa, ma un’interpretazione che troppo spesso ne offusca la luce. “L’ho visto prima io” e “Ragazza occhi cielo”, il pezzo scritto per lei da Biagio Antonacci. Con la speranza che Loredana, con il tempo, metta da parte un pò di rabbia, per lasciar emergere solo il suo talento.
Paolo Meneguzzi monta sul palco con “Imprevedibile” il singolo che ha segnato il suo ritorno sulla scena italiana. In questi ultimi anni infatti il buon Meneguzzi, come il collega Tiziano Ferro fece a suo tempo, si è fatto conoscere anche negli Stati Uniti e in America Latina, ricevendo tra l’altro dei buoni riscontri, sia a livello radiofonico, che dalla critica. Un ritorno al passato con “Musica” e un saluto davvero caloroso con il pubblico. Su di lui non si può che dir bene, in particolare riguardo all’interpretazione dei brani. Dai toni più sofferti a quelli più giocosi, Meneguzzi canta in modo sentito anche le virgole.
E’ il momento del secondo urlo corale con i Lost. presentano due singoli tratti dall’ultimo album “Allora sia un buon viaggio“, vale a dire “L’applauso del cielo” e “Il cantante”, singoli che gli stanno garantendo il mantenimento del successo, soprattutto in ambiente teen, sinora raggiunto. Il primo brano è in perfetto stile Lost, il secondo davvero originale e trascinante, anche per la scelta di strumenti insoliti nel loro genere, leggi alla voce cornamuse.
Zucchero raccontava qualche tempo fa di credere nel talento della figlia, che però si sarebbe dovuta dare da fare parecchio per intraprendere la sua stessa carriera in questo periodo storico. Adesso non è più l’unico a credere in lei e Irene Fornaciari sta rendendo ancora più grande questo cognome. Una ragazza che al suo esordio ha fatto dell’umiltà una virtù, permettendo al pubblico di conoscerla e ammirarla in qualità di Irene, e non per essere la “figlia di…”. “Messin’ With My Head” viene interpretata utilizzando tutte le sfumature e i colori della black music. Irene ha una voce divina. Chiude con la straordinaria, eccelsa, strappalacrime “Il mondo piange”, quella che per noi rimane tra più belle canzoni ascoltate quest’anno in Italia.
E’ il turno di Selma Hernandez. Forse questo nome non vi dirà molto perchè si tratta di una cantante brasiliana che l’Italia ha conosciuto più che altro per “Remedios”, pezzo contenuto nella colonna sonora del film di Ozpetek “Saturno Contro” e diventato nel 2007 un singolo e un remix di successo. Se siete appassionati di pop latino o semplicemente avete voglia di energie positive, date un ascolto al suo primo inedito “Musica Para Dançar”, che ha garantito un momento danzereccio al pubblico di Rho.
“Valerio, Valerio, Valeriooooo…”. Ecco il terzo urlo under sedici in scaletta, ma primo per intensità. E anche il momento di Valerio Scanu è arrivato. Interpreta “Per tutte le volte che”, “Credi in me” e “Ricordati di noi”. Da spendere una nota di merito sul secondo brano, fautore di atmosfere e cariche emotive. La sua esibizione si commenta da sola: “Valerioooooo”. Valerio piace e forse se lo merita. Anche lui canta da quando aveva nove anni, dopo il successo ottenuto con il talent “Amici” si è impegnato per migliorare alcuni aspetti sia interpretativi, che caratteriali. Nel live tutto questo emerge, anche se viene da chiedersi quanto di tutto questo successo sia stato merito dalla massiccia esposizione televisiva donatogli dal talent e da Sanremo, e quanto dalle sue effettive doti interpretative.
Preferiamo dirlo subito. Francesco Baccini è un poeta della musica, un cantautore d’altri tempi. Quindi vi preghiamo, se non lo conoscete perchè bombardati quotidianamente da altre meteore, di approfondirne l’ascolto. Se credete nella musica e nella sua storia, gli sarete grati per aver contribuito a scriverla. Questi i pezzi della serata:“Ci devi fare un Goal”, “Ho voglia di innamorarmi” e “Sotto questo sole”.
