multifaceted abnormal
Tesi: il profilo personale su Facebook è ormai pronto a sostituire il blog personale.
Ciò può avvenire perché:
◐ Facebook è push e non pull, quindi i nostri contenuti passano sul feed delle notizie dei nostri lettori (che non devono venirsele a cercare sul blog). Ciò fa sì che non sia richiesto un atto volontario per venirci a leggere.
◐ In virtù di ciò, i nostri post su Facebook sono più letti e ottengono più commenti della maggior parte dei post sui blog piccoli (che non hanno una media di 600 lettori).
◐ Commentare su Facebook è più facile, immediato e richiede meno impegno (il login è automatico, la soglia psicologica al commento è più bassa).
◐ Il like – che non esiste sul blog – e il reshare con un click rappresentano azioni a costo zero per il lettore ma un alto valore di gratificazione per lo scrivente.
◐ Facebook integra nella timeline e consente la gestione di gallery fotografica personale, preferiti dell’autore, informazioni e risorse selezionate in modo più semplice e immediato di un blog.
Antitesi: Facebook per sua natura non può sostituire completamente un blog personale.
◑ Facebook non trasmette lo stesso senso di luogo, di ambiente personale, di proprietà e appartenenza dei contenuti di un blog.
◑ I contenuti su Facebook hanno una vita (permanenza sul feed delle notizie) molto più breve, e un algoritmo su cui non abbiamo il controllo totale definisce cosa vediamo e cosa no.
◑ Facebook non ha i feed, quindi non possiamo aggregare i contenuti altrui (tranne che usando le liste, che sono poco usate).
◑ Su Facebook i contenuti si contendono uno spazio finito, quindi popolarità e successo di un contenuto ne determinano la visibilità.
◑ Le limitazioni nella formattazione dei post su Facebook non sostituiscono quella di un blog (i link possono essere postati solo per esteso, c’è un limite pratico a una foto e un link per post).
◑ L’accesso ai nostri contenuti è precluso a chi non appartenga alla nostra rete sociale approvata, non è indicizzato dai motori e non sono disponibili statistiche.
◑ Facebook non ha un archivio mensile né le categorie dei post (e forse dovrebbe averli). Lo spazio dedicato sulla timeline a informazioni personali, amici ecc ruba troppo spazio al contenuto.
I miei complimenti al Comune di Rimini: i lavori per la nuova ciclabile dal Porto a Riccione sono cominciati e procedono in fretta, e la soluzione trovata sembra ottima.
Il tratto di Marina centro da transitabile in doppio senso per le auto passa a senso unico, la carreggiata è stata divisa in modo da ricavare una sola corsia per le auto, un parcheggio in diagonale e, sul lato mare, una ciclabile ampia a doppio senso che non ha rubato spazio al marciapiede, quindi garantendo la separazione tra pedoni e cicli. E’ così che si rende vivibile un lungomare.
È una soluzione che sarà moto gradita dai ciclisti riminesi, che sono tanti e appassionati; anzi per quanto in corso d’opera la ciclabile è già usata da centinaia di ciclisti ogni giorno (forse non dovremmo, ma dà troppo gusto).
Bravi. Prossimo passo: la chiusura totale alle auto :D
mi capita ogni tanto di discutere, in rete o di persona, del fatto che la mia bici è a scatto fisso, e quasi sempre ricevo le stesse obiezioni, che sono poi le stesse cose che pensavo io delle fisse prima di informarmi e comprarne una. in città è pericolosa, non ha le marce, non puoi andare in collina, non puoi piegare in curva, è da fighetti, non c’è nessuna ragione pratica o sensata per rinunciare alla ruota libera. tutte cose che, tranne la prima (la mia idea è che una fissa, se dotata di freno, nel traffico sia più sicura di una bici normale), sono abbastanza vere.
(per chi non lo sapesse, la bici a scatto fisso ha la trasmissione collegata direttamente alla ruota, senza la possibilità di contropedalare liberamente. quando la bici è in movimento i pedali girano sempre, e non è possibile avanzare per inerzia tenendo i pedali fermi. il sistema impedisce anche di avere le marce, il che rende la bici più leggera e semplice, ma inadatta alle salite e discese ripide).
prima di tutto spiego perché, da totale dilettante del ciclismo, ho comprato una bici fissa: perché mi piaceva. mi piaceva la linea, mi piaceva nera opaca, mi piaceva il manubrio a corna di bue. ma soprattutto perché volevo provare qualcosa di nuovo. ogni tanto bisogna provare a fare cose nuove, anche se all’inizio ci mettono un po’ di paura. effettivamente le prime pedalate su una fissa ti mettono un po’ d’ansia, e la prima settimana che la usi hai qualche momento WTF, anche se non sono mai andato nemmeno vicino a cadere.
io sono un ciclista urbano. la uso in città, comunque in pianura, e non ho ambizioni di corsa o di escursionismo in collina. vivo al mare e se voglio fare una pedalata la faccio più volentieri in piano, quindi il problema della salita ripida per me non si pone (nel caso, ho anche una city bike più adatta all’escursionismo). per la ragione spiegata sopra – pedali che girano sempre – non puoi neanche piegare troppo, se no rischi di toccare per terra col pedale mentre curvi. ma non corro, quindi non piego.
poi è chiaro che non è una bici per tutti: richiede agilità e una certa forza nelle gambe e nelle braccia, non è molto pratica quando piove (niente parafanghi, anche se sul bagnato la frenata è più efficiente) né per portare le borse della spesa (non c’è modo di metterci borsoni laterali, io uso lo zaino o la messenger), niente sterrato (ma tanto quello solo in mountain bike) e come tutte le bici con ruote sottili non è molto confortevole sul terreno sconnesso o sul pavet. inoltre la fissa non è una bici adatta a ciclare con la testa per aria: richiede sempre un minimo di concentrazione: sul mezzo, sulle condizioni del terreno, sul traffico circostante. non è da andarci con la testa tra le nuvole, ma questo dovrebbe valere per qualunque bici.
la questione della sicurezza è la più discussa. grazie al pedale fisso, la fixie consente di rallentare o bloccare la ruota posteriore contropedalando, cioè spostando il peso in avanti e bloccando il pedale con una gamba tesa all’indietro. è una mossa spettacolare (la ruota si blocca e la bici skidda) ma è anche difficile da imparare, necessita di fasce che legano i piedi ai pedali (aiutano la frenata: io alterno le fasce ai pedali con le gabbiette anteriori per fermare il piede senza bloccarlo), richiede di sviluppare nuovi muscoli e parecchio allenamento, non è adatta alle persone pesanti, ma consente uno stop più rapido della frenata tradizionale. io ho scelto una bici fissa con entrambi i freni e non consiglierei a nessuno di partire subito con una fissa senza freni (molte sono vendute senza). alcuni dopo aver imparato li fanno togliere, io credo li terrò, per sicurezza.
ma una fissa dotata di freni non è più pericolosa di una bici normale: grazie al minore peso e alla maggiore maneggevolezza e risposta (la trazione diretta dà un maggior controllo e rende la bici più reattiva) nel traffico la fissa si governa meglio di una bici tradizionale. inoltre è del tutto silenziosa e richiede meno manutenzione (e si guasta meno). e ci puoi ballare ;)
però il vantaggio principale di pedalare in fissa probabilmente sta proprio nel fatto che senti meglio il mezzo (o, come dice Marco, “senti meglio la strada”): non c’è quel po’ di gioco e ritardo nella trasmissione del movimento tra gambe e ruota causato dal cambio di marcia o anche solo dall’esistenza di meccanismi intermedi, ti consente e comunica maggiore controllo, maggiore governabilità, reattività e flessibilità, la pedalata è più fluida. una volta abituato alla fissa, tornare su una bici normale è un po’ una delusione, non tanto per una sensazione di minor controllo, quanto perché, mah, ti sembra un po’ noiosa. è difficile da spiegare, è un po’ come la differenza che passa tra correre con le scarpe e a piedi nudi, tra guidare una moto e uno scooterone da città, o un’auto con il cambio manuale rispetto a una col cambio automatico.
sulla fissa ti vengono meglio tutta una serie di cose divertenti che appartengono al repertorio del ciclista urbano smart: stare fermo in equilibrio, zigzagare tra le auto, scattare al semaforo. inoltre tende a essere molto leggera (la mia pesa 8 chili) e quindi più scattante e meno faticosa.
da quando la uso ho scoperto che girare in città senza poggiare i piedi per terra, inflilarsi agilmente tra le auto, andare senza mani sentendo meglio il controllo della bici, non doversi preoccupare del cambio delle marce (e che ti scenda la catena), sono tutte cose divertenti. ho scoperto che si possono benissimo fare distanze medie (20-40km) senza marce. ovviamente faticando di più, che è un ottimo esercizio fisico. ho scoperto anche che per contropedalare si impegnano una serie di muscoli che non sono usati in nessun’altra occasione, e che te ne accorgi perchè le prime volte che li usi fanno male (dice qui Scottie: “Riding a fixie turns your legs into tree trunks“. aggunge heltonbiker: “quando torno su una bici a ruota libera mi sembra manchi una funzione fondamentale, perché non posso usare le gambe per frenare“. e David: “it will make you a better rider“).
sui modelli e sui prezzi: ormai quasi tutti i marchi principali fanno almeno un modello di fissa. la fissa italiana classica direi che è Cinelli, ottime bici ma sui sette-ottocento euro. di fisse medie se ne trovano attorno ai quattrocento o forse anche meno. a me piace State, per esempio, ma basta fare una ricerca su google e si trovano modelli di tutti i tipi.
quando qualcuno mi chiede perché usare una fissa l’unica cosa che posso rispondere è: è più divertente, hai più controllo del mezzo, ma vale la pena di farlo solo se ti incuriosisce, se la bici ti diverte di per sé e per te non è solo un mezzo di trasporto, se sei una persona a cui piace provare cose nuove. se poi ne compri una flip-flop (convertibile da fissa a libera e viceversa, come sono molte) mal che vada giri la ruota e la usi come bici normale. vedere qualche documentario su YouTube come Line of Sight (però quelli sono pazzi), o questo film qui, può aiutare capire se la cosa ci intriga veramente.
il passaggio da paese rurale a industriale avvenuto nella prima metà del 900 ha causato una forte mobilità sociale, che insieme ad altri fattori ha determinato la fine della famiglia estesa tradizionale – un nucleo sociale collettivo che comprendeva un ampio numero di parenti – e la diffusione della famiglia nucleare, con genitori e figli che vivono lontano dal gruppo famigliare esteso che caratterizzava la famiglia rurale. l’effetto è stato quello di ridurre i contatti con persone e nuclei sociali diversi, quindi le capacità empatiche dell’individuo. l’avvento della TV come media di intrattenimento di massa ha ulteriormente ridotto l’esposizione fisica della famiglia nucleare all’altro da sé.
la diffusione dell’automobile ha determinato un ulteriore isolamento della persona: allontanatosi dalla famiglia estesa, ora il lavoratore si isola anche dalla società nel quotidiano, riducendo sempre più i rapporti casuali con persone diverse. a causa dell’isolamento fisico all’interno del veicolo, le interazioni tra automobilisti, ciclisti e pedoni sono ridotte al minimo livello di comunicazione possibile: occhiate, gesti, parole non udibili, rivolte più a esprimere le proprie emozioni a sé stessi che a comunicare con l’altro.
la riduzione dei contatti quotidiani con persone non appartenenti alla famiglia ristretta ha avuto l’effetto di ridurre la capacità di confrontarsi col diverso da sé: come la famiglia nucleare riduce la capacità di empatia dell’individuo, l’automobilista, isolato nel suo abitacolo, perde la capacità di interagire in modo culturalmente produttivo con gli altri perché non deve confrontarsi quotidianamente con persone appartenenti a culture diverse, come accadeva quando camminavamo o usavamo i mezzi pubblici.
l’automobile funziona come un media che filtra la comunicazione, impoverendola. ha poca banda emotiva, consente solo un linguaggio povero e basico, impedisce lo scambio e la comprensione.
internet, pur avendo potenzialmente una banda di modalità espressive più ampia, sembra avere un effetto simile: riduce le capacità empatiche delle persone, che faticano a mettersi nei panni dell’altro e spesso riducono lo scambio a conflitto. l’impossibilità di vedere la persona davanti a sé sembra disumanizzarci nel contesto del dibattito online, nel senso di diminuire la nostra capacità di considerare l’interlocutore come un essere umano con gli stessi diritti, le stesse imperfezioni e le stesse fragilità che esibiamo noi, e delle quali non riusciamo a essere consapevoli. questa non è necessariamente una caratteristica del media, ma un effetto dovuto alla nostra immaturità nell’usarlo.
l’isolamento geografico della famiglia nucleare, quello spaziale dell’automobile, quello visivo della Rete ci hanno gradualmente disabituato all’empatia e ad alcune delle più basilari regole di rispetto sociale. in automobile gridiamo parole che ci guarderemmo bene dal pronunciare se stessimo passeggiando, su Internet scriviamo cose che non potremmo mai dire di persona allo stesso interlocutore.
bisogna reimparare il rispetto, la considerazione dell’interlocutore, la capacità di rivolgersi agli altri come persone e non come oggetti. bisogna reimparare l’empatia, e per farlo è necessario un sforzo continuo di consapevolezza di chi abbiamo davanti, dei suoi diritti e del suo essere un nostro pari, meritevole dello stesso rispetto che esigiamo da lui. bisogna reimparare a non considerarsi al centro dell’universo.
foto di ElenahNeshcuet da flickr
Gli acquisti più sensati fatti nell’ultima settimana di trasferta:
Auricolari Sennheiser cx150: considerate anche le recensioni su Amazon, forse il miglior rapporto qualità/prezzo che si trova in qualunque negozio. Buona qualità sonora in design gradevole a solo 19,99 (su Amazon o da Darty san Babila: follemente, da Saturn e Feltrinelli in Centrale costano dieci euro in più).
Guanti Thinsulate H&M: tessuto grigio isolante e un rivestimento interno in pile che ogni volta infilarli ti strappa un sospirello di godimento, alla modicissima cifra di 4,99. Made in China, ma a quanto ne so H&M di solito è attenta alla sostenibilità anche sociale della produzione.
Da Muji ci sono anche dei maglioncini grigi e neri scollo a V in lana e alpaca molto caldi per il prezzo (25 euro saldati al 50%).
Inoltre (update):
Luci da bici Reelight. Si montano sul mozzo con calamita corrispondente sui raggi: il passaggio della calamita a ogni giro di ruota fa lampeggiare i led per induzione. No batterie, no dinamo, teoricamente eterni. 29 euro da Decathlon.
Sta girando parecchio un post che ripropone un trucchetto, molto discusso già mesi fa, che consentirebbe di visualizzare l’elenco dei follower che visitano più frequentemente il nostro profilo Facebook.
Il tutto parte dall’analisi del codice sorgente del profilo Facebook, che può essere effettuata da chiunque con un browser evoluto (su Chrome: tasto destro -> visualizza sorgente pagina). Una volta aperto il codice della pagina del proprio profilo, con CTRL-F si cerca la stringa “OrderedFriendsListInitialData“, che è seguita da una lunga lista di numeri.
Quei numeri sono codici che corrispondono ai profili dei nostri amici: incollandone uno per volta nella barra degli indirizzi del browser dopo https://www.facebook.com/ è possibile visualizzare i profili degli utenti che – secondo la teoria – sarebbero i più frequenti visitatori del nostro profilo, in ordine decrescente di maggior frequenza di visite. Secondo l’interpretazione, sarebbero quelli tra i nostri amici che vengono regolarmente a visitare il nostro profilo, si presume per interesse nella nostra persona.
Facebook ha già dichiarato più volte che non è così (è il genere di funzione che può facilmente generare frizioni sociali e problemi relazionali, cose che in Facebook sono attentissimi a evitare) ma anche non volendosi fidare, ci sono elementi che fanno pensare che l’interpretazione di quei codici come “i nostri stalker” non sia così attendibile.
Il codice presente in una pagina solitamente serve a generare qualcosa in quella pagina, e non c’è nulla sul nostro profilo che indichi i visitatori più frequenti: c’è invece un riquadro che mostra una selezione dei nostri amici. Quei codici potrebbero essere i dati di origine del riquadro Amici (e della pagina a cui si accede cliccando visualizza tutti), in cui compare sì una selezione dei nostri contatti, ma senza una correlazione diretta al numero di loro visite sul nostro profilo.
Secondo altri si tratterebbe di una “preparazione” degli amici di cui è più probabile che desideriamo ricercare il profili e contenuti, precaricati nel codice della pagina per velocizzare la ricerca.
Comunque sia, probabilmente quella selezione di utenti è frutto dell’algoritmo Edgerank – quello che determina quali contenuti ci vengono mostrati e quali no – applicato alle amicizie. Le foto degli amici che vengono mostrate sono presumibilmente una selezione tra gli identificativi utente dei nostri “migliori amici”, una lista prodotta dall’algoritmo che, come nel caso dei contenuti, è ottenuta pesando e incrociando una quantità di fattori diversi, tra cui le page view, i commenti, i like e in generale le interazioni reciproche tra persone. E’ probabile che il tagging sulle foto e negli eventi abbia un peso molto forte sull’algoritmo.
Lo stesso nome della variabile (“OrderedFriendsListInitialData“, cioè qualcosa che suona come “dati iniziali della lista degli amici in ordine”) lascia intuire che si tratti di una base dati usata per ordinare una lista di amici.
Per gli elementi che abbiamo a disposizione, la lista di contatti presente nel codice sorgente del nostro profilo non rappresenta le persone che lo visualizzano più spesso, ma una selezione secondo criteri sconosciuti di amici con cui abbiamo particolari affinità, derivate dal fatto che spesso interagiamo con i loro contenuti, e loro con i nostri.
Potrebe essere semicorretto affermare che si tratta di una lista di affinità elettive (o se non altro più elettive della media) in base alle interazioni che avvengono tra persone, e in particolare attraverso i contenuti che le persone esprimono. Quindi non è del tutto sbagliato affermare che tra quelle persone probabilmente ci sono quelle a cui piacciono di più i nostri contenuti, ma ci sono interazioni che esprimono un valore qualitativo della relazione (il like, il commento) e azioni più “quantitative” (il tagging, la presenza negli stessi luoghi): nessuna di queste rappresenta necessariamente un interesse affettivo, tantomeno un’intenzione di stalking).
