Valentina
suspend your disbelief and wonder
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E insomma, nessuno mi ha chiesto niente ma io la lista delle 10 canzoni preferite degli anni ’90 la voglio fare lo stesso. Posso, no? Che poi probabilmente nessuno mi chiede mai nulla perché è noto che io negli anni ’90, per carità, signora mia, solo Mozart e Schubert (questo è un modo carino per eludere la realtà, ovvero che nessuno mi chiede mai nulla perché a nessuno gliene frega nulla di quello che penso, ma ormai internet mi ha viziata e faccio fatica a credere che la mia opinione su un argomento che non conosco per nulla sia meno che imprescindibile).
Perciò ecco: io negli anni ’90 ascoltavo solo la musica di gente morta, lo sanno anche i sassi. Quindi nella lista non ci saranno i meglio capolavori dell’epoca bensì quelle 10 canzoni che in un modo o in un altro sono riuscite a penetrare il mio sbarramento auricolare e che quindi possiamo suddividere in tre sottoliste.
A – Le canzoni che per caso ho sentito e di cui mi ricordo
Siccome sono sempre stata una ragazzetta romantica pure se studiavo armonia e mi spaccavo la schiena sugli studi di Clementi, io degli anni ’90 mi ricordo soprattutto le canzoni d’ammore. Ecco a voi quindi
Oh, erano anni di amori tormentati. Se avessi saputo cosa sarebbe successo poi mi sarei concentrata di più su musiche della categoria B e C
B – Robe che mi regalavano o che mi trascinavano a sentire
Mia cugina, non si sa perché, mi aveva regalato il disco. A me non è che dispiacesse, però la comprensione dei testi cozzava malamente con quelli che sulla carta erano i miei voti in inglese e quindi l’ho sempre ascoltata con un misto di senso di sfida e perplessità.
E vabbè. Questa. CIAO.
C – Robe che mi costringeva a sentire mia sorella
Eppure lei ci ha provato. Più e più volte. Ma dovevamo aspettare il 2006 perché le mie orecchie fossero pronte. Adesso quasi tutti i gruppi che mi consigliava sono diventati i miei preferiti anche se all’epoca li detestavo dal più profondo del mio essere. Invece mi ricordo che questi li ascoltavo sempre volentieri. I misteri.
Poi ovviamente c’era anche quello che mi andavo a cercare da sola. Ma era molto poco. Anche se molto bello. Tipo:
Questo è quanto.
Adesso, rivedendo nero su bianco (o su giallino-rosato) quello che ascoltavo mi rendo conto che alla fine se non mi viene mai chiesto di fare questi elenchi c’è più di un motivo. Ma non posso farci nulla, per me tutte le cose belle sono arrivate dopo, tutte insieme. E buona parte degli anni ’90 non l’ho ancora finita di esplorare – ultimo esempio: “ehi, sai che ho scoperto questo gruppo FIGHISSIMO, no, davvero, TROPPOBBRAVI, si chiamano tipo Soul Asylum o qualcosa, no devi troppo ascoltarli perché spaccano”- ecco.
E poi ho scoperto solo un anno fa questa canzone, che secondo me è una delle canzoni più belle del mondo. E per fortuna non l’ho conosciuta quando è uscita, altrimenti ciao Clementi, ciao Conservatorio, cosa avrei fatto? sarei stata come tutti voi branco di debosciati? e poi cosa mi sarebbe rimasto da scoprire adesso?
Quindi dichiaro concluso il periodo “ommioddio lavoro 16 ore al giorno non ho più una vita” e decido di ricominciare a comportarmi come l’animale sociale che mi dicono di essere e anche di iniziare non solo una frase, non solo un paragrafo ma addirittura un intero post con “quindi”. La trasgressione, signora mia.
Capitolo I: consigli preziosi
Vi ritrovate nuovamente, disperatamente, annoiatamente, irrimediabilmente single alla soglia dei 26 anni (occhei, 28). Cosa potete fare, a parte abbassarvi l’età? Chiudetevi due giorni in un albergo con una sessantina di sgallettate in frenesia sposalizia. No, davvero. Giuro. Io sono stata allo Sheraton Malpensa a questo evento fighissimo organizzato dalla Stiletto Academy e chiamato Sì, mi voglio. Nonostante non solo non mi sposi (né ora né, inizio a credere, mai) ma anche le mie amiche abbiano smesso di invitarmi ai loro matrimoni (non mi spiego il perché, oltretutto. O mi sono comportata veramente malissimo a qualche matrimonio precedente MA NON CREDO, oppure inspiegabilmente le mie lamentele hanno sortito l’effetto sperato e finalmente vengo lasciata in pace a godermi i sabati tardoprimaverili spaparanzata al parco).
