multifaceted abnormal
quando parlo della mia fascinazione per il fenomeno culturale degli zombie, noto spesso perplessità nei miei interlocutori. sono e resto convinto che il cinema zombie non abbia il riconoscimento che merita: si tende a considerarlo cinema horror di scarsa qualità (a volte lo è), a basso budget (spesso lo è) e in generale non degno di attenzione rispetto al cinema più autoriale e legato a temi apparentemente più vicini alla nostra realtà.
a una prima lettura probabilmente è così, ma è un’analisi che non tiene conto della stratificazione simbolica e di significati che lo zombie ha nella nostra cultura; in altre parole, il cinema e la letteratura zombie parlano di molto più che un evento improbabile come un’epidemia virale che uccide e resuscita gli umani generando caos e distruzione. il cinema zombie non è horror e non è fantascienza perché parla prima di tutto di noi, delle nostre paure e del modo in cui abbiamo interiorizzato la società dei consumi.
nel cinema sci-fi degli anni 50 e 60 la minaccia era esterna e spesso usata per scopi di propaganda politica: gli Ultracorpi di Don Siegel, gli alieni del Giorno dei Trifidi o la Guerra dei Mondi, la Cosa da un Altro Mondo di Christian Nyby e Howard Hawks sono una metafora, volontaria o involontaria che sia, della spersonalizzazione nelle società comuniste, della disumanizzazione dei regimi del socialismo reale, delle masse senza volto cinesi, cambogiane, nordcoreane.
il Nemico è inequivocabilmente esogeno, proveniente dallo spazio (“esterno”, guarda caso), facilmente identificabile come altro da sé. inequivocabilmente Altro e in alcun modo paragonabile a Noi. il paradigma della minaccia esterna regge (e continua a funzionare) nella fantascienza fino alla saga di Alien e ancora ai giorni nostri (Cloverfield).
nel 1968 però (e l’anno forse non è del tutto casuale) George Romero scrive e autoproduce, con poco più di 100.000 dollari, la Notte dei Morti Viventi, e dà una spallata al pensiero unico del Nemico Esterno interiorizzando la minaccia, portando al centro le dinamiche sociali dell’infezione e della diffusione tra umani: ora il nemico è interno, ed è umano. nel cinema zombie il virus non viene dallo spazio: è una mutazione di virus terrestri, o creato in laboratorio dall’esercito o da una multinazionale.
questo particolare cambia tutto: ora il nemico siamo noi.
non è forse un caso che tre anni più tardi Walt Kelly, autore del fumetto Pogo, disegni una striscia in cui il protagonista, osservando una foresta trasformata in discarica, pronuncia la frase “abbiamo visto il nemico e siamo noi“. c’è il Vietnam, l’escalation nucleare, la protesta nelle strade con la polizia che uccide gli studenti, all’orizzonte c’è il grande tradimento di Nixon. i cittadini, narcotizzati fino a quel momento dal pensiero unico del sogno americano in base a cui nulla di male ti può accadere se fai il tuo dovere e rispetti l’autorità, hanno perso l’innocenza, cominciano a fare autocritica.
dice Romero:
Night of the Living Dead started with anger, really. We were all 1960s guys who were all pissed off that peace and love hadn’t quite worked the way we hoped.
l’immaginario zombie appare da subito a Romero, figlio di un cubano e una lituana e particolarmente sensibile ai temi politici e sociali, adeguato a rappresentare l’orrore del nuovo ordine americano: i film successivi della serie contengono spesso critiche a qualche aspetto della società capitalista e consumista, fino a Land of the Dead, che è un film che non mi sembra eccessivo definire socialista.
la critica forse più riuscita è quella alla società dei consumi espressa in Dawn of the Dead (in Italia intitolato Zombi), in cui un gruppo di sopravvissuti riesce ad asserragliarsi in un supermercato. il film contiene alcune delle battute più memorabili della serie, tra cui “Quando i morti camminano bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra“.
in una scena memorabile si vedono i fuggitivi regredire all’infanzia afferrando tutto quello che trovano, con la gioia di poter avere tutto gratis, e nel dialogo che meglio esemplifica la tesi del film due personaggi dicono:
- What are they doing? Why do they come here?
– Some kind of instinct. Memory of what they used to do. This was an important place in their lives.
la società dei consumi ha vinto, e ci ha incatenati a sé persino dopo la morte.
il cinema zombie – ma questo vale anche per altri sottogeneri dell’horror – non è solo entertainment per teenager. spesso contiene riflessioni e critiche (di cui si trova eco anche nelle serie di 28 days e Resident Evil) che vanno oltre il semplice intrattenimento: è un grimaldello che alcuni autori socialmente e politicamente lucidi hanno usato per fare politica al cinema garantendo la diffusione dei loro film grazie agli aspetti spettacolari, ma sia Romero che Carpenter (in altri generi) sono tutt’altro che autori di cinema superficiale.
cinema a parte, la grandezza e il fascino del concetto va oltre l’uso politico del media zombie: sta nel fatto che lo zombie può assumere simbolicamente il ruolo di qualunque paura esistente nel nostro subconscio, e tutte le paure devono trovare una via di sfogo. dall’immigrazione alla rivoluzione, dal terremoto all’olocausto nucleare alla crisi ambientale, lo zombie outbreak rappresenta l’evento inatteso e impossibile da fronteggiare che azzera migliaia di anni di storia e spazza via l’economia reale (ricorda niente?), le gerarchie, le autorità, le religioni e le ideologie, le infrastrutture materiali su cui si basano le nostre città e quelle immateriali su cui si basa la civiltà come la conosciamo.
ma proprio grazie a questa sua capacità di fare tabula rasa, lo zombie rappresenta anche la possibilità di un nuovo inizio, una nuova frontiera, una nuova società da ricostruire.
consigliatissimo al riguardo World War Z di Max Brooks e la serie The Walking Dead, criticata per certe scelte ma filologicamente molto fedele.
in public domain, La notte dei morti viventi si può scaricare legalmente qui (in inglese)
At the exhibit’s entrance were two giant tortoises from the Galápagos Islands, the best-known inhabitants of the archipelago where Darwin did his most famous investigations. The museum had been advertising these tortoises as wonders, curiosities, and marvels. Here, among the plastic models at the museum, was the life that Darwin saw more than a century and a half ago.
One tortoise was hidden from view; the other rested in its cage, utterly still. Rebecca inspected the visible tortoise thoughtfully for a while and then said matter-of-factly, “They could have used a robot.” I was taken aback and asked what she meant. She said she thought it was a shame to bring the turtle all this way from its island home in the Pacific, when it was just going to sit there in the museum, motionless, doing nothing. Rebecca was both concerned for the imprisoned turtle and unmoved by its authenticity.
It was Thanksgiving weekend. The line was long, the crowd frozen in place. I began to talk with some of the other parents and children. My question—“Do you care that the turtle is alive?”—was a welcome diversion from the boredom of the wait. A ten-year-old girl told me that she would prefer a robot turtle because aliveness comes with aesthetic inconvenience: “Its water looks dirty. Gross.” More usually, votes for the robots echoed my daughter’s sentiment that in this setting, aliveness didn’t seem worth the trouble. A twelve-year-old girl was adamant: “For what the turtles do, you didn’t have to have the live ones.” Her father looked at her, mystified: “But the point is that they are real. That’s the whole point.”
The Darwin exhibition put authenticity front and center: on display were the actual magnifying glass that Darwin used in his travels, the very notebook in which he wrote the famous sentences that first described his theory of evolution. Yet, in the children’s reactions to the inert but alive Galápagos tortoise, the idea of the original had no place.
