Elisa Poggese
I am a freelance illustrator and comic artist from Italy, and this is where you can find me on the web.
Contact: la.poggy@gmail.com
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Attenzione: questo post NON segna la chiusura del blog. Vorrei però tenerlo per cose più sostanziose come i walkthrough e, in generale, post più corposi di un semplice schizzo. In questo senso Tumblr mi sembra una piattaforma più adatta, e anche più agile. Lì aggiorno abbastanza spesso, quindi se non vi siete ancora stancati dei mie scarabocchi fateci un pensierino :)
PSA: this post does NOT mean I'm closing this blog. On the other hand, I wish to use it for longer posts like walkthroughs and generally more substantial stuff than a simple sketch. Tumblr seems more apt for that, and more low pressure. I update pretty often there, so please take a look if you haven't grown tired of my doodles yet!
Di recente ho visto Valhalla rising, un film che unisce vichinghi e metafisica. So che molti sono rimasti perplessi riguardo a questo connubio, che invece a me è garbato molto, così come mi è garbato molto Mads Mikkelsen nei panni del protagonista One eye, uno con un discreto talento nell'uccidere a mani nude.
I've recently seen Valhalla rising, a movie that merges Vikings and the metaphysical. I know many have been unimpressed with this mix, but I actually really liked it, just as I liked Mads Mikkelsen as One Eye - the main character and a very talented dude when it comes to killing with his bare hands.
Ho voluto riprendere questo stile ma aggiungendoci un po' di colore. I primi sei livelli sono stati realizzati col pennello Acrylic/stringy di Paint Tool SAI, poi i ritocchi finali, le texture, ecc. sono stati aggiunti a Photoshop.
I wanted to use this style but with some more color. The first six layers are in Paint Tool SAI, painted with the acrylic/stringy brush, then I used Photoshop to add detail, textures and final adjustments.
Adesso che la mia settimana come ospite sul blog di Grazia è finita, posso pubblicare anche qui la pinup che ho disegnato per l'occasione, più un paio di illustrazioni scartate che ho finito cinque minuti fa.
Now that my guest spot on Grazia magazine's blog is over, I can upload the pinup I drew for my introductory post, plus a couple of discarded sketches that I finished just a few minutes ago.
(In attesa della prossima stagione di Mad Men...)
(Waiting for the next season of Mad Men...)
Dimenticavo: questa settimana sono ospite del blog di Grazia. Parlerò delle mie disavventure come fumettista hard, dei fumetti porno per un pubblico femminile, e c'è pure un disegno inedito. Ringrazio Daniela che mi ha convocato in naz- ehm, volevo dire, che mi ha offerto questo guest spot. Andate a leggere se volete.
Nel prossimo post caricherò anche qui la pin up che ho disegnato per l'occasione, insieme a quelle che avevo scartato e che piano piano sto completando perché non si butta via niente.
Inspired by a Friendfeed thread about the World Cup, here is the Maradoska: have fun spotting the top moments of Big Diego Maradona's career (yeah, I will always support Italy's national team first but I've also always been a fan of Argentina, too)
They say you wanna hurt me
and they want you dead
It's scraping the bottom of the barrel of life
There's a million different voices
And they're all synchronized
Into one real army that will kill you all
Injecting my brain with adrenaline
They're marching They're squirming
They wanna get out
They're armed to the teeth
It's the Blut Royale
Come to me
(Combichrist- Blut royale)
(Paint Tool SAI & Photoshop)
Questo è uno speedpainting di Megan Fox che ho fatto qualche tempo fa guardando Jennifer's body, un film che ho trovato interessante più per le sue potenzialità inespresse che per quello che si è effettivamente visto sullo schermo (ma Agony Aunt lo dice molto meglio di me). In realtà era solo un pretesto per giocare con Paint Tool SAI, un programma simile a Painter in quanto imita in parte le caratteristiche delle tecniche naturali e permette di mescolare i colori. Ma ha una scelta di pennelli molto più limitata, e non sempre l'effetto "soft" che rende è ciò che cerco. Tuttavia ha il pregio di essere molto leggero (al contrario di quei pachidermi di Painter e di PS), e permette di realizzare delle linee molto fluide e precise.
This is a Megan Fox speedpainting I did a while ago while watching Jennifer's body - a movie I liked more for its potential than for how it actually expressed it. This is basically an exercise in Paint Tool SAI, a software similar to Painter as it tries to imitate natiral media and can blend colors. However, its choice in brushes is very limited compared to Painter, and the soft feel it gives to the painting isn't always what I aim for. On the other hand, it is very light (unlike Painter and PS), and it allows fluid, flawless lines.
Questa è la realizzazione passo passo del disegno di cui sopra. Ho usato SAI fino ai ritocchi finali con texture e contrasto, dove sono passata a Photoshop.
This is the process for the top picture. I used SAI until the very end, where I switched to Photoshop to add the texture and add a "sharpen" filter.
(Photoshop & Paint Tool SAI)
Ho visto Alexander di Oliver Stone solo di recente, e, sebbene sia oggettivamente un film di qualità MOLTO altalenante, le cose da salvare per me sono state sufficienti per tenermi davanti allo schermo fino alla fine (qui c'è un'interessantissima recensione in inglese, che mi trova d'accordo, anche se non sono esperta di storia antica; riparliamone quando uscirà un film sui Borgia, allora sì che potrò fare la maestrina ;) ). La mia scena preferita è quella dell'omicidio di Filippo, soprattutto mi era piaciuto il vestito rosso di Olimpiade in mezzo a un bianco accecante. Questo speedpainting non vuole essere un'illustrazione di quella scena, ma l'ho voluta citare perché mi sembrava emblematica per il personaggio di Olimpiade. Tra l'altro non volevo fare un ritratto di Angelina Jolie, ma, per quanto abbia anche lei un volto anacronistico quanto Farrell, disegnare un personaggio somigliante è venuto naturale... forse perché la trovo più attraente del buon Colin, lol.
I saw Alexander by Oliver Stone only recently, and while it's VERY hit and miss in terms of quality, the good things were enough to keep me captivated until the end (here is a very informative essay which I basically agree with, although I am no expert in ancient history - come back to me with a Borgia film and *there* I'll tell you if they are Doing It Wrong :) ). My favorite scene was the murder of Philip - I especially liked Olympias's red dress among the blinding white of the arena. This speedpainting isn't really an illustration of that scene, but I still referenced it because I think it visually told a lot about Olympias. I didn't want to do an Angelina Jolie portrait either, but, even if her face is as anachronistic as Colin Farrell's, drawing a character that resembled her just felt natural... must be because I think she's hotter than ol' Colin, lol.
Ancora qualche dettaglio della realizzazione. In questo caso ho lavorato al 99% in Photoshop soprattutto con i pennelli di Alex Dukal, gli stessi che ho usato qui. Inoltre, ho aggiunto una texture prima di finire il disegno per poi continuare a lavorarci sopra. Volevo anche un motivo coi serpenti, l'animale-simbolo di Olimpiade, per rendere lo sfondo meno monotono, quindi ho ricalcato la figura di un ouroboros.
Alla fine, sono passata a SAI per degli accenti minuscoli (e perché aprire Photoshop lì per lì mi pesava... tante volte è una motivazione più che sufficiente perché gli preferisca questo programmino) e per ridisegnare la mano, che non mi convinceva. Il pennello "pastello" di SAI è texturizzato e secondo me ottimo per dipingere la pelle in modo naturale. Alla fine, sono tornata a Photoshop per il solito smart sharpen ed è finita lì :)
Other process details. This picture is 99% Photoshop with Alex Dukal's brushes, the same I used here. I also added a texture before finishing painting, so I could paint over it. I also wanted to make the background less dull with a snake motif, since it's Olympias animal, so I traced an ourobouros clipart.
Eventually, I switched to SAI for very minimal touches (and because I didn't feel like loading Photoshop right there and then... sometimes that's enough to make me opt for this little software instead) and so I could paint over her hand, which ended up looking off to me. The "pastel" brush in SAI is nicely textured and very useful to paint natural skin. In the end, I went back to PS for the usual smart sharpen and that was it :)
(Paint tool SAI & Photoshop CS2)
Forse alcuni l'avranno già visto sul tumblr, ma mi sembrava giusto cominciare con uno speedpainting recente, fatto per testare la mia nuova Bamboo Fun. Certo, lo so che quelli bravi usano come minimo l'Intuos, ma me li danno loro i 170 euro di differenza, okay? Nei prossimi post, conto di recuperare un po' di roba che ho sparso per la Rete o che ho tenuto per me nei mesi in cui ho ignorato il mio povero blog. Una prece.
This might look familiar to those who follow my tumblr, but I wanted to start with a recent speedpainting, which was made to test my new Bamboo Fun. Yeah, I know all the cool kids use an Intuos, but I guess said kids also had the 170 euros that set the Bamboo apart from the Intuos at the store. In the coming posts, I'm going to share some older stuff I made while I was neglecting the old blog. Poor thing.
Funny how secrets travel,
I'd start to believe if I were to bleed
Thin skies, the man chains his hands held high
Cruise me blond
Cruise me babe
A blond belief beyond beyond beyond
No return
No return
I'm deranged
Deranged my love
I'm deranged down down down
So cruise me babe
cruise me baby
And the rain sets in
It's the angel-man
I'm deranged
The clutch of life
and the fist of love
Over your head
Big deal Salaam
Be real deranged Salaam
Before we reel
I'm deranged
Posts
It’s an original character of mine for a spaghetti western-inspired story I’ll probably never get around to write properly, but that I like to sketch from time to time!
Impromptu Sansa sketch. Given that she’s currently being ignored on Game of Thrones, I felt the need to contribute to her visibility.
