Everybody's Got Something to Hide Except Me and My Monkey...
Spesso tutto quello che faccio è semplicemente staccare il cervello per qualche secondo o per qualche minuto.
Sempre avendo in mano qualcosa con cui giocherellare. Spesso sono delle mollette o una penna a scatto o un ingranaggio (in questo periodo lavoro su serrature) o una semplice moneta in tasca.
Mi concentro così tanto sull’oggetto, sulla sensazione del ruvido o del liscio, sul rumore che fa quando scatta o batte, sul modo in cui su incastra nello sfondo tra i quadretti della tovaglia o tra le falangi.
Ogni volta che raggiungo lo stato di tranquillità e concentrazione sufficiente, qualcuno mi interrompe. Sto facendo rumore, sto disturbando o semplicemente sto guardando intensamente una molletta da bucato arancione composta di due parti identiche tra loro di plastica (non ve lo dico quale polimero gne gne gne) pressofusa, riconosco ogni scanalatura e so a che serve, so dove sono i raccordi, la gradazione degli sformi, se ci sono sottosquadri forzati e so come è costriuta la molla, con una trafila conica elicoidale a velocità differenziale e due pieghe a freddo. So come viene montata: con un piccolo scatto automatizzato o fatto a mano da una cooperativa a cottimo in cina.
Nessuno intorno a me si rende conto che dietro quella molletta c’ è tutta la mia concentrazione della giornata, tutta la mia conoscenza, tutta la mia curiosità e la creatività che dovrò esprimere.
È solo una molletta.
La sto guardando fisso rigirandola tra una mano, mentre con l’altra pasticcio dei biscotti nel caffè.
Se mi interrompi, potresti interrompere il prossimo a raggiungere il nirvana o svegliare uno strano sonnambulo o nella migliore delle ipotesi mi costringerai a raccontarti questa storia.
Anche se l’hai già letta…
Mi sono perso dietro il lavoro degli altri, dietro un mal di testa che non si è staccato dall schermo, da una piccola voglia che non è stata saziata.
Mi sono perso nella mia testa, dove i natali di regali sono molto più brutti dei regali di Natale.
Mi sono perso nella generalità di una dispersione che pareva una supercazzola ma poi anche con il gomito.
Mi sono eprso e repso e perso nei meandri di me e so già che domani tutto farà schifo. Perché domani parti e starò senza di te per qualche giorno. Troppi. Sempre uno in più di quanto vorrei.
Sai che ho un piccolo problema di memoria, e che se non ti sei fatt* sentire per mesi/anni devi ricordarmi chi cazzo sei. Se sicuramente ricordo la linea dei tuoi zigomi, ma quell’espressione offesa perché non ti ho riconosciut* l’ho vista così tante volte che mi sembrate tutti uguali.
Sai che mangio, se me ne dai ancora mangio ancora, e ancora, e che se vuoi farmi felice fai anche il quarto giro. Poi non ti lamentare se ne ho preso quattro volte e non ce n’è più per i due in fondo al tavolo che pare mangino con degli stuzzicadenti da aperitivo anche le lasagne.
Sai che di qualunque fottuto argomento tu stia chiacchierando, ne posso parlare per almeno tre ore, quindi se vieni a chiedermi qualcosa, o mi fai una domanda specifica, o se inizi la frase con “Cosa ne pensi di…” devi anche sapere che io non ho il dono della sintesi. Anzi, io non ho la sintesi. Parlerò tre ore.
Sai che rispondo bene a ordini precisi e schietti, se mi dai una scelta da fare e mi stai a guardare, combinerò una cagata cosmica. Ho aloni di uova sul soffitto a testimoniarlo. Se vuoi che faccia una cosa come la vuoi tu, allora ordina, non chiedere, altrimenti la farò come la so fare, nella quasi totalità dei casi improvvisando.
Sai che ho un CV di 30 pagine, dal raccoglitore di frutta nei campi a puching ball per artisti, passando per ayurveda, concerti e design, e montagna (puttana la labirintite). Ma perdio nemmeno una di queste cagate mi fa trovare un lavoro decente, quindi smettila di stupirti e inizia a prendermi sul serio, la verità è che ho cominciato a lavorare quasi 12 anni fa e a momento ne ho 26. Diversifico.
Se ho lavorato con te e non ti riconosco devi rileggere il punto 1, grazie.