(Sherry Turkle, Alone Together)
è uscito (anche in italiano) il nuovo saggio di Sherry Turkle Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, in cui la ricercatrice di scienze sociali che è stata tra le prima a studiare le community e la socialità online traccia il ritratto di una società assorbita dallo strumento (cellulare, tablet) come soluzione ai propri bisogni di socialità. non l’ho ancora letto ma mi pare di capire che la tesi sia che stiamo rinunciando alla conversazione umana in favore della velocità e dell’ipersemplicità delle relazioni digitali, il che ci consente di riempire spazi “vuoti” e ci costringe a delegare le interazioni umane al digitale.
al di là dell’indiscussa competenza della Turkle, che non è in discussione, leggendo le sintesi che ne fanno i magazine (quindi, molta prudenza) il sospetto è quello di una tesi parziale, che tiene conto degli svantaggi ma sembra meno attenta al lato consapevole e ai vantaggi di questo utilizzo della tecnologia.
perché nulla ci dimostra che si tratti di una scelta subìta e non cercata. è indubbio che, se parliamo di relazioni e conversazioni, il web sia molto più ricco di possibilità e opportunità di qualunque piazza. poi è vero che a volte (spesso) queste conversazioni sono necessariamente semplificate, sintetizzate, ridotte ai minimi termini, e questo per la complessità dei ragionamenti – come per l’utilizzo della lingua – è un limite. ma davvero non è una scelta, accettare questo limite in favore della varietà umana, di reazioni e di idee, molto maggiore e più selezionata a cui ci consentono di accedere in social media? parafrasando (e ribaltando) Guzzanti: sconosciuto per strada, ma io e te, che cazzo se dovemo dì?
mi sembra – è una convizione diffusa che mi lascia sempre perplesso – che la preoccupazione per l’auto-isolamento reso necessario dall’utilizzo di interfacce totalizzanti, e soprattutto la denuncia della perdita delle interazioni umane casuali sia vista come un processo disumanizzante di cui siamo vittime, mentre sono abbastanza convinto che sia una scelta almeno in parte consapevole: l’accettazione di piccoli svantaggi per potere ottenere grandi vantaggi.
poi è vero che l’assorbimento totale della nostra attenzione da parte dei cellulari ci impedisce, o rende più difficile, vivere la città, osservarla, studiare le persone. stiamo un po’ perdendo la curiosità e l’allenamento a osservare il genere umano in azione (sempre che li si abbia mai avuti). e così la capacità di osservare la complessità di relazioni e rapporti di potere che si sviluppano continuamente, in modo fluido, al livello stradale delle attività umane. ma siamo certi che sia una limitazione del tutto subìta? siamo certi che prima lo facessimo, invece di essere assorbiti non da un cellulare ma dai nostri pensieri? e dedicarsi in solitudine ai propri pensieri ha davvero, in senso assoluto, maggior valore che condividerli con gli altri e ottenerne una conversazione?
foto: Das Fotoimaginarium
oggi ho letto l’intervista a una nota attrice che affermava:
“nelle relazioni le donne cercano sé stesse”
questo spiega tutto: se le donne nelle relazioni cercano sé stesse ma trovano me, ti credo che poi restano deluse.
la classe politica non ha esitato a celebrare il fatto che l’avvento di un media disruptive (che significa rivoluzionario, non distruttivo) come Internet abbia radicalmente mutato i rapporti tra potere e popolazione nei paesi in via di sviluppo, i cui popoli chiedono maggiore partecipazione ai processi della politica e maggiore responsabilità dei governanti nel prendere decisioni in trasparenza e negoziarle con una popolazione resa più unita e organizzata dalla forza del Network.
la nostra società vede positivamente il fatto che la Rete ci consenta maggiore partecipazione, più forza e capacità di pressione nell’orientare l’offerta di mercato delle aziende e le scelte delle istituzioni e dei fornitori di servizi.
troviamo positivo il fatto che l’avvento di Internet abbia mutato i rapporti di potere nel panorama dei media, portando maggiore trasparenza da parte degli editori, maggiore impegno e responsabilità da parte dei giornalisti, maggiori opportunità di partecipazione ai lettori e agli spettatori.
quindi perché, in un paese in cui il voto è virtualmente svuotato non solo della possibilità di partecipare alle decisioni, ma persino di ogni rappresentanza, facciamo così fatica ad accettare che l’avvento di Internet possa mutare i rapporti tra potere e cittadinanza ANCHE in una democrazia come la nostra, che come tutti i sistemi politici non possiamo non considerare sempre migliorabile? perché siamo convinti che il nostro sistema democratico rappresentativo così come è oggi debba essere immutabile, non possa essere migliorato attraverso nuove modalità partecipative, così come è sta accadendo ad altri sistemi, politici e non?
perché facciamo – non solo la nostra classe politica, ma anche noi come elettori – tanta fatica a immaginare la possibilità che un nuovo contratto sociale, basato sul dialogo e la negoziazione continua tra le amministrazioni locali e nazionali, la società civile, le comunità locali rese più unite e organizzate dalla forza del Network, consenta al nostro sistema elettorale, superato, ormai quasi feudale, di acquisire maggiore trasparenza e maggiore partecipazione alle scelte della politica da parte degli elettori? cosa ci fa pensare di avere un sistema perfetto? e non abbiamo già verificato che non lo è affatto? quali altre dimostrazioni servono?
perché la classe politica non capisce che quello che conta non sono le parole, le facce o le singole istanze portate avanti da quei movimenti, ma il fatto che rappresentano una richiesta di cambiamento concreto (anche verso direzioni piuttosto chiare) e non capisce che la sua stessa sopravvivenza dipende dal saper dare risposte a bisogni di trasparenza e partecipazione crescenti, maggioritari, resi sempre più potenti dai new media? come può pensare di esorcizzarli chiamandoli antipolitica?
perché il cambiamento in direzione della partecipazione, della possibilità di incidere di persona, è benvenuto nel mercato, nel panorama dei media, nelle altre nazioni, ma non quando viene richiesto dalla nostra società? perché assumiamo improvvisamente un atteggiamento reazionario di rigidità e rifiuto rispetto all’emersione di movimenti che, pur con metodi discutibili o poco ortodossi, chiedono quello che ogni cittadino, ognuno di noi in fondo desidera: una democrazia più vera, più partecipativa, con meno spazi per un sistema di delega in bianco che lascia l’elettore svuotato di ogni possibilità di cambiare le cose, di esprimere in prima persona le proprie opinioni, obiezioni, soluzioni?
insomma, perché quando emergono movimenti che chiedono un sistema di rappresentanza più moderno, partecipativo, trasparente e rappresentativo, siamo proprio noi i primi ad avere un rifiuto a priori, così antistorico, antimodernista, destinato a fallire?
qual è il tabù che è stato toccato? cosa sentiamo messo in pericolo?
amo i gatti per la stessa ragione per cui (quasi) tutti amano i gatti. sono molto belli, possiedono un’eleganza superiore e un’agilità che sfida le leggi della fisica, che sembra quasi non essere di questo mondo. sono creature semidivine i cui pregi spiccano rispetto alla goffaggine di noi umani maldestri, pesanti e tragicamente ancorati al suolo. troviamo nobile la loro indipendenza, l’orgoglio di comportarsi come se non dipendessero dagli umani. un distacco che è bilanciato, per contrasto, da momenti di effusioni e intimità molto intensi. sono morbidi e caldi e ti si accoccolano sulla pancia.
ho sempre avuto una forte affinità con i gatti, tanto da riuscire a farmi avvicinare anche dai più sospettosi e scontrosi, e per questo ho sempre pensato di preferirli, che fossero creature superiori ai cani, che nell’immaginario comune sono molto più rumorosi, puzzolenti, goffi e dipendenti, fisicamente e emotivamente, dai padroni umani. si dice che un cane abbia padrone ma un gatto no, e questo ci fa sembrare i gatti più nobili, più evoluti, più degni del nostro rispetto.
poi ho avuto un cane, e ho potuto verificare come i miei pregiudizi sui cani fossero, appunto, pregiudizi. un cane è capace di grande affetto incondizionato, ma non è, come pensavo, un animale servile. anche il cane richiede rispetto, solo lo manifesta diversamente. è di compagnia e lo sa essere in modo diverso dal gatto, in modo anche più attivo e più educativo per entrambi. certo, il cane richiede più sacrifici, ma come in tutte le relazioni in cui devi sacrificarti un po’ finisce che quelle relazioni valgono molto per te, proprio perché ci hai dovuto e voluto investire in tempo, fatica, affetto, disponibilità, compromessi, comprensione dell’altro.
insomma, stando con gli animali, accettandone i difetti e imparando a sacrificarti per loro impari qualcosa di molto importante, di fondamentale per la crescita. e alla fine è questo che mi ha fatto innamorare dei cani e dei gatti, ma in genere di tutti gli animali: i loro difetti, le loro debolezze così simili a quelle umane. i gatti hanno bisogno di affetto e compagnia esattamente come ogni altro essere vivente. credo di poter dire di essere diventato una persona migliore grazie al fatto di essermi preso cura di un animale.