Un gineceo. Due giorni passati tra trattamenti di benessere, corsi di cucina, smaltini, cremine, lezioni di trucco e di burlesque. E le sposine e le loro amiche… tutte deliziose. Siccome io ero lì in qualità di imbucata amica delle organizzatrici e con il preciso scopo di dare una mano, tra un frullato detox e una puntata dal parrucco, ho socializzato con i diversi gruppi di nubilande: è stato terapeutico. In due giorni interi non si è MAI parlato di uomini. Nemmeno per sbaglio, nemmeno per scherzo, e il mondo non ha ancora imparato quanto abbia bisogno di questo ora.
Inoltre ho scoperto di avere delle doti inespresse da artista del burlesque, quindi potrei anche decidere di imboccare questa strada in una delle mie prossime reinvenzioni. Già mi vedo tra boa di piume, mossette e smorfiette. Nonostante Dania (nda: insieme a Spora una delle due menti vulcaniche dell’organizzazione) abbia commentanto questa mia intenzione con un lapidario “ti ci manca solo questo” e correlata alzata di sopracciglio.
Capitolo II: finito un evento se ne fa un altro
Dato che la parola chiave di questo fine settimana è stata “workshop”, finite le mie lezioni e le mie incombenze allo Sheraton Malpensa mi sono scapicollata col trenino a Cadorna e da lì sono andata, cappottino valigia e tutto, all’OstelloBello per assistere all’incontro tenuto da Florencia in cui si parla di musica, promozione online, e altre amenità.
Allora. Io, si sa, ho un debole per questa biondina. Non vorrei fare la solita indiesnob ma voglio credere di essere stata una delle prime (medaglimedagliamedaglia) a scriverne in giro. Ecco: vederla lì, dopo aver vinto un contest online, a raccontare tutto il lavoro che c’è dietro la promozione di una nuova band e tutta la strategia e la fatica che bisogna metterci oltre alla bravura e al talento, mi ha emozionato. Perché oh, lei è proprio brava. Ed è ancora più brava perché tira dritto per la sua strada senza ascoltare troppo le lodi sperticate come le mie e senza farsi abbattere dalle critiche spietate che a volte le rivolgono (esempio qui) mantenendo sempre una calma zen e una modestia da apprezzare.
Poi vabbè, c’è stato il concertino dei LavaLavaLove, e poi insomma c’era il Barto. E se non lo conoscete vuol dire che il vostro disprezzo per l’umanità è decisamente fondato e comprensibile, perché il Barto è una delle poche persone che mi fanno rivalutare gli esseri umani, che per il resto, diciamolo, fanno abbastanza schifo – scrivente inclusa.
Capitolo III: perché faccio schifo
Ho fatto due cose spregevolissime nell’arco di 4 minuti e quindi sento la necessità di purificarmi facendo pubblica ammenda. Mentre scendevo nella cripta dell’ostello in cui avevo abbandonato valigia e cappotto per recuperarli e tornare finalmente verso casa ad accudire i miei gatti abbandonati per il weekend sono stata intercettata da un ragazzo che supercarinamente mi ha chiesto “ciao, posso regalarti il disco della mia band?”.
Ora: una brava persona avrebbe sorriso e ringraziato. Io invece faccio schifo e quindi ho sorriso, ringraziato e poi gli ho chiesto “perché, mi conosci?”. Come se. Cioè, figurati. Certo: la gente mi fa le poste per regalarmi i dischi proprio a me perché sono una vera autorità nell’ambito, no? Odiosa. Lui ovviamente povera stella mi ha fatto tanto d’occhi visto che no, non aveva (giustamente) la più pallida idea di chi fossi “no, così, a pelle, mi andava di fartelo avere”. E non finisce qui. Io sorrido sempre tantissimo, accarezzo il disco (esiste qualcosa di più bello di un disco nuovo ancora avvolto nel cellophane, liscio e intonso che si offre alle nostre mani avide per poi arrivare alle nostre avide orecchie? noi di Voyager crediamo di no), continuo a sorridere molto e ringraziare molto e poi vedo che sul retro della copertina c’è segnato un indirizzo email e (quanto faccio schifo) gli dico “uh, va bene, allora lo ascolto POI TI SCRIVO QUI E TI DICO COSA NE PENSO”. Parliamone. Anzi, no.
Mi serve un bagno di umiltà. Decisamente. Chissà se alla spa dello Sheraton c’era e l’ho saltato per distrazione.
Comunque ecco, possiamo anche ascoltarlo insieme. E il mio parere non richiesto è che mi sta piacendo.
