multifaceted abnormal
A stateless group like Anonymous doesn’t yet have that capability, officials say. But if the group’s members around the world developed or acquired it, an attack on the power grid would become far more likely, according to cybersecurity experts.
Era ovunque la stessa cosa: crimine e tradimento, tradimento e crimine, uomini vivi ma niente affatto limpidi e nobili. Oppure uomini limpidi e nobili che però non erano vivi. Poi c’era una massa enorme e senza speranza né nobile né viva, che era semplicemente limpida.
The map keeps getting redrawn, because it’s cheaper than ever to go offroad, to develop and innovate and remake what we thought was going to be next.(…)
And yet we spend most of our time learning (or teaching) the map.
fissa il centro dell’immagine per 45 secondi, poi guardati intorno e goditi la psichedelia
Google wants the Web to be as open as possible to serve its purposes. Apple wants the Web to be as controlled as possible, providing a funnel about everything you do and everywhere you go back to Apple and/or its developer partners. To many, this has become a war against the “open” Web. Facebook has also been accused of this very same practice with its closed platform. Microsoft has long known everything you do through its Windows and Internet Explorer platform. Amazon wants to track you so it can provide better shopping data.
(…)
This is why I throw my hands up and say, “you know, screw it.” Every one of the tech companies has an agenda and each of them wants your personal data. Whether that is Path, Twitter, Foursquare or others uploading your contacts list without your consent or Google tracking your cookies or Apple tracking your location. Each is going to push the boundaries of what is perceived to be acceptable and when they get caught they are going to say “sorry, we’ll stop now.”
President Barack Obama’s approval rating is back up to 50% for the first
time in more than eight months, according to a CNN/ORC International Poll.
In the national survey, Obama holds an edge against all the remaining
Republican presidential candidates in hypothetical head-to-head matchups.
Obama’s approval rating appears up slightly among independents.
The poll indicates that the GOP’s advantage on voter enthusiasm has been
erased, and that the number of Americans who think things are going well in
the country is on the rise
Making is a discipline. Meeting opens the door for excuses.
The first primitive cells germinated in pools of condensed vapour caused by underground hot water or steam bubbling near the surface of the planet, a study shows.
The finding published in Proceedings of the National Academy of Sciences challenges the widespread view that life originated in the sea.
The problem here is that we’re allowing this dying industry to dictate the terms of our democracy. We allow them to dictate new laws (ACTA, SOPA, PIPA, IPRED, IPRED2, TPP, TRIPS, to name a few recent ones) that forbid evolution. If you don’t give up before you’re sued, they corrupt the legal system.
“Spread and participate in culture. Remix, reuse, use, abuse. Make sure no one controls your mind. Create new systems and technology that circumvent the corruption. Start a religion. Start your own nation, or buy one. Buy a bus. Crush it to pieces.”
What’s perhaps even more striking is that the greatest arch rival of a billion dollar entertainment industry is nothing more than 164 megabytes of text. Something to think about.
Apple had just one customer. He passed away last year.
It’s All in My Head (Core Concept: Solipsistic Introjection)
Lacking any kind of visual face-to-face cues, the human mind will assign characteristics and traits to a “person” in interactions on the internet. Reading another person’s message may insert imagined images of what a person looks like or sounds like into the mind, and mentally assigns an identity to these things. The mind will associate traits to a user according to our own desires, needs, and wishes – traits that the real person might not actually have.
Additionally, this allows fantasies to be played out in the mind, because the user may construct an elaborate system of emotions, memories, and images – inserting the user and the person they are interacting with into a role-play that helps reinforce the “reality” of the person on the other end within the mind of the user.
E’ il “new kid in town” e tutti ne parlano perché ha dei tassi di crescita che fanno invidia a quelli degli anni d’oro di Facebook. Entrato sulla scena affollatissima e estremamente competitiva dei social media nel marzo 2010, Pinterest si distingue per essere basato su un concetto nuovo e visivamente molto efficace (il pin, immaginabile come l’atto di spillare un ritaglio a una bacheca in sughero) per fare qualcosa di non nuovo, cioè ricondividere con la propria rete sociale contenuti esistenti.
Un atto semplice e immediato: sharare contenuti altrui con un clic, raccogliendoli in modo intuitivo ed elegante in proprie raccolte in forma di bacheche organizzate per tema.
Pinterest non è il reshare in un flusso cronologico di tumblr né il caotico affollarsi di contenuti diversi sul wall di facebook, perché ha diverse caratteristiche di coerenza per quanto riguarda i contenuti e la presentazione: è esclusivamente fotografico, presenta sempre immagini nella migliore qualità possibile (rifiuta le foto piccole o a bassa risoluzione) in una interfaccia a scroll infinito e un contesto grafico estremamente eleganti e gradevoli dal punto di vista estetico.
Queste caratteristiche hanno fatto presa su un pubblico raffinato, esteta, evoluto (quindi principalmente femminile) magari non vastissimo ma molto appassionato, capace di fare centinaia di reshare in un giorno e altrettanti click sui contenuti altrui. Grazie a queste caratteristiche Pinterest è particolarmente adatto a indulgere su ossessioni tribali, fetish estetici tipici di community verticali molto evolute e fidelizzate (design, shopping, grafica, food, architettura, fotografia e ritratti).
La personalità dello strumento privilegia la tendenza alla ripubblicazione di contenuti già esistenti più che stimolarne dei nuovi. Come tumblr, come molte community basate sulla condivisione di immagini di qualità (fffound, vi.sualize.us) – e a differenza di community prevalentemente orientate alla produzione creativa come flickr, deviantart, anche instagram – Pinterest tende a privilegiare l’atto sociale su quello creativo: ha un successo e un appeal maggiore grazie al fatto che la condivisione è più immediatamente accessibile a tutti, rispetto alla produzione di contenuto. Ripubblicare una foto richiede molto meno tempo, impegno e creatività che scattare una foto.
Si può discutere se il futuro dei social media sia basato più sulla ripubblicazione di contenuti esistenti che sulla produzione di originali, e se questo socialmente e culturalmente sia un male: noi pensiamo che ciascuno oggi abbia le possibilità di esprimersi per quello che sa ed è disposto a fare. Per ogni creatore di contenuti ci sono decine o centinaia di selezionatori che hanno la capacità di sceglierli per qualità e ridistribuirli a migliaia di condivisori che se li scambiano, servendoli anche a milioni di spettatori sempre meno passivi.
Ognuno fa la sua cosa e quello che ne risulta è un turbine di contenuti, stimoli, sollecitazioni che rendono una società più curiosa, ricca, evoluta; senza contare che c’è un lento ma, ci pare, innegabile processo evolutivo di risalita della scala sociale, che fa sì che grazie ai media sociali il semplice spettatore sia sempre meno passivo e sempre più partecipe. Ai social media, ma anche alla società nel suo insieme.
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Il volume d’affari sviluppato da facebook in Italia si aggirerebbe attorno ai 2,5 miliardi di euro, secondo uno studio pubblicato dal colosso mondiale della revisione e consulenza finanziaria Deloitte che quantifica l’apporto del social network – e del suo indotto – sulle economie europee.
Secondo i calcoli di Deloitte, i servizi di gestione, consulenza e adv relativi alla comunicazione sul social network più diffuso al mondo genererebbero un volume d’affari di oltre 15 miliardi di euro solo in Europa, e consentirebbero oltre 230000 posti di lavoro.
Analizzando la parte del documento in cui sono quantificate le stime paese per paese, si apprende che dei 2,5 miliardi di euro generati nel nostro paese, oltre 1600 milioni sono generati sul mercato dei servizi al business (brand value, comunicazione agli utenti e adv) mentre 780 sono prodotti dalla vendita di tecnologie e 160 di altri “effetti di piattaforma”.
Per un totale, stima Deloitte, di quasi 34000 posti di lavoro generati in Italia dal business riconducibile a facebook e dal suo indotto – e considerando che non sempre campagne e attività si svolgono su un solo media, viene da chiedersi se facebook non sia stato scelto per comodità a rappresentare tutto il settore dei social media, almeno per quanto riguarda le attività di comunicazione.