Siamo giunti così all’ultimo artista, Povia. Dopo un duetto con Mitch e Squalo in “Insegui i sogni tuoi” è il momento di “La verità”, un brano ineccepibile, che fa riflettere e in cui l’artista crede molto. “Luca era Gay”, che aveva suscitato una marea di polemiche, viene cantata da tutto il pubblico con grande felicità del cantautore. Segue “Ci sei solo tu”, brano con il quale l’artista stabilisce una grande vicinanza con gli spettatori, coinvolgendoli dall’inizio alla fine. Grande trascinatore. Ed ecco arrivare il pezzo cardine della sua discografia, “I bambini fanno ooh”. Povia si conferma autore ricercato ed interprete riuscito. Il suo animo rock dirige le sue esibizioni live mentre il suo lato lirico e poetico trasmettono emozioni a non finire. Ogni suo testo è chiaramente studiato ed articolato attorno ad un tema forte, tema che viene sviscerato sino a rendere il più grande dei concetti di immediata comprensione. Poche metafore, pochi giochi di parole, i testi di Giuseppe Povia giungono dritti all’obbiettivo. Possono piacere o meno, possiamo essere o meno d’accordo con le sue parole, ma di questo artista va premiata di certo la capacità espressiva decisamente fuori dal comune, in grado di raccontare grandi storie senza mai sbilanciarsi.
In questo forse sta il suo talento: sta poi a noi decidere se schierarci a favore, contro, o semplicemente chiudere gli occhi e ascoltare la storia che questa sera ha deciso di raccontarci.
Articolo di Francesca Avallone e Emanuele Barboni
Foto di Zonk Volta
Milano, 8 Giugno 2010.
Stupore e meraviglia. Davanti a noi si materializza un’ astronave coperta da una moltitudine di schermi e non siamo alla N.A.S.A. C’è attesa, sono le 19.00 a San Siro e il lancio è previsto per le 21.15. Gli “astronauti” di questo viaggio si stanno preparando, il nome della missione è “The Resistance Tour”.
Bisogna però effettuare un pre-lancio e nell’abitacolo della nave spaziale arrivano i supporter della causa, i Kasabian. Di loro avevamo già parlato in passato, facendone emergere i virtuosismi nel live. Questi ragazzi li puoi mettere nel baretto sotto casa, alla fiera di Milano, come a San Siro e hai la certezza di assistere a un buon concerto, complice la carica dei loro suoni e l’assenza di maschere e artefatti, sono musicisti veri. Attendiamo fino alla fine “L.S.F.”, ma questa volta l’hanno lasciata a casa ed è giusto così. E’ il pezzo che li ha resi celebri e anche loro vogliono andare avanti, considerato che il resto del loro repertorio merita l’ascolto. Un ultimo Sound check e si parte. Per dove direte voi. Inizia un viaggio e qui lascio cadere la penna dello scrittore, per raccontarvi questo concerto da appassionata di performance live e descrivervi qualcosa che ad oggi hanno solo i Muse: la musica extraterrestre. Questo tipo di musica è resa possibile da un connubio perfettamente fluido di due elementi, musica e impianto scenico. Con o senza astronave i loro concerti ti proiettano nello spazio, fosse anche solo mentale. Sonorità, luci e band raccontano la realtà, da un punto di vista privilegiato, innalzandosi e sollevando anche tutto quello che è accanto a loro. “You can’t come down to Earth, you’re swelling up, you’re unstoppable” (“New Born”). Di fatto il nostro pianeta e quello che vi succede non è fine a se stesso, ma è immerso in uno spazio e in un mistero che ancora non sono stati svelati, ma che ogni animo profondo cerca inconsciamente. La musica dei Muse attiva questi collegamenti spazio-temporali e consente la ricerca di mondi possibili. Già ad Assago nel 2006 ricordo le facce del pubblico, la mia e quella dei miei vicini e vi garantisco che non erano espressioni da realtà. I loro dischi, che contengono testi riflessivi, paradossalmente non andrebbero ascoltati sempre con concentrazione, ma con un semplice abbandono al suono.
Sul palco approda un gruppo sostenuto di persone che trasportano bandiere e un messaggio molto chiaro, contenuto anche nel testo di “Uprising”, il primo brano in scaletta: non permettiamo che le nostre menti siano controllate e la verità tenuta lontana. Comincia la resistenza e con “Uprising” i Muse raccontano in musica la missione di questo viaggio, relativamente al tema del potere e dei potenti, di coloro che cercano di controllarci e portarci al degrado. Una sfida lanciata al pubblico e che, con queste parole, si spera possa perpetuarsi anche dopo il concerto di San Siro.“They will not force us, they will stop degrading us, they will not control us, we will be victorious” (non ci costringeranno, finiranno di degradarci, non avranno più controllo su di noi, ne usciremo vittoriosi). Il tutto accompagnato da una ritmica divina con tanto di claps repentini.