soprattutto, l’intimità con gli animali “domestici” mi ha insegnato un affetto e un rispetto che non posso non estendere a tutti gli esseri viventi, nessuno escluso, anche quelli che a causa di una natura caratterialmente meno antropomorfa, meno comunicativa o a causa di un aspetto meno gradevole riescono meno di altri a dimostrare la loro “umanità”. che per me non è l’appartenenza alla specie homo sapiens, ma la capacità di provare piacere, e il diritto di non subire dolore per mano di altri. grazie agli animali domestici ho imparato la compassione, cioè l’identificazione con il dolore di chi è diverso, anche radicalmente diverso da me, ma è comunque un individuo con coscienza di sé, bisogni, emozioni, dolori. quindi, per me, umano. e se gli animali sono umani io voglio che abbiano almeno gli stessi diritti fondamentali che riserviamo alla specie homo sapiens.
perché quello che impari vivendo con gli animali è l’empatia per il diverso, di qualunque diversità si tratti, e fare distizioni tra vari gradi di diversità non mi è eticamente possibile: sempre più mi è chiaro che la compassione è la chiave della convivenza su questo pianeta, la base e prospettiva futura dell’unica civiltà possibile: quella inclusiva di tutti, al di là di tutte le barriere, rispettosa dei bisogni e dei diritti di tutte le diversità biologiche, culturali, estetiche e comportamentali presenti su questo pianeta.
essendo uno spettatore compulsivo di Jersey Shore per ragioni che non voglio rivelare ma nemmeno esplorare, come tutti quelli che guardano MTV mi becco dalle 3 alle 6 volte al giorno lo spot in heavy rotation di Love Match, l’innovativo e avveniristico servizio di Jamba, che per soli 5,04 Euro a settimana + traffico WAP, dopo una “precisa analisi” dei nomi di due potenziali partner, è “in grado di valutare in che modo gli interessi di entrambi i partner coincidano (…) un modo efficace per valutare se il vostro rapporto si rivelerà duraturo o semplicemente se il ragazzo della porta accanto potrebbe essere il vostro principe azzurro“.
ora io so che esistono le cartomanti e gente che ci crede, e che qualcuno è persino abbastanza sprovveduto da metterne in pratica le raccomandazioni, ma qui è un po’ diverso. qui c’è una Srl italiana (anzi tedesca, anche peggio) e uno dei principali network televisivi mondiali che in sostanza affermano di essere in grado di dirti come comportarti per aver successo nella vita sentimentale. e grazie a “sofisticati algoritmi matematici”, cioè scienza. mica i fondi del caffè.
sarà anche vero che il pubblico di sti servizi da una parte è un po’ sprovveduto di suo (teenager a basso livello di informatizzazione e/o sale in zucca), e dall’altra probabilmente tende a prendere il Love Match un po’ come un gioco, ma la questione non è se ci sia l’odore di circonvenzione di incapace: siamo in un paese libero (certo, se maggiorenni). quello che però mi interessa che genere di società è quella in cui un grande network globale per giovani fa implicitamente ai suoi spettatori teenager la promessa di liberarli dal lavoro e dalla sofferenza insita nella ricerca di un partner.
perché è chiaro dal linguaggio dello spot che il servizio, che lo si viva o meno con superstizione, promette di non dover perdere tempo con faticose ricerche, con storie incerte. di liberarti dalla fatica, dall’impegno e dal dolore a cui puoi essere sottoposta (il target è esclusivamente femminile, altra cosa su cui avrei da ridire) nel faticoso processo di ricerca della famosa “anima gemella”. e qui sta l’elemento che definirei allarmante – addirittura “diseducativo”, argh – se farlo non suonasse ingenuo. il rifiutare o fingere di non sapere che una storia sentimentale è prima di tutto una cosa che richiede lavoro, possibilmente di due persone. richiede sforzo nella comprensione, sincerità e determinazione nella comunicazione, impegno nel cambiare per quello che si riesce, e nell’accettare ciò che l’altro non riesce a cambiare. ed è per sua natura faticosa, incerta e dolorosa.
così MTV dimostra come si può, dopo tutte le trasmissioni di sensibilizzazione sulla condizione giovanile (tra cui Avere Ventanni, una delle cose migliori passate in TV nello scorso decennio), sputtanare per un solo inserzionista una fama faticosamente e meritatamente guadagnata di emittente attenta e consapevole ai problemi e alla sensibilità dei teenager. mtv, ma davvero per quei du’ sordi me fai muro? ma ce fai o ce sei?
(recensione)
Brandon è un brillante e affascinante middle manager perfettamente inserito nella società e nella sua azienda. è molto bello e fascinoso e ha un rapporto speciale con le donne: ha modi gentili, è attento e premuroso. Brandon è un disadattato e il suo problema e la sua identità si esprimono e si manifestano solo attraverso un uso compulsivo del sesso. Brandon non usa le donne perché odia le donne, le usa perché non ha scelta: il sesso di qualunque tipo, violento, improvviso, progettato, inaspettato, pagato o guadagnato, di coppia o autoerotico è quello che Brandon fa, a cui pensa continuamente. la seduzione è un’attività su cui è allenato ed è molto preparato perché porta al sesso. e il sesso è l’unica cosa che Brandon vuole fare, che non riesce a togliersi dalla testa, 24 ore al giorno.
Brandon ha anche una sorella, Sissy, con cui intrattiene un rapporto conflittuale, di grande affetto e di frequenti liti, una sorella bella e seduttiva che lo ferisce con un carattere solare, esuberante e flirtoso. il rapporto tra Brandon e Sissy non è molto sano e si vede lontano un miglio, sin dall’inizio del film, che (SPOILER) finirà male. gli sceneggiatori , tra cui il regista Steve McQueen, non si sono impegnati moltissimo per rendere la storia tra Brandon e Sissy articolata e coinvolgente. soprattutto nell’escogitare un finale che sembrasse un minimo ragionato, invece che frettoloso e maldestro.
però non è gravissimo perché il protagonista di Shame è la figura di estrema solitudine di Brandon, e quella va dato atto che esce in modo chiaro e convincente. la solitudine metropolitana del rivolto verso l’interno, del dedito alla propria ossessione. Brandon è un bel ritratto di uomo reso incapace di provare piacere, curiosità e entusiasmo da una fissazione (fisica, ma soprattutto digitale) per la pornografia, da una coazione a ripetere. il mondo nella testa di Brandon è un girone frastornante di amplessi e coiti che assorbe tutta la sua attenzione, la sua dedizione, le sue energie. Brandon non soffre: è anestetizzato. intrappolato in un circolo vizioso che non gli consente di reagire al mondo esterno se non in funzione della sua ossessione. visto da fuori, Brandon è del tutto normale.
“io non ho la televisione” di per sé significa “non possiedo l’elettrodomestico TV” ma spesso contiene diversi significati impliciti. a seguito di questo status update su facebook e friendfeed:
“Non ho la televisione”: sono sempre stupito da questo accanirsi sull’apparecchio con lo scopo voodoo di ucciderne i contenuti, parlando del media”
ho raccolto una serie di significati di quella frase, cioè disvalori che si attribuiscono alla “televisione”:
- trasmette contenuti e informazione di pessima qualità
- è diseducativa per i bambini
- porta via tempo e energie vitali
- trasmette cose che non mi interessano
- rappresenta una realtà noiosa, non interessante, demenziale o becera
- è passiva e non consente di essere produttivi
- cambia il rapporto tra le persone anche se è spenta
- non possederla è una dichiarazione d’intenti
come si vede subito, quasi tutte le critiche sono ai contenuti, non all’oggetto né al media TV. più precisamente, mi permetto di indovinare, sono ai contenuti mainstream, trasmessi in orari di punta sui canali di maggiore ascolto. perché nessuno può, credo, negare che considerando l’intera offerta dei contenuti forniti attraverso il mezzo televisivo esistano contenuti di informazione, di cultura e di intrattenimento di qualità.
per dire che se rifiutare il televisore significa rifiutare in blocco la televisione, cioè il media compresi i contenuti, ciò significa anche disinteressarsi del cinema trasmesso in TV in un momento in cui le sale di provincia chiudono, di quello straordinario rinascimento del media che sono le serie TV, dell’offerta culturale, informativa e di inchiesta presente sui canali satellitari e digitali, italiani e esteri. significa rifiutare Report, Rai News, l’informazione di Al Jazeera, le inchieste e i documentari della BBC, HBO, Comedy Central, la storia dell’arte di Philippe Daverio, Rai Storia, Rai Scuola e una coda lunga di canali culturali, artistici e musicali da tutto il mondo trasmessi sul satellite in chiaro. rifiutare la televisione significa rifiutare un bel po’ di cultura accessibile gratuitamente.