La cosa veramente interessante però non è l’algoritmo o il suo funzionamento, quanto l’interesse che ha suscitato e le fantasie che ha scatenato. Ancora una volta una modalità di interazione “nuova” conferma una caratteristica umana “vecchia”: tutti desideriamo piacere, tutti siamo interessati a sapere a chi piacciamo, il bisogno di essere apprezzati e amati è una caratteristica fondamentale e un bisogno primario della natura umana.
foto di gopal1035 da flickr
ho smesso da lungo tempo di illudermi che in una democrazia rappresentativa il mio voto possa cambiare le cose. peraltro non vorrei nemmeno che IL MIO voto cambiasse le cose: desiderarlo è l’opposto della democrazia. ho però anche smesso di illudermi che il voto della maggioranza possa fare qualcosa di più che sostituire lo schieramento al potere con un altro schieramento che si comporti in modo simile sui temi che mi stanno a cuore.
mi sembra che le democrazie moderne assomiglino sempre più a una sorta di dittatura della maggioranza mediata da una casta di sacerdoti. e la maggioranza presa nel suo insieme è cattolica, mediocre e di centro (in Italia, probabilmente di destra). facile comprendere come non mi piaccia molto questo paese, e come alla fine dei conti non mi piaccia nemmeno più di tanto la democrazia rappresentativa.
il principio con cui vado a votare adesso, consumato l’ingenuo ottimismo della gioventù, è uno solo ed è del tutto strumentale: far avanzare il più possibile le istanze che mi premono.
non ho altri criteri: non mi interessa votare in modo da favorire le massime probabilità di vittoria al “mio schieramento”. votare per probabilità di vittoria è tapparsi il naso, deludere sé stessi e accettare di vivere in uno stato di emergenza per tutta la vita.
non credo nell’uomo del destino (ha fatto più danni della carestia), non credo nel populista rivoluzionario (di solito ha un secondo fine, che di solito è sé stesso), non credo nello sparigliatore di carte (di solito la situazione post-sparigliamento mi piace ancora meno di prima), né nel riformista ecumenico e moderno che prende voti da tutti (farà una politica centrista, senza ideali e in servizio della maggioranza, che è appunto cattolica, mediocre, di destra).
l’unico criterio che mi resta valido, quindi, è il puro opportunismo in salsa idealistica: quale dei candidati più probabilmente cercherà di portare avanti le istanze che mi premono? votando chi è più probabile che finiscano sul tavolo le questioni che mi interessano veramente?
quindi stavolta per me è facile, considerando quello che mi preme: difesa dell’ambiente e riconversione dell’economia, dell’agricoltura e della mobilità in ottica sostenibile, rifiuto totale, assoluto e definitivo del nucleare, diritti delle coppie same-sex adozione inclusa, guerra totale globale termonucleare contro l’evasione e la speculazione finanziaria, tobin tax e patrimoniale sui grandi capitali, riduzione dell’orario di lavoro per lavorare tutti e meglio, investimento sulla cultura e sul valore della scuola laica e statale, intervento statale in difesa della neutralità sulle infrastrutture strategiche (Internet, telefonia, ferrovie), risoluzione del conflitto tra impresa e lavoro su un tavolo istituzionale di pari diritti e doveri, una politica estera che metta al primo posto la pace superando le ragioni di Stato, solidarietà alla cooperazione internazionale, ai movimenti civili, alle ONG, ricorso sempre e comunque all’azione diplomatica come risoluzione dei conflitti, al rispetto delle risoluzioni dell’ONU, fine dell’ipocrisia sulle droghe, un approccio animalista ai rapporti tra uomo e altre specie (su questo punto Isotta ha fatto BAU).
e molto altro, ma non voglio menarla più di tanto.
io posso solo votare qualcuno che posso sperare voglia distanziarsi il più possibile dal soffocante abbraccio della Chiesa Cattolica® e dei poteri economici, finanziari e industriali, che abbia dimostrato di saper e voler lavorare sull’ambiente, che abbia o almeno sostenga di avere l’immaginazione visionaria per provare nuove forme di solidarietà sociale, di economia sostenibile, di valorizzazione del ruolo della donna nella società e al potere.
ovviamente, senza pensare di sorprendere qualcuno, e senza entusiasmi o ingenue adesioni incondizionate, quella persona è sicuramente Nichi Vendola. poi sono pronto a essere deluso per l’ennesima volta in vita mia, ma almeno saprò di averci provato.
questo ragionamento potrà sembrare cinico, egoista e disincantato, e invece no, perché il succo è: se si vuole un mondo migliore bisogna essere disposti a lavorare – in questo caso a votare – per un mondo migliore. votare per un mondo un pochino meno peggio non è abbastanza. e questo lo sa bene chi ha scelto di votare l’outsider Pisapia alle primarie di Milano.
Cult of Mac: There’s years of muscle memory at work that tells you that when you’re on your desktop or laptop, you scroll by swiping two fingers in the direction you want to go. Doing the opposite is going to seem counter-intuitive at first.
Me: Yes. It’s going to seem counter-intuitive because it is counter-intuitive.
Cult of Mac: “The reason Lion’s new way of scrolling seems so wacky at first is that after almost thirty years of using Macintosh OS, we’ve stopped associating our computer desktop as being analogous to a physical desktop, covered in pieces of paper“.
Me: Uh, actually we’ve never done that, because a computer desktop is not analogous to a physical desktop, and we all know that. It’s just a metaphor, and an outdated one at that.
Cult of Mac: “Likewise, we’ve also forgotten that a mouse pointer is supposed to represent where our finger is on that desktop“.
Me: Uh? WTF? No, it’s not. And anyway I don’t point my fingers at my real life desktop.
Cult of Mac: “Let’s think about how scrolling would work in a physical space“.
Cult of Mac: “Let’s think of a web page loaded in Safari as a long piece of paper, while Safari is a fixed wooden frame around that paper“.
Me: Browser = wooden frame? Internet = a piece of paper? Are you out of your MIND?
Cult of Mac: “If you wanted to move the paper so that words that were below the lower boundary of the frame were within its viewing pane, you would have to use your finger to push the paper within the frame’s viewing area up towards the top”.
Me: IF I were in a physical space. I FUCKING AM NOT!
Cult of Mac: “If you remember that a computer desktop is actually a GUI metaphor for a physical desktop, and virtual objects are meant to manipulated using the same physics as real objects”
Me: NO THEY ARE NOT. IT’S A METAPHOR, NOT A REPLICA. WTF!!!!
Cult of Mac: “It becomes clear that OS X Lion’s so-called “reverse scrolling” is anything but. It’s actually realistic scrolling“.
Me: No! Realistic is NOT standard. Realistic is NOT intuitive. Realistic is NOT real.
Cult of Mac: “Adjust Your Thinking”
Me: Yeah, fuck you.
davanti a un problema, l’approccio più naturale per il cittadino della società moderna è quello di andare a cercare una risposta e/o una soluzione. è talmente ovvio che persino scriverlo sembra imbecille. viviamo in una cultura pragmatica, che ha fatto dell’approccio scientifico una sorta di religione, e finché il problema è del tipo che ci si presenta nella maggior parte dei casi – scegliere un ristorante o chiedere indicazioni stradali – fin qui tutto bene.
però trovare una soluzione alla maggior parte dei problemi, quelli veri, quelli che contano veramente e riguardano la nostra percezione di noi stessi rispetto al mondo che c’è fuori, non è altrettanto facile, meccanico, intuitivo. se stiamo male, istintivamente scegliamo l’approccio a cui siamo abituati: cerchiamo qualcuno che ci dica cosa fare. un medico, un prete, un amico, uno sport; sono entità molto diverse tra loro, ma spesso assumono lo stesso ruolo nelle nostre vite: li scegliamo per avere una risposta, spesso perché speriamo sappiano la risposta che vogliamo avere, spesso addirittura per smettere di pensare alla domanda.
in adolescenza, età in cui il genere di problemi di cui sto parlando è particolarmente frequente e intenso, ci appoggiamo a un’industria culturale che sembra avere delle risposte pronte e valide per tutti. l’oroscopo, la musica, la letteratura dannata che ci fanno sentire così compresi e non soli, sembrano dare risposte facili e comprensibili.
ma non esiste nulla o nessuno che possa dare risposte facili e comprensibili ai nostri problemi, perché nessuno le ha. nessuno ha nemmeno gli stessi problemi, come può avere le soluzioni? quello che serve quando stai male e hai un problema non sono risposte generiche e applicabili a tutti, non è il manualetto di autoaiuto, non è la religione, che traslando il tuo malessere su un piano universale lo annulla e gli toglie qualunque identità, e nemmeno la letteratura, che fa più o meno lo stesso: quello che serve non è cercare le risposte ma le domande. citando douglas adams, la soluzione non è 42, ma la domanda a cui la risposta è 42.
per esempio non ci chiediamo quasi mai perché abbiamo fatto una certa cosa. e se ce lo chiediamo non consideriamo mai spiegazioni alternative alla prima che ci viene in mente, e di solito ci rassicura e conferma nella nostra visione di noi stessi. non siamo culturalmente, o forse persino geneticamente progettati per considerare motivazioni alternative alle nostre scelte che non siano la prima che ci viene in mente (che in genere conferma l’immagine che abbiamo di noi stessi), che vadano in conflitto con come ci vediamo, o ancora meglio, con come vogliamo che gli altri ci vedano.
è per questo che la psicoanalisi funziona meglio della religione o di qualunque altro sistema, per avere delle risposte (e non solo delle soluzioni). risposte non te ne dà, perché nessuno te ne può dare, ma ti costringe a farti un sacco di domande: quelle che non hai voglia di farti, quelle da cui stai fuggendo attraverso la ricerca di risposte. è curioso che l’immagine dell’analista nella concezione di chi non ha mai fatto analisi sia quella del medico o del prete: immaginiamo di sederci, che il tipo sulla poltrona ci chieda che cos’abbiamo, quindi faccia una diagnosi professionale con parole complicate (la psicoanalisi ne ha un sacco, ma non te le dice mai perché, a differenza della medicina, non fa una correlazione diretta tra diagnosi e cura). poi immaginiamo che ci dia la cura, il tipo di cura a cui ci hanno abituati il medico e il prete: le benzodiazepine o venti ave maria due volte al giorno.
l’analista invece ti guarda strano e ti fa delle domande che non capisci, a cui non hai risposte (per forza: sei lì per quello) e che ti mettono a disagio e ti fanno sentire stupido e molto poco a contatto con te stesso. a volte tace, a volte fa digressioni WTF, a volte sembra non avere idea di cosa ti passi per la testa, e sembra così perché è così: non ha idea di cosa ti passi per la testa. né lui, né il medico, né l’amico, né il parroco. e come potrebbero?
però a differenza degli altri tre, l’analista ha un metodo che ha visto un tasso di successo probabilmente superiore a quello degli altri tre soggetti messi assieme: ti mette sulla sua sedia e ti costringe a interrogare te stesso con le domande che contano, quelle che non vuoi sentirti fare. perché la risposta non sono le risposte, “la” risposta forse non c’è neanche, e sicuramente non ce l’ha nessun altro al di fuori di te.
tutto questo sembra uno spottone per la psicoanalisi ma non lo è: il punto è che nemmeno “andare in analisi” è una soluzione di per sé. il punto è che se non riesci a farti le domande che non ti vuoi fare, ad accettare che esistono e che sono l’unica strada per affrontare il problema, se non cerchi di capire quali sono, qualunque struttura politica, religiosa, scientifica, artistica o sportiva trovi a cui appoggiarti non sarà mai la soluzione, ma solo un modo di evitare il problema.
o, detto in modo più elegante da un qualche monaco buddista anonimo e probabilmente apocrifo: Se la risposta non è dentro di te, dove la cercherai?
quelli che seguono sono i pregi che ho sperimentato io in cinque mesi senza carne (e pesce, salvo poche trasgressioni necessarie). ovviamente alcuni di questi sono soggettivi. l’intento non è di predicare, ma di informare sulla mia esperienza. poi finirò a predicare, già lo so.
costo della spesa
non è tanto il fatto che la verdura costa molto meno al chilo della carne (2-3 euro contro 15-30 euro), ma la resa. a parità di peso la verdura occupa molto più volume della carne, riempie di più, quindi se ne mangia, a peso, molta meno.
con una spesa di verdura di 8-10 euro al banchetto al mercato mangio da una settimana a dieci giorni, a volte anche due settimane grazie a un uso creativo degli avanzi (integrando pasta e uova, formaggi e burro bio, che cerco sempre di acquistare da animali allevati all’aperto). la mia stima di spesa giornaliera per il cibo oggi è tra i 2 e i 4 euro, prima era almeno il doppio.
praticità in cucina
con tre o quattro verdure base in frigo e un po’ di creatività o di pratica è possibile cucinare una varietà di piatti impressionante. cipolle, zucchine, patate, cavoli e broccoli, melanzane, persino il pomodoro, hanno una versatilità notevole, soprattutto se combinati. la cucina indiana insegna che le verdure consentono più cotture della carne. le verdure permettono anche di riciclare meglio gli avanzi. la verdura locale dura più di quella del supermercato, e molto più della carne.
nutrizione
sappiamo che alcuni tipi di carne non sono affatto sani per l’organismo, a causa della presenza di grassi saturi che stimolano la produzione di colesterolo LDL da parte del fegato. con la possibile eccezione del pesce, della chiara d’uovo e delle carni bianche magre (non la coscia del pollo per intenderci, ma il petto del tacchino) le carni stimolano la produzione di colesterolo LDL, le verdure no. e la soluzione non è acquistare cibi a ridotta quantità di grassi. non funziona così.
sono ovvietà ma per capirci: il filetto di manzo non è “magro”, la maggior parte dei tagli di carni bianche non sono “magri”, la mozzarella (come quasi tutti i latticini) non è affatto magra, la coscia di pollo e il tuorlo d’uovo non sono magri. è tutta roba che stimola il fegato a produrre colesterolo LDL. che non c’è bisogno che spieghi cosa fa.
riguardo ai grassi usati abitualmente per cucinare, il burro contiene un 51% di grassi saturi e un 21% di monoinsaturi (proteine quasi niente), mentre l’olio d’oliva contiene tra un 7,5 e un 20% di saturi contro un 55-83% di monoinsaturi, e un 3,5-21% di polinsaturi.
i monoinsaturi e polinsaturi riducono la produzione di colesterolo LDL nel fegato, i saturi la favoriscono.
tutto cio è detto molto brutalmente, orrendamente semplificato e, immagino, nei dettagli scientificamente contestabile in una varietà di modi.
dopo decenni che ci hanno detto che le proteine animali erano necessarie per una corretta nutrizione, oggi quasi tutte le organizzazioni che si occupano di nutrizione affermano che non solo è possibile, ma è più sano nutrirsi di proteine vegetali, variando la dieta e combinando verdure diverse.
volendo limitare le proteine animali, la chiara d’uovo è la fonte più sana di proteine. io il tuorlo lo butto (anzi lo congelo e mia mamma ci fa le torte, che si mangia lei).
riduzione del peso
al di là dell’innegabile vantaggio di non consumare grassi animali (che insieme agli zuccheri e ai grassi vegetali idrogenati sono i principali responsabili dell’obesità), la dieta vegetariana consente di consumare meno, in peso e in calorie, della dieta animale. come sopra: a parità di peso la verdura occupa molto più volume della carne, riempie di più, quindi se ne mangia, a peso, molta meno. i grassi impiegati sono principalmente vegetali insaturi (olio d’oliva, brodo vegetale). ovvio che il tipo di cottura ha un bell’impatto sulla dieta, ma le verdure sono generalmente cucinate con cotture più sane (grigliate, al vapore, stufate, oppure crude). chiaro che se uno vive di parmigiane, umidi, fritti e sformati di verdura, vabbè.
nei primi due mesi senza carne (e facendo esercizio fisico) ho perso una decina di chili: meno appetito, meno grassi, digeribilità del cibo molto migliore (la carne è indigesta, ho scoperto). un’altra cosa che succede smettendo di mangiare carne è rendersi conto dopo qualche tempo che la carne cruda puzza di cadavere. letteralmente di morto. il pollo, poi, non avete idea.
è anche utile parlare con qualcuno che abbia lavorato in un macello. non tanto riguardo al trattamento degli animali – che quello vabbè, si sa – ma riguardo allo stato di conservazione e di igiene della carne che viene messa in commercio. io ho un amico che ha fatto quel mestiere: ci sono cose che probabilmente non volete sapere, quindi non ve le dico.
ambiente (ed etica)
qui la questione non è nutrizionale ma riguarda la sensibilità individuale su cosa è giusto e cosa è morale, quindi del tutto soggettiva. l’allevamento è una delle prime due cause di emissioni di gas serra sul pianeta. se ci aggiungiamo il trasporto delle carni e la loro lavorazione, possiamo ragionevolmente affermare che se la maggior parte della popolazione del mondo fosse vegetariana (il 30-40% degli indiani lo è, contro un 3-6% del mondo occidentale) molti dei nostri problemi con le emissioni di CO2 e altri gas serra sarebbero fortemente ridotti. ci sarebbe da affrontare il problema dell’incremento di coltivazione necessario per far fronte ai bisogni, ma lì la riconversione e le tecnologie sarebbero di grande aiuto.
c’è poi un discorso più ampio sulla biodiversità e sul numero di specie (soprattutto marine, ma non solo) che stiamo facendo estinguere per soddisfare i nostri bisogni alimentari, ma è lungo e noioso.
sul piano etico non so che dire se non il mio punto di vista: la tendenza attuale del genere umano a considerare che tutte le risorse del pianeta siano a sua disposizione senza nemmeno un piano per rinnovare quelle che sarebbero rinnovabili avrà un posto sul podio della vergogna nei libri di storia futuri insieme ai danni provocati dalle guerre e alla crudeltà dei regimi totalitari. il nostro uso della tecnologia ci ha resi molto efficienti nel consumare risorse, per niente a rigenerarle.
ma anche: decidere che le altre specie animali sono inferiori (rispetto a criteri che sono solo umani) è diverso dal decidere che possiamo fare di loro ciò che ci pare. decidere che possiamo fare di loro ciò che ci pare è diverso dall’arrogarci il diritto di decretare la morte e la sofferenza di specie che soffrono quanto noi. mi pare che abbiamo sufficiente esperienza con ideologie che hanno tracciato arbitrariamente la differenza tra specie e razze inferiori e superiori, per rendercene conto. come in tutte le cose, avere la capacità tecnica di fare qualcosa non significa che sia etico farlo, così come la capacità di costruire un missile nucleare non è eticamente uguale a lanciarlo.
per maggiori informazioni su come faccio la spesa io, dovesse mai fregartene qualcosa, ecco qui.
Vegetables, by mhaller1979
Mondadori ha mandato in prova – a me come a tante altre persone – un Kobo, il lettore di e-book (e sistema di pagamento e distribuzione di libri elettronici) che è stato abbinato al catalogo di e-book Mondadori. il modello di distribuzione è molto simile a quello di Amazon, e il paragone col Kindle, anche per affinità di formato e user experience, viene naturale. ho pensato che un post che li comparasse potesse essere utile a chi deve decidere quale dei due e-reader acquistare.
disclaimer: Mondadori non ha chiesto questa recensione in cambio del Kobo, ma il lettore accorto (o sospettoso :) vorrà tenere conto del fatto che essa è stata scritta a partire da un oggetto non acquistato (per quanto dal costo contenuto: meno di 100 euro). per parte mia li sto usando entrambi e non mi pare di poter dire di avere una preferenza assoluta per uno dei due.
il paragone è tra il Kobo nuova versione e il Kindle Touch (d’ora in poi KT) originale, cioè versione non paperwhite.
la conclusione finale dopo tre mesi di utilizzo è che Kobo è troppo instabile per un uso intensivo, e la trovate a conclusione del post.
dimensioni
le principali differenze sono sul peso e dimensioni (il Kobo ha quasi 30 grammi in meno, circa 7 mm in meno in altezza e 3 in larghezza). lo schermo è posizionato più in alto quindi c’è più spazio nella cornice in basso per i pollici, il che è decisamente apprezzabile quando si legge in piedi.
hardware e storage
le specifiche sono abbastanza simili. mi pare probabile che il Kindle sia stato preso come riferimento per la progettazione del Kobo. niente di male in ciò, il leader di mercato traccia sempre una strada che viene seguita da altri.
le principali differenze sono nella chiarezza dello schermo (Kobo è più bianco del KT tradizionale, di cui però credo sia uscita una versione migliore), e nello spazio a disposizione per gli ebook: KT ha 4GB, Kobo 2GB. ma la vera differenza è nella presenza di uno slot per micro SD sul Kobo, che permette di aumentarne la capienza fino a 32GB. l’espandibilità è molto importante per quanto mi riguarda, e questo è un punto nettamente a favore del Kobo.
compatibilità
un altro punto a favore del Kobo è la compatibilità con i formati dei file. KT per il testo accetta il formato nativo Amazon (AZW) più TXT e MOBI (e PDF, che comunque risulta poco pratico da leggere, su entrambi i reader). altri formati devono essere convertiti attraverso Calibre, un’applicazione disponibile sia per PC che Mac che Linux, poi spostati sul Kindle usando l’applicazione Amazon apposita.