Tutto è pronto per l’immersione in questa nuova dimesione, fatta di rinascite e consapevolezza. È il momento di liberarsi di tutto per lasciarsi trasportare completamente con “Supermassive black hole”. Questo brano, quando è uscito, ha segnato una nuova era per i Muse, fatta di successi e crescite, nelle vendite e negli show. La gente si è gradualmente distaccata dal link ormai obsoleto “Muse – Time is running out”, per assaporarne, conoscerne e condividerne le nuove gesta. Era il 2006 e l’opera completa portava il nome di “Black holes and revelations”, un album che anche in questo tour è stato protagonista nella scaletta.
“New born” tradotta in parole è una meteora pronta ad esplodere. Infatti, dopo una crescita resa possibile dal suono di una pianoforte e da note altissime e sofferte, arriva la rivalsa del rock più vero, con giri impazziti di chitarre ruvide e “incazzate”. I contrasti della vita, sono quindi affrontati grazie a strumentazioni contrapposte, utilizzate nell’arco della stessa canzone e che potrebbero convincere anche un animo imploso a rinascere. Nel frattempo il palco è incandescente, gli artisti brillano di luce propria (oltre che nei costumi), la nave è completamente illuminata e ai bordi si sviluppano a collage video e visuals, oltre che gli artisti in presa diretta, il tutto “effettato”. Queste sono installazioni d’autore. È ora la volta di un pezzo tratto appunto da “Black holes and revelations”, intitolato “Map of the Problematique”. Psichedelico e molto in stile Depeche Mode, con una lirica concentrata sul tema della solitudine. Bellamy e compari, si fanno ora pionieri del romanticismo più autentico, con “Neutron Star Collision”e “Guiding Light”, quest’ultimo brano tratto da “The Resistance”, è una sorta di apoteosi dei significati più puri dell’amore. Bellamy canta riguardo all’esistenza di una luce guida fatta a persona, quella che amiamo, in assenza della quale ci sentiamo persi e confusi.
E proprio perchè la poetica dei Muse è fatta di contrasti sonori, ecco arrivare una nuova ondata di chitarre aggressive con ”Histeria”. Si prosegue con “Nisch” e poi sul palco sale anche un pianoforte a coda, come in ogni concerto dei Muse che si rispetti, per deliziare il pubblico con uno dei pezzi più originali dell’ultimo album: “United States of Eurasia”. Qui la musica classica e la lirica si fondono con le melodie orientali e il rock. I Muse sono maestri nell’intrecciare generi diversi e nel renderli qualcosa di nuovo. I cori contenuti nel brano riportano la mente ai Queen.
Tornano i bei versi sull’amore con “I belong to you”, una dichiarazione d’amore molto poetica. Si parla di un uomo che dopo aver viaggiato per tutto il mondo, ha capito che lei è la sua musa e lui le appartiene.
La sensazione che ci fossero delle sorprese in serbo era nell’aria e infatti Wolstenholme (bassista) e Howard (batterista) si portano avanti sul punto più esterno del palco, che come per magia si stacca fino ad elevarsi. Questo è solo un primo assaggio per caricare il pubblico e deliziarlo con una “Drum and Bass Jam” dei due musicisti. Da lì a poco ritornerà sul palco Matt Bellamy completamente ricoperto di lucine (occhiali compresi) e raggiungerà i colleghi per il gran colpo di grazia: “Undisclosed Desires”, “Resistance” e “Starlight” in sequenza. Il palchetto si alza in volo, gira su stesso con il trio al completo e si comincia dalla prima delle tre, la cui particolarità risiede nella sequenza ritmica a sospensione. San Siro già in fervore esplode definitivamente con “Resistance”, si innalzano cori intonati che avvolgono la voce del bel Bellamy. Il momento credo più commuovente del concerto arriva con “Starlight” con l’apice su “Our hopes and expectations Black holes and revelations“.
Annunciato dal trio, sul palco li raggiunge Nic Cester dei Jet, che si esibisce con “Back in black” degli AC/DC, dando sfoggio delle proprie doti di screamer.