So, I started this project a while ago, with the intention of putting my visualization of the characters from A Clash of Kings on paper before season 2 of Game of Thrones began (and it’s obvious I didn’t succeed at this). I also realized that the characters that are introduced in ACoK don’t exactly match the ones that are introduced in the series (i.e. Roose Bolton makes his appearance in the first book). So I decided to do both. And then I realized that that character list just kept getting longer, so I stopped at 16 and called it a day. That’s why you get no Reeds and probably a bazillion other characters I forgot to put in here, so… please don’t ask, k?
(deviantart)
Delicious pie is delicious.
I posted this before as a link but it needs to be posted again as a picture.
I love the look between Roose and Manderly and how Roose and Walda are all reverse color-coordinating. Despite the disgusting setting, that’s cute.
Oh god look at the source HOW THE HELL DID I END UP ON 4CHAN
does that make me internet famous or do I have to worry
So is Catwin now a Thing, Tumblr? Let’s make it a Thing. Back in the day @onionjulius was the only person I knew who shipped Catelyn/Tywin and I made this AU comic for a fandom exchange which coincided with her birthday. Now that I look at it again it’s chock full of flaws but I’m not going to lie, it’s still quite dear to my heart <3
dreaming big by ~Pojypojy
Made for luvscharlie @ lj. The prompt was “A young Cersei/Brienne’s dreams of what her life will be like when she marries the prince of her dreams. A young girl’s fantasies, infatuation, the tall, dark and handsome prince. Build up in her expectations.” To be honest I think that canon already filled the prompt in the best way with what was probably Cersei’s cutest moment - her drawing a picture of herself and Rhaegar on dragonback :) Only when it was to late to redo it I realised she was supposed to be riding behind Rhaegar though .___. I guess we can pretend she indulged in the fantasy more than once.
Opencanvas and Photoshop
Love this art so much, it’s so well-done and a perfect depiction of this scene. (Please see here for the heartbreaking quote it’s referencing.)
(click for a somewhat better resolution s’il vous plait, et attendez la crème)
I know that a joke that needs to be explained probably just isn’t funny enough, but in case you were wondering how I came up with this brainfart, it’s because I randomly stumbled over this, this and then this post in the timespan of a couple of days.
I also really, really love all the people in this bar scene.
yeah, I know you’ve already seen this joke countless times, but I felt the need for a pictorial version. And BECAUSE OF REASONS
Photographed, not scanned
This is from the cover of a notebook. I like how the shadows in the photo ended up looking like they are part of the picture - or is it just me? .___.
Cersei and Tommen (With Ser Pounce) spending the day together playing.
How did this half assed doodle of mine even end up on tumblr
oh well
As it often happens when I oversleep on Sunday mornings, I have pretty insane dreams. Today, at one point I dreamed that I almost ended up in a fight with some thugs at some outdoor bar, and threatened the biggest of them with some kind of metal staff. “You might be big but this will break your mouth all the same!”
I wish I were this badass in my waking hours, but I’d probably be the one beaten to a pulp I guess.
That awkward moment when you doodle a Melisandre to test your new SAI brushes and you realize that she looks more like the show’s Margaery, just like show!Cersei looks more like your Catelyn
c’est la vie
Audio
Projects
Profile
Experience
- Jan 2011 - PresentFreelance / Freelance
- May 2008 - PresentFumettista / Coniglio Editore
- Dec 2007 - PresentAiuto bibliotecaria, segreteria, organizzazione eventi / Comune di Camposampiero (PD)
- Oct 2006 - PresentIllustratrice / Edizioni Lo Scarabeo
Education
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2011 - 2013Università Ca' Foscari di VeneziaArt History, Criticism and Conservation
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2004 - 2006Scuola Internazionale di ComicsDiploma in fumetto, illustrazione, Photoshop
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1995 - 2000Liceo Artistico statale "A. Modigliani", PadovaMaturità artistica in discipline pittoriche, discipline plastiche, architettura, storia dell'arte
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Anders Thomas Jensen è, principalmente, uno sceneggiatore: possibile che tra i film a cui ha messo mano abbiate visto The Duchess con Keira Knightley, oppure Brothers con Jake Gyllenhaal e Tobey Maguire che è il remake del danese Brødre[1] da lui originariamente scritto, più una discreta lista di film prodotti nella sua terra natale dal Dogma in giù. Il nostro Anders, però, nel tempo libero fa anche il regista, e si dà il caso che, per una serie di fortuite coincidenze[2], lo scorso weekend abbia visto due su tre dei lungometraggi da lui diretti. Sono sicura che fremete dalla voglia di sapere come sono!
Blinkende Lygter (Luci lampeggianti, 2000) è l’esordio di Jensen nella regia di lungometraggi. Se dovessi definirlo in poche parole, direi che è un film molto italiano. E’ la verità! Ci sono molti soliti ignoti in questo quartetto di ladruncoli che sembrano la versione (ancora più) sfigata dei protagonisti di Pusher, dal quale mutuano lo spunto della fuga dal mafioso di turno a cui devono dei soldi. Ma se Refn nella sua trilogia dello spaccio cammina sulla linea tra il film di malavita e il dramma intimista, Jensen sceglie i toni della commedia surreale con occasionali risvolti dark: i suoi protagonisti sono una piccola armata Brancaleone di falliti un po’ fuori di testa che hanno in comune un contatto prematuro e traumatico con la morte e l’emarginazione (e questa tendenza al pugno nello stomaco, invece, direi che è molto danese). C’è lo straight man Torkild (Søren Pilmark), il fanatico delle armi Arne (Mads Mikkelsen), il drogato Peter (Ulrich Thomsen), e il giovane e sensibile Stefan (Nikolaj Lie Kaas), circondati da comprimari ancora più scalcagnati: il cacciatore criptoleghista, il dottore alcolizzato, la fidanzata assillante, i rapinatori ancora più sfigati di loro, per non parlare dei villain che non sono poi così minacciosi (o no?). Il film di rapina e conseguente fuga sono solo un pretesto per parlare di amicizia (rigorosamente maschile, malgrado la parentesi romantica che apre e chiude il film: quasi ti aspetti che qualcuno ad un certo punto dica “qualcosa del genere“), della famiglia che ti crei da solo quando quella vera non è stata all’altezza. Ma in realtà il bello di Blinkende Lygter sta nell’essere genuinamente divertente, spesso in modo abbastanza “scorretto” (impossibile non ridere alla scena delle mucche[3]), e nei suoi personaggi assurdi, sfigati, ma ugualmente simpatici: e qui si potrebbero aprire miliardi di parentesi sulla poetica del loser e di come si differenzi al di qua e al di là dell’Atlantico, ma non sono sicura di avere la forza e soprattutto gli strumenti per farlo.
Non è un film perfetto: al di là di non dire esattamente nulla di nuovo (non che sia un requisito imprescindibile, sia ben chiaro), la regia, che pure ha qualche bella intuizione surreale nei flashback, tradisce ancora un impianto un po’ televisivo. Complice anche la colonna sonora (nella scena che ho linkato ce n’è un assaggio) certi momenti sono un po’ ai confini del telefilm tedesco Ma sono sbavature che non pregiudicano in modo significativo il risultato finale, che rimane godibile, e soprattutto ci sono già i semi per il secondo film di Jensen che ho visto, e che rappresenta un notevole salto in avanti, sia a livello di sicurezza nella regia che di spessore tout court: Adams æbler.
Adams æbler (Le mele di Adamo, 2005) – devo fare una confessione: ho avuto per mesi (diciamo anche un annetto, va’) questo film in versione originale sottotitolata nel mio hard disk esterno, ma alla fine l’ho guardato quando è passato, doppiato, su Rai 5. Sì, lo so! Buu, doppiaggio brutto! Ma la verità è che è un film che si presenta in maniera un po’ sghemba: la maggior parte delle sinossi vi faranno pensare alla storia di un naziskin che si redime tramite i servizi sociali o che comunque ha uno scontro di valori con un prete, che non dico sia un brutto soggetto, ma forse nemmeno il tipo di storia che ti (mi) fa dire “oddio questo lo guardo subito”. SBAGLIATO. Adams æbler non parla di preti e naziskin: parla dei diversi gradi di follia e di menzogna in cui ci rifugiamo per far fronte alle sfighe della vita e ai nostri fallimenti. Che detta così sembra una cosa pesantissima, ma non è del tutto vero, perché si ride anche di gusto, ma insomma, alla fine si capisce anche perché quasi tutti abbiano ripiegato sulla più comprensibile sintesi del prete e del naziskin.
Da Blinkende lygter Adams æbler eredita buona parte del cast (Thomsen, Mikkelsen, Lie Kaas, Ole Thestrup), il simbolismo dell’albero di mele, una fotografia che a tratti suggerisce quasi un idillio fiabesco che però, alla luce dei contenuti del film, diventa uno sberleffo, una satira amara che spinge sul pedale del disagio non appena credi di aver tirato il fiato con una risata. Rispetto al suo predecessore, Adams æbler gioca ancora di più con l’assurdo, ma paradossalmente risulta più vero e incisivo anche nel tratteggiare le relazioni che si vengono a formare tra i suoi protagonisti tutti più o meno borderline. E se come in Blinkende lygter le esplosioni di violenza, per quanto sempre sottilmente perturbanti, servono più la commedia che il dramma (nessun animaletto puccioso sopravvive nei film di Jensen), qui ciò si bilancia con pugni allo stomaco che arrivano senza far rumore, ferite fisiche e mentali che si riaprono di fronte a verità troppo a lungo negate, fragili comunità il cui perno è proprio l’anello debole che, quando cede, si porta giù tutti con lui. Adams æbler rimane difficile da definire fino all’ultima inquadratura: se Adam indubbiamente intraprende un percorso di crescita nell’arco della storia (quello che ci si può aspettare leggendo la sinossi di cui sopra), il film ci impedisce anche di accettare la conclusione come un lieto fine. Dove Blinkende lygter è in definitiva conciliatorio, la terza prova di regia di Anders Thomas Jensen[4] sceglie un approccio problematico, che pure producendo un film altrettanto godibile, non rassicura lo spettatore e rimane in testa anche oltre i titoli di coda. Consigliatissimo.