Sai che, anche con problemi di equilibrio, se il punto 2 è in atto, bevo come un alpino addestrato da tre generazioni di alpini. L’unico problema è che io non sono mai stato alpino, quindi se mi fai calare la palpebra poi dovrai portarmi a spalle.
Sai che vivendo mi sono/hanno fatto male in quasi tutti i modi possibili, quindi non tentare nemmeno di mettermi le mani addosso, non solo ho una soglia del dolore nascosta sotto le cicatrici, ma so come farti male. Al punto 5 ho omesso le cose raccapriccianti.
Sai che potrei continuare così all’infinito, ma se lo sai, direi che basta così, no?
Quando i bisogni ego-difensivi ed il bisogno di sentirsi utili affiora nella mezza età, i genitori, tendono a sostituire i figli con surrogati affettivi che costringono a mantenere lo status di necessità e sostegno costante.
A me questa frase ha fatto così schifo che me la sono segnata su un foglio in giro per casa. Sapete per caso di chi è?
Quelle notti in cui hai finito le sigarette, ti senti un po’ giù ma non puoi andare a prendere una bottiglia dalla vetrinetta, no no no. Tanto senza sigarette che senso ha un Bowmore…
Quelle sere che diventano notti in cui sai cosa non devi fare, ma tremi dalla voglia di farlo lo stesso. Fosse anche solo una telefonata.
Quelle notti in cui hai finito il lavoro che in realtà è il secondo lavoro. Il primo, quello dalle 9 alle 18 ricomincia domani alle 9, e sarà noioso.
Quelle notti che comunque non hai sonno, e non ne avrai fino a quando non arriverà quella piccola conferma, quel segno che aspetti, un cenno del capo, un sorriso o una semplice sigaretta caduta dal cielo. Un segno da lassù grazie. Ho anche preso il numerino e aspetto da tanto tempo.
Quelle notti in cui vorresti scrivere, hai già scritto abbastanza, ma non abbastanza, allora scrivi anche qui, che non si sa mai, metti che qualcuno lo legga…
Questa è la terza notte così, e so esattamente perché sono inquieto, stanco e nervoso. So anche come fare perché non accada più. Mai più. Mai.
Devo solo aspettare.
Dormirò domani.
Forse non ho ancora scritto di un componente fondamentale per la descrizione dei fatti futuri.
Eugenio è un simpatico nuovo arrivato.
È il classico elemento che nel gruppo sta zitto, ed esprime le sue opinioni sugli argomenti comuni come il tempo atmosferico, il tempo che passa, o la crisi finanziaria agitando le braccia molto lentamente, scuotendo i piedi e chiedendo un altro bicchiere d’acqua.
Archi e fiati si alternano in una gara di volume e ritmo, ma non è una sinfonia battagliera, è la piazza di fronte al conservatorio verso il tramonto, con il vento che arriva prima da sinistra, poi da destra.
Le finestre si aprono e si chiudono a seconda delle ore del giorno, in una routine di allievi freddolosi o irruenti, indemoniati o pacati.
A volte si affacciano con il violino al collo, con l’archetto in mano.
Le aule con il pianoforte si riconoscono, sempre con le finestre chiuse. Da una finestra al sole, una testa brizzolata a volte china, poi di colpo sospesa all’indietro, la mano sinistra con le dita che scattano come su un pianoforte immaginario, i polpastrelli che sfiorano leggerissimamente il vetro.
Mentre il sole si abbassa e taglia la facciata con una diagonale di freddo, i suoni e le melodie si affievoliscono, è ora di tornare.
Volano in piccole nuvole, sfiorandosi e godendo di quella sola piccola carezza delle loro ali.
Queste nuvole di esserini minuscoli che si strofinano leggeri, si coccolano e si toccano mentre aspettano che qualcosa passi loro attraverso, disperdendole.
Piccoli sciami di nerini che si spostano in cerca di nutrimento, fiori, marcio, resti, sogni.
Una volta ho preso un pesce.
Andavamo a pescare in riva al torrente in fondo alla strada per la cava, il Chisola, o dietro le serre, l’Oitana, sperando che non passasse il guardiaparco che solo marco aveva la licenza.
Passavamo interi pomeriggi ad aspettare che succedesse qualcosa.
Qualsiasi cosa.
Il pasaggio di un jet con la scia. La volpe con i cuccioli. La pinna del luccio. La prima lucciola. Una ruspa viola. Il camioncino dei gelati con la musichetta. La cagna del cacciatore sfregiato. La gatta gravida di Andrea. Anche solo una nuvola a forma di drago dei desideri.