Sono numeri superiori a quelli di paesi ben più popolosi – e con digital divide inferiori – come Germania e Francia, e simili a quelli della Gran Bretagna, forse il paese più evoluto in Europa per quanto riguarda investimenti sul business e sulle tecnologie.
Sono dati che ancora una volta dimostrano l’estrema vitalità del mercato italiano sui social media nonostante il gap tecnologico di cui soffre il nostro Paese. Una cosa è chiara: la società italiana ha una fortissima attitudine alla socializzazione online, e i brand nostrani hanno capito più che altrove l’utilità del dialogo con il loro mercato.
Insomma, sembra esserci spazio per una “rinascita” tecnologica, culturale e sociale che potrebbe avvenire anche grazie al web collaborativo ed i media sociali. Siamo nel momento giusto per dimostrare (ancora una volta, lo sappiamo) a governanti disattenti o scettici quanto l’ecosistema Internet/social sia un valore reale per tutti.
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Il dibattito sull’importanza del SEO forse tende a essere un po’ ingannevole: troppo spesso si discute di SEO quasi fosse una scienza indipendente, dimenticando quanto i suoi destini e la sua efficacia siano strettamente legati, intrecciati, addirittura coincidenti ai contenuti.
Affermare che per fare del buon SEO “servono dei contenuti di qualità” non è sufficiente, anzi forse è persino fuorviante. L’errore sta nel considerare il SEO e tutti i suoi strumenti (i link, le tag, i titoli…) cosa diversa dai contenuti. Una tecnica che li promuove, uno strumento che li accompagna.
La verità è che il buon SEO non dipende dal contenuto ma sempre più è una caratteristica del contenuto stesso, la sua rilevanza rispetto al tema, il luogo in cui lo si pubblica: è il contenuto che viene aggiornato, è il link che si associa al testo prima di tutto perché ha senso farlo, è il contesto social in cui il contenuto appare, è il video che integra il testo. Un testo scritto nel modo migliore per il lettore, tenendo a mente l’utilità oltre al piacere di chi legge, è GIA’ SEO di qualità, ed è il miglior modo di farlo perché Google è progettato e continuamente aggiornato per favorire i contenuti che risultano più utili e corrispondenti ai desideri del lettore.
E’ vero che esiste un’industria basata sul cercare di ingannare il motore di ricerca per influenzarne il giudizio, ed è altrettanto vero che è un’industria che produce risultati dalla vita breve, che durano finché non si viene sgamati e puniti in termini di visibilità.
Vale la pena di leggere le sei regole per il buon SEO pubblicate su mashable da Erin Everhart perché riguardano proprio questo: non trucchi, codice nascosto o titoli zeppi di keyword improbabili, ma best practice che rendono il contenuto più adatto al media: più locale, più sociale, più umano, meglio linkato, più adatto agli standard. E, aggiunge, Erin, il SEO è inutile se non si hanno glsi strumenti per comprendere i risultati. Quindi, Analytics come le proprie tasche.
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L’uso dei contenuti di tipo UGC (user-generated, cioè scritti dagli utilizzatori reali del prodotto invece che da agenzie, copywriter o dalla comunicazione interna) è uno degli elementi più affascinanti e potenti delle campagne di social media marketing: niente è più convincente della recensione scritta volontariamente da un utilizzatore entusiasta del prodotto.
I fan appassionati sono personalmente coinvolti e motivati quindi efficaci: più del miglior venditore, più di qualunque campagna pubblicitaria. Addirittura, nel caso dei prodotti che vantano un forte investimento emotivo, la maggior parte delle vendite avviene per passaparola: il cosiddetto Word Of Mouth.
Da qui a pensare di pubblicare automaticamente le storie raccontate dai clienti più entusiasti il passo è breve, ma anche irto di ostacoli. Lo dimostra la più recente campagna di social media marketing di McDonalds, pensata in questi termini: creiamo un hashtag su twitter, incoraggiamo i nostri clienti a usarlo per raccontare le loro storie associate al prodotto.
Qualunque sia il tuo brand o il tuo prodotto è inevitabile che una modalità di comunicazione aperta, automatica e non controllabile come un hashtag di twitter dia voce anche ai tuoi critici. Ma se sei un brand globale che ha un’immagine non del tutto omogenea quanto a percezione nel mercato, è ancora più probable che accada. Il che è particolarmente rischioso se si parla di un prodotto alimentare, perché inevitabilmente le storie di esperienze negative conterranno elementi rivoltanti al limite dell’horror, ed è difficile immaginare qualcosa che danneggi più l’immagine di un brand.
Su quali siano state queste storie horror non ci addentriamo: le cose importanti da portarsi a casa da questa storia sono tre:
- Le modalità di feedback aperte, automatiche e virali sono molto potenti, ma devi essere pronto e in grado di gestire e contenere il dissenso laddove si manifestasse. Non c’è nulla di male nel ricevere critiche, ma bisogna essere in grado di gestirle in modo sereno e controllato.
- Quando lanci un hashtag, i contenuti che ne derivano non sono in alcun modo governabili. Se sei in cerca di storie di utilizzo di un prodotto che ha dei lati oscuri probabilmente è meglio usare modalità di raccolta dei contenuti più gestibili.
- Chiunque ha una base utenti entusiasta da qualche parte, così come nessuno ha il 100% di utenti soddisfatti: i social media non filtrati come twitter consentono ad entrambe le situazioni di emergere. E’ necessario saper progettare le situazioni in modo che il dissenso possa essere espresso ma non abbia modo di rubare la scena.
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Una pagina facebook è una community: che sia di un brand globale o rappresenti un piccolo gruppo locale, è un ambiente che riunisce in modo collaborativo persone con un obiettivo comune, e come ogni community probabilmente ha bisogno di regole e di una gestione.
La gestione di una community è un’attività per buona parte basata sull’empatia, sul buonsenso e sulle best practice: le prime due sono qualità umane difficili da trasmettere, ma le best practice si possono imparare. Una di queste sono le policy esplicite di community: avere delle regole scritte a supporto delle proprie azioni è sempre utile.
Le regole possono essere esplicitate in community policy o lasciate implicite: maggiore il numero di fan, maggiore la possibilità che affluiscano persone diverse, più è utile avere delle policy esplicite. La ragione per cui esplicitare le policy su una community è una buona idea è che qualunque decisione (razionale e motivata) del management può essere supportata citando e linkando la policy in cui era stata prevista la violazione e la possibilità di prendere quel provvedimento. Prevedere per iscritto la violazione e la sanzione di solito è sufficiente a evitare strascichi di polemiche infinite e levate di scudi collettive.
Le condizioni di servizio non sono però solo un espediente per dare supporto all’autorità: rappresentano un’espressione di rispetto della propria community e di trasparenza, caratteristica fondamentale per essere accettati: l’autorità non è riconosciuta senza il supporto di buonsenso, trasparenza e umanità.
Le policy comunicano alle persone che questo è un ambiente in cui saranno trattate come adulti, e che se si comporteranno come tali, accettando il contratto sociale basato sulle regole condivise, non hanno nulla da temere: troveranno un ambiente sicuro, gradevole, rispettoso di tutti.
Naturalmente nemmeno le policy garantiscono di evitare del tutto le polemiche o di disattivare un troll, ma rendono più facile gestire socialmente (rispetto, quindi, agli altri utenti) le situazioni di conflitto.
Buoni esempi di policy scritte con voce umana e strutturate in modo razionale e comprensivo? Per esempio quelle sulla pagina facebook di Mulino Bianco, della pagina global di Coca cola, e quelle del marchio di abbigliamento Motivi.
foto di taberandrew da flickr
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In un post pubblicato sul blog ufficiale, il management di twitter ha annunciato di aver messo a punto un sistema di oscuramento dei contenuti attivabile su base geografica. D’ora in poi alcuni tweet potranno essere oscurati all’interno di un paese (ma saranno marcati come tali, e basterà cambiare le impostazioni geografiche del proprio account per poterli leggere).