[1] Che culo che esiste il copiaincolla, guarda
[2] Mads Mikkelsen
[3] mi dispiace ma su youtube l’ho trovata sottotitolata solo in altre lingue nordiche, penso faccia abbastanza ridere anche senza sapere quello che si stanno dicendo. Poi magari voi sapete il danese, e io mi complimento con voi, perché chiaramente è una lingua che ci si mette d’impegno per essere incomprensibile
[4] Di mezzo c’è De grønne slagtere (“I macellai verdi”, nel senso di ecologici), che però non ho visto quindi palesemente non fa testo
Non sono un’esperta di teatro; forse non sono nemmeno un’appassionata, considerato che le volte in cui ci sono stata si contano sulle dita… beh, almeno di due mani e forse si sconfina anche sui piedi cari a QT, ma sono comunque poche considerato che non sono certo una bambinetta appena fuggita dalla scuola media. Quando ho fatto l’abbonamento alla rassegna teatrale del vicino teatro/cinema comunal-parrocchiale è stato soprattutto per via di alcuni grossi nomi in cartellone e per uno spettacolo sulla Mala del Brenta che, per motivi generazional-geografici, è un argomento che qui qualche interesse lo desta sempre. La double feature Danzica/North B-east prevista per gennaio era forse quella che mi interessava di meno: okay, stando al depliant della rassegna si parlava di Padova. Di droga a Padova. Anche un po’ di omosessualità. Sentivo aleggiare il rischio del Tema Sociale, che non è male di per sé, ma fin da piccola gli eccessi retorici mi mettono in palese imbarazzo, è più forte di me. D’altro canto, parliamoci caro: per via dell’abbonamento ormai il biglietto era pagato, e allora cosa fai, stai ad assecondare l’abbiocco post-cena buttando i soldi nel cesso? Questo succede, quando all’asilo le suore ti fanno una testa così con “non lasciare niente nel piatto ALTRIMENTI I BAMBINI DELL’AFRICA?!?”(*): alzi il culo dal divano, e vai.
Siano benedette le suore (ma anche no), perché mi sono trovata davanti a due spettacoli di indubbio valore, parte di una ancora incompleta “Trilogia della città” (Padova) messa in cantiere dagli autori/attori. Difficile sintetizzarne la trama, pur trattandosi in entrambi i casi di rappresentazioni in cui la sceneggiatura ha il suo bel peso, con rispettivamente tre e due monologhi che si intrecciano e sovrappongono in un continuo cambio di prospettive, quasi un Rashomon senza omicidio. Danzica (presentato dal Colectivo TBT, con Marco Tizianel, Silvio Barbiero e Paolo Tizianel per la regia di Vasco Mirandola) racconta la giornata di tre amici, tre perdenti ognuno con un rapporto diverso con la dipendenza dalle droghe. Ma la droga è più un mezzo che un fine del racconto, la lente d’ingrandimento con cui ogni personaggio amplifica il proprio disagio nei confronti di situazioni cui è fin troppo facile relazionarsi. In North B-East (di e con Marco Tizianel e Silvio Barbiero) i personaggi sono solo due – uno studente omosessuale ampiamente fuoricorso e un bancario rampante e divorziato, destinati ad incrociarsi più di una volta nel corso di una normale giornata di afa e disperazione – e l’ambientazione padovana caratterizzata in maniera più smaccata, ma come nel caso di Danzica i dettagli locali non sono mai così preponderanti da rendere la rappresentazione incomprensibile ai “foresti”.
Come ho detto, non sono un’esperta di teatro; non so quali siano i parametri specifici, propri del teatro per giudicare la drammaturgia, la regia, rispetto al cinema o alla televisione o alla letteratura. Quello che so è che mentre assistivo allo spettacolo – soprattutto alla parte di Danzica – non riuscivo a smettere di pensare a quanto cinematografico fosse tutto. Questo malgrado il numero limitato di attori, la scenografia più che scarna e la necessità di evocare, più che rappresentare, molti eventi. Capita molte volte, a torto o a ragione, di parlare di film che tradiscono un impianto teatrale(**), mentre in questo caso la regia, la (eccellente) colonna sonora, le luci, ma anche la qualità fortemente visiva del copione fanno più (potenziale) cinema qui che in tanti film italiani di tema più o meno analogo visti negli ultimi anni. Qualcuno, possibilmente qualcuno bravo, magari ci faccia un pensierino, ne uscirebbe qualcosa come un nostro Trainspotting, ma probabilmente meno furbetto e più sincero.
Qui e qui vi metto, rispettivamente, i link per l’intero Danzica e un estratto di North B-East – va da sé che, malgrado quello che si è appena detto, il teatro filmato quando è ancora teatro perde molto, quindi il consiglio è di non indugiare: nel caso una – o entrambe – di queste rappresentazioni teatrali capitino nei vostri paraggi pensate ai bambini dell’Africa e andate a vederle.
(*) Cosa a cui tu, bambino dell’asilo italiano, puntualmente rispondi senza traccia di sarcasmo: ma allora non la possiamo dare a loro, la mia minestra?
(**) E qui si potrebbe aprire un dibattito: è necessariamente un male che un film tradisca un’impostazione teatrale? Cioè, per dire, è un difetto che Carnage si svolga tutto in una stanza? Una stanza dove Christoph Waltz mangia una torta, peraltro?
Questo blog segue una regola non scritta: quando parlo di film, mi concentro soprattutto su quelli difficilmente reperibili, o che non hanno trovato distribuzione in Italia, o l’hanno trovata tardi, come nel caso di Fish Tank – a proposito, lo sapevate che Andrea Arnold ha in uscita una sua versione di Cime Tempestose? Il film sta girando per festival già da qualche tempo (è passato anche a Venezia), e la cosa più spassosa sono i commenti oltraggiati su imdb che lamentano i personaggi antipatici, la necrofilia e l’insistita violenza sugli animali… tutte cose che erano ben presenti già nel libro della Bronte. Il giorno in cui ci si renderà conto che Wuthering Heights non è un romanzo romantico (o meglio: lo è nel senso più letterale – e perturbante – del termine, un po’ come è romantica Heirate mich dei Rammstein) non sarà mai troppo presto.
Dicevo. Visto anche che aggiorno con ritmi sintonizzati sulle ere geologiche, lascio l’onore e onere di recensire i film in sala a chi sa stare più sul pezzo di me; d’altra parte, se proprio volete sapere cosa sto guardando, ho un account su Miso anche per questo. E però. Si può avere un blog che parla di cinema, anche occasionalmente e un po’ a cazzo di cane come faccio io qui, e non scrivere almeno un paragrafo su Drive? Dell’ultimo film di Nicolas Winding Refn hanno già parlato tutti, è stato visto e amato da persone insospettabili, infamato da chi si aspettava un altro Transporter (ma esisterebbe, Drive, senza Transporter e GTA Vice City?) e invece si è trovato davanti un film per molti versi più vicino a Michael Mann e a David Lynch, anche se personalmente ci ho visto più il primo che il secondo. Drive ha una storia semplice e lineare, facile da seguire e capire se si presta la dovuta attenzione – e se si conosce almeno per sentito dire la favola della rana e dello scorpione.
Una cosa che invece non ho riscontrato spesso nelle varie recensioni, è stato il collegamento tra questo film e il suo immediato predecessore, quel Valhalla Rising che ha messo Refn sul mio radar e da subito nella “lista dei buoni”. E’ anche vero che Valhalla (i cui dvd e blu ray disc ho visto anche all’ipermercato, comunque, quindi non è poi così irreperibile) non ha avuto che le briciole del successo poi toccato a Drive; anzi, credo che non siano nemmeno riusciti ad andare in pareggio con i costi.
Apparentemente, si tratta di film molto distanti tra loro. Dando una scorsa alla filmografia di Refn, Valhalla Rising è l’unico dei suoi film a non avere un’ambientazione urbana e contemporanea, e per molti versi sembra una versione vichinga e bagnata nell’acido di Aguirre, furore di Dio (quindi inevitabilmente mi è piaciuto molto), con la prima crociata al posto dell’Eldorado. Drive – nel caso abbiate passato le ultime settimane in vacanza su Melpomene e non sappiate di che cosa si tratti – è la storia di un taciturno stuntman e meccanico, che per arrotondare fa l’autista per le rapine, e che a un certo punto ha la disgrazia di innamorarsi della vicina di casa.
Ma la sostanza è la stessa, se guardiamo ai due protagonisti spogliandoli degli orpelli (anche se la dichiarata influenza di Snake Plissken nella creazione di One-Eye, messa di fianco alle massicce citazioni anni ’80 di Drive, dimostra che il legame tra i due film è anche – inaspettatamente – estetico). Sia l’autista che One-Eye sono uomini senza nome e senza passato – un passato che lo spettatore può solo intuire, intravedere, supporre. Entrambi sono, inevitabilmente, scorpioni nati per la violenza; la differenza tra il giovane autista e il vichingo guercio sta nel fatto che il primo vive con noi o almeno – disperatamente – ci prova, è messo di fronte alla possibilità, o illusione, di poter essere qualcosa di diverso (a real human being and a real hero, come recita a un certo punto la colonna sonora). One-Eye vive in un mondo primitivo e violento (in the beginning there was only man and nature) in cui la sua natura assassina fa paura, ma è anche accettata così com’è; anzi, lo eleva a uno stato semidivino. Vede il futuro ed è guercio come Odino; dice Refn, “continuavo a dire agli attori che interpretavano i pagani che dovevano far finta di aver catturato Dio, e di immaginare come lo avrebbero trattato“.