Kobo legge direttamente anche i file EPUB, che mi pare il formato principe per quanto riguarda gli e-book, e non richiede di software esterni per convertire né per metterli sul lettore: è sufficiente un drag and drop. questa è una delle differenze più importanti, per quanto mi riguarda, tra i due reader. inoltre Kobo è compatibile con CBZ e CBR, caratteristica sicuramente apprezzata dai letttori di fumetti e graphic novel.
aspetto e sensazione al tatto
esteticamente Kobo appare più gradevole e elegante, con la finitura opaca leggermente gommata, i bordi a taglio e il dorso con un motivo trapuntato. la versione nera trattiene decisamente le ditate e va pulita spesso. il grigio neutro e i design di KT è meno chic, per chi ci tiene a queste cose. Kobo è disponibile in 4 colori, KT solo nel grigio d’ordinanza.
esperienza di lettura
punto importante, vediamo nel dettaglio i vari aspetti.
schermo più bianco quindi migliore lettura nel Kobo, abbiamo detto, ma questo dipende probabilmente dal fatto di sfruttare una tecnologia più recente: il nuovo Kindle Touch Pearl White paperwhite probabilmente sarà altrettanto brillante (non l’ho provato).
la gestione della libreria è forse un tantino più evoluta su Kobo: c’è anche la vista per copertine e non solo quella a lista. lo screensaver può mostrare la copertina del libro che si sta leggendo. Kobo mostra nella libreria la percentuale di lettura dei libri che si stanno leggendo.
per fare un paragone tecnico della resa grafica dei caratteri non credo di avere sufficienti competenze. entrambi i lettori consentono di modificare dimensioni e spaziatura del carattere. KT consente di scegliere fra tre tipi di caratteri predefiniti (ridotto, normale e sans serif) mentre Kobo permette di usare molti font diversi. margini e allineamento sono impostabili per il singolo libro su Kobo ma non su KT.
non entro negli altri dettagli dei menu perché sono piuttosto simili, le differenze più visibili mi sembrano quelle appena descritte.
sulla velocità di cambio pagina il Kindle Touch mi sembra più reattivo, e Kobo qualche volta, anche se raramente, sembra mostrare piccoli rallentamenti nel girare pagina e qualche incertezza nel mostrare i menu. roba di decimi di secondo, comunque. non ne sono certo ma ipotizzo che dipenda dal sistema operativo usato: KT è costruito su una versione customizzata di Linux mentre Kobo è basato su Android, che è un sistema che utilizza le risorse di sistema in modo differente, e potrebbe essere responsabile di qualche rallentamento, che in ogni caso non mi pare essere di ostacolo a una lettura agevole.
il fatto che entrambi sono basati su sistemi operativi aperti è lodevole, e dovrebbe consentire agli smanettoni di installare modifiche alle interfacce originali, il che è sempre una buona cosa.
il processo di acquisto
l’associazione dei reader con il proprio profilo online e con il database del sistema per gli acquisti inizialmente confonde un tantino, ma si tratta solo delle prime volte. la differenza forse dipende dal fatto che usando presumibilmente Mondadori due database (il proprio e quello della piattaforma di vendita gestita da Kobo) il processo di acquisto è un po’ più lungo e laborioso. Amazon ha lavorato moltissimo sulla messa a punto del flusso e l’integrazione tra Kindle e proprio profilo online, e la differenza mi pare si veda.
fare qualunque cosa che preveda la comunicazione tra Kindle e Amazon è quasi del tutto fluido, mentre almeno inizialmente su Kobo c’è qualche intoppino in più (compresa qualche piccola accortezza iniziale per montare un volume esterno Android su Mac, ché Android come file system a volte può essere un po’ scorbutico con OSX), ma la possibilità di fare drag and drop diretto tra computer e Kobo mi pare che ripaghi ampiamente dei piccoli problemi iniziali.
integrazione con i social network
questo è un punto che probabilmente non interessa alla maggior parte dei lettori ma per me è importantissimo. sono un lettore sociale e condivido molto di ciò che leggo sul social network (Facebook e Twitter sono gli unici due supportati da entrambi i reader).
se l’esperienza di condivisione di un brano su KT non è il massimo, su Kobo è proprio disagevole. inoltre non mi pare che Kobo non salvi i brani evidenziati sul un profilo personale come invece avviene su Kindle.
ma soprattutto su Kobo il sistema di selezione di brani del testo è impreciso al limite dell’irritante. selezionare è un delirio, e il brano condiviso viene troncato una volta pubblicato su Facebook (se viene pubblicato: a volte pare non accada, senza ragioni evidenti). la stragrande maggioranza delle persone probabilmente lo trova irrilevante, ma per quanto riguarda me e pochi matti come me questo è un notevole svantaggio, che mi impedisce di usare Kobo come unico e-reader. mi auguro davvero che nelle versioni successive (o magari con un upgrade, se è previsto) il problema venga risolto.
punteggi e gamification
Kobo prevede un sistema di punteggi che è una specie di gioco e ha lo scopo di divertire il lettore e spingerlo a leggere, e funziona in modo simile ai badge di Foursquare. non vitale, ok, e nemmeno imposto (si può disattivare). non ho usato il reader abbastanza per avere un giudizio compiuto, ma comunque l’idea è carina.
durata della batteria
non posso ancora fare veri paragoni, ma a chi si appresta a comprare il primo e-reader basti questo: non è il caso di preoccuparsi. le cariche durano settimane, ci si dimentica quasi che sono oggetti alimentati a batteria.
librerie disponibili
questo è uno dei punti più importanti e su cui varrebbe la pena di discutere. perché alla fine questi oggetti sono supporti, ma il prodotto è quello che ci leggiamo su. e quello che conta per l’acquirente è la disponibilità dei titoli (e il prezzo, che vediamo dopo).
non ho elementi per giudicare le dimensioni dei cataloghi di entrambi: danno entrambi dei numeri ma mi è difficile dire quanti titoli siano disponibili in italiano sulle due piattaforme. Amazon ha il vantaggio di essere partita prima, di essere più conosciuta tra gli appassionati di e-book e di avere un catalogo enorme, in lingua straniera, mentre ovviamente Kobo ha il vantaggio del catalogo Mondadori. non mi pare tutti i titoli siano disponibili su entrambe le piattaforme, ma onestamente non mi son messo a fare troppe prove. è però un criterio di scelta importante: chi legge solo in italiano deve capire quale dei due cataloghi è più completo o adatto a lui, chi legge in inglese probabilmente troverà più titoli (a prezzi presumibilmente migliori) su Amazon, ma chi legge libri acquistati e scaricati altrove apprezzerà molto la facilità di trasferimento su Kobo e la compatibilità sia con il formato EPUB che con MOBI.
prezzi
il modello di business su cui si basano questi e-reader è quello dei rasoi a testina di ricambio o delle stampanti: il supporto costa “poco” (meno di 100 euro), il vero guadagno per il distributore è nei ricambi.
e qui c’è un discorso da fare che magari è personale, ma mi preme. gli e-book tutti gli e-book indipendentemente da chi sono venduti, hanno dei prezzi troppo cari. ho idea che la percezione del mercato dell’e-book sia che dovrebbe costare molto meno della metà del libro fisico, mentre non è così.
la ragione è ovvia: un libro di carta ha dei costi di materiali e distribuzione che sono virtualmente azzerati nel caso dell’e-book. è vero che dietro un libro ci sono lavori che spesso non consideriamo (scelta dell’autore, diritti, grafica, impaginazione, e quel ruolo importantissimo ricoperto dall’editing) ma ci sono anche dei costi che non sentiamo come nostra responsabilità: il marketing, la pubblicità, il costo francamente eccessivi di strutture editoriali mastodontiche, e il fatto che molti dei costi dipendenti dal libro fisico sono probabilmente riversati anche sull’e-book, per pareggiare i conti.
l’editoria è in crisi e di ciò siamo tutti consapevoli e preoccupati, ma la percezione è quella che è, e le persone sono disposte a spendere quello che sono disposte a spendere. in questo periodo, poco. mi pare chiaro che il futuro dell’editoria online sia destinato a seguire il percorso di altre industrie nell’abbassamento dei prezzi: è accaduto con la musica, sta accadendo con il cinema, è inevitabile che accada con i libri. un contenuto digitale può essere ottenuto in tanti modi, e le persone sono disposte ad acquistarlo solo a un prezzo che ritengono equo. la mia opinione è che debbano completamente cambiare le logiche di prezzo, perchè la vendita di e-book possa prosperare anche in Italia.
ma questo non c’entra su quale e-reader acquistare. io continuerò a usare entrambi. l’integrazione con il sito è migliore in Kindle, ma alcune caratteristiche (compatibilità con i formati, facilità di upload dei libri, espandibilità dello storage) mi fanno propendere per la soluzione Kobo. peccato per quelle difficoltà nella pubblicazione di estratti sui social network direttamente dal lettore.
Aggiornamento: ho dimenticato di sottolineare che Kindle ha la presa per le cuffie ed è in grado di riprodurre file mp3 e, soprattutto, audolibri, mentre il Kobo no. caratteristica che, considerando gli audiolibri, è di sicuro valore, e per che alcuni può essere determinante.
Aggiornamento:
RISOLUZIONE DEI PROBLEMI: dopo qualche mese il mio Kobo si è inchiodato su una schermata e ha smesso di rispondere ai comandi. Ci sono due modi per resettare il Kobo se si blocca: il primo è tenere tirato per qualche secondo il tasto di accensione sul bordo superiore del reader, finché non si accende la lucina blu a fianco. Se questo non funziona, in basso sul retro del Kobo c’è un buchino: inserendo (piano!) la punta di una graffetta e tenendola premuta il Kobo dovrebbe resettarsi.
Se anche questo non è sufficiente, si può provare a fare un rispristino alle impostazioni di fabbrica tenendo premuti il tasto Home (quello in basso sul fronte del Kobo Touch) e il tasto Accensione (sul bordo superiore) per almeno 15 secondi.
Una volta ripristinato in questo modo è necessario reimpostare l’account utente e la connessione wi-fi, e risincronizzare la libreria.
CONCLUSIONE dopo tre mesi di utilizzo
nonostante le caratteristiche di maggiore flessibilità sui formati e lo storage esterno (che non ho mai usato) il Kobo mi pare sia ancora troppo flagellato da bug, problemi di integrazione con lo store, difficoltà a gestire una libreria di file importati, freeze e necessità di reset, per reggere il confronto con Kindle. ora sono nella fase in cui ignora completamente la mia libreria in locale e mi si è inchiodato su un apparente download infinito dello stesso libro.
forse è troppo giovane, forse non si è prestata sufficiente attenzione alla customizzazione di Android perché tutto andasse liscio, fatto sta che mi pare che Kobo crei un sacco di problemi all’utilizzatore intensivo; sicuramente li ha creati a me: entrato in un loop di freeze e reset, in questo momento è poco più che un fermacarte. dopo sei o sette hard reset senza risultati apprezzabili, mi sono reso conto che è molto più semplice convertire gli epub in mobi attraverso Calibre e passarli su Kindle.
signorina mora e un po’ bassina con gli occhiali che pensi di non piacere e che nessuno dei tuoi amici ti guardi perché sei mora e un po’ bassina e hai gli occhiali, tu non te ne accorgi ma quel tipo in fondo al gruppo che sta sempre un po’ in disparte, credi, ti mangia con gli occhi.
ragazza dal bel seno che stai sempre un po’ curva e non si capisce se è per proteggerlo o per nasconderlo: ti capiamo, ma guardare non è toccare, e nascondere non è far sparire.
signorina esuberante nei modi e nel vestire che sei il centro della vita del gruppo perché anche esporsi è un modo di nascondersi: non c’è bisogno di fare tutta quella fatica.
ragazzina che indossa sempre un principio di broncio e un leggero corrugamento della fronte e cammina sempre a qualche centimetro di distanza in più e si irrigidisce per un secondo quando la toccano: rilassati, non ti vogliamo fare del male.
ragazza più alta della media, non hai niente che non va: quando gli altri ti guardano non è perché sei più alta della media.
ragazzina con i cargo pants e il giubbotto oversize che nascondono il tuo corpo agli sguardi del mondo, sei vittima di un malinteso: tu vorresti essere diversa ma sappi che quando piaci, piaci come sei, non come vorresti essere.
e anche tu, giovane donna che nascondi il tuo corpo in troppi vestiti, come farai quando dovrai scoprirlo?
signorina un po’ sovrappeso che stai in disparte per non essere al centro dell’attenzione, forse è stare in disparte che ti fa sentire in disparte, non il tuo aspetto fisico.
ragazzina che compri la t-shirt di Forever Alone come profezia che si autoavvera: non si autoavvererà.
ragazza che hai passato due ore a scegliere i vestiti e prepararti per essere al massimo, hai dimenticato di indossare un sorriso.
ragazzina che ti ricopri di tatuaggi e piercing, fai bene se ti piacciono, e sai che ci piacciono, ma ricordati che inchiostro e metallo non possono difenderti dal mondo.
giovane donna che fai di tutto per nascondere il primo accenno di rughe, credi veramente che siano quelle che vediamo, quando ti guardiamo?
ragazza che non mette gli shorts per non mostrare un accenno di cellulite, le tue gambe sono molto più belle di quanto tu pensi che la cellulite possa imbruttirle.
giovane donna che pensa di avere dei brutti piedi e li nasconde, guarda che tu non ti intendi di piedi.
oggi ho visto questa cosa qui al supermercato. appartiene alla categoria delle cosiddette monoporzioni, cioè prodotti confezionati per rispondere alle esigenze di consumo di una persona sola. questo in teoria, ma in realtà questa confezione contenente 6 fette di melanzana già tagliate rappresenta molto di più.
l’idea alla base della monoporzione è di non sprecare cibo, quindi evitare uno spreco alimentare, economico e ambientale. Conad e le altre catene di distribuzione interpretano questa visione incartandoti mezza melanzana in una confezione di polistirolo e pellicola in plastica (che non dovresti smaltire se acquistassi l’ortaggio) e mettendotela al doppio del prezzo della melanzana intera. c’è qualcosa che non va nel ragionamento?
sì, ma non è tutto qui.
Conad la melanzana te la taglia anche a fette, in modo che tu non debba affrontare lo sforzo (mentale, suppongo) della complessa operazione di affettare una mezza melanzana. e qui è interessante perché entra in gioco una questione psicologica: avendo appurato che non c’è vantaggio economico né ambientale, qual è il vantaggio percepito di acquistare una melanzana già tagliata? qual è la motivazione del consumatore che la compra e la paga quattro euro al chilo? quale spiegazione razionale dell’acquisto dà a sé stesso?
non può essere la comodità né la scarsità di tempo: fare sei fette da un centimetro di melanzana richiede più o meno 10 secondi, 20 se sei scarso col coltello, e il processo di cuocere una melanzana alla griglia è cognitivamente molto più complesso e richiede molto più tempo di quello di affettarla: a quel punto la compri già grigliata. non voglio sapere quanto possa costare mezza melanzana grigliata al chilo, ma almeno lì eviti una lavorazione reale (la cottura), di cui non sei costretto ad acquisire il know how. ma tagliarla? non è una questione di tempo e comodità, quindi non è pigrizia.
il vero vantaggio di chi compra una melanzana già affettata è la percezione di un servizio inesistente; o se esistente, inutile. la società dei consumi ha la tendenza a ampliare e diversificare continuamente la gamma dei prodotti che offre, cercando continuamente nuove nicchie. lo scopo non è più solo di vendere un prodotto a chi lo cerca, ma in qualche modo di trasmutare la melanzana per renderla interessante e nuova a chi non è sicuro di volerla. uno dei modi di resuscitare un prodotto e renderlo diverso è di aggiungervi un servizio, maggiorandone il costo. l’assistenza per il computer, la rateazione per il cellulare, la cottura per il cibo: da qui, il taglio per la melanzana.
solo che il taglio della melanzana, come abbiamo visto, è un servizio inutile, quindi un servizio inesistente per il consumatore: è la vaga percezione di un servizio. e qui sta la perversione di cui diviene complice l’acquirente: la progettazione del servizio inesistente.
non voglio una melanzana tagliata perché non so tagliarla, la voglio tagliata perché è PIU’ di una melanzana non tagliata (infatti costa di più, il che da un lato conferma la mia corretta percezione di aver acquistato un pacchetto comprendente prodotto + servizio, dall’altro esprime la mia capacità di spesa come consumatore).
non importa se il servizio applicato al prodotto non è utile, non me lo chiedo nemmeno perché non ho il tempo di starci a pensare (“sono impegnato, ho cose più importanti da fare”): mi basta la rapida scarica di gratificazione chimica che avviene nel mio cervello quando in una frazione di secondo riconosco a vista, istintivamente, forse persino inconsciamente, un prodotto che mi dà di più, ma soprattutto mi riconosce il fatto di essere una persona esigente, che merita una nicchia di mercato a sé, con poco tempo perché molto impegnata, una persona di valore. (se i miei 10 secondi di taglio della melanzana valgono più della differenza tra 2 e 4 euro al chilo vuol dire che il mio tempo vale molto, e di conseguenza che io valgo molto).
il prodotto monoporzione prelavorato non è indice di semplice pigrizia, e sarebbe un errore liquidarlo così. in realtà risponde a diversi bisogni, che saranno anche indotti ma sono molto complessi e, mi si perdoni il termine, evoluti.
riconosce e rispetta il mio valore come persona molto occupata.
esprime il mio status di acquirente benestante e contemporaneamente il fatto che non do molto peso al denaro.
mi consente di smaltirlo correttamente perché ho una coscienza ambientalista, cosa che i miei vicini possono ben verificare da come faccio la raccolta differenziata.
con la sua essenziale postmodernità da terziario iperavanzato rappresenta la mia modernità da cittadino del terziario iperavanzato, dove il bene non è più il prodotto ma il servizio, dove il prodotto tende a scomparire per lasciare posto al servizio immateriale.
un giorno forse potrò acquistare una confezione vuota con scritto “tagli di melanzana” e riderne con gli amici, congratulandoci implicitamente per la raffinata ironia che ci rende simili e culturalmente superiori.
tutto ciò è molto sbagliato, e non solo moralmente.
tutto ciò rasenta la perversione.
tutto ciò, se continua ad essere applicato a tutto, anche su grande scala, ci ucciderà.
la mia donna delle pulizie è laureata in psicologia e costa 70 euro all’ora. quello che fa è spiegarmi dove sono i detersivi e chiedermi quali sono le mie emozioni se penso al mocio piuttosto che a straccio e spazzettone. … Continue reading
le città italiane sono ambienti ostili. sono progettate per le automobili, quindi sono attivamente ostili per chi non ha la protezione di una scatola di metallo. il che significa che tutti coloro che le attraversano senza armatura – oltre a stare molto, molto attenti – dovrebbero cercare almeno di non renderle ancora più ostili.
se è vero che in strada il ciclista è quello che rischia di più, in fondo alla catena alimentare del traffico urbano c’è il pedone, e in quanto soggetto più indifeso esso deve essere tutelato anche da chi gira in bicicletta. per questo mi incazzo molto quando vedo ciclisti che si comportano in modo poco sicuro per sé stessi e per gli altri.