La scelta è dovuta alle differenze nel modo di concepire la libertà di espressione nelle legislazioni di diversi paesi e culture. L’esempio che viene fatto nell’annuncio è quello delle leggi vigenti in Germania e in Francia che vietano contenuti inneggianti al nazismo: in questo modo twitter sarà in grado di far rispettare selettivamente le leggi che regolano il diritto d’opinione, solo nel paese in cui sono in vigore.
Ci son state diverse reazioni e discussioni sul provvedimento, ma non si sono viste levate di scudi, petizioni e proteste pubbliche, almeno per due ragioni: la prima è che twitter è stata trasparente sulle modalità con cui effettuerà l’oscuramento e sulle ragioni dello stesso (adottare una linea di comunicazione sincera nel rispetto degli utenti paga sempre), l’altra è che – persino secondo le parole dell’EFF, solitamente critica verso queste misure – twitter non ha molta scelta: in certi paesi potrebbe rischiare di vedersi oscurare, se non ottemperasse alle norme legali in vigore. Secondo molti, la censura (da parte di twitter) in questo caso è un male necessario.
Twitter ha anche una policy di notevole trasparenza rispetto ai casi in cui rimuove contenuti su richiesta delle autorità giudiziarie: come nel caso del Transparency Report di Google, su Chillingeffects è possibile consultare tutti i casi di rimozione contenuti da twitter.
Certo, bisogna fidarsi parecchio del management di twitter per sentirsi tranquilli con un tale precedente: l’esempio delle leggi antinaziste è difficilmente attaccabile, ma la questione non si esaurisce in un caso così evidente. La pelle si accappona al pensiero di come viene usata la censura su base geografica da governi come quello cinese o siriano: cosa accadrà se a twitter sarà chiesto di ottemperare localmente a leggi liberticide, il cui rispetto può portare alla violazione di libertà individuali o addirittura diritti umani? Possiamo fidarci del giudizio di twitter su quali leggi rispettare?
Ed è davvero il suo ruolo? Le strutture giudiziarie esistenti, le forze dell’ordine e i tribunali nazionali e internazionali non sono sufficienti a far rispettare le leggi? E’ opportuno che il gestore di un servizio si accolli l’onere – e le infinite complessità e sfumature che esso implica – di compiti per cui esistono strutture istituzionali?
L’occasione è buona per una riflessione sulle implicazioni globali delle regole di autocensura, ma anche su quelle da imporre alle proprie community o pagine facebook: fino a che punto ci si può/deve spingere nel vietare? A che punto posizionare la linea di demarcazione tra il diritto d’opinione e le violazioni di regole civili da sanzionare? Lo faremo in un post successivo.
UPDATE (2 febbraio 2012): che il regime tailandese abbia appoggiato pubblicamente la scelta di twitter (The Thai government would soon be contacting Twitter to “discuss ways in which they can collaborate”) non è per niente rassicurante.
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Quando ci si occupa di Internet per comprendere e prevederne gli sviluppi, che sia dal punto di vista sociale, di comunicazione, editoriale, di marketing o altro, si tende a prendere quasi sempre in considerazione le manifestazioni più mainstream della rete: i grandi portali, la trasposizione dei media tradizionali come le testate o i network TV, i social network più diffusi.
Raramente ci si rende conto che gran parte dei comportamenti, delle tendenze e delle modalità di utilizzo del media nascono spontaneamente (emergono) nelle community, in particolare nelle community più giovani.
E’ impensabile pensare di comprendere la direzione in cui sta andando la Rete, e quindi anche i mercati digitali di domani, senza tenere conto che gran parte del vocabolario, dell’identità, del senso e delle modalità di espressione e conversazione dell’Internet futura vengono in questo momento prodotti nei luoghi in cui si aggregano gli adulti di domani, luoghi che sono spesso totalmente al di sotto dei radar del marketing, dell’editoria, dell’e-commerce.
Il fatto che questi luoghi non siano presi in considerazione meraviglia ancora di più se si considera che oggi non sono più piccole community oscure e mal indicizzate, ma servizi basati su infrastrutture che fanno impallidire i nostri quotidiani e in alcuni casi superano come numero di utenti i più grandi siti di informazione mondiali.
Reddit, Digg, il famigerato 4chan, Fark, Canv.as, Imgur sono community che aggregano milioni di teen e giovani adulti in tutto il mondo e vantano numeri di page view raggiunti da pochi altri siti nella storia di Internet. Nonostante ciò, da noi quasi nessuno si occupa di studiarne abitudini culturali, modalità di comunicazione, approccio all’etica, nonostante sia evidente che su quello che avviene su questi siti si basa parte di quello che accadrà culturalmente e in termini di modalità di relazione (scritte, visive, simboliche) sui new media nei prossimi anni.
La capacità di comunicare per immagini, la tendenza esprimersi per memi (cioè immagini e concetti simbolici che si diffondono viralmente e diventano espressioni standard di una condizione umana), gli inside jokes, gli acronimi e i modi di dire per iniziati sono un vero e proprio linguaggio che spesso è incomprensibile agli adulti ma che va a costituire un sostrato condiviso della conversazione futura dal quale molti di noi sono tagliati fuori.
L’abitudine quasi innata e data per scontato all’anonimato, la volontà di tollerare qualunque opinione e manifestazione per quanto controcorrente o bizzarra, l’attitudine a sfumare i confini tra serio e sarcastico, reale e immaginario, sacro e profano, sono caratteristiche che le generazioni del riflusso, cresciute con i media broadcast fanno fatica non solo a interiorizzare ma persino a concepire. Eppure modelleranno la cultura di domani.
Se negli USA ci sono studiosi come danah boyd e Don Tapscott che si occupano di analizzare, comprendere e spiegare questi fenomeni, e in generale l’editoria USA è più giovane, più attenta e più in contatto con questo tipo di realtà, in un’enclave linguistica e culturale come l’Italia sia l’editoria che il marketing sono piuttosto lontani dal percepire l’importanza di comprendere questi fenomeni.
Un buon punto per iniziare sono il sito di Danah Boyd (scrive molto su Google+) e i libri di Don Tapscott. Ma soprattutto la frequentazione quotidiana di luoghi che a prima vista sembrano lunari persino come interfacce: Reddit, 4chan (NSFW), Fark.
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È sempre difficile prevedere gli sviluppi del nostro rapporto con la tecnologia, ma ogni tanto vale la pena di provare a giocare con il futuro: immaginiamo un pomeriggio, fra pochi anni, in cui potremmo avvalerci delle innovazioni di interfacce e servizi che oggi si possono già intuire, con particolare attenzione ai servizi in mobilità.
Sono le tre di pomeriggio del 24 gennaio 2015 e hai mezza giornata libera: il telelavoro ti consente di gestire professione e tempo libero con flessibilità. Decidi di fare shopping: hai bisogno di cuffie nuove e di un paio di jeans.
Aprendo le mappe ti informi sul traffico e sul tasso di inquinamento presente sul tragitto: decidi di non andare in bici. L’applicazione ti informa che la metro è ferma per un guasto, ma il tram nella via a fianco parte tra 5 minuti.
Sali sul tram e passi il cellulare sul sensore per pagare la corsa. Dici allo smartphone che cerchi un negozio di elettronica: considerato il traffico ti informa che ci vorranno venti minuti, nei quali hai il tempo di guardare su YouTube l’ultimo notiziario, sottotitolato automaticamente. Il cellulare vibra quando devi scendere, e ti indica dove dirigerti per cambiare tram.
Una volta al negozio di elettronica fai una foto al modello di cuffie che ti sembra interessante per paragonarle ad altri modelli simili. L’applicazione per lo shopping ti informa che uno degli altri modelli presenti in negozio ha avuto un’ottima recensione da una persona di cui ti fidi, ma che lo puoi comprare online a un prezzo inferiore. Non hai fretta: compri le cuffie direttamente sul cellulare e te le fai spedire a casa.