In realtà, entrambi gli uomini portano attorno a sé un’aura mitica pur muovendosi in un contesto dimesso, banale. Refn ha volutamente evitato tutti i cliché vichinghi di stampo operistico con Valhalla Rising, così come ha filmato per Drive una Los Angeles povera e vuota, unglamorous malgrado le già leggendarie scritte in Mistral rosa e la colonna sonora electro pop (tra l’altro in entrambi i casi dimostrando un senso del paesaggio, naturale o urbano che sia, davanti al quale occorre togliersi il cappello). In questi mondi minori i due protagonisti arrivano da un Altrove sconosciuto, che li mette alla luce già adulti e dotati di abilità che sfiorano quasi il superpotere, che entrambi sfruttano (o sono obbligati a sfruttare come nel caso di One-Eye) come performer per guadagnarsi la pagnotta in modo socialmente accettabile. E’ interessante vedere come entrambi, all’inizio dei rispettivi film, siano intrappolati in una situazione di stallo – One-Eye letteralmente incatenato come una bestia feroce, l’autista in una routine in cui si è autoincanalato, dalle regole ferree in cui non c’è indulgenza né per lui né per gli altri. La rottura di queste catene vere o virtuali mette in moto una reazione per cui entrambi gli uomini arriveranno, alla fine della storia, a tornare da dove sono venuti, al culmine di un processo che li porta a conoscere la propria vera natura. Drive in questo senso è un film più smaccatamente umanista rispetto a Valhalla Rising, che invece si concentra sul respiro mistico: il processo con cui l’autista rivela il suo vero sé è doloroso e crea empatia nello spettatore, mentre One-Eye è una sfinge che non si esprime mai se non tramite il rapporto – psichico? – con un ragazzino. Inutile sottolineare che anche l’autista di Drive entra subito in sintonia con il figlio della vicina, e il rapporto con il bambino è importante tanto quanto quello con la madre. Si potrebbe dire che questo identifichi i due protagonisti come dei puri, degli innocenti che per uno scherzo del fato sono destinati a seminare violenza che lo vogliano o no; dopotutto lo scorpione non può far altro che pungere, anche se ciò significa annegare con la rana.
A scanso di equivoci, Drive è oggettivamente il film meglio riuscito tra i due, anche al netto della maggiore disponibilità di mezzi produttivi. C’è, nell’ultimo film di Refn, una sintesi felice tra genere e autorialità che in Valhalla, più inaccessibile e criptico, manca (anche se non è il film ostico che alcuni vogliono farvi credere: in quanto a storia e intenti, è lineare quanto Drive). Diciamo che se vi è piaciuto Valhalla Rising molto probabilmente vi piacerà anche Drive, ma non è scontato che sia vero anche il contrario.
E se vi è piaciuto Bronson?
Ho lasciato Bronson fuori dall’equazione per vari motivi: uno è che probabilmente è il secondo film di Refn più visto e commentato (per cui continua a valere la regola di dare la precedenza aì figli della serva, per così dire), un po’ perché in realtà è l’ultimo che ho visto in ordine di tempo ed è quindi il meno “sedimentato” dei tre. A scanso di equivoci, anche Bronson si può vedere come un antenato di Drive, con cui condivide l’approccio più pop (a partire dalle musiche: a Refn, classe 1970, gli anni ’80 evidentemente piacciono parecchio), sebbene con risultati quasi diametralmente opposti che, fatte le dovute proporzioni, ricordano di più l’umorismo crudele di Arancia Meccanica che il sommesso umanesimo del film con Ryan Gosling. Va da sé che chiunque abbia visto Bronson a questo punto può fare due più due e rintracciare molti degli stessi temi visti in Valhalla Rising e Drive: un protagonista con un talento per la violenza che vive in cattività, il tema della performance e la perdita del nome in favore di un soprannome che è quasi un aggettivo, prettamente descrittivo. Ma mentre l’autista e One-Eye vivono in questa condizione loro malgrado, o comunque secondo un senso di ineluttabilità, Charles Bronson ha una personalità istrionica e un desiderio di comunicar(si) che lo spingono ad andare attivamente incontro al proprio destino, se non a esserne artefice. Bronson – complice anche il fatto di essere ispirato a una persona reale, peraltro tuttora viva e vegeta – viene trasfigurato in una maschera da commedia dell’arte, un Mr. Punch senza Judy. One-Eye e l’autista sono più spinti verso l’archetipo puro; Bronson è un personaggio del teatro, loro sono più a loro agio nel mito.
Postille
- nel caso ve lo stiate chiedendo: no, non ho visto la trilogia di Pusher, anche se ovviamente è in lista
- nel caso ve lo stiate chiedendo (2): sì, questo blog è Team Mads, che stavo valutando di mettere nell’angolo del giaguaro per l’occasione, ma alla fine ho tagliato la testa al toro ed è finito direttamente nell’header con un template tutto nuovo
- la colonna sonora di Drive è facilissima da reperire, mentre quella di Valhalla Rising (cosa ho detto del figlio della serva?) ahimé, no. E intendo nemmeno con metodi legali. Onestamente non so come chi ha messo i video su youtube si sia procurato le musiche, può benissimo essere che le abbiano rippate dal film, tanto non c’è pericolo che i personaggi ci parlino sopra (ah ah!)
- tra l’altro, sono l’unica a cui questa canzone ha ricordato quest’altra? Sarà voluto? Chi lo sa.
Al contrario di quanto il titolo potrebbe suggerire, questo non è un post su A Song of Ice and Fire/Game of Thrones di George R.R. Martin, ma mi sembrava una citazione quantomeno appropriata per una lista in ordine sparso di sette film e telefilm più o meno indegni che ho guardato solo perché ottenebrata dalla lussuria per uno o più dei protagonisti, o per un malriposto senso di lealtà nei confronti di questo o quell’attore o regista. Senza ulteriore indugio:
Van Helsing
colpevole: Hugh Jackman
Lo metto per primo perché in un certo senso è l’esempio più egregio: l’ho addirittura visto al cinema, il che significa che non ci ho perso solo del tempo, ma anche dei soldi. E’ anche un ottimo paradigma per spiegare uno dei miei metri di giudizio quando guardo un film, che ho mutuato nientemeno che da un vecchio programma musicale di Rete A. Era condotto dalla tizia protagonista del video di Qualcosa di grande dei Lunapop, e ogni settimana veniva invitato in studio un opinionista diverso che portava una propria personale classifica di video musicali BRUTTI. Un giorno uno di questi tizi disse qualcosa che per me risultò illuminante: inutile stare a prendersela con i video italiani o comunque a basso costo, perché è facile che senza una macchina produttiva solida alle spalle il risultato finale ci sembri scadente. E come esempio di video davvero brutto lui portò Love don’t cost a thing di Jennifer Lopez: chiaramente prodotto con una montagna di soldi, ma senza un’idea che fosse una, e in definitiva poco più che un accrocchio di scene slegate tra loro senza coerenza logica o estetica. Ecco, per me Van Helsing è il Love don’t cost a thing del cinema d’avventura: non un vero b-movie come quelli cui in teoria si ispira, perché ovviamente c’è stato un investimento di denaro se non altissimo almeno rispettabile, ma al contempo poverissimo di idee, noioso, sciattamente convinto che basti mettere in cartellone una star in ascesa com’era al tempo Hugh Jackman (spalleggiato, se non ricordo male, da un David Wenahm sull’onda del Signore degli Anelli) , poi il film vien da sé. Peccato non sia così che funzioni. E oltre al danno la beffa: per il 90% del tempo Jackman indossa un cappello che gli copre la maggior parte del viso, che oltre a non agevolare esattamente l’espressività, è anche un modo un po’ scemo di utilizzare un attore che ha tra i maggiori selling point proprio la sua BELLA FACCIA. Dopodiché non mi sono fatta più fregare e Wolverine: Origini l’ho scaricato, così almeno ho potuto sfogare la mia nerdrage gratis. Ma questa è un’altra storia.
Hex
colpevole: Michael Fassbender
In realtà lo spunto per questo post è nato proprio quando ho visto su tumblr un photoset che raggruppava gif animate di Hex con una di Fish Tank, e la mia prima reazione è stata “lol, ma che c’entra Fish Tank, quello è un bel film”. Invece Hex è… beh, intanto è una miniserie (di Channel Four se non ricordo male), e credo che si potrebbe tranquillamente usare come blando antidolorifico quando ci imbattiamo nelle fiction italiane e ci scatta la sindrome da “all’estero è meglio”. Beninteso: qui ci sono production values che il prodotto medio della Ares film si sogna e una recitazione passabile, ma la sciatteria nella scrittura c’è tutta. Ora, se non ricordo male, la storia è quella di una ragazza che frequenta un college privato nella campagna inglese, ha strani sogni e visioni che la riconnettono a una nobildonna che lì era vissuta ed era diventata un strega, e al centro di tutto questo ci sarebbe un losco e affascinante figuro, che altri non sarebbe che Fassbender nei panni di se stesso un demone immortale alla costante ricerca della donna giusta da ingravidare con la sua progenie satanica. Che detta così sembrerebbe anche un bel fantasy-horror con risvolti exploitation come non se ne fanno da un pezzo, E INVECE NO. Il punto è che in Hex non succede niente. E’ una non-storia al pari di Twilight (di cui ho visto solo il primo film per appurare se facesse davvero cagare come dicono, ed è proprio quello il punto: non è nemmeno brutto, è nullo) che, escludendo il personaggio dell’amica fantasma lesbica della protagonista che almeno porta un po’ di verve, non offre alcun reale motivo per essere visto. A parte il fatto che Fassbender è davvero BELLO BELLO IN MODO ASSURDO in questo telefilm, e allora si sopporta anche il fatto che tutto sommato al posto suo ci sarebbe potuto essere anche il primo gabrielgarko che passava. Però ecco, c’è pure una seconda stagione ma non mi fregano più (tra l’altro ho sentito che lui c’è solo per pochi episodi per poi lasciare spazio a nuovi personaggi: segue gesto dell’ombrello)
La maschera di ferro
colpevoli: Jeremy Irons, John Malkovich
Scelta vintage e anche un po’ anomala perché sono abbastanza sicura che buona parte del mio rapporto controverso con questo film sia dovuto al fatto che lo andai a vedere al cinema in una brutta giornata (per motivi che non sto a spiegare perché saranno anche fattacci miei), e invece di distrarmi non fece che peggiorare le cose. Per motivi che non starò a spiegare. E però anche al netto delle magagne personali, rimane un film un po’ così, fatto per capitalizzare sull’irresistibile ascesa di Di Caprio nell’era del Titanic, con un contorno di attoroni che recitano con una mano legata dietro la schiena e l’altra sul portafogli, che lascia un retrogusto di inconsistente operazione commerciale vicino a quello di Van Helsing. Resta il fatto che al tempo per me Jeremy Irons e John Malkovich erano il non plus ultra, attraenti nel ’98 come lo sono i beni rifugio nel 2011. Tra il film davvero piuttosto “meh” e i loro parrucchini con le extension, beh, se lo potevano risparmiare loro come me lo potevo risparmiare io.