Con atmosfera solenne si espande a macchia “Time is running out”, che li ha resi celebri ai più e che possiamo tranquillamente eleggere a tributo di questa storia fantastica che i Muse stanno scrivendo per il pianeta delle sette note.
Torna il tema della ricerca della verità, al centro di questo album, con un’ accesa “Unnatural selection”. Dopo “Unintended” è il momento del secondo colpo di scena, i Muse si dirigono verso il backstage e al loro posto compare in prossimità della tribuna blu un ampio disco volante con un trapezzista che penzola e si lancia in una danza, accompagnato a suon di voce e strumenti dai tre astronauti (Muse). Sembra avvicinarsi il termine di questo viaggio sulle note di “Stockholm Syndrome”.
I Muse hanno però in serbo il gran finale con pezzi cardine quali “Take a bow”, “Plug in baby” e “Knight of Cydonia”.
Torniamo sulla Terra, ma siamo stati liberati. E ora cerchiamo questa verità, così che la musica abbia avuto il ruolo decisivo che le spetta da secoli nella società, tra conoscenza, consapevolezza e liberazione.
E’ cominciata la resistenza.
Articolo a cura di Francesca Avallone
Domani a Milano non sarà un giorno qualunque. Sono tornati i Gogol Bordello con il loro poliedrico fondatore Eugene Hütz, per deliziare gli appassionati con un tour che li vede in prima linea sui palchi italiani. Bologna (Estragon) e Milano (Alcatraz) le prime due date e la presentazione dei nuovi pezzi tratti dal quinto lavoro dei Gogol, “Trans-Continental Hustle”. Quella di domani non sarà quindi l’ultima data italiana perchè la band ci dà appuntamento quest’estate ad alcuni tra i più importanti Festival nostrani*.
La band che porta sul palco il genere Gipsy Punk, colorato da influssi balcanici e rock, si presenta con una formazione variegata, che anima i concerti con ritmi tribali e incalzanti. Una storia in musica e non solo quella dei Gogol Bordello davvero affascinante. Basta consultare la loro biografia e scoprirete quante le esperienze che hanno segnato, per esempio, la vita del pionere di questa band, Eugene Hütz e l’evoluzione di una musica, che parte dai ritmi primordiali per spingersi verso sonorità sperimentali. Hütz ha vagato per l’Europa costruendosi il proprio bagaglio, ha suonato ai matrimoni di emigranti come lui, fino ad approdare a New York nel 1993. Da quel momento è cominciata l’ascesa, che lo ha visto anche protagonista nei club di New York come dj che fonde musica araba e balcanica con ritmi electro e dancehall.
I Gogol Bordello hanno anche all’attivo un Live Earth insieme a Madonna e, valore aggiunto, i loro tour li vedono impegnati in innumerevoli date e paesi. Quest’anno hanno deciso di viversi il caloroso pubblico italiano con sei date e noi li seguiremo per voi da vicino. Il team di Mag Music, sarà presente sia a Milano, che al Pukkelpop Festival in Belgio, per raccontarvi la loro musica e mostrarvi le loro gesta sul palco.
Stay Tuned!
*Il tour italiano
24/05/10, Estragon – Bologna
25/05/10, Alcatraz – Milano (sold out)
14/07/10, Sherwood Festival – Padova
17/07/10, Villaserra Breakout – Genova
24/08/10, Umbria Folk Festival – Orvieto
25/08/10, Sarroch Summer Grooves – Sarroch (CA)
12 Maggio 2010
Chiudete gli occhi e immaginate un concerto del 2030. Fatto? Ecco come si presenta al pubblico la tappa milanese del The E.N.D. World Tour: lo show musicale del futuro.
I Black Eyed Peas qualche indizio sul mood del loro nuovo lavoro lo avevano già fornito nel 2009, anno di uscita del loro quinto disco The E.N.D (The Energy Never Dies). Come afferma lo stesso Will.i.am “The E.N.D” non rappresenta una fine, ma una vera e propria celebrazione del cambiamento.
Quest’anno li ringraziamo anche per aver portato a Milano come supporter una favolosa Cheryl Cole, figlia dei talent-show, ma con un sovoir faire e una voce da artista veterana. L’artista sta avendo molto successo in Europa, anche grazie a Will.i.am, che oltre ad aver duettato con lei, ha prodotto il suo album da solista “3words”.