Dici allo smartphone che ti serve un negozio di abbigliamento: inquadrando la via nel cellulare l’applicazione evidenzia sullo schermo, in sovraimpressione, i negozi in cui i tuoi amici fanno check-in più spesso. Entri nel primo e c’è un modello di jeans che ti piace: usando il camerino virtuale sul cellulare trovi la misura giusta per te, li prendi e paghi passando il cellulare su un sensore, evitando la fila alla cassa.
Hai un paio d’ore libere prima di rientrare e decidi di vedere un film: consulti gli spettacoli ma l’unico film che ti interessa inizia dopo un’ora. Decidi di vederlo a casa: dall’applicazione sullo smartphone ordini al televisore di scaricare il film, per trovarlo pronto quando arrivi. Già che ci sei cerchi sulle mappe il ristorante indiano vicino a casa e prenoti la consegna della cena per le 21.
Ma è ancora presto, allora consulti il cellulare per vedere chi tra i tuoi contatti è libero. C’è un amico in zona: gli scrivi in chat e proponi un aperitivo, poi prenoti un tavolo attraverso il sito del tuo bar preferito e ti incammini per fare quattro passi. Se sbagli direzione, il cellulare ti avvisa vibrando che sei fuori strada.
Mezz’ora dopo sei seduto al bar e il tuo compagno di aperitivo ti avvisa via chat che ritarderà, quindi decidi di scaricare una rivista per passare il tempo. Non devi pagarla perché hai un abbonamento annuale cumulativo a centinaia di magazine. Mentre stai leggendo un articolo che ti interessa, arriva il tuo amico. Metti un bookmark per ritrovare il punto a cui sei arrivato e ordinate da bere. A un essere umano, questa volta.
foto di Mr. T in DC da flickr
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Grazie alla sua diffusione e alla varietà delle fasce di pubblico che rappresenta, non c’è dubbio che l’importanza di facebook in una strategia di comunicazione sia centrale. Così come è fondamentale la presenza su twitter per tutti coloro che hanno l’utilità di comunicare e conversare rapidamente e in modo agile con il proprio mercato.
Ma facebook e twitter non sono gli unici social network in cui ha senso andare a cercare il proprio mercato: esistono tanti altri ambienti meno diffusi e generalisti, ma spesso più verticali, quindi più rilevanti per fasce di età specifiche o per interessi. Netlog, per esempio, è un social network belga con oltre 94 milioni di iscritti in Europa, il cui pubblico è composto soprattutto da giovani tra i 14 e i 24 anni, che passano oltre il 50% del loro tempo online sui social media.
Netlog ha generato i profili dei principali brand, che gli utenti possono associare al proprio account. L’adesione non ha numeri paragonabili a facebook (i brand più popolari hanno tra i mille e i quindicimila fan) ma la particolare segmentazione del mercato consente un accesso diretto a una fascia molto giovane, aprendo la via a iniziative ludiche e di edutainment, oltre che di contatto diretto. Opportunità che per ora stanno sfruttando in pochissimi, il che lo rende un terreno privo di competizione per l’attenzione delle persone.
Se Netlog è un ambiente naturale per il mercato giovane, Brandkarma nasce esplicitamente come servizio di rating, commento e suggerimento rispetto ai propri marchi preferiti, ed è basato sull’adesione ai valori del brand. Su Brandkarma è possibile scegliere e votare i marchi in base a criteri come la loro qualità e il loro impatto sull’ambiente e la vita delle persone.
E’ un ambiente impegnativo ma con un approccio propositivo, assertivo rispetto ai brand (il pay-off del sito è “change the world, one brand at a time“) ed è frequentato da una fascia di pubblico colta, evoluta ed esigente. Andare a misurarsi su un piano di parità e di apertura con il proprio mercato è sicuramente una sfida impegnativa per un brand, ma è anche la nuova frontiera in cui è possibile comunicare a quella parte del proprio mercato difficilmente raggiungibile con i media tradizionali: una fascia numericamente minoritaria ma di grande potere d’acquisto e – ancora più importante – influente.
Pianificare oggi su Netlog e Brandkarma è avere chiaro che la comunicazione del futuro passa anche per una conversazione bidirezionale con il proprio mercato che sia franca, aperta e paritaria. Una scelta che comunica capacità di ascoltare, reagire, impegnarsi positivamente per migliorare la relazione con il mercato, la propria sostenibilità ambientale e sociale. Passa spesso inosservato quanto questi temi abbiano una fortissima rilevanza per le generazioni più giovani.
a) Brands represent 80% of business value.
b) People give brands value, not the other way around, therefore,
c) You’re the boss of brands.
(dal blog di Brandkarma)
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Nel dicembre scorso Google ha lanciato Schemer, un servizio che consente di elencare sul proprio profilo le attività che si desidera compiere almeno una volta nella propria vita. Che si tratti di nuotare con gli squali, rapinare una banca o – più realisticamente – andare in palestra tre volte alla settimana, Schemer consente di condividere con gli amici i propri desideri, intenzioni, obiettivi.
Più che una semplice lista di to-do, Schemer è un’attività sociale e ludica, una sorta di gioco in cui lo scopo è divertirsi curiosando tra gli scheme degli altri. Trattandosi di un social network è possibile aggregarsi alle attività altrui o semplicemente ispirarsi per nuove idee.
L’idea non è nuova: già nel 2005 era nato 43 Things, che si proponeva gli stessi obiettivi. 43 Things si autodefinisce “The world’s largest goal-setting community” con oltre 3 milioni di utenti, mentre non sono disponibili numeri degli iscritti a Schemer, che è strettamente integrato a Google+ e può quindi aspirare a sfruttarne viralmente la grande base utenti.
La somiglianza tra i due servizi ha fatto chiedere a molti quale sia l’obiettivo reale di Schemer: per alcuni sarebbe la risposta di Google agli eventi di Facebook mentre altri vedono in Schemer un attacco a Foursquare.
Ma l’approccio in bae al quale qualunque cosa faccia un social network sia mirato a rispondere o attaccarne un altro è riduttivo e semplifica la complessità dell’ecosistema dei social media: il fatto che Schemer sia associato a Google+, i cui contenuti sono fortemente integrati con i risultati del motore di ricerca, ci fa pensare che lo scopo di Google nel creare Schemer sia lo stesso in base al quale Google ha fatto gran parte delle scelte negli ultimi anni: migliorare i risultati della search nell’ottica di renderli più rilevanti e personali per il singolo utente.
Ci avviciniamo sempre più al momento in cui una ricerca su Google, oltre ai risultati organici tradizionali basati sui click di una sconfinata base utenti senza volto, ci presenterà, come ha già cominciato a fare, risultati personali basati su cosa, rispetto a quel termine di ricerca, hanno fatto o detto le persone che sono nella nostra rete sociale. Che si stia cercando un ristorante in zona, un film da vedere o qualcosa da fare, geolocalizzazione, rete sociale e integrazione orizzontale tra servizi consentirà a Google di darci risultati sempre più basati su opinioni e esperienze che riteniamo affidabili: quelle dei nostri amici.
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non vorrei che ci fosse un equivoco.
una delle differenze che rendono l’Internet molto più potente ed efficiente dei mass media tradizionali è il suo consentire una segmentazione dell’audience virtualmente infinita e una personalizzazione totale del messaggio, in base agli interessi del lettore.
a differenza della TV o della stampa, su Internet posso modulare i contenuti e la proposta su ogni singola persona a cui sto scrivendo, in base a ciò che so di lei. il tutto a costi di trasmissione del messaggio che si avvicinano allo zero.
questo NON significa “ok, allora posso ignorare a questa possibilità e continuare a comunicare come facevo prima, solo a costi più bassi”. non è così che funziona: se non uso il media in modo coerente con le sue caratteristiche non avrò i vantaggi che desidero, non importa quanti KPI e quale ROI mi imponga. sparare lo stesso identico messaggio a tutti era una costrizione della comunicazione resa necessaria dai limiti dei media precedenti, non il modo corretto di comunicare. era un bug, non una feature.