Amundsen der pinguin
colpevole: Till Lindemann
Questa è proprio per utenti esperti: scaricare da emule con pochissime fonti (quindi ci ha messo una vita) un film per bambini in tedesco e senza sottotitoli solo perché c’è Till Lindemann, ovvero il cantante dei Rammstein, in un ruolo secondario. Se devo essere onesta per quello che ne ho capito non è nemmeno un brutto film: è una curiosa storia di rapina a sfondo ecologista, in cui dei brutti ceffi rubano il pinguino della bambina protagonista perché questi sarebbe in grado di ritrovare un tesoro nascosto al polo nord (o sud, non mi ricordo). Sì insomma, rai 2 potrebbe tranquillamente doppiarlo e mandarlo in onda un sabato pomeriggio prima dell’ennesima replica di qualche corto Disney con Pippo. Resta il fatto che mi sono sciroppata un’ora e mezzo di film in una lingua che non conosco solo per una manciata di scene con Lindemann che tra l’altro nel frattempo erano state comodamente estrapolate e caricate su youtube. Almeno non l’ho pagato?
A.I. – Intelligenza Artificiale
colpevoli: Stanley Kubrick, Jude Law
Ora, io non è che disprezzi Spielberg (dopotutto ha colorato la mia infanzia con tutti gli Indiana Jones e gli ET e gli squali del caso, e Schindler’s List lo riguardo ogni volta che passa in tv), però il suo nome da solo non è abbastanza per mandarmi al cinema. Quando però vi si associano concetti come “il progetto incompiuto di Kubrick” in un periodo in cui avevo la FOTTA per Kubrick e “Jude Law” in un periodo in cui avevo la FOTTA per Jude Law, la musica cambia, anche se c’è di mezzo l’irritante bambino del Sesto Senso col suo faccino da giovane vecchio. Di per sé alla fin fine il film non era nemmeno pessimo, ma chi si ricorda di A.I. nel 2011?
Appunto.
Dynasty
colpevole: Helmut Berger
Come forse si può intuire dal titolo di questo blog, qui a Helmut Berger gli si vuole bene. E non si nega il fatto che, quando il tuo film d’esordio è La caduta degli dei, mantenere gli standard è un pochino difficile. Tra l’altro, Berger non ha nemmeno avuto la fortuna di rimanere bello bello in modo assurdo nel corso degli anni come è successo all’eterno rivale (se non altro per le attenzioni di Visconti) Alain Delon, di cui l’attore austriaco, all’inizio della carriera, costituiva una sorta di controparte dionisiaca. Ora, se volessi mantenere un minimo di coerenza, a questo punto della classifica forse dovrei mettere Un dio chiamato Dorian di Massimo Dallamano: dopo aver perso invano del tempo a cercare di scaricare il torrent, alla fine ho ceduto e comprato il dvd, dove peraltro l’audio italiano, nonostante il buon lavoro di restauro della Rarovideo, dà l’impressione di essere stato registrato in un cantiere. Il problema è che, con tutto il suo essere camp e kitsch e insopprimibilmente datato, secondo me quel Dorian Gray lì non è male, e a modo suo è una trasposizione davvero fedele del romanzo di Wilde, e quindi non mi sento di metterlo in classifica (quello nuovo con Ben Barnes, d’altro canto, non l’ho visto e nemmeno so se ne ho voglia: ho sentito puzza di Van Helsing fin dai primi trailer). Quindi? Quindi Dynasty, anche se ci ho speso solo pochi minuti di cazzeggio su youtube una sera che non avevo davvero NIENTE da fare. E’ famosa la dichiarazione di Berger riguardo il suo coinvolgimento nella soap (che durò pochi episodi, non mi ricordo se si licenziò o fu licenziato): “mi recavo sul set piangendo e poi in banca ridendo”, quindi diciamo che in partenza non ci credeva molto nemmeno lui. Il suo personaggio si chiamava Peter – wait for it – Devilbis, un malvagio seduttore che malvagiamente seduceva Fallon, una stordita che ovviamente solo perché arriva un europeo ricco e invadente e più vecchio di lei che le offre una cena ci finisce a letto, e — okay, non mi sembra ci siano ministeri di mezzo. Non saprei nemmeno io indicare un motivo preciso per cui questo excursus televisivo di Berger è finito in lista, se non una diffusa sensazione di ciò che definirei imbarazzo per conto terzi, o fremdschamen, nell’idioma nativo del nostro Helmut, anche al netto della consapevolezza che si tratta di una soap di venticinque anni fa. Tra l’altro io mostrerei questi video agli sbarbatelli nati nel ’95 che si mettono a fare i revival anni ’80 perché hanno visto Lady Gaga con le spalline alla Grace Jones: QUESTI erano gli anni ’80, niubbi.
Tra l’altro a casa mia ci garbava di più Dallas.
Paganini
colpevole: Klaus Kinski
E’ in momenti come questo che mi manca la Zia, che tra l’altro a suo tempo di Kinski Paganini aveva già parlato. Questo è un altro film che entra in lista un po’ di traverso, perché sapevo esattamente a cosa stavo andando incontro (beh, non del tutto), e l’ho fatto lo stesso, tra l’altro in un giorno in cui ero stroncata da un’emicrania di quelle che ti fanno guardare alla ghigliottina con un certo affetto. Questa è la misura del mio masochismo: quando non ne posso più di stare a letto al buio e drogarmi invano di flurbiprofene e optalidon, mi trascino sul divano e guardo dei film deliranti. O con i sottotitoli. O entrambe le cose. TAFAZZI AIN’T GOT NOTHING ON ME, YO.
Dunque, in Paganini Kinski dirige e interpreta (in italiano) una biografia del noto violinista, indossando tra l’altro un’inedita parrucca nera (o forse si era proprio tinto, chi lo sa). Buona parte del film sono riprese sghembe, lui che suona, lui che abbraccia e bacia il figlio Nikolaj, allora bambino, con un impeto che dici “diobòno mollalo che gli stacchi la testa”, e soprattutto TROMBA con una serie di signore che include: Debora Caprioglio (allora tipo diciottenne nonché sua moglie. Ricordiamocelo: Debora Caprioglio è stata sposata con Klaus Kinski), Tosca D’Aquino (piiirìpi), e DONATELLA RETTORE VESTITA DA LADY OSCAR. Se non ricordo male uno degli amplessi è filmato col contrappunto di due cavalli che si montano con contorno di luci fluo. Certo, certo, lo so che Kinski è apparso nei più beceri b-movie con grande sprezzo del pericolo e del ridicolo, e nel mucchio c’è sicuramente roba peggiore di questo Paganini, ma insomma, io questo ho visto, con quantità spropositate di antinfiammatori in circolo e il sudore rancido di quando SOFFRI, guarda Kinski, GUARDA COSA MI HAI FATTO FARE.
L’angolo tassonomico e non nozionistico – ho calcolato il totale del tempo speso per aver guardato questi film (lasciando fuori Dynasty perché il trollaggio random su youtube non è quantificabile, ma voi sapete bene che è una perdita di tempo di default):
880
minuti della mia vita che non riavrò mai più
Poteva andare peggio… ma sono abbastanza sicura di aver tralasciato degli esempi importanti. E non è detto che la storia non si ripeta. Del tipo che di Merlin non me ne è mai fregato un beneamato e sembra pure un po’ una poverata, ma
(Guarda. Guarda cosa mi stai facendo fare. Ma non ti vergogni?)
Complice la recensione di The woman ad opera di Elvezio Sciallis e i commenti che ne sono scaturiti, ho deciso di passare un weekend con Zio Tibia e fare una mini maratona di horror che non avevo ancora visto e che si sono rivelati avere una cosa in comune: una ragazza in trappola.
Comincio con The house of the devil (di cui aveva parlato a suo tempo anche Hell, che è molto più sul pezzo di me; ma bisogna capirmi, dopotutto il bradipo è il mio animale guida), in quanto l’unico tra i tre film che ho visto a non essere tratto da un romanzo di Jack Ketchum, e che si distingue anche a livello contenutistico. Niente tortura, violenza psicologica e degrado morale, ma un film volutamente vecchio stampo, filologicamente corretto fino all’inverosimile nel suo ricreare l’estetica e i topoi degli horror a base di satanismo e case infestate degli anni ’70/’80. Questa meticolosissima ricostruzione da parte del regista Ti West di un’epoca in cui (come me, peraltro) era appena nato è sia un punto di forza sia una debolezza di The house of the devil; tutte le recensioni che ho letto si confrontano con questa scelta stilistica e di contenuto. Esercizio di stile sterile e fine a se stesso (se questa meticolosità estrema e serissima stia al di sopra o al di sotto dell’ironia postmoderna che viaggia sull’asse Tarantino-Rodriguez è da vedere), o scelta consapevole e meno conservatrice di quello che sembra?