Siamo rimasti estasiati dalla resa di “Stand up”, “Fight for this love” e “Parachute” e proprio sulle note di questo brano, assistiamo a un bellissimo tango interpretato da Cheryl e dai suoi ballerini. “3 words” è uno di quei rari album, dove non si è costretti a saltare i pezzi. Se poi siete fanatici della musica anni novanta, Cheryl fa al caso vostro.
Passiamo ora agli headliner.
Lo spettacolo cui abbiamo assistito il 12 maggio al Forum di Assago è l’amplificazione all’ennesima potenza del videoclip di Boom Boom Pow, tra tripudi di laser, luci e visual ipnotici. La dimensione uomo-macchina passa così da virtuale a reale, grazie a un utilizzo vorace e meticoloso di tecnologie, effetti speciali e costumi di scena. E allora si comincia. I quattro componenti dei Black Eyed Peas, Will.i.am, Fergie, Taboo e Apl.de.ap, si materializzano sul palco tra fumate bianche, all’interno di coni verdi disegnati dal laser. Ci sono i presupposti per fare le cose in grande. Un accenno al palco: una parete di mega schermi che ricoprono anche un palchetto sopraelevato, dove approderà la band dei BEP. Sotto allo stage una porticina che fa da ingresso al palco vero e proprio, nei passaggi tra un brano e l’altro. Una passerella illuminata, da far invidia ai nostri stilisti.
Quelli di fronte a noi sono artisti eclettici, positivi, ironici e pronti a scatenare l’inferno ad ogni beat, ma soprattutto sono precursori di nuove tendenze e maghi nel fondere insieme generi diversi. Dance, Electro, Rock e Hip Hop diventano una cosa unica con loro. Questo è crossover d’autore.
La scaletta è veramente densa e varia, perché ai singoli pezzi del repertorio, vengono incastonati medley e dj set. Scelta ovvia, ma pur sempre azzeccata, il pezzo d’inizio “Let’s get it started”. A voler essere pretenziosi e pignoli, ci si aspettavamo come inizio, quel bellissimo intro contenuto nell’album, con tanto di voce off rigorosamente robotica ed effettata che precede una ripartenza con “Bom bom pow”. Invece per quello dovremo aspettare l’ultimo atto dello show.
Si prosegue con I pezzi del nuovo album,“Rock your body” e “Meet me half way”, brani strumentalmente in antitesi, graffiante il primo, più morbido il secondo, ma entrambi diventati dal loro primo passaggio veri tormentoni radiofonici.
Sempre da “The E.N.D.” ci propongono “Alive”, non il pezzo meglio riuscito del disco, ma comunque molto rappresentativo di quel sound da club underground voluto dai BEP, nel loro nuovo progetto. È il momento che riaffiorino i motivi per cui la gente si è innamorata di questo gruppo e con “Don’t phunk with my heart” e “Shut up” tutto si fa chiaro.
Per ricordarci che siamo a un concerto di un gruppo Hip Hop, Will.i.am ci regala subito un bel freestyle. Giocosamente comincia a rappare i messaggi dei fan italiani che scorrono sul led screen e da lì è un crescendo, sia nel flow, che in rapidità.
È il momento di uno dei pezzi più quotati del repertorio: “Imma be”. Solitamente agli effetti ci pensano le macchine e invece in questo caso sono gli artisti stessi a giocare in modo impeccabile con la loro voce. Loopatori umani, questi Black Eyed Peas. È il momento di scatenarsi con “My humps”, pezzo in cui la fascinosa e provocante Fergie ci mostra che cosa si può fare con un decolleté come il suo. Non risulta volgare nemmeno per un secondo, proprio perché in quel gesto ci mette comicità. Un momento di romanticismo a questo punto è di dovere con “Missing You” e proprio in questo pezzo emerge l’intesa e la stima che lega Will.i.am e Fergie.
Da questo momento succedono cose dell’altro mondo, compresa una moto che vola sopra al pubblico del Forum. Arrivano gli assoli e si comincia da Apl-de-ap, che scatena il pubblico con “Bebot” e “Mare”. È poi la volta di Taboo, che sale su una moto, prendendo letteralmente il volo a ritmo di “Rocking to the Beat”. Geniale.
Arriva la regina incontrastata dello show, Fergie. I pezzi che interpreta, con la sua voce estesa e sensuale, sono “Fergielicious”, “Glamorous”, “Big Girls Don’t Cry”. Tutto ben riuscito, anche se purtroppo sul finale con “Quando, quando” (dalla colonna sonora di “Nine”), non viene sostenuta come vorrebbe dal pubblico italiano. Forse il pubblico non ha apprezzato o visto il film. I nostri vicini preferiscono definirla una “ruffianata” che si poteva evitare.