(non a caso, le realtà che hanno basato il loro servizio sulla segmentazione, dei gran buchi nell’acqua non ne han fatti. presente Google o Amazon?)
il fatto che nei decenni passati si sia sviluppata un’industria sul produrre messaggi non diversificati (e di conseguenza vaghi, generici, semplicistici, spesso volgari e a scarsissimo tasso di informazione) non significa che quell’industria e quelle modalità, per il semplice fatto di esistere, vadano preservate. decidere di mantenere le strutture, le modalità, il linguaggio, la cultura, le procedure della comunicazione tradizionale significa rinunciare a essere rilevanti per il proprio mercato. fondersi nella massa indistinta di chi non comunica in modo rilevante. diventare rapidamente obsoleti.
per tirare la volata nel campo della comunicazione sui social media è necessario imparare il più possibile di ogni singola persona che compone il nostro mercato, e inviarle contenuti progettati per lei, che quindi possa percepire come rilevanti, interessanti, utili, oggettivamente informativi. magari anche divertenti.
per essere rilevanti, differenziarsi, essere attivamente seguiti dal mercato è necessario essere strutturati per produrre contenuti mirati a ciascuna delle persone che lo compone, per rispondere a tutti, uno per uno, per seguire ognuno di loro sul web, sui social media, dovunque siano.
non sto dicendo che un’azienda debba porsi il problema di decidere se strutturarsi per essere in grado di rispondere in Rete a ognuno dei suoi clienti o prospect in tempi brevi e con una relazione uno-a-uno: quello che sto dicendo è che presto probabilmente non avrà altra scelta che essere in grado di farlo.
non è vero che è una follia, non è vero che “sono troppi”, non è vero che la cosa è ingestibile: è chiaro che se tutti improvvisamente decidessero di scrivermi non avrei abbastanza personale per gestirli, ma perché dovrebbe succedere? cosa cambia dall’avere un numero verde o semplicemente una mail?
perché la relazione uno a uno sui social media ci pare un impegno inaffrontabile, e le altre modalità di relazione no?
e ripeterei l’esempio di realtà tra le più clamorosamente globali, multinazionali e mastodontiche come Facebook, Google e Amazon, che pur con un mercato potenziale di miliardi di utenti, quindi senza la possibilità die uno-a-uno la relazione, hanno trovato il modo di basare un intero modello di business sull’estrema personalizzazione.
in fondo che cos’è Facebook se non la segmentazione dei contenuti in base alle proprie amicizie? che cos’è Amazon se non un’offerta personalizzata in base non solo ai propri interessi, ma ai comportamenti effettivi di navigazione? e se qualcuno ha un dubbio sulla personalizzazione dell’offerta di google, provi a andare qui da loggato e veda la cura che google mette nel definire i contenuti pubblicitari da servirci.
nella foto qui sotto, il tipico atteggiamento amichevole e interlocutorio dell’azienda quando incontra il suo cliente su un social media
In Greenpeace, come in tutte le ONG impegnate su temi sociali, per la diffusione delle loro battaglie si sono sempre appoggiati a una rete molto efficiente di attivisti, facendo leva su un’adesione del singolo ai temi ecologisti che era necessariamente consapevole, informata, competente.
Se l’approccio del passaparola basato sulla rete di attivisti è il migliore possibile date le costrizioni del mondo atomico, con l’avvento della società digitale il pubblico raggiungibile con un click è improvvisamente esploso fino a numeri che non sono gestibili affidandosi solamente alle reti sociali di un piccolo numero di attivisti.
Per raggiungere un pubblico indifferenziato di centinaia di milioni di persone è necessario sfruttare la diffusione virale di massa, da profilo a profilo, sui social media. Ma queste persone in larga parte non sono informate né consapevoli delle battaglie di Greenpeace, ed ecco che diventa necessario un messaggio coinvolgente, di edutainment, che incuriosisce e colpisce l’immaginario.
Per diffondere la campagna di sensibilizzazione di Volkswagen sui temi ecologisti, Greenpeace ha realizzato una strategia su tre livelli: un video di spoof che imita il bellissimo spot VW presentato al Superbowl, una campagna di informazione con un sito dedicato, e un percorso di diffusione del messaggio nelle propria reete sociale ispirato alla scuola Jedi di Star Wars: più amici si portano a registrarsi, più si avanza nell’addestramento.
Agli ecologisti duri e puri (e in Greenpeace ce ne sono parecchi) l’approccio potrà sembrare poco serio, ma non c’è dubbio che nel mare di stimoli e contenuti della sfera informativa, per raggiungere un numero di persone ben oltre il proprio mercato attivo naturale serve un approccio di impatto, che colpisca l’immaginazione, richiami riferimenti affettivi. Con la possibilità di agire, se possibile in un contesto ludico.
Questo vale per qualunque realtà in qualunque contesto? Probabilmente no. Greenpeace è una realtà di forte adesione ideologica, con un’immagine molto positiva nella coscienza collettiva: siamo disposti a perdonarle più di qualche eccesso o imperfezione, e di qualche incongruenza nella comunicazione. Alle aziende normali di solito no, ragione per cui un’attività di questo tipo va ideata, progettata, realizzzata con estrema cura e attenzione alla coerenza col brand, ai contenuti e alla user experience.
da diverse discussioni su Linkedin, tra cui una emersa a seguito del post perché un’azienda deve avere un Social Media Manager, ho scoperto che una delle domande più pressanti per chi oggi in azienda debba impostare una strategia e una struttura di comunicazione sui social media è “ma è meglio se prendo un social media manager interno, o affido strategie e esecuzione a un’agenzia esterna?“.
che pensandoci, anche per gli addetti ai lavori la risposta è molto meno immediata di quanto sembrerebbe. certo, considerando quello che facciamo qui, la risposta che ci si aspetterebbe è sicuramente un’agenzia, mentre la risposta giusta secondo me è dipende.
i fattori in campo da valutare
la scelta dipende soprattuttto da una serie di caratteristiche dell’azienda: livello di competenza interno, livello di apertura del management e delle varie funzioni aziendali, consapevolezza di cosa si vuole fare, complessità – culturale e tecnologica – del prodotto sociale da mettere in campo. e capacità di definire i propri obiettivi e le metriche corrette per misurarne il raggiungimento.
quando serve l’agenzia
il buonsenso consiglia di affidarsi a un’agenzia:
- se il livello di competenza interno è molto basso
perché a meno di trovare il guru della situazione disposto a lavorare solo per noi, si rischia di non essere in grado di selezionare un candidato SMM sufficientemente competente.
- se la cultura aziendale è di scarsa apertura e permeabilità al passaggio di informazioni
perché per una risorsa esterna può essere più facile avvalersi di un mandato esplicito, laddove un interno si troverebbe a rimbalzare contro muri di gomma e gerarchie implicite.
- se non si hanno chiari gli obiettivi
perché per una realtà esterna può essere più facile analizzare oggettivamente la situazione, e capire e dire come stanno le cose (anche se le agenzie a volte non sono bravissime a farlo, coi clienti).