A dire il vero mi sembra la proverbiale questione di lana caprina. Quali che siano le motivazioni di West per fare un film dei primi anni ’80 nel 2009, come se fosse una capsula del tempo ritrovata, non cambia il fatto che siano passati trent’anni dall’epoca di riferimento, e che il pubblico porti con sé – consciamente o inconsciamente – un bagaglio di visioni diverso, nel bene e nel male, di quello che poteva avere nell’83. Se THotD fosse davvero uscito trent’anni fa, forse non sarebbe riuscito a emergere dal mucchio, o comunque non sarebbe sembrato rivoluzionario; oggi fa discutere perché si pone inevitabilmente come riflessione sul cambiamento del gusto: basta paragonarlo con il Texas Chainsaw Massacre del 2003 o con l’ Amityville del 2005, entrambi ambientati negli anni ’70 ma piantati saldamente nel mainstream degli anni zero, tendente alla gratificazione immediata. THotD, invece, indugia per tre quarti di film sulla costruzione della suspense: il titolo stesso ci informa che c’è qualcosa di maligno che incombe sul fato della protagonista, ma la narrazione rimanda ostinatamente il momento del climax, ammantando di un sapore inquietante la giornata in apparenza banale (ma di una banalità inquietante e straniante) trascorsa dalla ragazza. In un certo senso la soluzione finale è quasi secondaria, oltre che telefonata dal cartello che appare all’inizio del film – la setta satanica, la fuga nel cimitero, sono tutti topoi che anche lo spettatore meno smaliziato ha imparato a riconoscere e ha ormai metabolizzato. Il vero elemento perturbante è tutto nel prima, nel senso di isolamento e alienazione trasmesso da Samantha. Samantha è una vittima designata in quanto già perdente, schiacciata dalla vita in tanti piccoli modi, tutti concreti e riconoscibili: senza soldi, con pochi amici, lontana da casa, timida e con la fobia dei germi, forse vergine (è un film rigorosamente casto, almeno in superficie). L’orrore è già tutto qui.
Impossibile non parlare della ricostruzione certosina di un’epoca, come in una sorta di “Mad Men meets Carrie“, dove anche le scelte di casting sono accuratissime in questo senso. E la scenografia, perché ovviamente la casa maledetta fa da personaggio aggiunto, con il suo décor opprimente, i suoi angoli bui, le scale che guidano inevitabilmente a orrori nascosti dietro alle porte chiuse – ed ecco, quello è un topos che a mio parere non diventerà mai davvero vecchio perché in qualche modo universale, atavico. L’idea che la casa, il luogo familiare e sicuro per eccellenza, nasconda in sé l’orrore e si trasformi in trappola letale invece che in nucleo protettore, è uno di quei temi che probabilmente non spariranno mai dalle “storie di paura”, siano esse film o libri o leggende metropolitane tramandate ai campiscuola parrocchiali.
Dovendo tirare le somme, mi trovo in parte d’accordo con chi dice che in THotD la forma è più importante della sostanza, ma non ritengo che questo sia per forza un male. A suo modo è un film necessario, perché punta il dito sulla possibilità di pensare uno stile di racconto diverso, che pure senza puntare a contenuti “alti” non tratti necessariamente lo spettatore come un ragazzino nemmeno troppo sveglio. Forse il film che mi ha colpito meno a fondo tra i tre che ho visto, ma resta un titolo che consiglio - a meno che non siate tra quelli che si sono lamentati perché in 13 assassini di Takashi Miike si parla e si riflette troppo prima di cominciare con le spadate e le vacche in fiamme. In tal caso lasciate che concluda con un’ovvietà di quelle che quando le dice Warhol sembrano più pregnanti:
Qualche giorno fa stavo commentando con un’amica il pilot di The Borgias, lamentando un po’ la caratterizzazione “ammorbidita” di Cesare Borgia (se non proprio ANNEGATA NELLA MELASSA quando si trova in prossimità di Lucrezia) rispetto ad una realtà storica che suggerisce ben altro. D’altra parte riflettevo sulla necessità di rendere il protagonista di una storia accessibile al pubblico, qualcuno per cui ci si senta autorizzati a fare il tifo, per cui Cesare Borgia ripeterà “voglio proteggere la mia famiglia!” ogni tre per due mentre manda il suo sgherro ad assassinare qualcuno, il Libanese sarà animato dal desiderio struggente e malriposto di rendere fiera sua madre, e via dicendo.
Tuttavia mi domando anche se, nella narrativa seriale, stiamo assistendo al crepuscolo degli stronzi. Giusto ieri ho finito di leggere Rex tremendae maiestatis, l’ultimo libro della saga di Eymerich di Valerio Evangelisti. Al di là dei giudizi di merito sul libro stesso (a cui ho dato quattro stelline su anobii più per affetto nei confronti del personaggio che per il valore del romanzo in sé: diciamo che i fasti di Cherudek, ma anche de Il castello di Eymerich, sono rimasti cosa del passato), è impossibile non notare come gli angoli della personalità asprissima dell’inquisitore si siano smussati, vuoi per l’età o che altro. Parliamo di un personaggio che si distingue per integralismo religioso, disprezzo dei più deboli, misantropia, antisemitismo e misoginia, per non parlare della convinzione incrollabile di essere sempre nel giusto, anche quando compie azioni moralmente discutibili (tipo spingere persone giù da dei dirupi) perché tanto “Dio è con lui”. Eppure Eymerich funziona tanto più è sgradevole e respingente, ed è stato precursore di un tipo di personaggio che l’ha fatta da padrone nella serialità televisiva degli anni zero , cioè il PROTAGONISTA STRONZO, che rientra nella definizione di Antieroe di tipo 4, ma anche no.
Penso a House, che in un certo senso è il paradigma di questo tipo di personaggio, ma anche, in maniera diversa, a Vic in The Shield (che è capace di azioni eroiche quanto di comportarsi come un’autentica MERDA UMANA: non si fanno certe cose agli amici, Vic! Anche se non è che gli amici fossero molto meglio di lui). Per non parlare del cast intero di Nip/Tuck, un telefilm che, anche prima di fare il salto dello squalo, del merluzzo e del tonno Nostromo, si contraddistingueva per essere popolato da gente amorale e meschina ai massimi livelli. Cose che avevamo già visto (e anche peggio) in un qualsiasi romanzo di Bret Easton Ellis, ad esempio – ma che qui erano applicate a un prodotto popolare per eccellenza come la serie televisiva, che per definizione, per fidelizzare lo spettatore, deve farlo affezionare ai personaggi.
Ecco, io ho l’impressione che nello scorso decennio la televisione mi abbia dato diversi stronzi a cui affezionarmi. Ma mi sembra anche che sia in corso un’inversione di tendenza: House ormai alla peggio fa i dispetti a Wilson e lì finisce la sua bastardaggine, i chirurghi plastici di dubbia moralità sono caduti nel dimenticatoio (lo sapevate che Nip/Tuck è finito nel 2010 con l’episodio 100? No? Appunto) e Vick Mackey, beh, lui ha saputo mollare prima di sputtanarsi – The Shield ha sicuramente avuto un calo nel corso delle stagioni, ma non si può dire che abbia mai davvero tradito lo spirito bastardo dentro della prima ora. Lie to me, epigono di House con il suo protagonista geniale ma poco portato per i rapporti umani, non ha avuto gli ascolti sperati e ha rischiato di essere interrotto alla seconda stagione. E anche se apparentemente si esula un po’ dalla categoria, confrontare le figure di eroe/leader di Lost e di The Walking Dead e vedere quale telefilm ha il padre di famiglia ligio alla legge e quale il tipo (divorziato!) tormentato, rompicoglioni e vagamente ciclotimico con un passato – e un futuro – da alcolista.
Potrei benissimo sbagliarmi, ma secondo me ci stiamo avviando verso un ritorno non dico dell’eroe, ma del protagonista che (nemmeno tanto) in fondo è un buon cristo che fa il suo dovere senza sentirsi obbligato a prendere a pesci in faccia il prossimo – oppure, se è un criminale o un sociopatico (o un signore rinascimentale), fa quello che fa ma sì, beh, dai, in fondo non è tanto male. Oppure l’hanno picchiato da piccolo (a dirla tutta, per me il salto dello squalo di House è avvenuto già quando è saltato fuori che la nonna lo menava o roba del genere). Beninteso, non giudico ciò né positivo né negativo – né penso che mancheranno le eccezioni - ma tendo a vederci un segno dei tempi. Magari in futuro si dirà che, in un periodo di crisi economica e incertezza generale, il pubblico aveva voluto almeno la rassicurazione di potersi identificare in personaggi solidi, caldi, invece che in individui complicati e respingenti. Staremo a vedere se la narrativa popolare che verrà ci parlerà della gente che vorremmo sperare di essere, invece di chiederci cos’è che non ci piace di noi stessi.
Normalmente mi importa poco del festival di Sanremo, diverse edizioni le ho proprio saltate a pié pari, anche perché a casa mia, storicamente, la musica italiana non è mai andata per la maggiore, almeno non quella che solitamente si esibisce all’Ariston.