Un pomeriggio di aprile, gli zaini svuotati dalle merendine e la testa piena di peripezie nuove. Lasciavamo le canne appoggiate contro un ramo a Y piantato nella terra molle dell’argine, aspettando, ma nemmeno troppo, che qualcosa abboccasse all’esca di pastone di pane nero, mais crudo tritato, briciole di merendine vecchie, mosche prese dalla conigliera e insetti vecchi della collezione di Marco.
Quella volta ho preso un pesce.
Un piccolo pesciolino guizzante, giallo e grigio, lungo quattro dita del dodicenne cicciottello che ero. Quelle quattro dita della lunghezza del coltellino che puoi portare addosso senza che se ti beccano i carabinieri te lo requisiscono…
Quel pescetto boccheggiava verso di me.
Marco, con fare da vecchio pescatore e nemmeno un pelo di barba, lo ha preso, ha tolto l’amo dalla bocca di quel piccolo cosino guizzante e l’ha ributtato in acqua.
Non ho preso altri pesci, se non una sogliola che si è suicidata contro la mia lenza in un porto imprecisato di cui ricordo solo il venditore di palloni gialli e sandali di plastica trasparenti.
Quel pescetto giallo e argentato di quel pomeriggio di aprile non l’ho mai portato a casa, nemmeno me ne sono mai vantato, non ne abbiamo mai più parlato.
Non so nemmeno come mi sia tornato in mente.
Qualcuno mi ributti in acqua.
Grazie.
Ho bisogno di te accanto per riconoscermi allo specchio la mattina.
Cosa ci fa Terry Richardson ad Ostia? Qualcuno vada a stalkerarlo!
Me defending the goal in Ostia.
Pesci19 febbraio – 20 marzo
Non sei in vendita, ricordatelo. I tuoi scrupoli, ideali e talenti non si possono comprare per nessuna cifra. Non lasciarti togliere i tuoi diritti di nascita con l’inganno e non permettere a nessuno di rubare i tuoi sogni. Anche se è vero ogni tanto dovrai temporaneamente concedere in affitto la tua anima, non metterla mai all’asta per sempre. Sono sicuro che queste cose le sai già, Pesci, ma è il momento di rinnovare il tuo impegno ad affermarle con passione.
Quasi quasi me lo tatuo addosso…
NON SAREMO MAI COME VOI!
(che il salto dai Prozac+ è praticamente automatico) Tre Allegri Ragazzi Morti - Mai come voi
Non saremo mai come voi
Non saremo mai come voi, siamo diversi
Puoi chiamarci se vuoi
Puoi chiamarci se vuoi ragazzi persi
La vita lontana da ogni cliché
Cercala è dentro di te
La vita lontana da ogni cliché
Cercala è dentro di te
Non saremo mai come voi
E i miei amici come me
Che parlano ai cani randagi
E che sanno ascoltare gli uccelli
E avremo ali, come quelli
E becchi forti per grattare
Dove le vostre bugie sono più deboli (deboli)
Non ci provare
Non ci provare ad entrare nelle nostre vite
Non ci provare
Non ci provare che finisce male
Non saremo mai come voi
Non saremo mai come voi, siamo diversi
Puoi chiamarci se vuoi
Puoi chiamarci se vuoi ragazzi persi
La vita lontana da ogni cliché
Cercala è dentro di te
La vita lontana da ogni cliché
Cercala è dentro di te
Ma ricorda noi
Ma ricorda noi
Ma ricorda noi
Ma ricorda noi
Non saremo mai come voi
Non saremo mai come voi, siamo diversi
Puoi chiamarci se vuoi
Puoi chiamarci se vuoi ragazzi persi
La vita lontana da ogni cliché
Cercala è dentro di te
La vita lontana da ogni cliché
Cercala è dentro di te
Ma ricorda noi …
myloveinblackandwhite replied to your post: Mo’bastaveramente però…
guarda che tumblr è internet, non ci freghi! Io c’ho le prove!
No, non è vero… OH WAIT!
Design all day
Grafico, segretario Scuola di Musica NOSTOS, tecnico audio e luci, maschera teatrale, organizzazione eventi
Design
Engine design.
Progettazione stampi per ghisa
Cronometrista per gare ufficiali FISI e amatoriali.
Design bio-energy implant
Design soler cell station
Design floor lamp
Produzione, controlli qualità, gestione produzione
Produzione, programmazione torno CNC
Produzione, controlli qualità