- se non si hanno le competenze tecnologiche per sviluppare una campagna
pur avendo a che fare con servizi e piattaforme SAAS, per fare una campagna che sia originale e rilevante spesso è necessario un minimo di codice e di web design: se non si ha una struttura interna tanto vale sfruttare quella dell’agenzia di consulenza.
perché è opportuno avere una risorsa interna
nonostante ciò, è altrettanto importante sottolineare quanto la presenza di una risorsa dedicata interna, o almeno una persona semi-competente che faccia da liaison con l’agenzia, sia destinata a diventare sempre più necessaria in futuro. delegare a una voce esterna una comunicazione dialogica, approfondita, personale e rilevante come quella che passa sui social media è una soluzione sempre più di fiato corto, man mano che il pubblico evolve e pretende contenuti rilevanti e una conversazione in cui l’azienda sia davvero coinvolta, attraverso le persone che lavorano al suo interno.
la terza via
dall’altra parte è anche vero che la materia è troppo recente perché ci siano in giro abbastanza persone con esperienza per coprire tutte le posizioni richieste, quindi trovare un Social Media Manager già formato, anche se è una soluzione ormai inevitabile per le grandi aziende e i brand di prestigio, può essere un problema.
personalmente trovo che una soluzione sostenibile sia quella dell’outsourcing con finalità formative, ovvero partire con una consulenza di agenzia che si occupi di tutta la parte iniziale del cosa, del come e soprattutto del perché; quindi analisi del brand, individuazione degli obiettivi, definizione delle strategie, dei canali, delle best practice, delle metriche di valutazione, della progettazione e realizzazione degli ambienti, e successivamente di una prima fase operativa da far svolgere a una risorsa selezionata appositamente e formata in corso d’opera.
in questo modo, con costi di consulenza ragionevoli, dopo un periodo di affiancamento esterno si disporrà di una risorsa con le competenze (magari di base, ma pratiche e non teoriche) da portare all’interno.
Dilbert by Scott Adams ©2011, Universal Uclick
c’è un un pezzo di Manuel Castells pubblicato da Internazionale che vale la pena di leggere, perché ipotizza uno sviluppo sociale che potrebbe cambiare il funzionamento e le regole di base delle società in cui viviamo.
poche settimane fa è iniziato nelle piazze spagnole, allargandosi a macchia d’olio, un processo di protesta e rivendicazione radicalmente innovativo, che ha la caratteristica di essere variegato nella sua compisizione anagrafica, sociale e politica, di emergere, cioè nascere dal basso senza gerarchie, e di essere – questione che la sinistra mostra di non comprendere nemmeno in Italia, con i movimenti referendari – del tutto slegato, indipendente e non cooptabile dai partiti.
la natura di questi “wikiaccampamenti“, mi pare ipotizzare Castells, va ben oltre i risultati pratici della lotta che portano avanti in un dato momento: siamo davanti all’emergere di un movimento nuovo, che utilizza i nuovi media e le reti per comunicare, espandersi, acquisire consenso in modo esponenziale, acquisire rilevanza e visibilità, fare pressione sulle autorità e i governi. ancora di più, questi movimenti stanno plasmando una coscienza, definendo nuove modalità organizzative, nuove pratiche di lotta e di influenza. le wikicrazie imparano e fanno maturare una coscienza collettiva, cosa che la politica dei partiti sembra aver rinunciato a fare da decenni, ormai.
Le manifestazioni potranno abbandonare le piazze, ma resteranno presenti nelle reti sociali e nelle menti di quelli che vi partecipano. Le piazze non sono più sole. Questo movimento ha scoperto nuovi modelli di organizzazione, partecipazione e mobilitazione che vanno oltre i canali tradizionali, guardati con sospetto da moltissimi giovani. I partiti e le istituzioni dovranno imparare a convivere con questa nuova società civile. Altrimenti spariranno mentre i cittadini passeranno dai wikiaccampamenti a una democrazia in rete ancora da scoprire, in una pratica collettiva che dipende dai singoli individui.
l’articolo di Castells è qui, ma per capire come funziona, e come leggere e interpretare un processo di evoluzione politica collettiva basato sulle nuove modalità di colalborazione, quello che vi consiglio di leggere è Wikicrazia di Alberto Cottica.
è un po’ che mi gira in testa l’immagine di uno che strappa un rametto da un cespuglio a caso e lo ripianta, per restare poi deluso nel vedere che non sbocciano i fiori che aveva in testa lui. volevo scrivere un pezzo su come il numero dei follower sta diventando un’ossessione per le aziende – spesso senza che sappiano nemmeno spiegarsi a cosa serve avere un milione di follower su facebook – e su come questa mania della misurabilità in termini di numeri assoluti sia una logica televisiva rapita dal contesto sintetico dell’audience TV, e reinnestata a forza in uno che non le appartiene, cioè quello delle relazioni tra persone dei social network.
volevo scriverlo, poi mi son fermato a leggere il post di gianluca diegoli sui mille follower e mi sembra che sia sufficiente linkare quello. che spiega bene perché la domanda non debba essere quanti follower vogliamo, ma quanti ce ne sono da cercare. che è molto più importante e produttivo e, sì, profittevole dire cose importanti ai mille che ti seguono con interesse, che cose irrilevanti a cento fantastilioni di consumatori senza volto.
aggiungo da parte mia che ho il sospetto che le aziende non è che non lo capiscano, ma non vogliano cercare quei mille e dire cose rilevanti a quei mille un po’ perché internamente è più facile mobilitare attenzione e budget sui numeri grandi che quelli piccoli, ma soprattutto per pigrizia e disinteresse nei propri prodotti. scrivere cose rilevanti sui propri prodotti e trovare gente che le vuole sentire è faticoso, e quasi nessuna azienda ci tiene abbastanza ai suoi prodotti, quasi nessuno è abbastanza interessato ai prodotti che vende, da sforzarsi a scriverne cose interessanti e utili, e trovare qualcuno a cui raccontarle. è anche per questo che la comunicazione sociale funziona molto meglio per le persone che per le aziende, molto meglio per gli amateurs che per i professionisti. i dilettanti, persone comuni spesso senza un modello di business, ci tengono a quello che scrivono.
qui il post originale sui 1000 fan che contano
un po’ di articoli dai blog stranieri per passare il ponte, e per essere aggiornati sullo stato della conversazione riguardo e attorno al problema della transizione dai media atomici a quelli digitali. la polemica del momento parte dalla risposta di Jeff Jarvis, giornalista e esperto di stampa nell’era digitale, all’editoriale di Bill Keller contro “la trappola di Twitter” che nel suo The article as luxury or byproduct Jarvis definisce “una trollata luddista”.
Jarvis vede Twitter non come un pezzo secondario della catena dell’informazione, ma come un contenuto dal tremendous journalistic value a cui l’articolo tradizionale fa da controcanto, se non quali da accessorio. il giornalismo nella sua firma classica diventa quindi un sottoprodotto, e/o un lusso.
gli risponde Matthew Ingram forse equivocando (o forse fingendo di equivocare) sostenendo che non è affatto vero che Twitter rende superfluo il lavoro del giornalista, cosa che Jarvis sostiene di non aver affatto affermato.
a margine di tutto, un tweet di Chad Catacchio che mette in luce un punto difficilmente contestabile: per la sua natuta il tweet E’ l.e news, mentre l’articolo tradizionale quando viene letto è, inevitasbilmente, già storia della notizia.
non direttamente collegato ma estremamente interessante e per certi versi anche più illuminante anche il pezzo di Alfred hermida The Fundamental Problem With Newspaper Paywalls. eccone la conclusione:
Le persone non hanno mai veramente pagato per le notizie, se per “notizie” intendiamo le lotte politiche a livello comunale o gli episodi di violenza in paesi lontani – cioè le notizie importanti, che contano ma che è difficile far percepire come rilevanti a un pubblico ampio. Quello per cui i lettori pagano sono i risultati sportivi, la sezione lifestyle, passatempi come le parole crociate e gli oroscopi. (…)
Il quotidiano funzionava perché era un prodotto affinato nel corso dei secoli, e rispondeva al bisogno fondamentale di un mom ento specifico nella storia dei media. Riusciva a comprimere tutto quello avevamo bisogno di sapere in una serie di pagine. Forniva un servizio, informare il lettore degli eventi, in un formato comodo.Gli editori non sono mai stati nel marcato del vendere notizie: vendevano qualcosa per cui le persone erano disposte a pagare: un servizio utile in un formato comodo. Le news di per sé non erano un prodotto commerciale, il prodotto commerciale era la selezione di notizie, sport e intrattenimento in un sistema di distribuzione chiamato quotidiano.