Epperò siamo nel 2011, ci sono i socialcosi, e ci si diverte anche a fare i gruppi d’ascolto cazzeggioni che commentano/perculano in diretta quanto accade nella più nota, immarcescibile, orchestrale kermesse canora italiana (ammesso che in Italia si usi la parola “kermesse” per qualcosa che non sia Sanremo). E’ anche vero che con un gruppo d’ascolto cazzeggione adeguato si può anche stare a commentare la barba che cresce sulla faccia del nonno di Heidi.
Tuttavia, devo ringraziare (anche) Sanremo per avermi fornito uno di quegli aneddoti gustosi che mi rivendo ogni volta che ne ho l’occasione, ovvero “quella volta che presi 8 scrivendo un tema su Elio e le Storie Tese”.
Correva il mio primo anno di liceo, e come è normale alcuni di noi ebbero dei problemi di assestamento nel passaggio dalle medie alla scuola superiore (alla fine dell’anno furono bocciati in sette). Io non ero poi molto preoccupata; anche se farei fatica a definirmi secchiona (il mio atteggiamento “prima il piacere poi il dovere” è più o meno agli antipodi della secchionaggine, direi), ero sempre andata molto bene a scuola, specialmente nelle materie umanistiche, specialmente in italiano.
Entri la professoressa Fibonacci[1].
La Fibonacci aveva due caratteristiche che la contraddistinguevano: una somiglianza impressionante con Orietta Berti, e un modo di parlare lezioso che malcelava un’indole un po’ bastarda dentro.
Cominciammo a studiare I promessi sposi come da programma. Io li leggevo sul libro che aveva usato mio padre vent’anni prima, anche se, tra carta ingiallita e copertina rigida blu smunto, sembrava risalire ai tempi di Manzoni stesso. La Fibonacci, col suo birignao induttore di sonnolenze, ci aveva trascinato tra vasi coccio e vasi di ferro, tra fracristofori e mariemondelle, finché non interrogò. Alle medie non interrogavano mai in italiano, al massimo facevi i temi e gli esercizi del’antologia come compito per casa.
Sapevo poco, annaspai.
“Cinque”, cinguettò Orietta Fibonacci prima di mandarmi al posto. Non ci sarebbero state altre interrogazioni o prove scritte per tutto il primo quadrimestre, e quel cinque me lo ritrovai – disonore! – sulla pagella di metà anno, insieme a una più prevedibile insufficienza in matematica.
Nel frattempo, però, non me la passavo male: perché mi ero trovata delle nuove amykette, perché comunque una scuola con tutte quelle ore di disegno è bella per forza, perché ci sentivamo ganze a stare lì con la sigaretta a occhieggiare da lontano i ragazzi del quinto anno, perché in ogni caso passare dalla scuola media sbrecciata e un po’ bulla del paesino al liceo nuovo di zecca in città è sempre e comunque un upgrade.
Rimaneva, comunque, la MACCHIA dell’insufficienza di fianco alla scritta “Italiano”.
Fast forward a febbraio. E’ il 1996, l’anno fatidico in cui partecipano Elio e le Storie Tese. Io avevo cominciato ad ascoltare gli Elii da quando era cominciato Cordialmente su Radio DeeJay, e in quegli anni analogici e un po’ pezzenti ci si arrangiava con le cassettine: tra i miei amici girava una copia malconcia di Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu, con il lato A tagliato, e lo spazio vuoto alla fine del lato B riempito con Odio i lunedì di Vasco e Disco inferno. Non dico che sia come aver fatto la guerra, ma sono quelle esperienze che temprano una generazione. Fatto sta che, con queste premesse, la partecipazione degli Elii alla KERMESSE venne accolta da noi pischelletti con una certa esaltazione, voglio dire, si era mai vista a Sanremo – che quell’anno era in versione mummificat-pippobauda – una cosa così?
Ora sappiamo che questa canzone – profetica se non proprio ETERNA: belle belle le instant song di Elio dalla Dandini, ma in realtà c’era già tutto qui – è diventata un classico pop e ha donato al simpatico complessino nella popolarità mainstream, ma allora, in quel freddo febbraio del ’96, Orietta Fibonacci non poté che reagire con INDIGNAZIONE.
“Una volta Sanremo era una cosa seria!”, sbottò in classe. Non l’avevo mai vista così infervorata. “Tenco si è UCCISO da quanto sentiva l’importanza di quella competizione! E invece adesso hanno rischiato di vincerlo quei buffoni delle Storie Tese!”
Pensavamo che fosse stato uno sfogo estemporaneo, e invece, nel tema programmato per la settimana seguente, la traccia di attualità chiedeva proprio di commentare il festival di Sanremo.
Mi trovai di fronte a un dilemma. Sentivo la pressione di quel fottuto cinque in pagella di cui dovevo assolutamente liberarmi. D’altra parte, tutto il discorso su Tenco mi aveva messo in uno stato d’animo da “wrong on the internet” ben prima che l’internet entrasse in casa mia. Pensai: “muoiano con me tutti i filistei” e cominciai a scrivere un’arringa in difesa degli Elii, spiegando la sottile (neanche tanto, ma sembrava che alla Fibonacci fosse sfuggita del tutto) satira operata da La terra dei cachi, che usava una confezione da canzonetta demenziale per dire delle verità pesanti sull’Italia.
Consegnai il tema convinta di aver ragione, ma anche attangliata dal dubbio. E se la Fibonacci fosse stata il tipo di insegnante che penalizza chi non la pensa come lei?
A suo onore, bisogna dire che non era questo il caso. Una decina di giorni dopo, riconsegnò i temi valutati. Avevo preso 8.
“Bel tema, Poggy” mi disse, seria “effettivamente credo di aver capito il tuo punto di vista, hai argomentato bene.”
Da allora, tutto rientrò nella normalità, nel senso che tornai a essere la solita secchiona in italiano (e la solita sega in matematica), e di quello non mi dovetti più preoccupare, anche quando la Fibonacci cambiò scuola alla fine dell’anno salvo poi ritornare per insegnare in un’altra sezione quand’ero in terza. Mi ricordo quando la vidi avanzare lungo il corridoio, dove stavo cazzeggiando insieme al mio compagno di classe metallaro:
“La Fibonacci ha smesso di farsi la tinta”, commentai, indicando i capelli ora candidi della professoressa.
“Così assomiglia a Dolph Lundgren”, disse lui.
Mi piacerebbe ricordarla così:
"Parlami della Provvidenza nella poetica di Manzoni"
[1] Nome cambiato per la privacy, chi c’era sa, ecc.
Non avevo intenzione di fare post riassuntivi, ma a quanto pare ci ha pensato WordPress per me e stamattina (“mattina” è una parola grossa) mi sono trovata un riepilogo delle visite (“about 29 full 747s”), delle immagini caricate, ovvero “There were 118 pictures uploaded, taking up a total of 26mb. That’s about 2 pictures per week” (and that’s terrible), e dei post più popolari, dove, un po’ a sorpresa, ha vinto quello su A Serbian film , che è stata anche la principale chiave di ricerca per arrivare fino a qui. Ma il vero motivo per cui mi sono presa la briga di scrivere questo post invece di riprendere in mano la rece di Romanzo Criminale, è l’immagine che WordPress ha scelto come più rappresentativa del 2010:
RENE’ FERRETTI URLA “VIVA LA MERDA”
Non serve aggiungere altro.
E insomma, buon Natale, buone feste, eccetera a tutti quelli che capitano più o meno involontariamente su queste pagine. Non ho molto da aggiungere al riguardo se non che ho un rapporto molto rilassato col Natale (nulla di paragonabile al mio odio feroce per il Capodanno), l’entusiasmo dell’infanzia ormai è bello che andato, ma devo dire che non mi dispiace nemmeno: come può dispiacermi una festività dove la gente ti regala delle cose, si mangia come dei maiali, e l’atteggiamento nei confronti dell’alcol è “liberi tutti”?
Comunque per non rendere questo post totalmente fine a se stesso, ho da farvi vedere una cosa che mi ha divertito molto. Cercando le decorazioni per l’albero sugli scaffali in magazzino, io e mio fratello abbiamo trovato, ad avvolgere dei vecchi bicchieri, un foglio di giornale. Più precisamente del Mattino di Padova del 26 marzo 1981, il che lo rende più vecchio di me di cinque mesi esatti. Serendipità! Le quattro pagine in oggetto riguardano gli spettacoli e la cronaca di Abano Terme, insomma nulla di apparentemente succoso (vi interesserà sapere che in quel periodo l’Orion pallavolo aponense aveva “toccato il fondo”), ma siccome a me piace il VECCHIUME, ho estrapolato ugualmente un paio di cose simpatiche/interessanti/WTF.
Scopro che proprio allora usciva Bianco, Rosso e Verdone, ma soprattutto scopro che Roberto Lazzaro è il mio D.J. PREFERITO. E anche che l’inflazione è una brutta bestia: ingresso e consumazione L. 7000
La commedia all’italiana tiene botta con Ricomincio da Tre, ma soprattutto HYPE A MILLE per Elephant Man: “si consiglia di vedere il film dall’inizio”. Notare il dancing “P1″, che secondo me fa riderissimo col senno di poi.
Ah, quel novellino di David Lynch: “indubbiamente un successo per il giovane regista che si è avvalso della Mel Brooks production per questa che si può ritenere una ‘opera prima’ anche se già nel 1976 David Lynch si era presentato con Eraserhead un film prodotto alla buona in ben quattro anni di lavoro e che aveva indotto la critica a definirlo come ‘il più grande e sconosciuto regista del mondo’”
Ed ecco la mia parte preferita: the high cost of living
Ma ti pare che un povero vigile debba spendere metà del suo stipendio mensile lordo per una pelliccia di OPOSSUM?!? E poi cos’è un castoro lontrato? Il corrispettivo peloso della trota salmonata? Il frutto di un rapporto contronatura?