Io sono quella che se ne va. Quella che arrivederci e grazie, mi hai dato cose belle, non roviniamo tutto con pensieri più lunghi del tempo passato insieme. Io sono quella che si gira e si volta ma che non torna indietro, che ha sempre un posto nuovo in cui andare. Un posto in cui c’è più sole. Forse. Io sono quella che è fatta così, di canzonette e libri impilati sulla credenza, di orari impossibili e di poche telefonate.
Le lacrime facili e veloci.
La tenerezza come un baratto contro la disillusione.
Le promesse come un segreto, che se le sappiamo solo noi due valgono di più. Ma non valgono mai niente.
Io sono quella che non ha ancora imparato a chiedere scusa. Sono quella sincera, quando cambia il vento.
Immagini altalene sotto casa, il cane, la macchina grande, i seggiolini sui sedili posteriori. Non ci credi e mi lasci andare. Io sono quella che ride e balla sui cocci. Io sono quella che si taglia i piedi, che tanto ormai.
Tanto, ormai.
Non torno per lasciarti intatta l’idea che hai di me, mi affeziono più alla perfezione che alle persone.
Tutte le cose nostre sono sempre state belle.
Tutte le cose nostre sono sempre solo nostre.
Tutte le cose belle adesso sono nostre.
Ci sono cose che quando succedono a te, insomma. Ti limitano un pochino, ti impediscono di fare alcune cose. Però te ne restano tante altre di cose da fare quindi va bene lo stesso, minimizzi, passi oltre, provi a non farle pesare più di quanto già non pesino.
Le stesse cose quando succedono agli altri, insomma. Provi a capire, non ci riesci sempre. A volte ti sembrano esagerazioni, altre volte le esageri tu per eccesso di empatia o di simpatia.
Le stesse cose però quando succedono alle persone a cui vuoi bene, insomma. Ti fanno arrabbiare. Perché non puoi risolverle. Perché non puoi gestirle. Perché qualunque cosa tu faccia non basta mai l’empatia se le persone a cui vuoi bene ti vogliono bene a loro volta e cercano di non farti pesare queste cose più di quanto già non pesino. Eppure bisogna trovare un compromesso valido, perché se le persone a cui vuoi bene hanno cose che gli succedono e che gli impediscono di fare allora, in qualche modo, devi arrivare tu, a fare al posto loro. Anche se questo significa rinunciare ad altro. E non basta e non serve, perché rinunceresti a tutto e non ti importerebbe se questo bastasse a far smettere le cose che succedono a chi vuoi bene.
Le cose che succedono sono come il mal di testa. Ogni tanto sono proprio il mal di testa. Aspettiamo che passi, poi pensiamo a cosa fare.
- Miù
- Ciao
- Mimiù!
- Ma ciao!
- Migruaur
- Sei morbido?
- Miauuurrfrrrfrrrfrrr
- Sei morbido!
- MIAURGRGGRFRFFFRRRRFRRRR
- SII MORBIDO!
- MEEEOOOURRRMIAFRRRFRRRRRRFRRRRRFRRRRRR
- Aww!
- Frr
-
- :3
Camminare nel mio nuovo quartiere. Che poi è il mio vecchio quartiere, quello in cui sono cresciuta e da cui mi sono allontanata di molto, di poco, di moltissimo in varie fasi prima di tornare. Raccontarti com’era prima, quindici anni fa, prima delle recinzioni e di come è cambiato nella sua nuova geografia e sicuramente anche nel mio ricordo, e indovinare come lo vedi tu per la prima volta. Di notte, che tanto ormai è davvero primavera. Il posto segreto dove vado a piangere quando non mi va di farlo in casa. Le altalene. La panchina con le scritte davanti all’albero. Il muretto con scritto “ti amo”, quello con scritto “ciao”. Dipende da che parte arrivi e cambia il senso della storia “ti amo. ciao” oppure “ciao. ti amo”.
Un ragazzo posteggia l’auto e appoggia la birra sul tetto e se stesso alla portiera. Lo stereo ad alto volume. Il bagagliaio aperto. Canta. Secondo me piange anche un po’.
Bere alla fontanella, il drago buono, l’ultimo rimasto. Riempire i piccoli buchi rimasti delle storie che ti ho raccontato fino ad ora. Riempirli piano piano, come i punti che mancano in un ricamo. Ora sai di cosa parlo quando ti parlo delle mie camminate notturne.
Colmare le lacune. Come due ragazzini che hanno perso l’anno e ora con tutta la calma del mondo recuperano il programma e si preparano agli esami. Di normalità, più che maturità. La consapevolezza del dolore al ginocchio sbattuto di fresco contro uno spigolo e quella tutta nuova di non essere terribilmente fuori posto.