- il marciapiede è dei pedoni. la bicicletta va in strada e lascia libero il marciapiedi per chi è a piedi. a meno che il marciapiedi non sia abbastanza largo da contenere anche una pista ciclabile, la scelta di girare in bicicletta in città impone di usare la sede stradale. carrozzine, anziani, gente che esce dai negozi, angoli ciechi: un ciclista sul marciapiede può essere tanto fastidioso e pericoloso per i pedoni quanto un’automobile per il ciclista. non ci sono scuse. se non vuoi usare la sede stradale, prendi i mezzi pubblici.
- non è tanto il fatto che il ciclista contromano nella via stretta sia fastidioso per le automobili, è che il contromano è tipicamente une scelta di pigrizia. se vai in bici è perché non sei pigro: fai quei 50 metri in più e prendi la parallela nella direzione giusta, senza rischiare la pelle. nessuno, né pedoni né automobilisti, si aspetta che tu arrivi da quella direzione: se ti fai male sei un imbecille, se fai male a qualcuno sei un disgraziato.
- la bici elettrica va troppo forte e ha dei freni a tamburo troppo scarsi per essere sicura. ancora ancora la pensionata che non ce la farebbe a pedalare, ma se hai 30 o 40 anni e vai in bici elettrica sei solo pigro. eddai. e almeno ricordati che quell’affare non frena.
- non starò a dire che per strada bisogna per forza andare in fila indiana, ma magari durante la settimana e in orari di punta facilitiamola a tutti, se possiamo. di cosa dovrete mai chiacchierare, andando da A a B in un feriale? in più, se chiacchieri affiancato vai piano, e se vai piano probabilmente ti voglio superare in bici. a quel punto sei di ostacolo a me, non all’automobilista.
- tutto non è di tutti, perché purtroppo questo non è il migliore dei mondi possibili. nei parchi pieni di bambini al sabato pomeriggio tocca andare piano. in zona pedonale l’onere della massima attenzione tocca a chi è in bici: se nel corso pedonale della tua città fai lo slalom in velocità tra i pedoni non c’è modo che tu possa evitare il pedone che scarta. e se lo investi ha ragione lui e tu sei automaticamente una testa di cazzo. la Galleria di Milano e le altre vie pedonali al chiuso, soprattutto se con pavimentazioni di pregio artistico, sono, appunto, esclusivamente pedonali.
- se sei a bordo di una fissa, non c’è nessuna regola esplicita o implicita che ti imponga di non mettere un piede per terra. non discuto che tu lo possa vivere come un momento di grande libertà ed espressione, ma se per evitare di poggiare il piede per terra devi passare col rosso e rischiare di farti investire, voglio dire, parliamone.
poi di sera, con poco traffico, in situazioni controllate e di sicurezza assicurata, se vuoi fai queste cose a tuo rischio e pericolo. solo, per cortesia, ricorda che il cranio è la cosa più preziosa e delicata che hai, e se devi farle almeno mettiti sto cacchio di casco. mica per te, che sei adulto e in grado di decidere per te stesso, ma perché l’autista di tram o bus ha già abbastanza problemi da non dover anche gestire il ricordo di averti aperto la testa in due.
quando un governo dice “il peggio è passato”, probabilmente è il momento di rannicchiarsi con le spalle al muro e le mani sulla testa.
la speculazione finanzaria internazionale è come lo squalo. non può mai smettere di nuotare e ha come imperativo genetico una sola cosa: nutrirsi.
il sistema finanziario costruito dalle istituzioni globali è talmente autolesionista, iniquo e grottesco che sembra uscito dalla Guida galattica degli autostoppisti. lo stesso vale per la maggior parte delle istituzioni di cui sopra.
la prima classificazione sismica completa dell’Italia è stata fatta tra il 2003 e il 2006 e si basa sui dati statistici di una cinquantina d’anni di rilevamenti. il che la rende più attendibile dell’oroscopo, ma non di tantissimo.
i media non solo possono cambiare il mondo, ma modellano le società e le vite di tutti noi in modo molto più profondo e pervasivo di quanto pensiamo.
probabilmente abbiamo sottovalutato i rischi e gli effetti negativi a lungo termine della comunicazione interpersonale mediata da Internet.
il bosone di Higgs esiste ma non è una particella, e tanto meno ha a che fare con dio. forse è un campo, forse no, insomma nessuno sa cosa sia veramente, nemmeno Higgs. la fisica funziona più o meno sempre così: tira a indovinare che una cosa esista, poi quando la trova ci mette 30 anni a spiegarsela, poi arriva qualcosa che la nega di nuovo e deve rimettere in discussione tutto. dev’essere molto frustrante o molto divertente, o entrambe.
sarebbe bene cominciare a coltivare patate in giardino.
i cani sono quasi tutti creature spettacolari.
fotografare le persone dev’essere uno dei mestieri più belli del mondo.
nonostante abbiamo a disposizione tecnologie che solo vent’anni fa non saremmo nemmeno riusciti a sognare, le impieghiamo principalmente per aumentare la capacità di consumo di un decimo della popolazione mondiale. la malnutrizione si è dimezzata dal 1970 al 2005, ma è rimasta pressoché invariata dal 2005 a oggi. volendo, avremmo potuto quasi azzerarla. le persone che soffrono di sotto o malnutrizione sono un miliardo: una su sette.
considerare ambiente e lavoro come alternative mutualmente esclusive ha fatto parte della logica della politica industriale e edilizia del ventesimo secolo, con la complicità delle sinistre e dei sindacati. oggi abbiamo la conferma che non solo è eticamente aberrante, ma è economicamente fallimentare.
potremmo presto renderci conto che il dogma della crescita infinita e della piena occupazione a 40 ore settimanali è una logica di riduzione del danno che a lungo termine non fa nulla per risolvere la dipendenza.
il 22 agosto abbiamo finito di consumare tutte le riserve e le materie prime a disposizione della specie umana per il 2012. dal 23 agosto stiamo andando a credito sugli anni futuri.
tutti vogliamo qualcosa dagli altri, anche se crediamo di no. l’egocentrismo è una caratteristica naturale ed è il motore della vita sociale. nelle persone e nelle relazioni sane è un impulso che può fare grandi cose.
quello che resta emotivamente alla fine di una relazione matura e equilibrata sono due estremi: uno, negativo, di quello che avresti potuto fare per renderla migliore, per farla funzionare meglio, per compensarne gli squilibri. l’altro, positivo, su quello di bello che ti resta, sui viaggi, sulle esperienze fatte insieme all’altra persona, sull’affetto che continua a esistere e non è scalfito dalla fine della relazione. fortunatamente il secondo è molto più confortante e molto più forte del primo. tutto il resto conta molto poco.
la psicoterapia è un regalo che ciascuno dovrebbe potersi fare: dovrebbe essere fornita a costi accessibili a tutti dallo Stato, come l’istruzione.
i teenager di oggi hanno musica più figa e divertente di quella che avevo a disposizione io.
la privacy sarà il tema socialmente più scottante dei prossimi anni.
noi non siamo i nostri genitori: non siamo destinati a compiere gli stessi errori e tantomeno tenuti a fare le stesse scelte.
non sta scritto da nessuna parte che si viene al mondo per essere felici.
non è vero che “i giovani” non hanno valori. li hanno e sono valori importanti, forse persino più importanti, perlomeno meno ingenui, di quelli che avevamo noi. se non altro perché sono sganciati dalla politica in senso stretto: li vivono come abbastanza importanti da non richiedere un supporto ideologico.
non si basano sul dogma irremovibile delle ideologie ma richiedono una rimessa in discussione perpetua, un’elaborazione e una continua crescita per quanto riguarda i modi di realizzarli. sono però convinto che i giovani di oggi abbiano valori molto importanti, molto maturi e di cui sono più consapevoli, forse anche intimamente convinti, di quelli che avevamo noi.
magari sono valori più sfumati, con meno certezze rispetto a quelli che pensava di avere la mia generazione, che poi li ha visti fallire anche a causa delle certezze assolute che riponevamo nel modo di realizzarli.
bollare una generazione come superficiale in base all’immagine che ne danno i media (che forse ci dà segretamente sollievo) e alle sue peggiori manifestazioni televisive non solo è un errore, ma è una consolazione meschina. il fatto che non sembrino riuscire a esprimere i loro valori con grandi movimenti di piazza – cosa che potremmo pensare se non avessimo sotto gli occhi Occupy – significa solo che noi non siamo riusciti a evitare che loro venissero rinchiusi in una gabbia. perché stava a noi evitare che succedesse.
se siamo ridotti a voler cercare sicurezza nel dipingere a tutti i costi coloro che sono venuti dopo di noi come non all’altezza del nostro percorso (e guardiamo bene dove ci ha portato), a farne una questione di competizione generazionale, abbiamo capito e imparato davvero poco dalle nostre vite.
Leggendo Alone Together di Sherry Turkle mi sono imbattuto nella citazione di uno psicoanalista viennese di nome Heinz Kohut, fondatore della “Psicologia del Sé“, che ha fatto studi sul narcisismo, in particolare come il narcisista vive le relazioni in modo strumentale. E’ parecchio interessante, forse utile per alimentare la consapevolezza di come usiamo gli altri e come le relazioni ci aiutano (o meno) a venire a patti con le contraddizioni del narcisismo.
Wikipedia definisce il narcisismo come un disturbo della personalità e, in termini generali, l’amore che una persona prova per la propria immagine e per se stesso.
Senza voler affrontare Kohut nella sua complessità, ci sono alcuni elementi che trovo interessanti, e per capirmi meglio ho fatto qualche ricerca. In The Moral Self, Pauline Chazan traccia un parallelo tra Aristotele e Kohut per delineare le dinamiche entro le quali la percezione di sé influisce sulle modalità con cui ci costruiamo una morale rispetto agli altri.
Semplificando molto, per Aristotele è necessario amare sé stessi per poter amare gli altri, l’amore per sé è solidamente fondato nella sfera dell’etica: solo se una persona si ama sarà in grado di relazionarsi con gli altri in modo virtuoso. Il narcisismo come amore e rispetto di sé ci fa ragionare per dinamiche virtuose nei nostri confronti, e – che sia per forma mentis o per scelta etica – applicare le stesse dinamiche alle relazioni con gli altri. L’amore per sé è una forza che ci consente di avere relazioni con gli altri equilibrate, soddisfacenti e basate sull’etica.
Allora perchè il narcisismo è considerato una patologia? Secondo la psicologia del sé il narcisismo è una questione più complessa del semplice amare sé stessi. Il narcisismo è amore di sé che non si verifica nel contesto di una personalità equilibrata, ma è spesso la messa in atto di un conflitto interiore, della perdita di equilibrio tra il bisogno di amarsi e l’impossibilità a farlo, dovuta alla difficoltà di venire a patti con la propria immagine di sé.
Si manifesta come un conflitto altalenante tra il desiderio di celebrare il proprio amore di sé e la perdita di autostima dovuta alla percezione distorta di alcune caratteristiche di sé stessi, che siano caratteriali o fisiche. Il narcisista si trova quindi intrappolato in un conflitto in cui ha bisogno di riempire il vuoto che si forma tra la scarsa autostima dovuta ai difetti percepiti e il bisogno di avere un’alta immagine di sé, e lo fa cercando conferme nelle relazioni con gli altri.
Kohut conia il termine selfobject (“oggetto di sé”) per definire il modo in cui il narcisista usa gli altri nel contesto delle relazioni interpersonali, per rafforzare la propria immagine rispetto alle qualità su cui si sente deficitario. Cerchiamo persone che possano rassicurarci, lodarci, gratificarci proprio sui punti su cui ci sentiamo più deficitari.
Questo elemento è presente in qualche misura in molte relazioni: in quelle più sane è reciproco e non ha effetti negativi ma anzi positivi sull’immagine di sé dei due partecipanti. Dall’amicizia all’amore, il rafforzamento reciproco dell’autostima è un elemento centrale della vita relazionale. Ma se l’approccio agli altri è puramente strumentale, come nel caso del narcisismo patologico, finiamo per andare in cerca, se non costruire, relazioni che possono facilmente dimostrarsi disfunzionali, nella misura in cui non si tratta di relazioni complete e simmetriche, ma che servono esclusivamente a uno dei due elementi della coppia per rafforzarsi su alcuni aspetti specifici.
Echo and Narcissus by John William Waterhouse, 1903
non si può più ignorare che i comportamenti della specie umana stanno modificando il pianeta, che abbiamo avviato un processo di degrado che lo rende sempre meno abitabile a tutte le specie viventi, compresa la nostra. se dieci anni fa la questione era dibattuta, oggi non lo è più. negli ultimi giorni lo confermano sia uno studio dell’Environment Programme dell’ONU che una ricerca di 22 scienziati pubblicata su Nature, secondo la quale oltre il 40% della massa emersa è sfruttato per attività umane. nel 2025 supereremo il 50%, che lo studio prevede sia la soglia critica che mette in modo un rapido mutamento della biosfera. nel 2025 oltre il 50% degli ecosistemi terrestri avranno subìto un mutamento artificiale.
la biodiversità è la base della vita umana sul pianeta: un equilibrio durato milioni di anni che, se cambiasse rapidamente, renderebbe il pianeta non più in grado di sostenere la vita umana in termini di temperatura, eventi climatici, produzione di cibo, energia, quindi abitabilità del pianeta. a planetary-scale critical transition, la definiscono. basti dire che (fonte Jeremy Rifkin) un aumento di un grado nella temperatura del pianeta corrisponde al 7% in più di acqua in circolo nell’atmosfera, che riprecipita in eventi meteorologici sempre più estremi. secondo lo studio è probabile un aumento medio di 3 gradi entro il 2100. con +3 gradi, la quantità di acqua in più immessa nell’atmosfera è enorme: gli oceani perdono di salinità, il sistema circolatorio fondamentale per la vita sul pianeta che è la Corrente del Golfo si ferma e il clima del pianeta cambia completamente. e rapidamente, perché i sistemi più sono complessi più subiscono crisi rapide.
“sì ma cosa posso fare io?”. appunto. ti dico cosa faccio io.
semplificando: le emissioni di gas serra (anidride carbonica e metano) sono le tre cause umane principali del riscaldamento dell’atmosfera. le fonti umane principali di queste emissioni sono l’uso di combustibili fossili per produrre energia e nei motori, l’allevamento intensivo, la deforestazione e l’uso di clorofluorocarburi (nei frigoriferi e nei deodoranti). quindi le regole base sono: evitare il più possibile l’uso di auto e aerei, mangiare meno carne, soprattutto rossa, risparmiare elettricità e privilegiare quella da fonti rinnovabili, tenere la temperatura in casa più verso i 19 che i 21 gradi, e acquistare in modo consapevole.
premetto che non sono un esperto di bio né di stile di vita complessivamente sostenibile (rivolgetevi a chi ne sa di più qui e qui) però ho alcune semplici regoline che sono adottabili da chiunque. ecco come faccio la spesa io:
- carne: non ne so molto di come acquistarla sostenibilmente perché non ne mangio più, ma ove possibile è meglio preferire animali che brucano e che non siano stati allevati in modo intensivo. agnello, selvaggina in genere. oggi è più facile scoprire la provenienza della carne, basta chiedere al macellaio o cercare nei negozi bio carne che non provenga da allevamento intensivo. il bovino è buono quanto devastante per l’ambiente. al mondo ci sono 1,3 miliardi di bovini, un miliardo di maiali e 19 miliardi di polli e galline, e tutti emettono quantità di metano di gran lunga superiori agli umani. sono semplicemente troppi. non c’è abbastanza pianeta per loro E per noi.
- pesce: la pesca oceanica e industriale devasta l’ambiente. in certi casi la specie ricercata rappresenta solo il 20% del pescato, il restante 80% va sprecato (o viene usato per farne mangimi animali e ve lo ritrovate come farcitura del pollo insieme a un sacco di altre cose che non volete sapere). tonno e merluzzo sarebbero da evitare comunque perché li stiamo estinguendo, ma se proprio dobbiamo mangiare tonno almeno scegliamo secondo la classifica di Greenpeace (AsDoMar è il più sostenibile).
- uova e latticini: comprare uova bio da allevamento a terra e in spazi aperti è abbastanza facile, idem con mozzarelle e latticini. alcune uova e latticini Bio come quelle Granarolo hanno una certificazione, purtroppo la legislazione italiana al riguardo è fumosa e per niente stringente in termini di obblighi per i produttori. l’ideale sarebbe cercare prodotti certificati da associazioni indipendenti con etichettatura di Tipo I in base agli standard ISO 14020. mai trovato uno. l’alimentari qui vicino ha le uova “del contadino” e ambientalmente me lo faccio bastare (eticamente è più complesso).
- verdura e frutta: la scelgo di stagione che sia coltivata il più possibile vicino per evitare il trasporto. la provenienza è sempre indicata, se posso scelgo quella coltivata in regione (basta chiedere) o venduta dall’agricoltore locale nei farmers market (ogni città ne ha uno).
- pane, dolci, biscotti, prodotti da forno non ne compro quindi non so cosa dirvi, se non che eviterei come la peste per ragioni nutrizionali qualunque cosa contenga sciroppo di glucosio-fruttosio (HFCS) e grassi vegetali idrogenati o acidi grassi trans. mi faccio ogni tanto la focaccia e il pane in casa, soluzione che richiede non più di un paio d’ore in tutto. lievitazione e cottura comprese.
- surgelati: no. ho tempo per cucinare e semmai congelo roba comprata fresca. il ciclo di produzione dei surgelati ha impatto ambientale, così come le materie prime usati per farli e il trasporto. inoltre, a differenza della Francia in Italia i surgelati fanno piuttosto schifo. ingredienti in scatola sì: non richiedono energia per la conservazione.
- tè, caffè e cioccolata è impossibile acquistarli a basso impatto, vista la provenienza delle materie prime.
- detersivi. non ne so abbastanza di impatto ambientale quindi come principio scelgo quelli non prodotti da grandi gruppi multinazionali come Procter and Gamble e Unilever e mi oriento su quelli senza marca prodotti in zona (sull’etichetta c’è lo stabilimento di produzione) che costano anche meno. la cosa che vi diceva la vostra mamma che i detersivi di marca lavano meglio? balle.
- elettronica e servizi di cloud: cerco di acquistare prodotti di aziende che abbiano un record non negativo per la guida di Greenpeace, ma volte ciò cozza con le mie esigenze (HP è meglio di tutti, Blackberry peggio di tutti). uso i servizi di cloud (storage online, musica ecc) che sono alimentati il più possibile con energia verde (Google e Yahoo bene, Facebook benino ma meno bene per l’uso di carbone, Amazon, Apple e Microsoft male per uso di carbone e nucleare e la scarsa trasparenza). invece, pensare di comprare qualcosa di elettronico che non sia stato prodotto o assemblato in Cina, quindi non abbia attraversato metà pianeta, è virtualmente impossibile.
per saperne di più si possono legere libri come questo, e se volete togliervi tutte le voglie di cibo eticamente e ambientalmente non sostenibile, questo.
(se potete, in ebook, che produrre e spostare libri costa, in termini ambientali).
fondamentali, se capite l’inglese, lo speech di Jeremy Rifkin al Ceres e The Earth is Full di Paul Gilding al TED.
(oltre ovviamente a An Inconvenient Truth di Al Gore)
La prima reazione dei partiti all’avvento del Movimento 5 Stelle è stata l’indifferenza, che ha lasciato posto allo scherno, che ha lasciato posto allo sdegno, che ha lasciato posto all’incredulità, che ora lascia posto al tentativo di imitazione.