non solo. all’atto pratico, senza entrare nella massmediologia mcluhaniana che è un altro campo da gioco, ai fini culturali il media è un veicolo neutro: quello che cambia sono la qualità e l’utilità dei contenuti rispetto al singolo spettatore. la convinzione diffusa che leggere un libro sia tempo investito in modo più produttivo e educativo che guardare la TV è del tutto infondata, se non la si contestualizza rispetto al singolo spettatore. e non v’è dubbio che rispetto a chiunque guardare un documentario della BBC o un film di qualità sia culturalmente e educativamente più produttivo che leggere un libro della Fallaci o la saga di Twilight. quale sarebbe la nostra reazione se qualcuno a una cena dicesse “io non leggo cose stampate su carta”? perché invece troviamo così alto e nobile affermare “io non guardo la TV”?
demonizzare il media, addirittura l’elettrodomestico, mi sembra non solo alimentare un equivoco ma esercitare un esorcismo, piantare spilloni in una bambolina voodoo.
quello che probabilmente si intende comunemente come TV è in realtà quella fascia di programmi di intrattenimento generalista progettati per un grande pubblico indifferenziato che ormai si identifica con il target principale del prime time RAI: over 65, del sud italia, a bassa e bassissima scolarizzazione. la tv del sabato sera, della domenica pomeriggio, il prime time, certe fasce pomeridiane e mattiniere da casalinghe non sono la Televisione, sono la parte più visibile dei contenuti televisivi. sono la più esposta perché sono negli orari in cui la maggior parte di noi può trovarsi davanti alla TV.
sorvolo sul fatto che un programma a basso o bassissimo contenuto culturale può essere di gradevole intrattenimento, e mi piace pensare che si possa concordare che non farà alcun danno se a scegliere di guardarlo è una persona matura e che ha già compiuto il proprio percorso di evoluzione culturale. se davvero qualcuno sostiene che dopo aver guardato un episodio di Jersey Shore si sia diventati un po’ più scemi, sarei davvero curioso che mi mostrasse i dati scientifici che lo dimostrano.
il fatto è che l’altissima diffusione del media e l’assenza di filtri in accesso ha reso la TV straordinariamente appetibile dal punto di vista commerciale, soprattutto da parte del largo consumo con un mercato indifferenziato, e come veicolo di propaganda attraverso l’informazione, col risultato inevitabile di trasformarlo in un collettore di contenuti mirati al mercato del largo consumo e in un megafono di cattiva informazione inquinata dalle esigenze della propaganda politica.
ma la critica al media come entità maligna che ruba tempo e energie che si potrebbero dedicare ad altro è in realtà una critica a una parte di noi che non ci piace, cioè una resa. è la lamentela del tossico che attribuisce la colpa del suo stato alla droga. non è il contenuto che ipnotizza la persona, ma la persona che sedendosi davanti al televisore senza progetto (cioè senza aver operato la decisione volontaria e ragionata di vedere qualcosa che ha scelto) decide in autonomia di farsi ipnotizzare da qualunque cosa passi sullo schermo. non è la TV ad essere diseducativa: siamo (semmai) noi che ci diseduchiamo se accettiamo di guardare qualunque cosa, anche quelle che non ci interessano o non sono adatte a noi.
sulla libertà delle altre persone di guardare contenuti che noi consideriamo di bassa qualità, sul (presunto) effetto diseducativo che tali contenuti fanno sulla società, sul dovere delle emittenti di trasmettere contenuti educativi, sull’effetto di Mediaset sull’Italia degli ultimi 30 anni non mi pronuncio perché è sono temi davvero troppo ampi.
mi resta però ancora da capire perché alcuni media siano di per sé buoni e altri cattivi. se la TV è passiva, i libri non sono meno passivi della televisione. se la TV ha contenuti di cattiva qualità, non è che su Internet siano solo di sonetti di Shakespeare (e per fortuna). quello che fa la differenza sono le scelte che operiamo noi nell’utilizzare il media. e qui sta la diferenza tra la Rete e la TV: la maggior parte dei contenuti sugli altri media sono utilizzabili quando decidiamo noi (un libro lo prendi in mano quando vuoi, Internet è on demand e ti permette di farti il palinsesto) mentre la TV (e la radio) di per sé costringe a vedere cosa passa in quel momento. questa è l’unica differenza di valore che vedo tra i due media (e per cui esistono, fortunatamente, dei rimedi tecnologici).
con queste premesse, se “non guardo la TV” – in particolare se intesa come “tutti i contenuti prodotti e trasmessi in televisione” – è una dichiarazione di intenti, mi chiedo quale sia, questa dichiarazione: “desidero limitare volontariamente la scelta di contenuti a mia disposizione”?
c’è una cosa che mi colpisce nel dibattito sulla strage di Utøya in cui uno sciroccato totale di nome Anders Behring Breivik ha fatto fuori a sangue freddo 69 teenager in nome della difesa della razza ariana, di un presunto ordine dei cavalieri templari e di un sacco di altre minchiate frutto di una probabile schizofrenia paranoide. mi colpisce che ci si stia seriamente chiedendo se la massima pena prevista dall’ordinamento norvegese per strage sia sufficiente per la gravità del reato.
il codice penale norvegese prevede una pena massima di 21 anni di carcere. per quanto la strage in questione sia stata particolarmente odiosa, schockante, difficile persino da accettare, cosa fa sì che riguardo a Breivik si possa pensare di derogare dall’ordinamento giuridico di un paese?
uccidere molte persone è più grave che ucciderne poche? quante sono “molte”?
uccidere persone per motivi razziali o ideologici è di per sé, davanti alla legge, più grave che ucciderle per altri motivi?
e se lo è, in base a quale principio non è sufficiente il massimo della pena? cosa ci fa pensare che per Breivik non valga il principio in base al quale la pena deve essere rieducativa? gli psichiatri non sono nemmeno d’accordo sulla sua salute mentale: chi l’ha stabilito che sia irrecuperabile? e se è irrecuperabile, perché per lui non deve essere riservato il trattamento riservato a tutti gli altri malati irrecuperabili? in che modo 40 anni di carcere sono meglio di 21? cosa dovrebbe succedere negli altri 19? nel doppio del tempo Breivik dovrebbe diventare più recuperabile? in base a quale dato scientifico o ragionamento razionale?
la Norvegia è probabilmente uno dei paesi più civili, moderni e razionali del mondo, è il paese che ha insignito del Nobel per la pace Amnesty International, l’ONU, Madre Teresa e il Dalai Lama, tutti soggetti che hanno lottato attivamente contro la pena di morte.
la Dichiarazione universale dei diritti umani, carta dei princìpi su cui si basano le Costituzioni dei paesi più civili del mondo e su cui credo nessun cittadino norvegese in buona salute mentale abbia da ridire, all’articolo 3 stabilisce che “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona“.
quali sono le basi giuridiche, etiche e persino razionali che danno modo di pensare che solo nel caso di Breivik non valga tutto ciò che è stato stabilito per il resto della popolazione? come la mettiamo con l’articolo 7 della Dichiarazione universale, in base al quale “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, a un’eguale tutela da parte della legge“?
perché alla fine sta qui, mi pare, il punto più pericoloso: al di là del fatto che per un tale orrore 21 anni possano essere pochi per il sentire comune, derogare dai principi del codice penale norvegese significa in qualche modo metetre in discussione i princìpi espressi nella Dichiarazione dei diritti umani, quindi le basi stesse della convivenza civile su questo pianeta; il frutto di secoli, millenni di evoluzione, dibattito, negoziazione e sintesi delle società civili di tutto il pianeta Terra. e se ciò può avvenire in uno dei paesi che più hanno contribuito a stabilire quei diritti, ciò non può rappresentare un precedente pericoloso per tutte quelle società che ancora stanno cercando faticosamente la strada verso il pieno rispetto dei diritti umani?
non c’è il rischio che la Norvegia, per soddisfare una richiesta più emotiva che razionale, invece che dare un esempio di civiltà (come finora ha fatto, su questo caso, a partire dalle dichiarazioni del premier durante la cerimonia di commemorazione delle vittime) finisca involontariamente a fare da cattiva maestra per il resto del mondo?
non c’è il rischio che l’introduzione di una pena in deroga alla legislazione finisca per rappresentare la vittoria finale dell’odio assoluto di Breivik?