Non è andata così. Vogliamo raccontarci che sia stato un inizio semplice, come nei film: lui guarda lei, lei guarda lui, era già tutto deciso. E’ andata esattamente così. Proprio come nei film: lui guarda lei, lei guarda lui. E improvvisamente non c’erano più decisioni da prendere né decisioni già prese. Come essersi appena svegliati, come essere appena nati, buttati improvvisamente nel mondo e in una storia. L’inizio perfetto che ha dato seguito a uno sviluppo molto meno che perfetto. L’improvvisa energia, le possibilità mai pensate, le corse di notte, i silenzi forzati, le esplosioni nelle orecchie e gli occhi chiusi di spavento e gioia, estasi, stanchezza, troppa luce, troppa fiducia, troppo presto. Presto, domani. No, prima.
Senza mai nemmeno una tregua, nemmeno solo per chiedersi scusa.
Le stelle bruciano per milioni di anni e per noi continuano a brillare anche quando sono morte.
Un po’ come quando ti guardi allo specchio e non ti riconosci. Però ti piaci. Però non sei tu. Però ti sembri meglio. Però non è comunque convincente. Però ci speri.
Poi ti giri e facendo finta di niente di tocchi piano la faccia, per sicurezza, per tranquillità, ma sbagli la portata del gesto e ti infili un dito nell’occhio.
Ecco. Uguale.
Non so parlare di quello che mi appartiene. Mi manca la costanza e troppe ore di sonno.
Quando parlo, o meglio scrivo, lascio fare tutto al cuore. E da quando ti ho incontrato ha iniziato a comportarsi in modo strano, è inaffidabile, ha preso a girare al contrario, a battere in levare – nel senso che mi toglie tutto.
E’ che da quando ti ho conosciuto è diventato un cuore asimmetrico, tira sempre un po’ più a est, dice “bisogna controllare la convergenza, la pressione, il caffè”.
Asimmetrico e artimetico, ma solo in parte: ragiona per sottrazioni e per divisioni, conta solo quello che manca (i giorni, i baci, per dire roba semplice), divide tutto a metà.
Asimmetrico, aritmetico e quanto peggio metrico. Mi fa rime senza senso, in mezzo ai suoi calcoli snervanti e sciocchi
“Io senza te sono come il due meno il tre.”
“Quante volte ci sta il cinque nel nove?
Due, un po’ stretto, come noi quando piove.”
“Tabellina dell’otto, il sei lo riporto
radici quadrate di un albero morto”
Asimmetrico, aritmetico, metrico e stronzo.
E’ come un metronomo che si incanta e insiste ad andare con lo zoppo ma non impara mai a zoppicare.
Vienitelo a riprendere e dagli un’aggiustata perché io così non ce la faccio più.
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io ve lo dico: se Wally veramente non avesse voluto farsi trovare ma davvero per davvero non avrebbe messo quella maglia a righe rosse.21 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@michelamarra zi, ma quando smette di piovere22 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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intanto i minisoufflé stanno soufflando http://t.co/vvBTZiMm
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dopo aver comprato il forno un acquisto intelligente sarebbero state le presine.
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HELLOUououououo! http://t.co/TEL3SIQN
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@IL_Diga eh, oh. mi spiace!23 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@Psysara cotte. soffrittino con uno scalogno, poi zucchine e pancetta insieme per una decina di minuti (che non si sfaldino)23 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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scusate per la pioggia, ho appena steso due lavatrici.23 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@Psysara esattamente. prima di infornare lo spennello con l'uovo... viene buonissimo (e bellissimo, che non guasta!)23 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@Psysara (ovviamente goviera = groviera)23 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@Psysara sì! zucchine, goviera e pancetta :)23 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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adesso ancora mezz'oretta di nanna, poi in forno http://t.co/KZLkuAHx
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@noigiornaliste sorella! @gianlucaneri23 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@gianlucaneri regola numero 1: non si prendono le polpette al ristorante!23 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@gianlucaneri secondo me sono un secondo23 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@iconoclastique o è fatto veramente male o sono un'incompresa. mi piace pensare alla seconda ipotesi :)25 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@iconoclastique non indaghiamo. a me hanno chiesto più volte se il pi-greco che ho dietro all'orecchio sia *UN DINOSAURO*25 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@Cucinodavicino yeah!25 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@iconoclastique il tuo tatuaggio è il tatuaggio più bello che abbia mai visto (compresi i miei)25 hours ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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collettivovoci: Roi legge “Occhi veri” di Ipathia Musica: Chopin: Nocturne, in F sharp Major, Op. 15-250 plays