Le ragioni per cui i partiti non hanno capito e continuano a non capire il successo di 5 Stelle sono diverse, ma alla base sta la concezione, marchiata a fuoco sul cranio delle nuove leve in quelle fabbriche di candidati che sono i partiti italiani, secondo cui la Politica si fa in un solo e unico modo: dentro alle istituzioni, in un parlamentarismo rivolto all’interno. Confrontandosi con i movimenti civili solo (e forse) a decisioni prese, confrontandosi (?) con i propri elettori solo in occasione delle campagne elettorali.
E sono 60 anni di campagne elettorali quasi continue, in cui i politici italiani hanno interiorizzato una forma di comunicazione che è stata di marketing e non politica, nel senso di dibattito e confronto continuo con la propria base elettorale. La comunicazione di quasi tutti i politici italiani con il proprio elettorato avviene per veline, comunicati stampa vaghi e stilati per compiacere il più possibile la maggior parte possibile del proprio elettorato senza affrontare quasi mai i temi da punto di vista progettuale, del dibattito, dell’apertura al dialogo prima che siano prese le decisioni, e non solo dopo.
Magari anche quella di Grillo, eh? Ma il Movimento 5 stelle ha un vantaggio, anzi due: ha un programma stilato in modo semplice e diretto, con dei punti chiari e comprensibili, ed è percepito come il Nuovo.
E’ chiaro che, con l’abitudine radicata al velinismo di partito, il linguaggio e i temi di Beppe Grillo sembrano provenire dalla luna. E le critiche che i partiti fanno a Grillo per quanto riguarda i suoi toni, il populismo, la faciloneria, la semplificazione e la superficialità con cui tratta pubblicamente certi temi sono sensate e comprensibili. Grillo si comporta pubblicamente in modo aggressivo, semplificatorio al limite della macchietta. Ma questo non significa che il Movimento 5 Stelle sia l’immagine pubblica di Grillo.
Beppe Grillo non è che avesse scelta: sapeva benissimo che parlando in modo pacato, ragionevole, strutturato e razionale non aveva la minima possibilità di ottenere la visibilità necessaria a lanciare un movimento. Da una parte perché con messaggi semplici e estremi è più facile attirare l’attenzione di un elettorato stremato da 60 anni di comizi elettorali apparentemente indistinguibili uno dall’altro, ma soprattutto perché i media non gli avrebbero dato 5 minuti di attenzione se non si fosse espresso in modo clamoroso, se non avesse cominciato ad aggregare consenso rapidamente nell’unico modo in cui è possibile farlo. Che possiamo anche chiamare facile populismo, se ci fa sentire meglio.
Ma pensiamo veramente che creda letteralmente, in tutte le sparate che fa, e che tutti quelli che lo seguono siano abbagliati dalla figura del Messia? A me pare probabile che quasi nessuno, all’interno del suo movimento, ami veramente l’estremismo verbale di Beppe Grillo, che è necessario quanto probabilmente scomodo per molti. Ma Grillo non è il Movimento 5 Stelle: probabilmente Grillo non è neanche Grillo. Beppe Grillo ha dovuto mettersi su un piano dialettico necessariamente estremo, semplificatorio, dirompente. Che poi gli riesca bene e ci si diverta anche non c’è dubbio.
Ma mettiamo pure che lui sia davvero così: è veramente questo il punto? Accusarlo di essere un capopolo accentratore e messianico, disinteressarsi di tutto il resto del movimento - di cui lui è solo la figura simbolica - e esorcizzarlo definendolo antipolitica, è davvero il piano su cui vogliamo metterci? Agitare lo spettro dell’uomo forte desideroso di potere assoluto è davvero uno spauracchio che vogliamo agitare, senza sentirci ridicoli?
E i partiti vogliono davvero continuare a ignorare il fatto che su molti punti il movimento 5 Stelle ha un programma che oggi è molto più vicino ai desideri della maggior parte dell’elettorato di quello di qualunque altro partito, e disprezzare l’elettorato – anche quella parte rilevante del proprio – che desidera seguirlo? E fino a quando? It’s the issues, stupid.
Io non credo che il movimento 5 Stelle avrà mai un risultato che gli consentirà di formare un governo o persino di influire su una coalizione, ma mi pare evidente che in Italia c’è un problema: sul piano della progettualità, della capacità di avere e praticare idee nuove e dirompenti – consentitemi, rivoluzionarie – in un momento in cui è un bisogno vitale per il paese, la macchina della politica italiana si è inceppata da anni. E sul piano della comunicazione con il proprio elettorato forse ha già superato il punto di non ritorno. Qualunque cosa accada che abbia anche solo la minima speranza dare una spallata che ci faccia uscire da questa impasse è meglio dello stallo e della lenta spirale in caduta libera che è la rappresentanza politica in Italia in questo momento.
Ma una vittoria il Movimento 5 Stelle la otterrà: non sarà la perdita della maggioranza parlamentare per i partiti tradizionali, ma la definitiva perdita di fiducia dei loro elettori.
Edit: una questione importante che avevo dimenticato nella prima stesura. Le generazioni più giovani non ragionano più in termini di destra e sinistra. Che piaccia o meno (e a me sicuramente non piace) è così. Quindi la questione se 5 Stelle sia di destra o di sinistra può avere senso ma è irrilevante all’atto pratico. Sempre più in futuro si dovrà ragionare sul merito delle singole istanze, indipendentemente dalla loro (e dalla propria) appartenenza o identità o coerenza ideologica. Continuare a ragionare in questi termini significa allontanarsi sempre più dall’elettorato di domani.
Ovviamente, solidarietà per le famiglie coinvolte dai terremoti in Emilia e massimo rispetto per l’efficienza e la civiltà del popolo e delle istituzioni emiliane. Da modenese so che l’Emilia ha una cultura sociale, politica ed economica in grado di affrontare una catastrofe naturale con una rete di solidarietà ed efficienza nei soccorsi, nelle procedure e nelle strutture che è forse unica in Italia.
Non a caso la prima esigenza emersa sui social network non è stata di soccorsi, di aiuti, ma di accesso: aprite i wifi, si diceva. Mettete a disposizione connessione utile. Richiesta emersa dalle persone, a cui si sono accodati gli stessi fornitori di connettività che tutti gli altri giorni dell’anno ti installano un router chiuso. Lo stato e le autorità locali no: non potevano. Perché c’è un decreto legge assurdo e pretestuoso, ma anche mai abrogato, che vieta i wifi aperti, in qualunque situazione.
Ricevendo via twitter da Orlando la proposta di creare una mappa collaborativa dei wifi aperti in zona mi sono chiesto: ma perché? Perché in una situazione di emergenza in una delle regioni più evolute al mondo ci si deve ridurre a pensare a un’iniziativa privata, non organizzata e molto probabilmente poco efficiente per fare qualcosa – garantire la massima connessione possibile tra i nodi della Rete – che non solo ha una effettiva utilità in caso di emergenza, non solo dovrebbe essere già garantita dallo Stato o dalle istituzioni regionali, ma contiene già questa possibilità nella sua natura, a costo zero?
Ne ho avuto la conferma quando ho cercato di chiamare al cellulare mia mamma e mi sono imbattuto in un’assenza di servizio mai vista prima. Il perché è ovvio: la rete cellulare è una tecnologia tradizionale e ormai obsoleta che risale a 40 fa e non ha possibilità di evolvere in modo significativo: ha una capienza massima di accessi, in caso di emergenza salta, così come le linee telefoniche tradizionali, i trasporti, tutto quello che è basato su infrastrutture gerarchiche e chiuse, basate su logiche proprietarie di controllo e non scalabilità precedenti alla Rete.
Come in tutti i casi di servizi erogati attraverso strutture e protocolli privati, nel momento dell’emergenza il sovraccarico causa il blocco. Accade con l’elettricità, la telefonia, i trasporti. Non parliamo poi del petrolio. E’ il primo problema in causa di emergenza: il picco di uso blocca il sistema.
Ma internet è l’unico servizio che pur dipendendo da strutture centrali ha una straordinaria capacità pervasiva di sopravvivere: per sua natura Internet rerouta le richieste grazie a protocolli aperti e alla capacità di non fare distinzioni tra chi si collega e con che scopo: la natura aperta del sistema è anche la sua forza.
E allora qui la questione vera è: perché, vista la sua importanza, la sua strategicità in termini di accesso, soccorso, assistenza, perché questa straordinaria capacità di interconnessione non è considerata dalle autorità, che siano locali o centrali, come un bene comune da garantire a tutti? Perché la possibilità di chiamare un’emergenza è prevista nella telefonia cellulare ma non per quanto riguarda la Rete?
Perché le istituzioni locali (emiliane, nello specifico) hanno sempre avuto posizioni forti e politiche sull’acqua-bene-comune, ma non hanno mai osato fare la cosa più logica, semplice, sensata, socialmente necessaria: sfidare quell’assurdità che sono i decreti (obsoleti, inutili, odiati da tutti) che impongono il riconoscimento dell’identità utente e dire: sai che c’è, Stato? Io voglio che i miei cittadini abbiano accesso alla Rete sempre e comunque, in caso di emergenza ma anche tutti i giorni. Almeno per strada, gliela do io, senza se e senza ma.
La Rete è un bene comune, una risorsa necessaria, l’unica infrastruttura nazionale e globale che grazie al suo essere aperta e basata su standard pubblici è in grado di connettere tutti a tutti istantaneamente, e superare danni fisici al sistema. E’ una risorsa vitale non solo in caso di emergenza (che già dovrebbe bastare per garantirla) ma ogni giorno a tutte le persone che possono avere bisogno nei momenti più imprevisti di accedere alle autorità, ai dati e a informazioni vitali, alla solidarietà dei loro concittadini. Semplicemente, ai loro cari.
E questo è solo l’inizio, nessuno può dire oggi cosa ci consentirà di fare la Rete in futuro, una volta che sarà liberata: è un media in continua, rapidissima evoluzione a cresce di valore a tassi che le altre tecnologie si scordano. E’ l’unica risorsa in grado di mantenere collegate le persone, collettivamente, in qualunque evento, e di evolvere e adattarsi a qualunque situazione. Perché questo non è riconosciuto come vitale, strategico, un diritto civile? Ancora di più (pare): una questione di sicurezza nazionale? Che cos’è la sicurezza nazionale se non, prima di tutto, la sicurezza dei cittadini?
Le tecnologie di copertura a livello di città esistono e in alcuni luoghi, dalla Lituania alla California, sono attive da anni: perché la Regione Emilia Romagna e i comuni emiliani, simboli dell’eccellenza civile italiana, ancora non hanno il coraggio di sfidare un decreto accidentale, maldestro e inutile, fonte di imbarazzo per tutta la nazione, e dare ai loro cittadini una connessione aperta, stabile, ubiqua, vitale in caso di emergenza?
Ma davvero: cosa stiamo aspettando?
immagine di sjcockell da flickr
quando parlo della mia fascinazione per il fenomeno culturale degli zombie, noto spesso perplessità nei miei interlocutori. sono e resto convinto che il cinema zombie non abbia il riconoscimento che merita: si tende a considerarlo cinema horror di scarsa qualità (a volte lo è), a basso budget (spesso lo è) e in generale non degno di attenzione rispetto al cinema più autoriale e legato a temi apparentemente più vicini alla nostra realtà.
a una prima lettura probabilmente è così, ma è un’analisi che non tiene conto della stratificazione simbolica e di significati che lo zombie ha nella nostra cultura; in altre parole, il cinema e la letteratura zombie parlano di molto più che un evento improbabile come un’epidemia virale che uccide e resuscita gli umani generando caos e distruzione. il cinema zombie non è horror e non è fantascienza perché parla prima di tutto di noi, delle nostre paure e del modo in cui abbiamo interiorizzato la società dei consumi.
nel cinema sci-fi degli anni 50 e 60 la minaccia era esterna e spesso usata per scopi di propaganda politica: gli Ultracorpi di Don Siegel, gli alieni del Giorno dei Trifidi o la Guerra dei Mondi, la Cosa da un Altro Mondo di Christian Nyby e Howard Hawks sono una metafora, volontaria o involontaria che sia, della spersonalizzazione nelle società comuniste, della disumanizzazione dei regimi del socialismo reale, delle masse senza volto cinesi, cambogiane, nordcoreane.
il Nemico è inequivocabilmente esogeno, proveniente dallo spazio (“esterno”, guarda caso), facilmente identificabile come altro da sé. inequivocabilmente Altro e in alcun modo paragonabile a Noi. il paradigma della minaccia esterna regge (e continua a funzionare) nella fantascienza fino alla saga di Alien e ancora ai giorni nostri (Cloverfield).
nel 1968 però (e l’anno forse non è del tutto casuale) George Romero scrive e autoproduce, con poco più di 100.000 dollari, la Notte dei Morti Viventi, e dà una spallata al pensiero unico del Nemico Esterno interiorizzando la minaccia, portando al centro le dinamiche sociali dell’infezione e della diffusione tra umani: ora il nemico è interno, ed è umano. nel cinema zombie il virus non viene dallo spazio: è una mutazione di virus terrestri, o creato in laboratorio dall’esercito o da una multinazionale.
questo particolare cambia tutto: ora il nemico siamo noi.
non è forse un caso che tre anni più tardi Walt Kelly, autore del fumetto Pogo, disegni una striscia in cui il protagonista, osservando una foresta trasformata in discarica, pronuncia la frase “abbiamo visto il nemico e siamo noi“. c’è il Vietnam, l’escalation nucleare, la protesta nelle strade con la polizia che uccide gli studenti, all’orizzonte c’è il grande tradimento di Nixon. i cittadini, narcotizzati fino a quel momento dal pensiero unico del sogno americano in base a cui nulla di male ti può accadere se fai il tuo dovere e rispetti l’autorità, hanno perso l’innocenza, cominciano a fare autocritica.
dice Romero:
Night of the Living Dead started with anger, really. We were all 1960s guys who were all pissed off that peace and love hadn’t quite worked the way we hoped.
l’immaginario zombie appare da subito a Romero, figlio di un cubano e una lituana e particolarmente sensibile ai temi politici e sociali, adeguato a rappresentare l’orrore del nuovo ordine americano: i film successivi della serie contengono spesso critiche a qualche aspetto della società capitalista e consumista, fino a Land of the Dead, che è un film che non mi sembra eccessivo definire socialista.
la critica forse più riuscita è quella alla società dei consumi espressa in Dawn of the Dead (in Italia intitolato Zombi), in cui un gruppo di sopravvissuti riesce ad asserragliarsi in un supermercato. il film contiene alcune delle battute più memorabili della serie, tra cui “Quando i morti camminano bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra“.
in una scena memorabile si vedono i fuggitivi regredire all’infanzia afferrando tutto quello che trovano, con la gioia di poter avere tutto gratis, e nel dialogo che meglio esemplifica la tesi del film due personaggi dicono:
- What are they doing? Why do they come here?
– Some kind of instinct. Memory of what they used to do. This was an important place in their lives.
la società dei consumi ha vinto, e ci ha incatenati a sé persino dopo la morte.
il cinema zombie – ma questo vale anche per altri sottogeneri dell’horror – non è solo entertainment per teenager. spesso contiene riflessioni e critiche (di cui si trova eco anche nelle serie di 28 days e Resident Evil) che vanno oltre il semplice intrattenimento: è un grimaldello che alcuni autori socialmente e politicamente lucidi hanno usato per fare politica al cinema garantendo la diffusione dei loro film grazie agli aspetti spettacolari, ma sia Romero che Carpenter (in altri generi) sono tutt’altro che autori di cinema superficiale.
cinema a parte, la grandezza e il fascino del concetto va oltre l’uso politico del media zombie: sta nel fatto che lo zombie può assumere simbolicamente il ruolo di qualunque paura esistente nel nostro subconscio, e tutte le paure devono trovare una via di sfogo. dall’immigrazione alla rivoluzione, dal terremoto all’olocausto nucleare alla crisi ambientale, lo zombie outbreak rappresenta l’evento inatteso e impossibile da fronteggiare che azzera migliaia di anni di storia e spazza via l’economia reale (ricorda niente?), le gerarchie, le autorità, le religioni e le ideologie, le infrastrutture materiali su cui si basano le nostre città e quelle immateriali su cui si basa la civiltà come la conosciamo.
ma proprio grazie a questa sua capacità di fare tabula rasa, lo zombie rappresenta anche la possibilità di un nuovo inizio, una nuova frontiera, una nuova società da ricostruire.
consigliatissimo al riguardo World War Z di Max Brooks e la serie The Walking Dead, criticata per certe scelte ma filologicamente molto fedele.
in public domain, La notte dei morti viventi si può scaricare legalmente qui (in inglese)
At the exhibit’s entrance were two giant tortoises from the Galápagos Islands, the best-known inhabitants of the archipelago where Darwin did his most famous investigations. The museum had been advertising these tortoises as wonders, curiosities, and marvels. Here, among the plastic models at the museum, was the life that Darwin saw more than a century and a half ago.
One tortoise was hidden from view; the other rested in its cage, utterly still. Rebecca inspected the visible tortoise thoughtfully for a while and then said matter-of-factly, “They could have used a robot.” I was taken aback and asked what she meant. She said she thought it was a shame to bring the turtle all this way from its island home in the Pacific, when it was just going to sit there in the museum, motionless, doing nothing. Rebecca was both concerned for the imprisoned turtle and unmoved by its authenticity.
It was Thanksgiving weekend. The line was long, the crowd frozen in place. I began to talk with some of the other parents and children. My question—“Do you care that the turtle is alive?”—was a welcome diversion from the boredom of the wait. A ten-year-old girl told me that she would prefer a robot turtle because aliveness comes with aesthetic inconvenience: “Its water looks dirty. Gross.” More usually, votes for the robots echoed my daughter’s sentiment that in this setting, aliveness didn’t seem worth the trouble. A twelve-year-old girl was adamant: “For what the turtles do, you didn’t have to have the live ones.” Her father looked at her, mystified: “But the point is that they are real. That’s the whole point.”
The Darwin exhibition put authenticity front and center: on display were the actual magnifying glass that Darwin used in his travels, the very notebook in which he wrote the famous sentences that first described his theory of evolution. Yet, in the children’s reactions to the inert but alive Galápagos tortoise, the idea of the original had no place.