Invece di investire in modelli che cercano di cambiare il comportamento dei lettori, gli editori dovrebbero cercare di trovare nuovi modi di fornire il “servizio utile in un formato comodo” dell’era digitale”. Quello è qualcosa che puoi far pagare.
foto di pierre pouliquin da flickr
creative commons attribution non commercial
vorrei fare un ragionamento sul ballottaggio per il sindaco di milano: un po’ perché a milano ci vivo, ma anche perché quella dell’amministrazione di una città come milano è una delle pochissime occasioni che ha il cittadino di influire in pratica, realmente, sulla qualità della propria vita e di quella della sua famiglia. e vorrei farlo al di là: al di là delle ideologie perché non è questo il luogo, al di là dei risultati dell’amministrazione precedente perché non sta a me, qui, giudicarli, al di là della competenza e adeguatezza dei candidati perché sono valutazioni soggettive.
vorrei fare un ragionamento e basarlo su razionalità, pragmaticità, buonsenso. un ragionamento, insomma, milanese :)
a me pare che al netto di tutte le polemiche di questi giorni, tirandosi fuori da tutto, ci sia una riflessione che deve prevalere su tutte, ed è una riflessione sul destino e la vocazione di una grande città europea che desidera essere moderna e vivibile, in cui le persone desiderino vivere.
la qualità della vita è fatta da tante cose, ma non c’è dubbio che uno dei fattori più importanti che contribuiscono a rendere una città vivibile sia la vivacità culturale: tutte le grandi città del mondo, quelle in cui desiderano potersi trasferire, si caratterizzano per vivacità e diversità culturale, e tutte l’hanno raggiunta con la diversità etnica.
new york, londra, parigi e in verità da tutte le capitali culturali di tutte le più grandi nazioni del mondo, sono il prodotto di una convivenza forzata di razze e culture diverse. convivenza che avviene in spazi ristretti e con disagi per tutti, che spesso attraversa fasi di conflittualità che rendono necessario trovare la maturità per superarli, quei conflitti. in ogni caso una convivenza che è sempre basata su regole condivise di tolleranza, sul rispetto delle specificità culturali e religiose, sulla premessa, almeno teorica, di uguali opportunità indipendentemente dalla provenienza, dal colore della pelle, dalla fede religiosa.
una città che prova a essere felice è una città che sa affrontare a viso aperto, discutere e risolvere collettivamente queste differenze. una grande nazione è quella che basa la sua costituzione, la sua storia e la sua cultura sulla fusione di etnie, tradizioni e sensibilità diverse, e che dai momenti in cui queste si scontrano impara qualcosa su di sé, che metterà a frutto per il futuro. per crescere e diventare migliore.
la tolleranza, la base civile della garanzia dell’uguaglianza a dispetto della provenienza e della cultura o religione di appartenenza, sono condizioni minime necessarie perchè una città possa prosperare; non solo sul piano della riccheza culturale, ma anche di quella economica, produttiva, fiscale, dei servizi. una città chiusa, che discrimina, che nega servizi o diritti a parte della sua cittadinanza, è destinata a fallire culturalmente, socialmente e umanamente.
una città che discrimina non è la città in cui voglio vivere, e secondo me questa è una buona ragione per andare a votare.
ieri sera, al concerto di Benjamin Herman offerto da Philips per presentare la nuova linea di home audio, quando Herman è stato introdotto – dopo le rituali presentazioni dei prodotti e dei product manager – ha detto (e ripetuto anche successivamente) una cosa che ha riscosso uno degli applausi più fragorosi della serata:
“sono contento che mi abbiano chiesto di fare da testimonial perché non sono stato costretto a parlare dei prodotti”
ovvero, permettendomi di parafrasare e espandere il pensiero: io sono un musicista, non il commesso di un negozio. sono qui per fare quello che so fare e volete da me: suonare, non per vendervi prodotti (implicito: che non uso e su cui non avrei nulla da dire comunque). se vi servono informazioni sui prodotti sapete benissimo dove trovarle, che sia in negozio o su internet, ma la ragione per cui voi e io siamo qui non è una transazione commerciale.
la cosa che mi interessava era capire dove c’è posto per la vendita, tra la frase di Herman e l’applauso del pubblico, e la risposta è: non c’è. ed è giusto che non ci sia, in quel contesto.
forse è il caso di considerare la possibilità che l’ossessione per le attività che portino il più possibile direttamente alla vendita, che tradizionalmente assorbe la stragrande maggioranza delle risorse (anche umane) aziendali e invade e spesso macchia qualunque iniziativa, oggi potrebbe essere causa più di danni che altro.
oggi che il consumatore non è più il piccoloborghese sprovveduto degli anni ’60, che ha visto crollare il potere d’acquisto del suo salario e ha imparato a trovare e scegliere con cura e attenzione, informandosi dai suoi amici sui pro e i contro e il rapporto qualità/prezzo/durata, probabilmente sarebbe più utile – oltre che a investire sempre di più sulla ricerca e sviluppo e sull’esperienza d’uso – concentrare gli sforzi e le risorse, lato marketing, a progettare un’esperienza gradevole di approccio al prodotto, e di modalità diverse con cui si viene a conoscenza del prodotto, un approccio al marketing più umano e empatico, quindi tenendo presente che la pubblicità sui media di massa quasi mai è “gradevole”. (e non è un caso che su queste cose si basi il successo dell’esempio a cui tutti aspirano: Apple).
di sicuro, quello di cui non c’è bisogno è di artisti costretti a improvvisarsi venditori, insomma di nuova fuffa. e il punto non è se la posizione di Herman sia studiata o meno da parte di Philips (probabile), né il fatto che stia comunque contribuendo a promuovere il prodotto (certo), ma che è il momento di creare un nuovo tipo di rapporto tra le aziende da una parte e il prodotto culturale dall’altra, un rapporto che potrebbe anche somigliare al mecenatismo di qualche secolo fa. ma che, qualunque forma prenderà, sia chiaro che non può essere esclusivamente, aridamente mercantile, ma dovrà essere di rispetto reciproco e soprattutto, necessariamente, di rispetto del pubblico.
non qualunque azienda, è ovvio. è chiaro che se produci bulloni, magari non hai tutta questa urgenza di conversare con il tuo mercato. ma qualunque azienda si occupi di fornire prodotti o servizi destinati al mercato consumer, oggi trova utilità – anzi necessità – nell’avere un esperto di comunicazione sui social media, che sia dipendente o collaboratore, interno o esterno.
questo per ragioni che vanno oltre quelle che si possono facilmente immaginare (cioè ideare, mettere in atto e gestire una campagna di comunicazione e conversazione con il proprio mercato atta a supportare il marketing e la vendita dei propri prodotti/servizi); perché un social media manager serve, più che per le cose per cui lo cerchiamo, per un sacco di cose che non pensiamo che ci servano, che non sappiamo ancora che ci serviranno. vediamo quali.
1) di solito il Social Media Manager è un community manager per formazione. magari non ha proprio gestito community con decine di migliaia di utenti, però ha sicuramente gestito i commenti di un blog e qualche ambiente collettivo online (se non l’ha fatto è il caso di esplorare che formazione abbia). sa quindi gestire online le controversie e le personalità più aggressive, attività sulla quale le aziende hanno solitamente poca o nessuna esperienza strutturata. è anche la persona adatta per impostare il tono del CRM sui new media.
2) è solitamente una persona eclettica, dalla formazione umanista e dalla mente curiosa e allenata, con esperienze eterodosse e varie, capace di pensiero laterale e con competenze su un ventaglio di temi molto ampio. è una persona CURIOSA. a differenza della maggior parte dei colleghi, che probabilmente si occupano dei propri compiti senza farsi troppe domande, la curiosità e la capacità di ragionare fuori dagli schemi e pensare fuori dalla scatola del(la) SMM fa sì che sia in grado di trovare scorciatoie e eleganti, soluzioni inedite e brillanti, di risolvere problemi in modo efficiente e innovativo
3) sempre a causa della passione e curiosità personale che mette nel lavoro, è informato su quello che accade in Rete, si serve di risorse informative social agili, veloci, proiettate in avanti, quindi ha sempre sott’occhio la situazione e gli sviluppi dei mercati, delle tecnologie e dei media molto prima delle funzioni aziendali.