c’è sta roba del comportamento dei fluidi non newtoniani che non ti insegnano a scuola (in quelle per gente normale, almeno) e anche il TG1 si guarda bene di raccontarla. in pratica, esistono delle sostanze in natura che in stato di quiete hanno una certa viscosità, ma se viene loro applicata una forza, tipo vengono agitate, assumono una fluidità maggiore o minore. praticamente, fludificano (o addensano) agitandole. che è la ragione perché strizzando il tubetto il ketchup non esce, ma scuotendolo sì.
alcune hanno dei comportamenti davvero bizzarri.
una di queste sostenze è il ketchup, un’altra – curiosa affinità newtoniana tra condimenti – la maionese, una terza è il sangue. e se io fossi un napoletano a cui hanno menato il torrone per decenni sul miracolo di san gennaro, un po’ le palle mi girerebbero, a scoprire di essere stato truffato con tanta faccia tosta e costanza. mi girano anche se sono nato in emilia.
forse anche le persone si dividono tra newtoniane e non newtoniane. ci sono persone che tendono a restare sempre nello stesso stato, e per cambiare necessitano che sia loro impressa una certa forza dall’esterno. tendono a uno stato di quiete, richiedono sollecitazioni per evolvere.
che magari non suona lusinghiero, ma è sempre meglio dell’alternativa newtoniana, che sono le persone che non cambiano mai. quelle mi fanno un po’ paura, visto che la coerenza a tutti i costi sembra essere il presupposto del fanatismo cieco.
poi ci sono le persone che sanno cambiare senza bisogno di pressioni esterne, ma lo fanno spontaneamente, per processi evolutivi interni. ecco, quelle io le ammiro. quelle che conosco sono quasi tutte donne.
in ogni caso la capacità di cambiare è auspicabile, rende persone migliori. sia che avvenga a séguito di forze che sono applicate in modo costruttivo, che in modo distruttivo. anche se si tratta di traumi (non gravi, che poi entrano in gioco altre dinamiche poco augurabili). ma dopo una certa età le persone equilibrate dovrebbero essere in grado di migliorare, qualunque cosa succeda loro.
foto by Rodrick Bond da flickr
I dati diffusi da Shopify, piattaforma di e-commerce online, rivelano che le utenti di Pinterest acquistano più che quelli di altri social network. Come mai Pinterest riesce dove altri social network falliscono, cioè nel generare volumi di vendita via e-commerce?
Pinterest è un social network basato sulla (ri)pubblicazione di immagini in stile pinboard: usato prevalentemente da un pubblico femminile, Pinterest consente con un clic di pubblicare le foto dei propri prodotti preferiti e raccoglierli in collezioni tematiche (maggiori informazioni su Pinterest in un post precedente).
Tendenza alla ripubblicazione di immagini già esistenti e forte viralità sono due caratteristiche che distinguono Pinterest dalla maggior parte degli altri social network, ma ce n’è una terza ancora più interessante: grazie alle sue caratteristiche e alla composizione del suo pubblico, Pinterest è in grado di generare volumi di vendita molto interessanti direttamente dal suo interno.
Shopify ha diffuso i dati degli acquisti avvenuti attraverso Pinterest e ha scoperto alcuni dati interessanti. Pinterest è oggi il terzo social network – dopo Facebook e Twitter – per numero di utenti attivi giornalieri: cresciuto del 145% dal primo gennaio a oggi, Pinterest contende a Twitter il posto di secondo social network per traffico generato sui siti: il 3,6% del traffico referral totale.
Ma ancora più interessante: le utenti che arrivano da Pinterest acquistano il 10% in più di quelle provenienti dagli altri siti, tanto che la fetta di revenue generate da Pinterest su Shopify è passata dall’1% del 2011 al 17% dei primi mesi del 2012.
Inoltre, hanno una propensione alla spesa più alta degli utenti su qualunque altro social network (l’ordine medio è di ben 80$: persino più di Google e Amazon) e i prodotti che sono pubblicati su Pinterest con il prezzo ottengono il 36% di like in più rispetto a quelli senza il prezzo.
Come si spiega tutto ciò? Una possibile spiegazione è basata sulla composizione del pubblico: il pubblico femminile è mediamente più appassionato e dedicato alle proprie passioni e hobby, e quindi propenso all’acquisto d’impulso, del pubblico maschile.
Un’altra è basata sulla natura del media: Pinterest si è da subito caratterizzato per una forte attenzione all’oggettistica di design, alla grafica, alla fotografia, al fashion. E’ quindi un social network più verticale che generalista, concentrato su sensibilità e gusti precisi e appartenenti prevalentemente al pubblico femminile ci una classe di reddito medio-alta.
Il fatto che non sia un media generalista come Facebook o Twitter fa sì che paragonarne l’efficacia – e aspettarsi gli stessi numeri in termini di adozione – sia sconsigliabile. Pinterest fa perfettamente il suo mestiere: mettere in connessione donne con forte interesse per il design, il fashion e la fotografia, passioni simili. E’ quindi l’ambiente perfetto per chi voglia dare visibilità e far conoscere prodotti che rispondono agli interessi di questo pubblico, anche con finalità di e-commerce.
Importante è che i contenuti pubblicati siano in linea con i gusti del suo pubblico, quindi in target, quindi rappresentati da foto di qualità, quindi corredati del prezzo. Creatività nella presentazione, originalità e persino un pizzico di follia nel design del prodotto stesso di certo non guastano.
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In una recente ricerca Nielsen ha dimostrato come il buzz che avviene sui social media attorno a un contenuto televisivo sia in grado di generare un aumento degli ascolti. La visione collettiva e sociale è la nuova frontiera della TV?
Lo studio Nielsen evidenzia non solo che la conversazione sui social media aumenta durante la messa in onda di uno show TV, ma che il buzz precedente alla messa in onda sembra generare un maggiore ascolto e un migliore rating del contenuto stesso.
Il che è spiegabile col fatto che non solo la comparsa di post immediatamente precedenti a uno show ricorda a coloro che già lo conoscono di sintonizzarsi, ma che il buzz antecedente stimola persone che ancora non lo conoscono a cominciare a seguirlo.
Non è un fenomeno inaspettato: tutti teniamo in maggiore considerazione le segnalazioni delle persone che seguiamo quotidianamente in Rete, ed è normale che affinità di interessi porti sia a maggiori ascolti che a coincidenze di gradimento.
In un articolo dedicato a una delle serie più di successo del momento, Game of Thrones (in Italia Trono di Spade), ReadWriteWeb definisce il fenomeno della visione collettiva una variante della conversazione alla macchinetta del caffè (luogo in cui secondo la mitologia USA da sempre gli impiegati americani discutono gli show TV della sera precedente).
Il pezzo sottolinea come sono cambiate le modalità di consumo: prima la TV era un fenomeno solitario o famigliare, oggi è collettivo attraverso social media generalisti (Twitter) e dedicati (GetGlue, Miso) e le loro app per smartphone e tablet, dando vita al fenomeno del second screen, ovvero l’abitudine di chattare e commentare su un display mobile quello che si sta vedendo sullo schermo principale della TV di casa.
L’articolo giunge alla conclusione che “Twitter Is Still Where All the Action Is”, e se è vero che twitter è sempre la killer app quando si tratta di scambiare opinioni veloci (abbastanza a senso unico, non facilitando una conversazione molto articolata) chi frequenta molto la sfera sociale online sa che la conversazione su quello che va in onda avviene anche in mille canali paralleli, ciascuno con le sue caratteristiche.
GetGlue e Miso da noi sono ancora poco conosciuti e vissuti più come strumenti di check-in (“sto vedendo questo”) che di conversazione, mentre esistono una miriade di community verticali basate su forum, blog, chat, altri social media di nicchia come Friendfeed, in cui il pubblico più appassionato commenta vorticosamente tutto quello che avviene sullo schermo, soprattutto riguardo a reality e show TV non narrativi nel senso tradizionale del termine.
Sono le mille tribù verticali che costituiscono lo zoccolo duro, appassionato, genuinamente fan del mercato, che sia di un programma TV o di qualunque altro prodotto o servizio. E’ la coda lunga di ambienti poco visibili senza i quali un’analisi sulla percezione online di un brand o prodotto perde molta della sua efficacia.
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Google ha appena distribuito uno studio ricco di dati realizzato in collaborazione con Ipsos sull’uso dello smartphone e delle tecnologie mobili .
Ne emerge il quadro di una popolazione di proprietari di smartphone estremamente attivi, utilizzatori intensivi dello strumento e molto bendisposti all’acquisto in base a informazioni reperite attraverso lo smartphone.