A ristabilire l’adrenalina ci pensa Will.i.am. Con un DJ set eclettico, grazie alla scelta dei pezzi, da Michael Jackson ai Guns’ n Roses, dagli House of Pain ai Nirvana, e a un curatissimo utilizzo della consolle sopraelevata.
Lo show prosegue con un video interludio “I Am In The House”. E ancora dal nuovo album “Now Generation”, che crea un’atmosfera molto “rockettara”. L’ultimo atto dello show è, passateci il termine, una vera bomba. ÈÈÈ infatti ora di ricordare ancora una volta I vecchi tempi, con “Pump it” e “Where is the love”. Il pubblico è in delirio, ma da lì ha poco esploderà definitivamente. Dopo un medley con I pezzi di The E.N.D., “Showdown”, “Party All the Time” e “Out of My Head”, arriva il momento tanto atteso e purtroppo anche il finale del concerto, con i pezzi che ci hanno piacevolmente bombardato nel 2009. Stiamo parlando di “Boom Boom Pow” e “I Gotta Feeling”.
La musica dei Black Eyed Peas è avvolgente e coinvolgente, perché ricca di strumenti ed effetti e compressa al massimo. Rappresentano il genere Hip Hop, ma ne hanno ribaltato l’immagine, presentandosi con un atteggiamento lontano mille miglia da mc, rapper e produttori presi male e incazzati con il mondo intero per vocazione. Non un proposito, ma proprio il loro modo d’essere. Sorridenti e trascinatori.
I BEP hanno venduto 35 milioni di album nel mondo e sembrano avere ancora molto in serbo per il pianeta. Il quartetto è l’esempio fatto a persona, che la gente ha bisogno anche di musica semplice e possibilmente positiva nella vita di tutti i giorni e non per forza perché lo vogliono le radio.
Francesca Avallone
VOILÀ di Philippe Minyana
traduzione di Anna D’Elia
regia di Renzo Martinelli
con Sara Bertelà, Elena Callegari, Federica Fracassi e
con la partecipazione di Francesco Tricarico.
Eccoci qui. Francesco Tricarico cantautore, per coloro che sanno comprenderne il genio è un’eterna conferma. Francesco Tricarico attore (per la prima volta) è un’opportunità, che nel caso vi foste persi, vi consigliamo di non perdere in futuro.
Se poi ci sono tre donne a tenerlo a battesimo, come Sara Bertelà, Elena Callegari e Federica Fracassi, così diverse tra loro, ma in grado di tirarne fuori il meglio durante l’esibizione e un’organizzazione, che ha avuto l’intuizione di integrarlo in questa messa in scena, possiamo solo augurarci che questa sia solo la prima di tante volte.
Esordio teatrale, avvenuto il 31 marzo 2010, al Teatro I di Milano. Mondi complessi e affascinanti quelli portati sul palco, ma interpretati con una semplicità irreale. Attonito e imperturbabile, è imitabile solo da lui medesimo, proprio perché interpreta la vita a modo suo e al limite noi spettatori possiamo solo condividere l’intimità del suo mondo, per il tempo del racconto.
Questa è la quarta edizione della Rassegna Face à Face – parole di Francia per scene d’italia, voluta dall’Ambasciata di Francia in Italia, che ha l’obiettivo di promuovere gli autori teatrali francesi in Italia e di interessare alla drammaturgia contemporanea francese il sistema teatrale italiano. In questa occasione l’autore è Philippe Minyana e “Voilà” l’opera scelta per far riflettere gli spettatori italiani.
Riflettere su cosa? Due elementi rendono grandi gli spettacoli: novità e collaborazione. La contemportaneità francese merita di essere scoperta dagli italiani, anche perché evoluzione di un teatro voluto da grandi maestri del passato, come Artaud e Kantor.
Cosa accade in sala? Un gruppo d’amici e un unico rito. Ritrovarsi la domenica e parlare sempre delle stesse cose. Il tempo scorre e un cucù lo ricorda inesorabilmente, quindi qualcosa dovrà pur cambiare. Cosa? È qui che lo spettatore diventa protagonista perché chiamato a cogliere le differenze di qualcosa che sembra sempre uguale. Compito arduo, perché le battute si ripetono nel corso della performance, ma tutto questo è stimolante.