(Sherry Turkle, Alone Together)
è uscito (anche in italiano) il nuovo saggio di Sherry Turkle Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, in cui la ricercatrice di scienze sociali che è stata tra le prima a studiare le community e la socialità online traccia il ritratto di una società assorbita dallo strumento (cellulare, tablet) come soluzione ai propri bisogni di socialità. non l’ho ancora letto ma mi pare di capire che la tesi sia che stiamo rinunciando alla conversazione umana in favore della velocità e dell’ipersemplicità delle relazioni digitali, il che ci consente di riempire spazi “vuoti” e ci costringe a delegare le interazioni umane al digitale.
al di là dell’indiscussa competenza della Turkle, che non è in discussione, leggendo le sintesi che ne fanno i magazine (quindi, molta prudenza) il sospetto è quello di una tesi parziale, che tiene conto degli svantaggi ma sembra meno attenta al lato consapevole e ai vantaggi di questo utilizzo della tecnologia.
perché nulla ci dimostra che si tratti di una scelta subìta e non cercata. è indubbio che, se parliamo di relazioni e conversazioni, il web sia molto più ricco di possibilità e opportunità di qualunque piazza. poi è vero che a volte (spesso) queste conversazioni sono necessariamente semplificate, sintetizzate, ridotte ai minimi termini, e questo per la complessità dei ragionamenti – come per l’utilizzo della lingua – è un limite. ma davvero non è una scelta, accettare questo limite in favore della varietà umana, di reazioni e di idee, molto maggiore e più selezionata a cui ci consentono di accedere in social media? parafrasando (e ribaltando) Guzzanti: sconosciuto per strada, ma io e te, che cazzo se dovemo dì?
mi sembra – è una convizione diffusa che mi lascia sempre perplesso – che la preoccupazione per l’auto-isolamento reso necessario dall’utilizzo di interfacce totalizzanti, e soprattutto la denuncia della perdita delle interazioni umane casuali sia vista come un processo disumanizzante di cui siamo vittime, mentre sono abbastanza convinto che sia una scelta almeno in parte consapevole: l’accettazione di piccoli svantaggi per potere ottenere grandi vantaggi.
poi è vero che l’assorbimento totale della nostra attenzione da parte dei cellulari ci impedisce, o rende più difficile, vivere la città, osservarla, studiare le persone. stiamo un po’ perdendo la curiosità e l’allenamento a osservare il genere umano in azione (sempre che li si abbia mai avuti). e così la capacità di osservare la complessità di relazioni e rapporti di potere che si sviluppano continuamente, in modo fluido, al livello stradale delle attività umane. ma siamo certi che sia una limitazione del tutto subìta? siamo certi che prima lo facessimo, invece di essere assorbiti non da un cellulare ma dai nostri pensieri? e dedicarsi in solitudine ai propri pensieri ha davvero, in senso assoluto, maggior valore che condividerli con gli altri e ottenerne una conversazione?
foto: Das Fotoimaginarium
oggi ho letto l’intervista a una nota attrice che affermava:
“nelle relazioni le donne cercano sé stesse”
questo spiega tutto: se le donne nelle relazioni cercano sé stesse ma trovano me, ti credo che poi restano deluse.
la classe politica non ha esitato a celebrare il fatto che l’avvento di un media disruptive (che significa rivoluzionario, non distruttivo) come Internet abbia radicalmente mutato i rapporti tra potere e popolazione nei paesi in via di sviluppo, i cui popoli chiedono maggiore partecipazione ai processi della politica e maggiore responsabilità dei governanti nel prendere decisioni in trasparenza e negoziarle con una popolazione resa più unita e organizzata dalla forza del Network.
la nostra società vede positivamente il fatto che la Rete ci consenta maggiore partecipazione, più forza e capacità di pressione nell’orientare l’offerta di mercato delle aziende e le scelte delle istituzioni e dei fornitori di servizi.
troviamo positivo il fatto che l’avvento di Internet abbia mutato i rapporti di potere nel panorama dei media, portando maggiore trasparenza da parte degli editori, maggiore impegno e responsabilità da parte dei giornalisti, maggiori opportunità di partecipazione ai lettori e agli spettatori.
quindi perché, in un paese in cui il voto è virtualmente svuotato non solo della possibilità di partecipare alle decisioni, ma persino di ogni rappresentanza, facciamo così fatica ad accettare che l’avvento di Internet possa mutare i rapporti tra potere e cittadinanza ANCHE in una democrazia come la nostra, che come tutti i sistemi politici non possiamo non considerare sempre migliorabile? perché siamo convinti che il nostro sistema democratico rappresentativo così come è oggi debba essere immutabile, non possa essere migliorato attraverso nuove modalità partecipative, così come è sta accadendo ad altri sistemi, politici e non?
perché facciamo – non solo la nostra classe politica, ma anche noi come elettori – tanta fatica a immaginare la possibilità che un nuovo contratto sociale, basato sul dialogo e la negoziazione continua tra le amministrazioni locali e nazionali, la società civile, le comunità locali rese più unite e organizzate dalla forza del Network, consenta al nostro sistema elettorale, superato, ormai quasi feudale, di acquisire maggiore trasparenza e maggiore partecipazione alle scelte della politica da parte degli elettori? cosa ci fa pensare di avere un sistema perfetto? e non abbiamo già verificato che non lo è affatto? quali altre dimostrazioni servono?
perché la classe politica non capisce che quello che conta non sono le parole, le facce o le singole istanze portate avanti da quei movimenti, ma il fatto che rappresentano una richiesta di cambiamento concreto (anche verso direzioni piuttosto chiare) e non capisce che la sua stessa sopravvivenza dipende dal saper dare risposte a bisogni di trasparenza e partecipazione crescenti, maggioritari, resi sempre più potenti dai new media? come può pensare di esorcizzarli chiamandoli antipolitica?
perché il cambiamento in direzione della partecipazione, della possibilità di incidere di persona, è benvenuto nel mercato, nel panorama dei media, nelle altre nazioni, ma non quando viene richiesto dalla nostra società? perché assumiamo improvvisamente un atteggiamento reazionario di rigidità e rifiuto rispetto all’emersione di movimenti che, pur con metodi discutibili o poco ortodossi, chiedono quello che ogni cittadino, ognuno di noi in fondo desidera: una democrazia più vera, più partecipativa, con meno spazi per un sistema di delega in bianco che lascia l’elettore svuotato di ogni possibilità di cambiare le cose, di esprimere in prima persona le proprie opinioni, obiezioni, soluzioni?
insomma, perché quando emergono movimenti che chiedono un sistema di rappresentanza più moderno, partecipativo, trasparente e rappresentativo, siamo proprio noi i primi ad avere un rifiuto a priori, così antistorico, antimodernista, destinato a fallire?
qual è il tabù che è stato toccato? cosa sentiamo messo in pericolo?
amo i gatti per la stessa ragione per cui (quasi) tutti amano i gatti. sono molto belli, possiedono un’eleganza superiore e un’agilità che sfida le leggi della fisica, che sembra quasi non essere di questo mondo. sono creature semidivine i cui pregi spiccano rispetto alla goffaggine di noi umani maldestri, pesanti e tragicamente ancorati al suolo. troviamo nobile la loro indipendenza, l’orgoglio di comportarsi come se non dipendessero dagli umani. un distacco che è bilanciato, per contrasto, da momenti di effusioni e intimità molto intensi. sono morbidi e caldi e ti si accoccolano sulla pancia.
ho sempre avuto una forte affinità con i gatti, tanto da riuscire a farmi avvicinare anche dai più sospettosi e scontrosi, e per questo ho sempre pensato di preferirli, che fossero creature superiori ai cani, che nell’immaginario comune sono molto più rumorosi, puzzolenti, goffi e dipendenti, fisicamente e emotivamente, dai padroni umani. si dice che un cane abbia padrone ma un gatto no, e questo ci fa sembrare i gatti più nobili, più evoluti, più degni del nostro rispetto.
poi ho avuto un cane, e ho potuto verificare come i miei pregiudizi sui cani fossero, appunto, pregiudizi. un cane è capace di grande affetto incondizionato, ma non è, come pensavo, un animale servile. anche il cane richiede rispetto, solo lo manifesta diversamente. è di compagnia e lo sa essere in modo diverso dal gatto, in modo anche più attivo e più educativo per entrambi. certo, il cane richiede più sacrifici, ma come in tutte le relazioni in cui devi sacrificarti un po’ finisce che quelle relazioni valgono molto per te, proprio perché ci hai dovuto e voluto investire in tempo, fatica, affetto, disponibilità, compromessi, comprensione dell’altro.
insomma, stando con gli animali, accettandone i difetti e imparando a sacrificarti per loro impari qualcosa di molto importante, di fondamentale per la crescita. e alla fine è questo che mi ha fatto innamorare dei cani e dei gatti, ma in genere di tutti gli animali: i loro difetti, le loro debolezze così simili a quelle umane. i gatti hanno bisogno di affetto e compagnia esattamente come ogni altro essere vivente. credo di poter dire di essere diventato una persona migliore grazie al fatto di essermi preso cura di un animale.
soprattutto, l’intimità con gli animali “domestici” mi ha insegnato un affetto e un rispetto che non posso non estendere a tutti gli esseri viventi, nessuno escluso, anche quelli che a causa di una natura caratterialmente meno antropomorfa, meno comunicativa o a causa di un aspetto meno gradevole riescono meno di altri a dimostrare la loro “umanità”. che per me non è l’appartenenza alla specie homo sapiens, ma la capacità di provare piacere, e il diritto di non subire dolore per mano di altri. grazie agli animali domestici ho imparato la compassione, cioè l’identificazione con il dolore di chi è diverso, anche radicalmente diverso da me, ma è comunque un individuo con coscienza di sé, bisogni, emozioni, dolori. quindi, per me, umano. e se gli animali sono umani io voglio che abbiano almeno gli stessi diritti fondamentali che riserviamo alla specie homo sapiens.
perché quello che impari vivendo con gli animali è l’empatia per il diverso, di qualunque diversità si tratti, e fare distizioni tra vari gradi di diversità non mi è eticamente possibile: sempre più mi è chiaro che la compassione è la chiave della convivenza su questo pianeta, la base e prospettiva futura dell’unica civiltà possibile: quella inclusiva di tutti, al di là di tutte le barriere, rispettosa dei bisogni e dei diritti di tutte le diversità biologiche, culturali, estetiche e comportamentali presenti su questo pianeta.
essendo uno spettatore compulsivo di Jersey Shore per ragioni che non voglio rivelare ma nemmeno esplorare, come tutti quelli che guardano MTV mi becco dalle 3 alle 6 volte al giorno lo spot in heavy rotation di Love Match, l’innovativo e avveniristico servizio di Jamba, che per soli 5,04 Euro a settimana + traffico WAP, dopo una “precisa analisi” dei nomi di due potenziali partner, è “in grado di valutare in che modo gli interessi di entrambi i partner coincidano (…) un modo efficace per valutare se il vostro rapporto si rivelerà duraturo o semplicemente se il ragazzo della porta accanto potrebbe essere il vostro principe azzurro“.
ora io so che esistono le cartomanti e gente che ci crede, e che qualcuno è persino abbastanza sprovveduto da metterne in pratica le raccomandazioni, ma qui è un po’ diverso. qui c’è una Srl italiana (anzi tedesca, anche peggio) e uno dei principali network televisivi mondiali che in sostanza affermano di essere in grado di dirti come comportarti per aver successo nella vita sentimentale. e grazie a “sofisticati algoritmi matematici”, cioè scienza. mica i fondi del caffè.
sarà anche vero che il pubblico di sti servizi da una parte è un po’ sprovveduto di suo (teenager a basso livello di informatizzazione e/o sale in zucca), e dall’altra probabilmente tende a prendere il Love Match un po’ come un gioco, ma la questione non è se ci sia l’odore di circonvenzione di incapace: siamo in un paese libero (certo, se maggiorenni). quello che però mi interessa che genere di società è quella in cui un grande network globale per giovani fa implicitamente ai suoi spettatori teenager la promessa di liberarli dal lavoro e dalla sofferenza insita nella ricerca di un partner.
perché è chiaro dal linguaggio dello spot che il servizio, che lo si viva o meno con superstizione, promette di non dover perdere tempo con faticose ricerche, con storie incerte. di liberarti dalla fatica, dall’impegno e dal dolore a cui puoi essere sottoposta (il target è esclusivamente femminile, altra cosa su cui avrei da ridire) nel faticoso processo di ricerca della famosa “anima gemella”. e qui sta l’elemento che definirei allarmante – addirittura “diseducativo”, argh – se farlo non suonasse ingenuo. il rifiutare o fingere di non sapere che una storia sentimentale è prima di tutto una cosa che richiede lavoro, possibilmente di due persone. richiede sforzo nella comprensione, sincerità e determinazione nella comunicazione, impegno nel cambiare per quello che si riesce, e nell’accettare ciò che l’altro non riesce a cambiare. ed è per sua natura faticosa, incerta e dolorosa.
così MTV dimostra come si può, dopo tutte le trasmissioni di sensibilizzazione sulla condizione giovanile (tra cui Avere Ventanni, una delle cose migliori passate in TV nello scorso decennio), sputtanare per un solo inserzionista una fama faticosamente e meritatamente guadagnata di emittente attenta e consapevole ai problemi e alla sensibilità dei teenager. mtv, ma davvero per quei du’ sordi me fai muro? ma ce fai o ce sei?
(recensione)
Brandon è un brillante e affascinante middle manager perfettamente inserito nella società e nella sua azienda. è molto bello e fascinoso e ha un rapporto speciale con le donne: ha modi gentili, è attento e premuroso. Brandon è un disadattato e il suo problema e la sua identità si esprimono e si manifestano solo attraverso un uso compulsivo del sesso. Brandon non usa le donne perché odia le donne, le usa perché non ha scelta: il sesso di qualunque tipo, violento, improvviso, progettato, inaspettato, pagato o guadagnato, di coppia o autoerotico è quello che Brandon fa, a cui pensa continuamente. la seduzione è un’attività su cui è allenato ed è molto preparato perché porta al sesso. e il sesso è l’unica cosa che Brandon vuole fare, che non riesce a togliersi dalla testa, 24 ore al giorno.
Brandon ha anche una sorella, Sissy, con cui intrattiene un rapporto conflittuale, di grande affetto e di frequenti liti, una sorella bella e seduttiva che lo ferisce con un carattere solare, esuberante e flirtoso. il rapporto tra Brandon e Sissy non è molto sano e si vede lontano un miglio, sin dall’inizio del film, che (SPOILER) finirà male. gli sceneggiatori , tra cui il regista Steve McQueen, non si sono impegnati moltissimo per rendere la storia tra Brandon e Sissy articolata e coinvolgente. soprattutto nell’escogitare un finale che sembrasse un minimo ragionato, invece che frettoloso e maldestro.
però non è gravissimo perché il protagonista di Shame è la figura di estrema solitudine di Brandon, e quella va dato atto che esce in modo chiaro e convincente. la solitudine metropolitana del rivolto verso l’interno, del dedito alla propria ossessione. Brandon è un bel ritratto di uomo reso incapace di provare piacere, curiosità e entusiasmo da una fissazione (fisica, ma soprattutto digitale) per la pornografia, da una coazione a ripetere. il mondo nella testa di Brandon è un girone frastornante di amplessi e coiti che assorbe tutta la sua attenzione, la sua dedizione, le sue energie. Brandon non soffre: è anestetizzato. intrappolato in un circolo vizioso che non gli consente di reagire al mondo esterno se non in funzione della sua ossessione. visto da fuori, Brandon è del tutto normale.
“io non ho la televisione” di per sé significa “non possiedo l’elettrodomestico TV” ma spesso contiene diversi significati impliciti. a seguito di questo status update su facebook e friendfeed:
“Non ho la televisione”: sono sempre stupito da questo accanirsi sull’apparecchio con lo scopo voodoo di ucciderne i contenuti, parlando del media”
ho raccolto una serie di significati di quella frase, cioè disvalori che si attribuiscono alla “televisione”:
- trasmette contenuti e informazione di pessima qualità
- è diseducativa per i bambini
- porta via tempo e energie vitali
- trasmette cose che non mi interessano
- rappresenta una realtà noiosa, non interessante, demenziale o becera
- è passiva e non consente di essere produttivi
- cambia il rapporto tra le persone anche se è spenta
- non possederla è una dichiarazione d’intenti
come si vede subito, quasi tutte le critiche sono ai contenuti, non all’oggetto né al media TV. più precisamente, mi permetto di indovinare, sono ai contenuti mainstream, trasmessi in orari di punta sui canali di maggiore ascolto. perché nessuno può, credo, negare che considerando l’intera offerta dei contenuti forniti attraverso il mezzo televisivo esistano contenuti di informazione, di cultura e di intrattenimento di qualità.
per dire che se rifiutare il televisore significa rifiutare in blocco la televisione, cioè il media compresi i contenuti, ciò significa anche disinteressarsi del cinema trasmesso in TV in un momento in cui le sale di provincia chiudono, di quello straordinario rinascimento del media che sono le serie TV, dell’offerta culturale, informativa e di inchiesta presente sui canali satellitari e digitali, italiani e esteri. significa rifiutare Report, Rai News, l’informazione di Al Jazeera, le inchieste e i documentari della BBC, HBO, Comedy Central, la storia dell’arte di Philippe Daverio, Rai Storia, Rai Scuola e una coda lunga di canali culturali, artistici e musicali da tutto il mondo trasmessi sul satellite in chiaro. rifiutare la televisione significa rifiutare un bel po’ di cultura accessibile gratuitamente.
non solo. all’atto pratico, senza entrare nella massmediologia mcluhaniana che è un altro campo da gioco, ai fini culturali il media è un veicolo neutro: quello che cambia sono la qualità e l’utilità dei contenuti rispetto al singolo spettatore. la convinzione diffusa che leggere un libro sia tempo investito in modo più produttivo e educativo che guardare la TV è del tutto infondata, se non la si contestualizza rispetto al singolo spettatore. e non v’è dubbio che rispetto a chiunque guardare un documentario della BBC o un film di qualità sia culturalmente e educativamente più produttivo che leggere un libro della Fallaci o la saga di Twilight. quale sarebbe la nostra reazione se qualcuno a una cena dicesse “io non leggo cose stampate su carta”? perché invece troviamo così alto e nobile affermare “io non guardo la TV”?
demonizzare il media, addirittura l’elettrodomestico, mi sembra non solo alimentare un equivoco ma esercitare un esorcismo, piantare spilloni in una bambolina voodoo.
quello che probabilmente si intende comunemente come TV è in realtà quella fascia di programmi di intrattenimento generalista progettati per un grande pubblico indifferenziato che ormai si identifica con il target principale del prime time RAI: over 65, del sud italia, a bassa e bassissima scolarizzazione. la tv del sabato sera, della domenica pomeriggio, il prime time, certe fasce pomeridiane e mattiniere da casalinghe non sono la Televisione, sono la parte più visibile dei contenuti televisivi. sono la più esposta perché sono negli orari in cui la maggior parte di noi può trovarsi davanti alla TV.
sorvolo sul fatto che un programma a basso o bassissimo contenuto culturale può essere di gradevole intrattenimento, e mi piace pensare che si possa concordare che non farà alcun danno se a scegliere di guardarlo è una persona matura e che ha già compiuto il proprio percorso di evoluzione culturale. se davvero qualcuno sostiene che dopo aver guardato un episodio di Jersey Shore si sia diventati un po’ più scemi, sarei davvero curioso che mi mostrasse i dati scientifici che lo dimostrano.
il fatto è che l’altissima diffusione del media e l’assenza di filtri in accesso ha reso la TV straordinariamente appetibile dal punto di vista commerciale, soprattutto da parte del largo consumo con un mercato indifferenziato, e come veicolo di propaganda attraverso l’informazione, col risultato inevitabile di trasformarlo in un collettore di contenuti mirati al mercato del largo consumo e in un megafono di cattiva informazione inquinata dalle esigenze della propaganda politica.
ma la critica al media come entità maligna che ruba tempo e energie che si potrebbero dedicare ad altro è in realtà una critica a una parte di noi che non ci piace, cioè una resa. è la lamentela del tossico che attribuisce la colpa del suo stato alla droga. non è il contenuto che ipnotizza la persona, ma la persona che sedendosi davanti al televisore senza progetto (cioè senza aver operato la decisione volontaria e ragionata di vedere qualcosa che ha scelto) decide in autonomia di farsi ipnotizzare da qualunque cosa passi sullo schermo. non è la TV ad essere diseducativa: siamo (semmai) noi che ci diseduchiamo se accettiamo di guardare qualunque cosa, anche quelle che non ci interessano o non sono adatte a noi.