Ecco i punti più interessanti che ne emergono.
- La penetrazione degli smartphone è aumentata al 28% della popolazione (+4% rispetto al 2011). Il 50% dei possessori di smartphone li usa per accedere a Internet almeno una volta al giorno e il 69% non esce di casa senza il device, anche se il luogo di utilizzo principale è la casa (94% contro il 67% sul luogo di lavoro e 51% sui mezzi pubblici).
- Il 78% degli utenti li usa per la comunicazione, il 61% per ricerca di informazioni, l’87% per intrattenimento). Invio di e-mail e accesso ai motori di ricerca cono le attività più frequenti (58 e 56%) seguite dall’uso dei social network al 49% (il 41% li visita almeno una volta al giorno).
- Per quanto riguarda le ricerche, il 52% riguardano informazioni sui prodotti, il 32% su ristoranti e bar, il 30% viaggi, 16% offerte di lavoro e 12% informazioni immobiliari.
- Il 90% degli utilizzatori ha cercato informazioni locali (il 22% ogni giorno), e ben l’86% di questi ha intrapreso azioni come conseguenza della ricerca. Di questi il 55% si è messo in contatto con l’attività commerciale, il 61% l’ha visitata (di persona o via web) e il 32% ha effettuato un acquisto.
- Il 27% usa lo smartphone per confrontare i prezzi e informarsi sui prodotti. L’acquisto avviene per il 41% sul computer e per il 28% offline. Uno su quattro ha effettuato un acquisto sullo smartphone (di cui il 63% nell’ultimo mese), anche se il 70% preferisce usare un computer.
I consigli impliciti nelle conclusioni dell’inchiesta sono che il mercato mobile è in rapida crescita anche per quanto riguarda gli acquisti, e che le attività commerciali hanno l’opportunità di ottenere forti vantaggi dall’attività degli utenti smartphone a patto che progettino presenza e strategie commerciali multicanale sul mobile con siti ottimizzati e advertising dedicato, inseriscano indirizzi e numeri di telefono sui siti e sulle directory (nel report non citano mai il marchio, ma ci sentiamo di affermare che la presenza su Google Maps, come su Foursquare e le altre directory geolocalizzate è molto importante).
L’intero documento è scaricabile da qui in PDF.
(La ricerca è effettuata su un campione di 1000 italiani adulti).
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Tra chi si occupa professionalmente di social media c’è da sempre un leggero snobismo nei confronti di Bing, il motore di ricerca Microsoft. Ma forse le cose stanno per cambiare.
Bing è un po’ snobbato perché è arrivato con ritardo, perché inizialmente la qualità dei risultati non era molto brillante, per qualche passo falso, e anche perché è facile dare per scontato che nessuno possa competere con il 66,5% di quota di mercato di Google.
In questo scenario si inserisce il prossimo aggiornamento di Bing, che come anticipato sta per integrare funzioni di social search molto interessanti, basate sull’integrazione con Facebook, Twitter, LinkedIn, Quora, Foursquare e persino Google+, che potrebbero cambiare gli equilibri di un quasi-monopolio che vede Google dominante e incontrastato, Bing distante secondo e Yahoo in fase di possibile dismissione. L’aggiornamento è inizialmente accessibile solo agli utenti residenti negli USA che ne facciano richiesta ma dovrebbe essere gradatamente rilasciato a tutti nei prossimi tempi.
La principale novità è la Sidebar, che mostrerà contenuti rilevanti provenienti dalla propria rete sociale rispetto alla ricerca effettuata, identificando quali dei nostri contatti hanno scritto sul tema o potrebbero avere ulteriori informazioni su ciò che stiamo cercando, e consentendo di postare facilmente una domanda su Facebook per ottenere risposte umane.
La seconda novità è Snapshot, una tecnologia che descrive e definisce l’oggetto ricercato attraverso contenuti rilevanti: mappe, immagini, descrizioni, multimedia, prodotti eccetera. Una cosa che fa anche Google nello stream dei risultati, ma che su Bing sarà mostrata in una colonna a parte in modo da non “inquinare” i risultati della search. Snapshot funzionerà anche sulla ricerca di persone, aggregando tutti i loro profili e contenuti sui social network.
Alcuni vedono la scelta di ampliare il campo di ricerca alla sfera sociale e aggregare i risultati in colonne o pannelli separati come una scelta vincente, una soluzione che Google non è stata in grado di proporre in un’interfaccia usabile e comprensibile.
Bing, spalleggiato dall’enorme forza social del partner commerciale Facebook, si inserisce in modo aggressivo nella battaglia per l’integrazione tra search e social, proponendo un formato innovativo e, dicono alcuni, guadagnando terreno sulla user experience rispetto a un Google forse un po’ bloccato sul proprio formato tradizionale, con la scelta penalizzante di delegare la socialità a una piattaforma esterna, Google+, che ora sta faticando a integrare in modo gradevole e comprensibile nella propria search.
Resta il grosso punto interrogativo dell’adozione: l’essere umano è abitudinario e Google vanta oltre un terzo delle ricerche che avvengono ogni giorno, è difficile credere che possa avvenire un ribaltone. Ma se c’è qualcosa che la storia dei social media insegna, è che le rivoluzioni possono avvenire in tempi brevissimi.
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I dati Audiweb pubblicati a marzo confermano la crescita dei cittadini del Web anche in Italia: nonostante una crisi generalizzata che vede scendere quasi tutti gli indici economici, gli italiani connessi alla rete aumentano del 6,7% nell’ultimo anno.
I numeri della penetrazione della connessione Internet in Italia si avvicinano sempre di più a quelli dei paesi altamente informatizzati, dimostrazione che Internet è diventata un media di massa e diminuisce le distanze. il 72,15% degli italiani adulti o giovani adulti ha accesso a una connessione e la usa più o meno regolarmente.
Se il dato in sé è una conferma ma non una sorpresa, altri numeri sono più interessanti. Per esempio la ripartizione tra sessi e età: in un anno la presenza delle donne online cresce del 5,9%, e ora la differenza nell’utilizzo tra uomini e donne si è ridotta a soli due punti e mezzo, nonostante un digital divide – culturale più che di accesso – in base al genere sessuale sia ancora presente.
E’ anche interessante il fatto che le differenze nell’uso in base alla fascia di età si assottigliano: oltre il 15% degli utilizzatori è sotto i 25 anni, il 17,3% è nella fascia 25-34 mentre il 46,5% in quella 35-54. Gli over 55 con il 19,1 sono la fascia in più rapida crescita (+13,3%), insieme ai teenager.
La differenza più marcata forse è nel livello di studi (quasi il 25% degli utilizzatori ha una laurea, il 49,7% un diploma superiore o tecnico, contro il 22% che ha un titolo di scuola media inferiore o elementare) mentre nell’appartenenza geografica le differenze sembrano livellarsi un po’: Nord Ovest e Nord Est rappresentano rispettivamente il 30,2 e 16,3% della popolazione in Rete, mentre Centro e Sud+Isole contribuiscono con il 16,9 e 30,1%.
In calo, rispetto alo stesso mese dell’anno precedente, sia il tempo speso nel giorno medio per persona (-6,2%) che le pagine viste nel giorno medio per persona (-15,5%).
E’ altrettanto interessante vedere – e qui i dati fanno riferimento al 2011 – quali sono le principali attività effettuate regolarmente dalle persone che accedono. La conferma è che i servizi fondamentali restano un po’ sempre gli stessi: e-mail e motori di ricerca sono da sempre le attività online più comuni tra il popolo dei navigatori italiani, ma l’utilizzo dei social network, da percentuali molto più basse solo pochissimi anni fa, sale fino al 26,7%, quasi a sfiorare la search.
E’ un dato che rende bene l’idea di quanto il social web sia un’attività gradita e praticata al popolo italiano, anche se ancora lontana dalle percentuali di paesi in cui il social networking è attività diffusa quotidiana, come gli USA, che vantano un 66% di accesso alle reti sociali.
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Secondo i dati forniti durante una conferenza da Hilary Mason di Bit.ly, il sabato è il momento di massima attività dei contenuti postati su Pinterest.
Bit.ly è forse il più diffuso sistema di accorciamento degli URL, grazie alla sue feature di tracciamento degli accessi e dei click sui social media: accorciando il link a un contenuto tramite Bit.ly e postandolo su un social network è possibile seguirne la performance in termini di clic nel corso del tempo.