In questo spettacolo è possibile cogliere un elemento di forte attualità. La ricerca delle certezze in un mondo che sembra diventato sempre più effimero e imprevedibile. Qualcuno le trova nella professione, altri nell’habitat familiare, i protagonisti di “Voilà” nell’amicizia, che più passa il tempo (come l’orologio a cucù ricorda), più arriva a confondersi con dinamiche e retroscena di una vera e propria famiglia. Una confidenza, quella che lega Hervè (Tricarico) e compagne, che rende possibile una schiettezza quasi irreale e dialoghi talvolta assurdi. Non passa domenica in cui non vi siano lamentele e frecciatine, ma anche elogi legati per forza di cose proprio allo scorrere del tempo, che, come nella vita reale, amplifica i tratti caratteriali, la sensibilità delle persone e anche i problemi di salute. Ecco allora che lo spettatore comincia a riconoscere i cambiamenti nel rituale, un’ evoluzione nei toni, nelle parole e negli sguardi dei personaggi, la stanchezza e la noia.
Anche la poca capienza del teatro è complice dello spettacolo stesso. I cento spettatori si immergono completamente nelle dinamiche di questo gruppo di amici ed entrano a far parte della scena stessa a livello fisico e mentale. È facile infatti ritrovare dialoghi sentiti o espressi almeno un centinaio di volte da ognuno di noi, incontrando qualcuno. “Fai sempre il grafico Hervè?”, “Lavori sempre nel settore immobiliare Hervè?”, queste frasi sono solo un esempio di una situazione che nello spettacolo ci ricorda quanto nella vita la professione possa diventare un elemento ricorrente nei dialoghi tra essere umani, un modo concreto per testare un benessere o un malessere sociale. Questa frase ripetuta almeno sei volte nella messa in scena, è un tormentone, anche tra amici che si vedono tutti i giorni.
Nulla è casuale. Infatti Philippe Minyana è un attento studioso delle dinamiche sociali e dei dialoghi ad esse connessi. L’immedesimazione è stata quindi garantita in “Voilà” e l’amplificazione della dimensione e dei contesti, ha strappato non pochi sorrisi agli spettatori.
Tricarico ha cantato? Esattamente come il cucù ha scandito il tempo anche lui, diventando l’ennesimo rituale nel rituale. E insieme a lui, in ogni canzone compariva un fanciullo che accompagnava con la chitarra le melodie.
Articolo di Francesca Avallone
“Siamo aperti ai giovani talenti”. Un’ affermazione inflazionata, una meteora che sprigiona illusioni ovunque atterri, in questo caso nelle menti di musicisti che sognano di calcare palchi incandescenti per interi decenni, come Vasco Rossi, Ligabue e come in questi anni hanno fatto i Negramaro.
Questo discorso vale solo e unicamente per chi nella vita si muove con le parole, ma per fortuna c’è chi si muove con i fatti. Stiamo parlando di Red Ronnie, che quando parla di giovani talenti lo fa a Milano, su un palco allestito apposta per loro, nella metropolitana di Piazza del Duomo. Ha invitato band provenienti da tutta Italia, dando un’ opportunità concreta agli artisti di esibirsi tutte le settimane e proporre la propria musica, inedita e frutto di sana creatività.
L’iniziativa LiveMI, di cui Red è il Direttore Artistico, è una vetrina d’eccezione per le band emergenti che hanno aderito al progetto. Considerate il flusso di persone che si muove in una location come questa (arrivano treni su due linee, rossa e gialla, in media ogni tre minuti). Un pubblico in movimento che decide di fermarsi ad ascoltare. Red Ronnie testimonia quanto alle persone sia stata tolta la curiosità di ascoltare nuovi musicisti, nuovi generi e nuovi stili.
Noi siamo testimoni di come questo progetto stimoli in modo concreto la curiosità nelle persone. Abbiamo osservato gli sguardi degli spettatori e dei passanti, constatando un grande entusiasmo nell’ascoltare la musica proposta dagli artisti del LiveMI.
Ci siamo confrontati con le band che si sono esibite Sabato 20 Marzo, raccogliendo dichiarazioni positive, sia riguardo all’esperienza che stanno vivendo, che rispetto all’organizzazione che sta dietro al LiveMI. Un service efficiente che gestisce in diretta dodici gruppi più gli ospiti, un conduttore, Red Ronnie, che fa emergere in pochi minuti i tratti distintivi dei singoli artisti e questo perché a loro si interessa con i fatti appunto, e non con le parole.