sulla libertà delle altre persone di guardare contenuti che noi consideriamo di bassa qualità, sul (presunto) effetto diseducativo che tali contenuti fanno sulla società, sul dovere delle emittenti di trasmettere contenuti educativi, sull’effetto di Mediaset sull’Italia degli ultimi 30 anni non mi pronuncio perché è sono temi davvero troppo ampi.
mi resta però ancora da capire perché alcuni media siano di per sé buoni e altri cattivi. se la TV è passiva, i libri non sono meno passivi della televisione. se la TV ha contenuti di cattiva qualità, non è che su Internet siano solo di sonetti di Shakespeare (e per fortuna). quello che fa la differenza sono le scelte che operiamo noi nell’utilizzare il media. e qui sta la diferenza tra la Rete e la TV: la maggior parte dei contenuti sugli altri media sono utilizzabili quando decidiamo noi (un libro lo prendi in mano quando vuoi, Internet è on demand e ti permette di farti il palinsesto) mentre la TV (e la radio) di per sé costringe a vedere cosa passa in quel momento. questa è l’unica differenza di valore che vedo tra i due media (e per cui esistono, fortunatamente, dei rimedi tecnologici).
con queste premesse, se “non guardo la TV” – in particolare se intesa come “tutti i contenuti prodotti e trasmessi in televisione” – è una dichiarazione di intenti, mi chiedo quale sia, questa dichiarazione: “desidero limitare volontariamente la scelta di contenuti a mia disposizione”?
c’è una cosa che mi colpisce nel dibattito sulla strage di Utøya in cui uno sciroccato totale di nome Anders Behring Breivik ha fatto fuori a sangue freddo 69 teenager in nome della difesa della razza ariana, di un presunto ordine dei cavalieri templari e di un sacco di altre minchiate frutto di una probabile schizofrenia paranoide. mi colpisce che ci si stia seriamente chiedendo se la massima pena prevista dall’ordinamento norvegese per strage sia sufficiente per la gravità del reato.
il codice penale norvegese prevede una pena massima di 21 anni di carcere. per quanto la strage in questione sia stata particolarmente odiosa, schockante, difficile persino da accettare, cosa fa sì che riguardo a Breivik si possa pensare di derogare dall’ordinamento giuridico di un paese?
uccidere molte persone è più grave che ucciderne poche? quante sono “molte”?
uccidere persone per motivi razziali o ideologici è di per sé, davanti alla legge, più grave che ucciderle per altri motivi?
e se lo è, in base a quale principio non è sufficiente il massimo della pena? cosa ci fa pensare che per Breivik non valga il principio in base al quale la pena deve essere rieducativa? gli psichiatri non sono nemmeno d’accordo sulla sua salute mentale: chi l’ha stabilito che sia irrecuperabile? e se è irrecuperabile, perché per lui non deve essere riservato il trattamento riservato a tutti gli altri malati irrecuperabili? in che modo 40 anni di carcere sono meglio di 21? cosa dovrebbe succedere negli altri 19? nel doppio del tempo Breivik dovrebbe diventare più recuperabile? in base a quale dato scientifico o ragionamento razionale?
la Norvegia è probabilmente uno dei paesi più civili, moderni e razionali del mondo, è il paese che ha insignito del Nobel per la pace Amnesty International, l’ONU, Madre Teresa e il Dalai Lama, tutti soggetti che hanno lottato attivamente contro la pena di morte.
la Dichiarazione universale dei diritti umani, carta dei princìpi su cui si basano le Costituzioni dei paesi più civili del mondo e su cui credo nessun cittadino norvegese in buona salute mentale abbia da ridire, all’articolo 3 stabilisce che “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona“.
quali sono le basi giuridiche, etiche e persino razionali che danno modo di pensare che solo nel caso di Breivik non valga tutto ciò che è stato stabilito per il resto della popolazione? come la mettiamo con l’articolo 7 della Dichiarazione universale, in base al quale “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, a un’eguale tutela da parte della legge“?
perché alla fine sta qui, mi pare, il punto più pericoloso: al di là del fatto che per un tale orrore 21 anni possano essere pochi per il sentire comune, derogare dai principi del codice penale norvegese significa in qualche modo metetre in discussione i princìpi espressi nella Dichiarazione dei diritti umani, quindi le basi stesse della convivenza civile su questo pianeta; il frutto di secoli, millenni di evoluzione, dibattito, negoziazione e sintesi delle società civili di tutto il pianeta Terra. e se ciò può avvenire in uno dei paesi che più hanno contribuito a stabilire quei diritti, ciò non può rappresentare un precedente pericoloso per tutte quelle società che ancora stanno cercando faticosamente la strada verso il pieno rispetto dei diritti umani?
non c’è il rischio che la Norvegia, per soddisfare una richiesta più emotiva che razionale, invece che dare un esempio di civiltà (come finora ha fatto, su questo caso, a partire dalle dichiarazioni del premier durante la cerimonia di commemorazione delle vittime) finisca involontariamente a fare da cattiva maestra per il resto del mondo?
non c’è il rischio che l’introduzione di una pena in deroga alla legislazione finisca per rappresentare la vittoria finale dell’odio assoluto di Breivik?
c’è sta roba del comportamento dei fluidi non newtoniani che non ti insegnano a scuola (in quelle per gente normale, almeno) e anche il TG1 si guarda bene di raccontarla. in pratica, esistono delle sostanze in natura che in stato di quiete hanno una certa viscosità, ma se viene loro applicata una forza, tipo vengono agitate, assumono una fluidità maggiore o minore. praticamente, fludificano (o addensano) agitandole. che è la ragione perché strizzando il tubetto il ketchup non esce, ma scuotendolo sì.
alcune hanno dei comportamenti davvero bizzarri.
una di queste sostenze è il ketchup, un’altra – curiosa affinità newtoniana tra condimenti – la maionese, una terza è il sangue. e se io fossi un napoletano a cui hanno menato il torrone per decenni sul miracolo di san gennaro, un po’ le palle mi girerebbero, a scoprire di essere stato truffato con tanta faccia tosta e costanza. mi girano anche se sono nato in emilia.
forse anche le persone si dividono tra newtoniane e non newtoniane. ci sono persone che tendono a restare sempre nello stesso stato, e per cambiare necessitano che sia loro impressa una certa forza dall’esterno. tendono a uno stato di quiete, richiedono sollecitazioni per evolvere.
che magari non suona lusinghiero, ma è sempre meglio dell’alternativa newtoniana, che sono le persone che non cambiano mai. quelle mi fanno un po’ paura, visto che la coerenza a tutti i costi sembra essere il presupposto del fanatismo cieco.
poi ci sono le persone che sanno cambiare senza bisogno di pressioni esterne, ma lo fanno spontaneamente, per processi evolutivi interni. ecco, quelle io le ammiro. quelle che conosco sono quasi tutte donne.
in ogni caso la capacità di cambiare è auspicabile, rende persone migliori. sia che avvenga a séguito di forze che sono applicate in modo costruttivo, che in modo distruttivo. anche se si tratta di traumi (non gravi, che poi entrano in gioco altre dinamiche poco augurabili). ma dopo una certa età le persone equilibrate dovrebbero essere in grado di migliorare, qualunque cosa succeda loro.
foto by Rodrick Bond da flickr
Un bel pezzo di ReadWriteWeb che analizza l’importanza strategica del controllo dei flussi informativi nei social media
Nel web sociale, come nel mondo fisico, chi controlla il flusso dei beni ha il vantaggio strategico.
In un pezzo che merita di essere letto, Owen Thomas di ReadWriteWeb fa una riflessione sull’importanza strategica di controllare o almeno partecipare ai flussi di contenuti nel web sociale.
Paragonandolo al controllo della distribuzione dei beni fisici, Thomas ipotizza che partecipare – se non governare – il flusso di contenuti che vengono ogni giorno prodotti e condivisi sui social network sia un asset strategico per qualunque brand social, e fa luce sulla battaglia per l’accesso alla distribuzione dei contenuti tra i colossi del web sociale.
Ciò spiega l’importanza dell’acquisizione di Tumblr da parte di Yahoo!, precedentemente tagliata fuori dai social, e le schermaglie per negare l’accesso ai contenuti o alla lista dei contatti, per esempio da parte di Twitter verso Instagram.
Una delle ragioni del successo di Instagram, secondo questa logica, sarebbe proprio la facilità di postare le immagini anche sugli altri social, guadagnando così in visibilità su piattaforme molto usate, mentre la strategia delle grandi piattaforme di pubblicazione social (Facebook, Google+) sembra essere quella di accettare contenuti in ingresso ma di limitarli in uscita.
Foursquare, al contrario, vedrebbe la maggior parte dell’attività che vi avviene a partire da app in ingresso come Instagram. Si crea così una rete di media interdipendenti dove l’essere a valle della produzione del contenuto – agire come collettore dei contenuti altrui – spesso ha forte valenza strategica; ma solo fino al punto in cui questa posizione non trasforma il network concorrente nel produttore primario di contenuti, conferendogli potere.
Come nella lotta per il controllo dei beni strategici che avviene nella geopolitica fisica (acqua, petrolio, minerali rari e preziosi, cereali) anche nel social web c’è una complessa rete di strategie, tattiche e secondi e terzi fini per il controllo dei contenuti.
Guardando la mappa si evidenziano persino situazioni che appaiono paradossali: Google+ non ha nessun canale in uscita e solo YouTube in ingresso, a causa della scelta di Google di considerare la condivisione diretta di contenuti provenienti da altri media come “social spam”, scelta che con tutta probabilità ne sta danneggiando seriamente l’adozione. Al contrario Facebook, che problemi di adozione non ne ha, accetta contenuti da tutti ma esce solo nei confronti di Twitter.
Per avere un quadro chiaro di chi condivide cosa e con chi, RWW ha prodotto questa bella mappa in stile subway che evidenzia i flussi dei contenuti tra social media e le loro direzioni.
Quali sono gli effetti delle policy di condivisione sul successo e le caratteristiche dei vari media? Quali altre riflessioni si possono fare a partire da questa mappa?
L'articolo C’è una guerra tra Social Media per il controllo dei contenuti? sembra essere il primo su Ambito5 - Social Business Ideas.
La società israeliana di mappe collaborative Waze è stata acquisita da Google.
Ecco il perché dell’acquisizione di Waze, e cosa potremmo aspettarci in futuro dalla collaborazione.
Waze è una start-up israeliana che produce un software collaborativo di mappatura del traffico stradale. Grazie all’app di Waze per iOS e per Android è possibile verificare in ogni momento le condizioni del traffico nel tratto stradale che stiamo per affrontare.
Ogggi i servizi di segnalazione del traffico stradale – quelli, per dire, usati dalle radio e dai software dei GPS – si basano su una centrale operativa che raccoglie, aggrega e coordina informazioni provenienti da diverse fonti (in italia è il famoso CCISS Viaggiare Informati che, come sentiamo dire alla radio, “lavora in collaborazione con ACI, ANAS, Società Autostrade, Carabinieri, Polizia e Aiscat”).
I servizi centralizzati però hanno l’inconveniente del ritardo tra il momento in cui l’incidente si verifica e quello in cui l’informazione raggiunge la centrale informativa. Capita spesso che l’allarme non arrivi tempestivamente, o permanga oltre la risoluzione del problema.
Waze bypassa questi colli di bottiglia informativi raccogliendo le info direttamente dagli automobilisti che in crowdsourcing, senza bisogno di ulteriore filtro o lavorazione, aggiornano in tempo reale la mappa del traffico. E’ immediatamente evidente il vantaggio di questo sistema per Google, gestore del sistema di mappe più diffuso al mondo, e che ha nelle sue mappe un layer (attivabile) di informazioni sul traffico che è già piuttosto efficiente.
Ma ci sono altri vantaggi futuri per Google: prima di tutto l’integrazione con Gmaps sui Google Glasses, che grazie a Waze potranno evidenziare visivamente, in rosso e in sovraimpressione, quali strade ci portano verso un ingorgo e quali (in verde) no. A quel punto guidare con i Google Glasses significherà seguire “la linea verde”. E le informazioni visive e aggiornate in tempo reale sul trafffico dovrebbero aiutare non solo il singolo automobilista ad arrivare prima, ma la città a razionalizzare il traffico.
Ancora più avanti e ancora più significativamente, è logico pensare che Gmaps+Waze sarà integrato nel sistema di navigazione della Google Car, l’automobile “automatica” di Google che grazie a un sistema di sensori viaggia senza bisogno di conducente, ed è già regolarmente funzionante su alcune strade californiane.
Viaggiare, nella visione futurista e positivista di Google, diventerà un momento di relax sui sedili posteriori mentre la nostra auto si occupa di portarci a destinazione nel modo più sicuro e veloce possibile, grazie anche alle informazioni del traffico in crowdsourcing. Non è un futuro lontano, almeno in California.
L'articolo Google acquisisce Waze: ecco il nostro futuro di automobilisti. sembra essere il primo su Ambito5 - Social Business Ideas.
Ericsson ha pubblicato il suo primo Mobility Report del 2013: un’analisi dello stato della connessione in mobilità a livello globale.
Numero persone connesse, copertura, utilizzo, roaming, dati e voce: tutte le statistiche di un mondo che conversa ma soprattutto si connette sullo smartphone.
Il Mobility Report quadrimestrale di Ericsson riguardante l’utilizzo dello smartphone e delle reti mobili nel mondo raccoglie una quantità di dati e statistiche sufficienti a farsi un’immagine precisa della situazione del mobile al momento attuale. Con anche alcune sorprese.
I dati globali ci raccontano che il numero di contratti di telefonia mobile è cresciuto dell’8% rispetto allo stesso periodo del 2012, arrivando all’impressionante numero di 6,4 miliardi su una stima di 7,12 miliardi di abitanti, ma nello stesso periodo il numero di contratti dati è aumentato del 45%. Un cellulare su due tra quelli venduti nel primo quarter dell’anno in corso è uno smartphone.
L’aumento di smartphone ha fatto raddoppiare il traffico dati dal 2012 a oggi (ci sono al mondo 1,7 miliardi di contratti broadband) ma la cosa interessante è che l’aumento non è uniforme: crescono moltissimo i nuovi contratti in Asia e in Africa (+ 27-30%), moderatamente in India, Europa Centro-orientale, America Latina e Medio oriente (+8-13%) ma la crescita è molto contenuta in Nord America e Europa Occidentale, mercati ormai presumibilmente saturi.
I dati più interessanti quindi sono il rallentamento della crescita del numero di utenze nei paesi avanzati rispetto a quelli in via di sviluppo, e l’impressionante aumento dei contratti dati (broadband) rispetto alla sostanziale invarianza dei contratti solo voce e del traffico relativo.
Il video è il tipo di traffico che occupa la maggior parte della banda utilizzata dagli smartphone e mobile PC: gli utenti iscritti a servizi di musica e/o video hanno un consumo dati medio che eccede i 2GB/mese (il quadruplo rispetto all’utente che non utilizza quei servizi), ed è previsto in crescita del 50-60% anno su anno da qui al 2018. Navigazione e social networking consumano insieme solo il 25% del totale dati consumati, in calo al 20% da qui al 2018.
La crescita di contratti per tablet e mobile PC sembra andare di pari passo con quella degli smartphone, pur rappresentando solo una frazione dei contratti venduti.
Il report, disponibile qui (PDF, 2MB) è dettagliatissimo e contiene grandi quantità di dati relativi a tutti gli aspetti della navigazione in mobilità: vale davvero la pena di dargli un’occhiata per farsi un quadro preciso dell’utilizzo degli smartphone oggi.
L'articolo Ericsson Mobility Report: il polso della società connessa in mobilità sembra essere il primo su Ambito5 - Social Business Ideas.
Alcuni consigli per imparare a usare Vine, l’Instagram video di Twitter.
Vine consente di comporre brevissimi video (6 secondi) e pubblicarli in stile Instagram: ecco come usarlo.
Iniziare a usare un nuovo strumento è sempre difficile, soprattutto se si basa su un media con cui non abbiamo familiarità. Vine è un’applicazione che prende il concept di Twitter e lo trasla sul video, consentendo di girare con lo smartphone video della durata di 6 secondi e condividerli con la propria rete sociale.
In altre parole, Vine è un Instagram a tre dimensioni dove la terza è il tempo. Quello che distingue Vine dal semplice video da smartphone sono proprio la durata brevissima – che, come Twitter, costringe a cercare di essere rilevanti o almeno sintetici – e la possibilità di fermare e riprendere la registrazione, consentendo montaggio e stop motion.
Un nuovo linguaggio video, quindi, per un nuovo paradigma di comunicazione, che consente di produrre “cortissimometraggi” divertenti, interessanti, ma anche di valore artistico: non c’è dubbio che Vine sarà sempre più usato nel mix di media e strumenti delle campagne di comunicazione.
La versatilità di Vine è dimostrata da coloro che si sono già misurati col media, producendo un range di risultati di un’ampiezza sorprendente, dal comico fino all’arte concettuale. Eccone una selezione, da mashable:
Meagan Cignoli usa Vine per la decorazione d’interni.
Charlie Love usa il loop per creare un video infinito.
La panoramica a 360° di Ian Padgham, con anche il trucco per realizzarla (in soli 6′!)
Vine è perfetto per i tutorial: ecco lo stencil in 6′ da Michelle McDevitt
Usando solo l’audio di Vine si possono creare loop interessanti, come fa Ry Doon
Lo stop motion per il food blogger da Ali H e Jethro Ames.
Integrare video e disegno funziona benissimo: lo dimostra Pinot.
Giocare con stop motion e prospettiva (ancora Jethro Ames)
E Jack Dorsey, fondatore di Twitter e Vine, che per dimostrare la versatilità dello strumento forse ha esagerato.
Naturalmente tutto ciò è impossibile senza un treppiede per smartphone. Si trovano facilmente nei siti di shopping, tra i 10 e i 30 euro.
L'articolo 8 idee per cominciare a usare Vine, ora anche per Android sembra essere il primo su Ambito5 - Social Business Ideas.
I nuovi device sono in grado di comprendere i comandi vocali, trascrivere il parlato e eseguire ordini anche complessi.
Come cambieranno le nostre abitudini quando gli apparecchi che ci circondano saranno in grado di ascoltare e interpretare i nostri discorsi, e anticipare i nostri bisogni?
Alcune funzioni davvero innovative stanno sempre più spesso comparendo negli smartphone, nelle console di videogioco, persino nei televisori. Grazie al miglioramento delle tecnologie e degli algoritmi, i computer imparano a interpretare sempre meglio la voce umana, e a esprimersi imitandola.
Riconoscimento vocale, trascrizione automatica della dettatura e sintesi vocale sono i tre pilastri su cui si basa l’innovazione dell’interazione vocale tra uomo e macchina. Queste feature consentiranno ai computer di prevedere sempre meglio cosa ci aspettiamo da loro.
Smartphone, console di videogaming, televisori intelligenti (persino, presto, occhiali connessi), oltre naturalmente ai computer, sono oggi in grado di ascoltare continuamente le conversazioni che avvengono nello spazio circostante in attesa di ordini vocali (“mostra la TV”, “inizia una partita”, “fai partire il dvd”).
Google Now, Siri, Glass, Xbox: si tratta di tecnologie che sono presenti in prodotti già commercializzati, e i cui sviluppi futuri lasciano immaginare, senza nemmeno troppi voli di fantasia, una situazione in cui gli smartphone che portiamo sempre con noi – o i device nei nostri salotti – ascoltino attivamente le conversazioni a cui partecipiamo e propongano soluzioni o informazioni utili a integrarle.