Durante una conferenza a Mashable Connect la Mason ha rivelato che, a differenza di altri social network, il momento di massima attività degli utenti di Pinterest avviene nella mattinata del sabato. E’ un dato da tenere presente per chi usa per scopi di comunicazione il social network di condivisione di foto che ha il più alto tasso di crescita al momento, con una presenza di pubblico femminile di oltre l’80%*
Tra gli altri dati diffusi dalla Mason, quelle relativi alla cosiddetta half-life (durata del contenuto, ovvero il lasso di tempo in cui esso ottiene la maggior parte dei clic) di un contenuto postato sui vari social network.
Ogni contenuto postato in Rete ha una “vita” a partire dal momento in cui viene postato, ovvero un ciclo di accessi che vede un picco iniziale e un decadimento successivo. Questo calo è più o meno rapido a seconda del tipo di contenuto, ma anche e soprattutto a seconda dell’uso tipico che l’utente medio fa di quello strumento.
Alcuni media – tipicamente quelli basati su una timeline – hanno un consumo più rapido e legato al momento in cui si posta, altri mantengono i contenuti “in vita” più a lungo, a seconda di come sono progettati e di come vengono usati dalle persone.
Un post su Twitter ha una half-life media di 2,8 ore, che salgono a 3,1 nel caso di Facebook, 7 su YouTube e ancora di più su Stumble Upon e Tumblr, che hanno un uso meno legato al flusso del momento.
(*riguardo al pubblico italiano il dato è dibattuto: in un recente programma televisivo è stato indicato come inferiore al 70%)
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Oggi è finalmente venuto il momento in cui è possibile, praticabile ed economico spostare su server online tutti i propri dati (documenti, musica, film, mail, immagini, qualunque cosa risieda sui nostri computer tranne le applicazioni) mantenendone l’accesso ovunque e immediatamente. Perché farlo?
Per non dover mai più dipendere dall’inaffidabilità della meccanica degli hard disk, dalla schiavitù dei backup, persino dalla necessità di dover trasportare i propri dati su un laptop. Con i servizi di storage online è possibile, installando un’app in locale, accedere a tutti i propri dati da smartphone e da tablet, ovunque ci si trovi.
Ma anche perchè alcuni di essi consentono una sincronizzazione istantanea tra computer e server, così da avere sempre la situazione aggiornata sia online che sulla propria macchina, e lavorare collettivamente in remoto sullo stesso documento. I sistemi consentono la condivisione – sia privata che pubblica – dei file in modo rapido e intuitivo.
Il servizio di storage più usato, almeno nella community social media italiana, è Dropbox, fondato come startup nel 2007 e diventato lo standard nel settore grazie all’affidabilità e a un’ottima user experience. Qualche giorno fa è stato lanciato Google Drive, che ha una logica molto simile a quella di Dropbox e una forte integrazione con Google Docs e Picasa. Vediamo le caratteristiche dei due sistemi.
Dropbox
Fornisce inizialmente 2GB di spazio, con una policy di diffusione che regala 512Mb per ogni amico che si riesca a convertire alla registrazione del servizio, fino a un massimo di 18GB (ma con alcuni sistemi è possibile portarla oltre i 20GB).
Acquistare spazio extra è piuttosto costoso.
Sia la webapp che il software in locale che quello per smartphone vantano un’eccellente user experience e una grafica accattivante: facili e veloci da usare.
Ha una funzione di revisione che consente di rimediare a cancellazioni errate o di vedere la history delle operazioni effettuate.
Google Drive
Fornisce inizialmente 5Gb di spazio ma non ha politiche di spazio extra in base ai referral.
Le politiche di prezzo per l’acquisto di spazio extra sono però molto più allettanti.
E’ perfettamente integrato con Google Docs, Picasa e in futuro presumibilmente Google Music, quindi eredita le ottime funzioni di collaborazione online in tempo reale di Gdocs.
La webapp, il software in locale e quello per smartphone hanno un aspetto grafico in linea con gli altri servizi Google, forse meno gradevole di Dropbox.
Si avvale delle straordinarie infrastrutture di server di Google, e ne eredita la sicurezza.
Quale scegliere dipende dalle proprie necessità. Se si necessita di più di 2GB ma non si intende pagare nemmeno quel minimo dei 5 dollari all’anno di Gdrive, Dropbox e un po’ di spam agli amici può essere la scelta migliore. Se serve uno spazio di 20GB o oltre, se si usano molto i servizi come Google Docs e si è disposti a spendere qualcosa per farlo, Google Drive è probabilmente più interessante.
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Nick Denton è il fondatore di Gawker, network di blog e testate online di grande successo come Gizmodo, Jalopnik e Lifehacker, e recentemente ha lasciato intendere la sua intenzione di rivoluzionare il rapporto tra giornalismo e lettori attraverso i commenti agli articoli.
Il rapporto tra editori e lettori, tra articoli e commenti, tra giornalismo professionale e user generated content è uno dei temi più discussi della storia dell’editoria online. Che nemmeno la stampa non possa esimersi dalla visione del Cluetrain Manifesto secondo cui i mercati sono prima di tutto conversazioni è chiaro da tempo. Che i contenuti e l’attività editoriale abbiano molto da guadagnare dall’integrazione dell’apporto dei lettori, pure. Che spesso i lettori di un articolo siano in grado di espanderne l’ampiezza, approfondirne i temi, puntualizzare, integrare, spesso correggere, è noto a qualunque giornalista che abbia esperienza di online.
Senza trascurare il fatto che la partecipazione dei lettori a una testata è del tutto gratuita.
Nick Denton ha un’idea, anzi due. La prima è di integrare in modo nuovo l’apporto dei lettori ai contenuti giornalistici. Non dice ancora come, ma lascia intuire di voler trasformare la discussione sull’articolo – e non l’articolo stesso – nel contenuto centrale. Integrando i commenti nel pezzo, attivando canali di conversazione tra redazione e lettori, pubblicando quelle conversazioni non in calce ma come parte integrante dell’articolo. Mantenendolo sempre aggiornato, trasformandolo in un contenuto dinamico, vivo, persistente.
La seconda idea di Denton è consentire a ciascun lettore di fare il moderatore della propria selezione di commenti, escludendo quelli che non gli piacciono e dando visibilità ai contenuti/commentatori di suo gradimento. Un sistema di filtro in base al valore del contenuto e alla reputazione del suo autore che assomiglierebbe ai sistemi di promozione collettiva come reddit o digg, se la selezione non fosse individuale invece che sociale.
Si tratta di un progetto ambizioso che nessuno nell’editoria ha mai seriamente tentato, e al di là del rischio che non sia compreso dai lettori e delle probabili difficoltà di farlo accettare ai giornalisti, pone una questione non da poco: come farlo, praticamente? Come integrare gli apporti dei lettori, tradizionalmente separati dal contenuto principale da una sorta di apartheid? Come realizzare una vera integrazione, sensata, leggibile?
Il progetto richiede un’interfaccia completamente nuova. Sarà molto interessante vedere cosa si inventano a Gawker, e se sta davvero per uscire qualcosa di completamente nuovo nel rapporto tra giornalismo e società e nel modo in cui funziona l’informazione online, congelata in un modello che non è ancora riuscito a sfruttare pienamente le vere potenzialità dei nuovi media.
Per approfondire:
http://gigaom.com/2012/04/20/nick-denton-wants-to-turn-the-online-media-world-upside-down/
http://allthingsd.com/20120311/gawker-will-deputize-commenters-says-nick-denton-at-sxsw/
foto di Civixen da flickr
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Si parla di metà giugno come data entro cui Foursquare dovrebbe lanciare la sua piattaforma di advertising, che avrà l’obiettivo di associare un modello pubblicitario all’offerta di special localizzati.
I dettagli sono ancora un po’ oscuri ma si sanno un paio di cose, e altre si possono intuire. Si tratterà di una piattaforma di advertising, naturalmente a pagamento, ovviamente basata sulla geolocalizzazione, ovvero che farà uso della posizione fisica dello store che fa l’inserzione e di quella del cliente o del prospect.
La piattaforma è dedicata a tutte le attività commerciali al dettaglio, sia che si tratti di negozi autonomi che di franchising, che di punti vendita di grandi catene, che probabilmente finiranno per essere i primi e più interessati utilizzatori del servizio. Almeno negli USA, dove la storia delle collaborazioni commerciali di foursquare è fatta in parte rilevante di grandi brand e catene di distribuzione (tra cui American Express e Starbucks).