Questo sabato si sono esibiti in ordine alfabetico Alessandra Alessi, Almamediterranea, Analisilogika, Another Story, Artemista, Carlo Contocalakis, Chamberlain, Emyl, Fermata a richiesta, LP#9, Mr White Rabbit e Orangebloom. Dietro ad ognuno di questi nomi esiste un mondo, che aspetta solo di essere raccontato. Spazi come il LiveMI permettono a ragazzi di esprimersi senza condizioni. Non esistono copioni, strategie di marketing e nemmeno compromessi con il sistema. Qui si sta parlando di musica e mondi che si dilatano liberamente.
Noi li nominiamo così che, grazie ad internet e al LiveMI, possiate scoprirli anche voi, ascoltare il loro racconto e supportarli nel tempo, se incontreranno il vostro gusto. Questi sono dodici nomi, nel sito del LiveMI sono seicento, in Italia non si contano nemmeno. Come suggerisce il cantante degli Almamediterranea, ogni tanto dovremmo spegnere la tv e andare a ricercare nuovi stimoli, nuova musica.
Il livello degli arrangiamenti era piuttosto alto, ma soprattutto la proposta musicale variegata, davvero per tutti i gusti. Ritmi balcanici si sono alternati a suonate anni settanta, giovanissime leve cariche come rock star hanno lasciato spazio a vocalità, ma anche a percussioni e bassi tutti al femminile. Le persone ora come mai hanno bisogno di viaggiare con la mente, di lasciarsi andare al ritmo in contesti come questo. I giovani ci credono, mettono a frutto le loro doti e hanno bisogno di spazi ove interagire con le note e con il pubblico. Se I locali live fioccassero come I “kebabbari”, oggi saremmo a cavallo.
Abbandoniamo subito il Kebab che non suona e torniamo al LiveMI. L’ appuntamento si ripete ogni sabato e questa volta chi ci ha letteralmente rapiti è il gruppo Almamediterranea, che, complici le percussioni, hanno trasferito delle bellissime energie e un clima di festa. Ci propongono un bel mix di sonorità provenienti da molte culture, ma interpretate dagli Almamediterranea con assoluta originalità, nell’impianto ritmico, così come nei testi. Per farlo sono venuti dalla Sardegna e per lo show cui abbiamo assistito, immaginiamo che i loro bagagli contenessero grandi dosi di passione.
Gli LP#9 partono dagli anni sessanta dei Beatles e degli Who per costruire il proprio repertorio. Per calarsi completamente nel mood, si presentano sul palco con un look molto british e il destino vuole, che si siano conosciuti e formati grazie alla scuola, come è accaduto a molte big band del passato, a Manchester come a Versailles.
Dimostrano molta competenza nello sviluppo dei brani. Gli strumenti si muovono paralleli nell’accentuare il sentimento che si cela dietro alle singole parole e nell’intera narrazione. Se passate sul loro Myspace soffermatevi su “Giulia” e “Clochard”. Meritano più di un ascolto.
Alessandra Alessi. Di questa ragazza colpiscono subito due cose: la voce e la purezza. Anche quando si racconta non smette di emozionarsi. Intensità ed estensione naturali, le permettono di concentrarsi molto sull’interpretazione delle canzoni e su uno scambio di sguardi con il pubblico, tanto da girarsi su se stessa per incontrare più sguardi possibili. Durante il confronto ci racconta appunto, di come la performance live, più che lo studio riesca a farle uscire il meglio, perché riesce a portare l’emozione all’apice.
I Mr White Rabbit sul palco hanno portato oltre agli strumenti, una personalità ben definita. Sono ragazzi grintosi, che mettono in musica i loro scenari giovanili, ma interpretati con arrangiamenti retrò. Si sono distaccati dalle tendenze in voga (emo, pop-punk ecc.), per trovare una loro chiave stilistica, a tratti sofisticata, talvolta più leggera, ma davvero piacevole da ascoltare.
Se volete approfondire meglio l’ascolto di questi artisti questo è il loro spazio in rete.
http://www.livemi.it/
Francesca Avallone
Interviste audio di Emanuele Barboni e Francesca Avallone
Foto di Zonk Volta