4) spesso è un buon divulgatore: sa condividere le proprie conoscenze ed esperienze e sa formare il personale interno sui temi del suo lavoro, ma anche sulle tendenze delle tecnologie, dei media o del mercato, sulle visioni di scenario.
5) è una risorsa preziosa dal punto di vista strategico: grazie alla sua curiosità per quello che avviene in Rete e grazie al fatto di essere sempre immersa in quello che dicono gli utenti, e nelle conversazioni dei blog professionali, spesso conosce in modo più empatico di chiunque altro il mercato, e sa anticipare e interpretare i mutamenti del mercato, della cultura, dei media.
6) può evitare guai al brand scongiurando crisi di PR. è probabilmente l’unica persona in azienda che ha la sensibilità per gestire una critica sui social media, rispondere (e decidere se rispondere) a domande scomode, impostare la comunicazione (e l’identità, e il tono) dell’azienda quando comunica con il suo mercato sui media attuali. questa sua esperienza apporta competenze sulle modalità e le pratiche corrette di gestione della conversazioni che sono inestimabili, e spesso fanno la differenza nello scongiurare errori di comunicazione, quindi crisi di PR online che possono mettere a rischio il brand.
oggi, in un momento in cui le agenzie di comunicazione e PR sono spesso incapaci di comprendere o governare le nuove modalità di interazione che avvengono tra persone in Rete, qualunque azienda abbia la necessità di intraprendere, anche solo in modo passivo, una conversazione con il proprio mercato – cioè quasi tutte – non può prescindere dall’avere al proprio interno una figura con esperienza pregressa di social media e community manager.
questa mattina quelli di Edelman mi hanno invitato alla presentazione (ufficiale, ché il sito è in beta pubblica da un po’) di Jumpin, la piattaforma di group shopping – o social shopping, come forse è più corretto – prodotta in collaborazione da Matrix (gruppo telecom) e Digital Magics.
lo shopping sociale (due nomi per tutti: Groupon e Groupalia) consente l’accesso a notevoli sconti su servizi e prodotti – spesso oltre il 50% – attraverso le economie di scala dovute all’adesione di un gran numero di persone alla stessa offerta. la piattaforma si occupa di contattare le attività commerciali, metterne in vendita online i coupon, gestire la transazione e i servizi postvendita. il social shopping funziona ed è redditizio perché è una transazione win-win: l’utente risparmia, il commerciante vende di più, si avvantaggia del passaparola e vede le persone tornare (per i ristoranti si parla di tassi di fidelizzazione oltre il 25%).
è un settore in crescita vertiginosa (+120%, dicono) in un mercato probabilmente ben lontano dall’essere affollato. in passato sono spesso stato scettico sulle scelte e le iniziative web di telecom e matrix, ma mi pare chiaro che mettendo insieme la rete commerciale di vendita, il trend di crescita del mercato, il tasso di adesione dell’ecommerce in Italia e la fame di scontistica in questa congiuntura economica, mi pare difficile che possano sbagliare il colpo.
va però fatta una precisazione e un’avvertenza (a Jumpin, e anche a chi lo userà): l’esperienza di groupon mi dice che il rispetto degli accordi da parte del commerciante e i servizi postvendita – l’assistenza se qualcosa va storto – sono i punti dolenti del servizio. in un contesto provinciale come quello italiano, dove non mi pare si possa ignorare che una parte non trascurabile del commercio al dettaglio è mediamente poco propensa al ragionamento in prospettiva, alla costruzione della reputazione, all’investimento nel passaparola, il rischio che sta – mi pare – pagando groupon è nella garanzia del rispetto degli accordi senza gabole: troppo spesso capita di sentire di persone trattate male, discriminate, che hanno ottenuto un servizio di second’ordine o con costi occulti.
se matrix saprà coniugare la propria forza commerciale (su tutto il territorio italiano, su una varietà di oltre 200 categorie commerciali di servizi ma anche prodotti) con un occhio particolarmente attento alla selezione, al controllo e al CRM, potrebbe avere in mano qualcosa di simile alla gallina dalle uova d’oro. almeno fino a quando le attività commerciali non dovessero imparare a bypassare gli intermediari e farsi il couponing da sole o attraverso Google. perché mettere una pubblicità su un giornale è difficile, ma un coupon digitale lo sanno fare tutti.
riguardo alla questione del controllo, mi ha fatto piacere sentir parlare di blacklistare chi non rispetta gli accordi, e se è quasi tenero che ancora nel 2011 in un evento di presentazione ufficiale non si possa pronunciare il nome del proprio principale competitor, vorrei che almeno su una cosa ci fosse collaborazione, tra tutte le piattaforme di social shopping: la blacklist delle attività che non rispettano i patti, che ingannano il consumatore. perché internet è un organismo sociale che nasce collaborativo: dalla condivisione dei dati, delle informazioni, delle esperienze abbiamo tutti da guadagnare: utenti in buona fede, commercianti onesti, intermediari che apportano valore.
EDIT: Gianluca di minimarketing nel frattempo si è iscritto e ha fatto le pulci alla comunicazione e al servizio in un post critico ma sostanzialmente corretto, che si conclude con “di social, questo servizio non ha nulla. Sono deal e basta. Niente di male, ma usiamo i termini giusti”.
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i 900mila euro di multa a Apple le stanno come un vestito nuovo. erano anni che mi chiedevo come facesse a essere l'unico produttore a non dare due anni di garanzia sui prodotti, e come mai non se ne fosse accorto nessuno.
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A hundred little things - Seth Godin http://sethgodin.typepad.com/ seths_blog/2011/12/a-hundred-little-things.html
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(via My Ass! - Imgur) - http://vanz.tumblr.com/post...
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Cosa può esserci di meglio che Breszny che ti esorta a seguire le orme di Melville e Malick?
"Cancerian, I urge you to treat 2012 as a time when you will be like Melville and Malick in your chosen field. Trust your daring, expansive vision."
http://freewillastrology.com/horosco...
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Reactance can occur when someone is heavily pressured to accept a certain view or attitude. Reactance can cause the person to adopt or strengthen a view or attitude that is contrary to what was intended, and also increases resistance to persuasion. People using reverse psychology are playing on at least an informal awareness of reactance,... - http://vanz.tumblr.com/post...
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At its core, Google is an online advertising company that offers a range of features to draw your time and data. It cares a lot about making great products, but they don’t drive the business directly. In that vein, Google doesn’t need to have the best news feed, it just needs users to sign up once and stay signed in. - http://vanz.tumblr.com/post...
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(via Occupy Congress Planned For January 17th… The Million Tent March?) - http://vanz.tumblr.com/post...
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A 27-year-old male patient fasted under supervision for 382 days and has subsequently maintained his normal weight. (…) The hyperglycaemic response to glucagon was reduced and latterly absent, but promptly returned to normal during carbohydrate refeeding. - http://vanz.tumblr.com/post...
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Giao, ho mangiato anche stasera e ora voglio morire.
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Uno dei miei cult (watching Night Moves) http://gomiso.com/r/xtkp
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In una città, il mare è quasi tutto.
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CIA is systematically monitoring Twitter, following up to 5 million foreign tweets a day http://politi.co/uSOu7D
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15 Excellent Free E-Books for Web Designers - DesignModo - http://designmodo.com/ebooks-...
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I movimenti di macchina di E.R., girato a partire dal 1994 cioè oltre 15 anni fa, lasciano tuttora a bocca aperta. Ma il punto è: anche la sceneggiatura.
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Please don't wake me, no, don't shake me, leave me where I am.
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Istantanea deperibile
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Sceglierne una per rappresentare un anno intero - The Year in Pictures: Part I - http://goo.gl/cA9QV - Part II - http://goo.gl/ATZsD - Part III http://goo.gl/R7fmN
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Biglietto per God is an Astronaut comprato, ora sono indeciso sui Black Keys all'Alcatraz, che conosco poco: qualcuno consiglia? E mi convince che andare a vedere i Simple Minds non è da bolliti?
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