Immaginiamo di essere a cena con amici e che qualcuno chieda “come si intitolava quel film sulla vita di Andreotti?”: già oggi uno smartphone, sfruttando tecnologie esistenti, sarebbe tecnicamente in grado di comprendere la domanda e proporre la risposta ottenuta attraverso una ricerca sull’IMDB. Questa feature si può naturalmente estendere a una serie di desideri e bisogni umani attivabili da un salotto connesso in rete: da scegliere un film che è piaciuto ai miei amici, scoprire che è uscito l’ultimo episodio di una serie TV che sto seguendo, o attivare il sottofondo musicale di un particolare mood, fino a ordinare le pizze o il sushi.
Sono, va detto, promesse che la domotica fa da anni senza mai mantenerle (e senza riscontrare un interesse reale nel mercato) ma oggi la tecnologia consente effettivamente di realizzarle.
E se pensandoci dovessimo trovare poco rasserenante la prospettiva di tenere un microfono attivo in casa, basta ricordare che ci siamo già abituati a cose inquietanti in passato: in teoria qualunque telefono cellulare è già un microfono di sorveglianza. In questo caso il dubbio concreto che può presentarsi è di fiducia: fiducia che il gestore del device non usi in modo poco corretto i dati che gli arrivano dall’apparecchio
L'articolo Macchine che ci ascoltano e prevedono i nostri bisogni: il futuro dell’anticipatory computing sembra essere il primo su Ambito5 - Social Business Ideas.
GlobalWebIndex ha pubblicato il suo primo report di quest’anno sullo stato dei social media, riguardante il primo quadrimestre del 2013.
Facebook si dimostra ancora una volta il leader italiano ed europeo, mentre Twitter è il social network che cresce più rapidamente nel mondo.
Il report di GlobalWebIndex sullo stato dei social media si basa su rilevazioni su base quadrimestrale, effettuate attraverso sondaggi su un campione rappresentativo di di 1000 intervistati.
Di seguito i principali dati su utilizzo, crescita e fasce d’età. Un riassunto più ampio del report si può leggere qui.
Facebook
Come prevedibile, Facebook rimane il social leader in assoluto in Italia e nel mondo, con oltre 16 milioni di utenti attivi mensili in italia (e oltre 1,1 miliardi nel mondo).
Facebook è anche il social media che cresce più rapidamente in Europa (+47% rispetto al secondo quadrimestre del 2012). L’Italia vanta il record europeo di penetrazione di utenti attivi: 7 su 10.
L’accesso su dispositivi mobili è aumentato di oltre il 28%. La crescita del mobile in Europa appare notevole finché non la si paragona ai paesi in via di sviluppo: Cina, India, Indonesia e Brasile contribuiscono alla crescita mondiale della penetrazione mobile con tassi oltre il +60% in un anno.
Tra le fasce di età crescono i giovanissimi: l’82% dei ragazzi tra 18 e 24 anni che hanno accesso a Internet sono oggi utenti attivi di Facebook (in crescita del 41%). Nella fascia degli over 55 il tasso di crescita è del 35%. E’ interessante notare che più di un utente connesso over 55 su due ha un account attivo su Facebook.
In generale il dato più rilevante, e tendenza sui social più usati, è che sta calando la differenza tra utenti attivi e passivi, che su Facebook passa dal 35% di un anno fa al 12% attuale.
Twitter
Se Facebook cresce più di tutti in Europa, nel mondo è Twitter che ha la crescita più rapida: +44% nel mondo, e negli USA un impressionante +114%.
In Italia la base attiva di Twitter cresce del 60% rispetto al primo quadrimestre del 2012, stabilizzandosi intorno al 18% dell’utenza internet attiva totale.
Anche su Twitter verifichiamo il fenomeno della diminuzione della differenza tra utenti attivi e passivi, anche se il numero degli account creati è rimasto sostanzialmente invariato nell’ultimo anno (+3%). L’aumento della base di utenti attivi è un segno di vitalità dei social media a livello locale e globale.
Pinterest
La base utenti di Pinterest si aggira intorno al 7% degli utenti internet mondiali (circa 95 milioni). Pinterest è usato attivamente dal 15% degli utenti USA, circa il 46% dell’utenza attiva mondiale, ma in Italia non supera il 2% di base attiva e il 7% di account creati.
Pinterest resta quindi un social network di nicchia, anche considerando che globalmente le donne sono praticamente il doppio rispetto agli uomini, (ancora più in Italia dove le donne attive su Pinterest sono ora due su tre).
L'articolo Facebook, Twitter e Pinterest: come crescono in Italia e nel mondo sembra essere il primo su Ambito5 - Social Business Ideas.
Nel giro di pochi mesi l’offerta di musica in streaming è aumentata in modo notevole: quale servizio di musica online scegliere tra quelli offerti?
Spotify, Grooveshark, Google Music, Amazon e iTunes: i nuovi servizi di streaming e storage per accedere alla nostra musica dovunque ci troviamo.
Qualche mese fa l’annuncio che il servizio di streaming Spotify avrebbe aperto le porte della sua libreria di MP3 online anche all’Italia ha scosso il mercato. Fino ad allora l’Italia era rimasta fuori da servizi di streaming musicale: Spotify, Pandora, Google Music, per varie ragioni, tardavano a entrare nel mercato italiano.
Oggi l’aumento dell’offerta di servizi disponibili rende anche più difficile capire quale è più adatto per le proprie esigenze. Per cercare di fare il punto abbiamo preso in considerazione i 5 servizi più noti tra quelli che consentono l’ascolto di musica (spesso anche in mobilità) e lo storage della propria libreria musicale.
Le differenze si giocano sul numero di brani a catalogo, sulla qualità audio dello streaming e sulla possibilità di fare upload della propria libreria musicale, potendo così restringere l’ascolto a tutti gli album che abbiamo selezionato nel corso del tempo, alcuni dei quali potrebbero non essere disponibili sui servizi di streaming.
Spotify
Grazie alla varietà di app disponibili (praticamente per tutti i sistemi operativi desktop e mobile, il che ne garantisce l’ascolto in qualunque situazione), una libreria di 18 milioni di brani e una qualità di streaming audio a 320kbps in formato OGG, Spotify è uno dei servizi più usati al mondo pur essendo a pagamento (nella versione senza limiti e senza pubblicità). Il costo del servizio è di 5 euro/mese per streaming solo desktop, e 10 euro/mese per avere anche la versione mobile.
Grooveshark
E’ il gemello free di Spotify. Le differenze principali sono che dove Spotify ha stretto accordi con i distributori a livello locale, Grooveshark opera indipendentemente dal mercato di utilizzo quindi in una zona un po’ più grigia, il che potrebbe non garantirne la permanenza in caso di cause legali. Per il resto ha una libreria di musica ampia e gratuita e a differenza di Spotify consente di fare upload della propria musica sui suoi server (fino a 5.000 brani) per poi ascoltarla in streaming. La versione mobile (Android e iOS) è disponibile pagando un canone mensile di 9$, canone che dà diritto anche all’upload illimitato di brani.
Google Play Music
Disponibile per ora solo negli USA ma in arrivo presto anche in Italia, Google Music consente di accedere alla libreria di brani online di Google (il numero di brani non è noto, si tratta comunque di molti milioni) ma anche fare upload gratuito della propria musica fino a 20.000 brani (sostituendoli gratuitamente con la versione ad alta qualità). Un fee mensile (10$) consente di avere streaming illimitato desktop e ,mobile. Google Music si basa sulla robusta infrastruttura di server di Google e riproduce i brani in alta qualità, a 320kbps MP3. La web app è compatibile con tutti i browser mentre l’applicazione mobile per ora esiste solo in versione Android, dove l’integrazione col sistema operativo è notevole. Si può anche acquistare: il Google Play Music store propone gli mp3 al prezzo di 79 centesimi.
Amazon
Non tutti sanno che Amazon oltre a vendere MP3 dispone di un servizio di streaming musicale sia su desktop che mobile con un catalogo prevedibilmente ampio (20 milioni di brani). Grazie alla notevole infrastruttura di Amazon, il servizio consente l’upload a pagamento di ben 250.000 brani, purché, a differenza di Google Music, essi siano già presenti nella libreria di Amazon. La qualità di streaming, su web app e con applicazioni per tutti i sistemi mobile tranne Windows, è di 256kbps MP3, il costo annuo del servizio è di 25$ (gratuitamente è possibile fare upload di soli 250 brani).
iTunes
A differenza degli altri, iTunes è un software per cui Apple non fornisce un servizio di streaming on demand ma principalmente di download e storage: con iTunes in the Cloud – 5 GB free, spazio ulteriore da 20 a 100$/anno – i propri contenuti possono essere riprodotti in streaming. Si può fare upload sui server Apple della propria libreria locale fino a 25.000 brani e acquistare album o singoli brani (di solito a 99 centesimi) nel catalogo di oltre 26 milioni di titoli. La qualità di ascolto in locale è di 256kbps in formato AAC, e ovviamente l’integrazione tra libreria, device Apple e sistema operativo è perfetta.
In conclusione: se ascolto solo in locale ma ci tengo a preservare la mia ampia libreria di mp3 accumulata negli anni, le scelte sono Amazon, Google Music e iTunes. Se voglio ascoltarli in streaming anche in mobilità, Google Music o Amazon (Google se la mia musica è particolarmente strana/indipendente). Se voglio solo l’ampiezza di catalogo senza fare upload della mia musica, Spotify, Grooveshark o Google Music. Se quello che mi interessa è la qualità di riproduzione, Google Music o Spotify. Tutto considerato Grooveshark sembra essere il sistema che offre la maggiore flessibilità a costi più contenuti, se non addirittura a costo zero.
L'articolo Spotify o Grooveshark? Google Music, Amazon o iTunes? Che servizio musicale usare? sembra essere il primo su Ambito5 - Social Business Ideas.
Il nuovo restyling di interfacce e di grafica di Google+ ci lascia uno strumento più usabile, comprensibile e gradevole di prima.
Razionalizzazione dei tool di messaggistica, layout multicolonna, immagini di grandi dimensioni, editing delle foto nel browser, introduzione degli hashtag per esplorare contenuti simili.
La novità più apprezzata del restyling completo della piattaforma di social networking di Google sta probabilmente nella razionalizzazione degli strumenti di messaggistica disponibili. Google Talk, Google+ Messenger, Google Hangout e Google Voice (solo USA) vengono finalmente raccolti sotto un’unica piattaforma di chat e messaggistica, che raccoglie le feature di tutti gli strumenti sotto la denominazione Hangout.
Un solo strumento, desktop e mobile, per fare tutto: chattare, scambiarsi foto e contenuti multimedia, fare confcall in voce e in video fino a dieci partecipanti. Ora Hangout è uno strumento di messaggistica che – al di là del tradizionale plus di archiviazione automatica e ricercabilità delle conversazioni di hangout nell’archivio di Gmail - offre più funzioni di tutte le alre piattaforme (compresi What’sapp, Viber e simili, nessuno dei quali consente la videochat multiuser).
Il resto delle modifiche a Google+ rientra in due categorie: di interfaccia/estetiche, e di funzionalità.
Tra le modifiche di interfaccia, oltre a un nuovo look in flat design ancora più minimal e stiloso, il nuovo layout multicolonna a scomparsa sulla sinistra consente l’accesso alle sezioni principali senza l’ingombro in pagina, e propone una home a due colonne con la possibilità di ridurla a uno stream a colonna singola.
Le foto sono ancora più grandi (l’enorme header, tipico di G+, è di 2120 x 1192 pixel). I contenuti delle cerchie sono immediatamente accessibili in navigazione orizzontale sopra la finestra principale.
Sono state introdotte nuove animazioni e nuove funzioni di elaborazione delle immagini che consentono il phtoediting (automatico o manuale) direttamente al momento dell’upload. A disposizione per le foto uno spazio disco illimitato se si usano le dimensioni standard di 2048px, e ben 15GB di spazio se si scatta ad alta definizione (prima erano 5GB).
L’introduzione degli hashtag (inseriti manualmente al momento della scrittura del post, oppure assegnati automaticamente dal software) permette di navigare i contenuti – anche quelli pubblici di persone fuori dalla nostra rete sociale – per tema, come da tempo avviene su Twitter, e come sta per avvenire su Facebook.
I singoli contenuti di Google+, quelli che abitualmente definiamo “post” – oggi prendono la forma di una card, che se contiene un hashtag può essere girata in animazione per rivelare ulteriori contenuti rilevanti, ed è particolarmente adatta come formato alla visualizzazione sulle piattaforme mobili.
La nuova versione di Hangout è disponibile sul Play Store per Android e sull’App Store per iOS.
L'articolo Il nuovo Google+ e il nuovo Hangout: un restyling di rilievo sembra essere il primo su Ambito5 - Social Business Ideas.
Come già anticipato nel precedente post, ieri sera Microsoft ha presentato la nuova Xbox, “Xbox One”, così chiamata perché punta a diventare l’unico centro di intrattenimento domestico presente nei salotti di tutte le case. In concomitanza con l’annuncio del nome, avvenuto nei primi minuti della conferenza, è stato registrato il principale picco: 195 tweet nell’arco di 5 minuti, pari ad una media di 39 tweet al minuto.
Tuttavia, la scelta del nome non ha trovato tutti d’accordo. Su Twitter alcuni utenti hanno infatti schernito il colosso di Albuquerque, definendo spesso come inappropriato il nome dato, appunto, alla terza generazione di console.
L’evento, visibile in streaming, ha acceso la twittersfera italiana: 458 utenti unici hanno commentato l’evento generando 1.559 tweet, una reach di 591.757 e 2.329.576 impressions, per una media di 22,2 tweet al minuto.
La tag cloud ci aiuta a capire anche quali siano stati i principali argomenti trattati. Termini come RAM o Kinect ci indirizzano nella sezione dedicata alla hardware, esattamente come era successo durante la presentazione della PS4. Differente invece la scelta optata da Nintendo, che ha prediletto incentrare la presentazione sulla parte relativa al software.
I valori, apparentemente non elevati in termini assoluti, assumono ben altra rilevanza se confrontati con le passate dirette di Sony e Nintendo: la media tweet al minuto si è infatti fermata rispettivamente a 12,2 e 2,76.
A portare un ulteriore vantaggio a favore di Microsoft è soprattutto la durata della conferenza.
I dati estratti fanno infatti riferimento ad un lasso temporale pari ad un’ora e dieci minuti (dalle 19.00 alle 20.10), ovvero il tempo della conferenza.
I dati relativi a Nintendo e Sony invece, si basano su un arco temporale pari a due ore, poiché le due conferenze sono durate circa il doppio rispetto a quella offerta da Microsoft.
Va comunque tenuto conto che in Italia erano appunto le 19.00 quando è stata presentata Xbox One, mentre era circa mezzanotte quando è stata presentata la PS4.
Altri argomenti che hanno attirato l’attenzione degli spettatori sono stati l’annuncio della serie TV di Halo (titolo di punta di Xbox), prodotta da Spielberg, e la presentazione di Call of Duty: Ghots, che ha monopolizzato gli ultimi 15 minuti della diretta.
Le medie tweet, sempre comprese in un arco di 5 minuti, sono state rispettivamente di 30,8 e di 24.
Differentemente dalle nostre aspettative, ha invece riscosso minor successo l’annuncio di EA Sports del nuovo motore grafico che sarà alla base di Fifa 14, NBA Live 14, Madden NFL 14 e di Forza Motorsport 5, gioco di simulazione di guida disponibile in esclusiva per la console di Microsoft.
L’andamento temporale ne è il diretto esempio: si nota il picco iniziale, a cui segue una leggera descrescita fino ad arrivare al secondo picco, minore rispetto al primo, in occasione delle presentazioni prima di Halo e poi di Call of Duty: Ghost.
La tag cloud dimostra quanto detto fino ad ora, evidenziando principalmente termini come Spielberg, Halo, Serie, Call of Duty: Ghosts e Forza.
Infine, termini come PS4 e Sony mettono in evidenza i paragoni fatti dagli utenti tra Xbox One e il principale competitor, Play Station.
L'articolo XBOX One: analisi del lancio della nuova console Microsoft su Twitter sembra essere il primo su Ambito5 - Social Business Ideas.
Dal momento dell’avvento di Marissa Mayer come CEO di Yahoo con l’obiettivo di rilanciare il brand è stato chiaro che i prodotti di casa sarebbero stati pesantemente rivisti, presumibilmente in ottica social: lo dimostra il recente restyling di flickr.
Oltre a ciò sta facendo molto discutere l’acquisizione di tumblr da parte di Yahoo, per quanto già prevista in passato, che è vista con sospetto dai fan del sistema di microblogging.
Tumblr è solo tecnicamente un sistema di blog, in realtà le sue caratteristiche di social networking, ben visibili in una dashboard centrale che mostra a nastro tutti i contenuti postati dalla nostra rete sociale, rende tumblr una community almeno tanto quanto è uno strumento di pubblicazione.
Inoltre tumblr ha la caratteristica di essere rimasto praticamente l’unico sistema di pubblicazione e networking evoluto, globale e di grande visibilità, a non operare una censura di qualche tipo sui contenuti degli utenti. Tutti gli altri social network nel corso del tempo si sono dotati di policy piuttosto rigide di moderazione – se non di divieto diretto – dei contenuti per adulti, principalmente dovute ai rischi legali relativi alla pubblicazione di foto di minori.
Tumblr non ha mai esercitato un controllo stringente sui contenuti, limitandosi nei fatti a rimettersi principalmente ai livelli di privacy dei blog e alla responsabilità di chi posta. Oltre un blog su 10 ospitato da tumblr ha contenuti per adulti, e il 17% del traffico avviene su blog erotici o hardcore: per Yahoo ci sono serie complicazioni legali al riguardo.
Ora è difficile pensare che Yahoo non sia costretta dal suo ufficio legale a imporre un controllo più stringente sui contenuti, il che sarebbe visto come un’ingerenza difficilmente tollerabile da parte di un pubblico molto affezionato e altrettanto sensibile alla propria libertà di espressione.
Inoltre c’è il fattore emotivo: i fan di ambienti che hanno forti connotazioni di indipendenza, stile e qualità (delle interfacce, dei contenuti, della lifestyle a cui fanno riferimento) amano poco essere associati a grandi brand generalisti, considerati stilisticamente un po’ volgari, come i classici portali.
Anche l’acquisizione di flickr, che passò a Yahoo nel 2005 , fu vista con perplessità se non aperta ostilità dalla community, e suscitò critiche riguardo alle scelte di gestione dei contenuti per adulti.
Il restyling attuale di Flickr fa discutere per alcune scelte di user interface che paiono ispirate a Instagram, il social network fotografico attualmente di maggior successo, col rischio di sacrificare – anche se solo sul photostream personale – la predominanza e centralità della singola immagine di qualità in favore di un mosaico più social e forse meno professionale.
L'articolo Yahoo acquisisce tumblr e rifà flickr: le reazioni di chi li usa sembra essere il primo su Ambito5 - Social Business Ideas.
Social Media strategy design, Social media communication and management with particular attention to Community, collaborative and cooperative issues, Crowdsourcing.
Internet content design and management (Web and below).
Community software design, website and software usability analysis, User Experience design.
Freelance teacher, corporate training (Web content community and cooperative Internet tools and issues).
Blogger.
Content strategy, Social Media communication, Content design, Blogging,
Social media strategist and consultant, Community and website design, Web and newsletter content/copywriting, community management. Social media communication & Marketing. Digital PR.
User experience, user interface, human-machine interaction design.
Germany, Austria, East Europe and Scandinavia group incoming
Reception, Sport groups incoming, Individual incoming allotment
East Europe and Scandinavia sales and marketing