Come funzionerà nel dettaglio non è chiarissimo, per ora si sa che l’inserzionista potrà proporre attraverso la piattaforma di advertising un’offerta speciale subordinata al check-in, e, come avviene con le piattaforme adv tradizionali, pagherà per ottenere una maggiore visibilità della sua offerta rispetto alle altre.
Ma la visibilità non dipenderà solo dall’investimento nel contenuto pubblicitario: l’utente foursquare vedrà sul suo smartphone le offerte e gli special anche in base a raccomandazioni basate sulla sua storia di check-in precedenti e quella dei suoi contatti.
Rientra quindi nel processo di advertising un elemento di targettizzazione che ha l’obiettivo di generare risultati che siano rilevanti per l’utente: se sono maschio di mezza età propormi lo special del negozio di cosmetica non ha alcuna utilità né per me né per il brand, che pagando per la visibilità nei miei confronti avrebbe buttato i suoi soldi.
Ma anche un elemento sociale: se mi trovo in una via con 6 bar, l’informazione su quale sia quello più frequentato dai miei amici per il pranzo è di valore, per me, ma in questo caso potrebbe andare in conflitto con gli interessi degli altri inserzionisti. Sarebbe interessante sapere come verrà gestito il compromesso tra utilità del servizio e opportunità commerciale (Google per esempio tiene separate la visibilità acquistata da quella che dipende dalla rete sociale).
E’ una conferma di come il futuro del marketing al dettaglio basato sulla location, oltre alla fidelizzazione del cliente già acquisito – altra grande potenzialità di foursquare come servizio – sia sempre più basato sulla personalizzazione dell’offerta in base all’identità del cliente e alle raccomandazioni della sua rete sociale.
Ora entra in gioco un elemento nuovo che rappresenta la risposta alla domanda, che tanti si sono fatti a lungo, su quale sia il modello di business di questi servizi.
foto di Scott Beale da flickr
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Il 4 Aprile Google ha pubblicato su YouTube e Google+ un video che molti hanno letto come un pesce d’aprile in ritardo. Si trattava di una presentazione (fittizia, ma plausibile) di un tipo di interfaccia completamente nuovo, una di quelle cose che sembrano poter cambiare radicalmente il modo in cui eseguiamo compiti quotidiani, ma anche avere il potenziale di far evolvere le società.
I Google Glasses, come illustrati nel video che trovate sotto a questo post, sono talmente rivoluzionari che sembrano usciti da Minority Report, e come tali il primo istinto è stato di archiviarli nel cassetto in cui mettiamo tutti quei prodotti fantastici, presentati da video spettacolari in computer grafica e che finiscono per non vedere mai la luce.
Poi Sergey Brin, uno dei due fondatori di google, si è presentato a un evento indossandoli, e Robert Scoble ne ha testimoniato l’esistenza, indicando che non sono molto diversi da un paio di occhiali normali.
Ma cosa sono esattamente? Più che di un device in sé si tratta di un’interfaccia che dà accesso a tutte le informazioni tipicamente accessibili tramite un computer (nello specifico, uno smartphone Android) proiettandole sull’interno delle lenti degli occhiali invece che su un display. Ciò ha due vantaggi: le informazioni galleggiano davanti agli occhi consentendoci di fare altro e di avere le mani occupate (per esempio consultare il meteo o leggere gli impegni del giorno mentre si prepara il caffé), e le informazioni possono interagire in modo spaziale con il mondo che vediamo attraverso le lenti (per esempio le indicazioni di Google Maps sono proiettate in sovraimpressione e in prospettiva sulla strada, e guardando un monumento può apparirne il nome e la storia pescate da Wikipedia). Il video sotto chiarisce bene cosa possono fare.
Per quanto riguarda le specifiche tecniche, si parla dell’equivalente di uno smartphone Android di penultima generazione quindi GPS e sensori di movimento che permetterebbero di scrollare e cliccare con il movimento della testa.
Le reazioni sono di diverso tipo, dallo scettico, all’entusiasta, all’apocalittico: una delle analisi più interessanti è quella di Ross Douthat sul New York Times.
Uno dei possibili sviluppi futuri è di riuscire a dotarli di streaming video in tempo reale, e qui ci troveremmo davanti qualcosa di veramente rivoluzionario da punto di vista sia mediatico che sociale. Non solo il reportage diffuso diventerebbe la realtà che gli smartphone finora ci hanno solo lasciato pregustare, ma l’impatto sarebbe socialmente e culturalmente enorme, a partire dalla documentazione degli abusi e dei reati, e dall’impatto sulla gestione della privacy. E’ un caso lampante di come sia prima di tutto un inevitabile progresso tecnologico che oggi ci costringe a rivedere il nostro concetto di privacy e definire regole per gestirla e difenderla.
E se l’idea di parlare con i propri occhiali o avere uno strato informativo tra noi e la realtà ci preoccupa, ricordiamo quanto è stato facile accettare di affidare le nostre vite a uno smartphone, che di per sé è uno strato tra noi e la realtà ben più spesso e opaco dei Google Glasses, visto che ci costringe a dedicargli l’attenzione di tutti i nostri sensi.
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Cockpit voice-recorder transcripts indicate the pilots had been concerned about the weather and, prior to landing, jokingly alluded to the movie Airplane!, saying “I picked a bad day to stop sniffin’ glue.
the most troubled communities can survive the public-health and family issues that come with even the highest levels of addiction. They can’t survive the community impact that comes with overt drug markets”—by which he means markets that draw outsiders to the neighbourhood. Once these are entrenched, a range of problems follow: not just drug use and sales, but open prostitution, muggings, robberies, declining property values, and the loss of businesses and safe public spaces.
A stateless group like Anonymous doesn’t yet have that capability, officials say. But if the group’s members around the world developed or acquired it, an attack on the power grid would become far more likely, according to cybersecurity experts.
Era ovunque la stessa cosa: crimine e tradimento, tradimento e crimine, uomini vivi ma niente affatto limpidi e nobili. Oppure uomini limpidi e nobili che però non erano vivi. Poi c’era una massa enorme e senza speranza né nobile né viva, che era semplicemente limpida.
The map keeps getting redrawn, because it’s cheaper than ever to go offroad, to develop and innovate and remake what we thought was going to be next.(…)
And yet we spend most of our time learning (or teaching) the map.
fissa il centro dell’immagine per 45 secondi, poi guardati intorno e goditi la psichedelia
Google wants the Web to be as open as possible to serve its purposes. Apple wants the Web to be as controlled as possible, providing a funnel about everything you do and everywhere you go back to Apple and/or its developer partners. To many, this has become a war against the “open” Web. Facebook has also been accused of this very same practice with its closed platform. Microsoft has long known everything you do through its Windows and Internet Explorer platform. Amazon wants to track you so it can provide better shopping data.
(…)
This is why I throw my hands up and say, “you know, screw it.” Every one of the tech companies has an agenda and each of them wants your personal data. Whether that is Path, Twitter, Foursquare or others uploading your contacts list without your consent or Google tracking your cookies or Apple tracking your location. Each is going to push the boundaries of what is perceived to be acceptable and when they get caught they are going to say “sorry, we’ll stop now.”
President Barack Obama’s approval rating is back up to 50% for the first
time in more than eight months, according to a CNN/ORC International Poll.
In the national survey, Obama holds an edge against all the remaining
Republican presidential candidates in hypothetical head-to-head matchups.
Obama’s approval rating appears up slightly among independents.
The poll indicates that the GOP’s advantage on voter enthusiasm has been
erased, and that the number of Americans who think things are going well in
the country is on the rise
Making is a discipline. Meeting opens the door for excuses.
The first primitive cells germinated in pools of condensed vapour caused by underground hot water or steam bubbling near the surface of the planet, a study shows.
The finding published in Proceedings of the National Academy of Sciences challenges the widespread view that life originated in the sea.
The problem here is that we’re allowing this dying industry to dictate the terms of our democracy. We allow them to dictate new laws (ACTA, SOPA, PIPA, IPRED, IPRED2, TPP, TRIPS, to name a few recent ones) that forbid evolution. If you don’t give up before you’re sued, they corrupt the legal system.
“Spread and participate in culture. Remix, reuse, use, abuse. Make sure no one controls your mind. Create new systems and technology that circumvent the corruption. Start a religion. Start your own nation, or buy one. Buy a bus. Crush it to pieces.”
What’s perhaps even more striking is that the greatest arch rival of a billion dollar entertainment industry is nothing more than 164 megabytes of text. Something to think about.