Quegli esosi, antiecologici, ingialliti anni ’80.
Il Libanese con una pelliccia di castoro lontrato rubata all'Eurofur
Ecco, questo vi volevo dire. Il prossimo post con ogni probabilità (ma ormai non prometto più niente) sarà sulla seconda serie di Romanzo Criminale, giusto per rimanere in tema nostalgico “ah i bei vecchi tempi di quando si sparava per strada” – anche se, come per Lost, recensire è un po’ come dire addio, e, sempre come per Lost, la conclusione di RC mi ha lasciato affranta (AFFRANTA, vi dico) all’idea che non ce ne sarà ancora. Alla fine volevo bene un po’ a tutti, guardie, ladri, donne che nascondono armi nella bernarda, i Gazebo. E ovviamente all’ispettore Canton.
Tra una recensione e l’altra, ho avuto occasione di passare un paio di giorni a Stoccarda ospite di un’amica. E’ stato il mio terzo viaggio in Germania e la mia seconda esperienza con l’urina di Satana, cioè l’apfelschorle.
Occorre cominciare con un flashback.
E’ la primavera del 2002. Vado a Berlino per la prima volta con un viaggio organizzato dall’università. Per qualche oscuro motivo, dobbiamo fare scalo a Francoforte sia all’andata che al ritorno (forse non c’erano voli diretti Venezia-Berlino in quel periodo? Boh), e i professori colgono l’occasione per farci passare la mattinata del primo giorno a Francoforte e visitare la città. Purtroppo è il primo maggio, il che implica due cose:
a) tutti gli edifici pubblici sono chiusi, inclusi i musei
b) ci sono i neonazisti che onorano la festa del lavoro con una contromanifestazione dove sono usi aggredire i non ariani che incontrano sul loro cammino, con la simpatia che li contraddistigue
Siccome il tasso di arianesimo della nostra compagine è alquanto basso, alla fine la visita di Francoforte si risolve in una breve passeggiata lungo il Meno, e colazione con birra e wurstel in un pub (d’altra parte eravamo in piedi più o meno dalle quattro del mattino).
Questo per quanto concerne il viaggio d’andata. Sulla via del ritorno, affrontiamo lo scalo a Francoforte in maniera classica: bighellonando. Visto che non c’è un cazzo da fare, e non ho preso niente da portare a casa, entro in una specie di minimarket a prendere del pane nero tedesco per mio padre, che ne è ghiotto.
Di fianco al pane nero, vedo una bottiglietta da mezzo litro di quello che sembra proprio succo di mela, con sopra disegnate delle mele, e con su scritto “Apfelschorle”.
Io ho sempre amato il succo di mela. Da piccola me lo portavo a scuola nel bricchetto in tetrapak, nella tasca davanti dello zaino insieme al Buondì Motta. Il succo di mela: naturalmente dolce, dissetante, malto per intenditori. Già mi immagino la noia dell’attesa al gate notevolmente migliorata da questo nettare dorato e zuccherino. Ha! Altro che il caffè orrendo (ma gratis) della macchinetta della Lufthansa!
Passo alla cassa e torno verso il gate con i miei acquisti. Tutta contenta, apro la bottiglietta, ne prendo un sorso e…
…è gassato. Che non è un male di per sé; anche se non le bevo spesso, non sono una di quelle che “bibite gassate male cacca raus esci da questo corpo”.
Il problema è che tutto ciò che c’è di buono, bello, e moralmente GIUSTO nel succo di mela viene VANIFICATO dall’aggiunta di anidride carbonica. E allora sì che dirò MALE CACCA RAUS ESCI DA QUESTO CORPO. Magari adesso ci sarà qualcuno di voi che mi dirà: cazzate, l’apfelschorle è buonissimo! E io vi dirò: a me sembra pipì (del demonio), ma non è questo il punto del post. A quello ci sto arrivando.
Fine del flashback
Sono pochi gli alimenti che non mi piacciono al punto di metterci una croce sopra forever and ever, ma l’apfelschorle fa parte di quel ristretto club (per dire quanto mi faccia cagare). Un proposito facile da mantenere vivendo in Italia, e di cui ho tenuto conto quando sono tornata a Berlino all’inizio di quest’anno.
Stoccarda, primi di dicembre 2010. Vado a trovare un’amica per un paio di giorni. La stagione, il relativo maltempo, la brevità della visita che impedisce un approfondito giro culturale della città della Porsche: la soluzione è andare dalle bancarelle del mercatino di Natale alla birreria e ritorno, scofanandoci specialità locali nel frattempo.
Una cucina ruspante, corposa, fondamentalmente MAIALA, ottima per farti immagazzinare calorie per affrontare l’inverno, e che di conseguenza mi è piaciuta molto.
Della birra non ho prove fotografiche ma era prodotta a chilometro zero (il birrificio è ben dentro il perimetro della città), era buona e, ovviamente, economica in modo quasi ridicolo. Poi ho assaggiato dell’ottimo pane integrale, e lì forse mi sarei dovuta insospettire, vedere il filo rosso che lega pane integrale tedesco e apfelschorle, ma ero troppo ottenebrata dalla birra, dal’overdose calorica, e da immagini surreali tipo questa:
Il punto è che Stoccarda è attraversata da un giardino pubblico ENORME che contiene anche lo zoo comunale, e quindi passeggiando per il parco si vede il backstage di alcuni dei recinti degli animali, tra cui:
Un orso polare depresso perché aveva aspettato l'inverno tutto l'anno per poi scoprire che non era tutto questo granché
Un bisonte che si gratta le corna sulla palizzata, un po' come mio nonno che si gratta la schiena sugli stipiti delle porte
E poi corvi, un falchetto e PAPPAGALLI. Giuro, ci sono pappagalli tropicali allo stato brado sugli alberi innevati di Stoccarda. In centro, abbiamo anche incrociato una mamma che spiegava alla figlia piccola che in una città lì vicino, di pappagalli, ce n’erano MOLTI di più. Svevia: la Giamaica d’Europa.
Sono anche stata alla biblioteca comunale, che è a scaffale aperto, alta tipo tre o quattro piani, e ti lascia prendere in prestito CINQUANTA tra libri, film, e compagnia cantante: roba da piangere di gioia se non fosse stato tutto in una lingua a me ignota. Tuttavia abbiamo preso un film in inglese, The countess di Julie Delpy, di cui forse parlerò o forse no, ma so che ciò che più vi preme è l’apparizione dell’apfelschorle in questa storia.
In questa storia io sono Rezzonico, l'apfelschorle è Gervasoni e Huber non c'è
Insomma, dopo un paio di giorni all’insegna del crossover tra Quark e l’Oktoberfest, torno in Italia sperando in un tempo un po’ meno uggioso e già sentendo la mancanza bruciante dei käsespätzle.
Non ho una grande esperienza di aeroporti internazionali, ma definirei quello di Stoccarda piuttosto grande. Forse pure troppo, visto che il padiglione in cui si trova il mio banco del check-in è pressoché VUOTO. Ho capito che è un mercoledì mattina e l’aereo su cui salirò non è proprio pieno, ma dove cazzo sono tutti gli altri? Vabbé.
Sonnecchio un po’ aspettando che apra il desk. Mi viene sempre sonno in aeroporto, sono in debito di caffeina e ho pure dimenticato a casa le pastiglie per la tiroide, quindi dopo tre giorni che non le prendo forse è comprensibile che sia un po’ stordita (sto cominciando a giustificarmi per il FAIL incombente).
Fatto il biglietto, vado al controllo sicurezza. L’addetta che mi fa le domande di rito (“Hai liquidi in zaino? Trucchi, creme, computer?”) è una rubiconda matrona di una giovialità invero spiazzante. Specialmente se ripenso alla sua omologa che mi perquisì lo zaino a Berlino, trovandoci un mazzo di carte trevigiane che esaminò come se potesse nascondere esplosivo al plastico o Bin Laden stesso.
Ho tolto cintura e orologio ma il metal detector suona lo stesso. Un’altra addetta mi perquisisce, salta fuori che a suonare sono le scarpe, dei Doc Martens 1460 e che quindi *non* hanno la punta in ferro. Mi dò una pacca sulle spalle per aver messo i calzini nuovi. Passano gli anfibi ai raggi X e me li ridanno senza problemi, con tanti saluti e auguri di buon viaggio.
Mentre mi dirigo al gate, rimugino sulle mie scarpe. Credo di possederle da almeno dieci anni, e ne hanno viste tante. Probabile che i metal detector siano tarati per eccesso piuttosto che per difetto, soprattutto dopo le recenti minacce terroristiche, ma vuoi che, in tutto questo tempo, i miei Doctors abbiano accumulato tali e tante particelle di… di roba da essere diventati un coacervo di scorie e metalli pesanti che nessuna passata sullo zerbino potrà rimuovere? Delle piccole Chernobyl che deambulano insieme a me?
L’ho detto, che avevo sonno e non ci stavo tanto con la testa.
Visto che avevo dovuto abbandonare la bottiglietta d’acqua prima di passare il controllo, decido di investire i miei ultimi spiccioli in una bibita, e visto che alla macchinetta costa TUTTO due euro e cinquanta dico “col cazzo che li spendo in acqua minerale, mi prendo un tè freddo come farebbe Dan Peterson così almeno assumo un po’ di zuccheri e mi tiro su’”.
E’ una di quelle macchinette in cui digiti il codice. Localizzo il Nestea nella fila di mezzo, che va dal 31 al 39.
Dal 31 al 34 c’è il tè. Dal 35 in poi c’è lui, l’apfelschorle. Infido, mimetizzato di fianco a una cosa dello stesso colore, con una bottiglietta di forma simile. Il cuculo che scalcia via dal nido le altre bibite. Penso a quanti altri turisti ignari siano stati ingannati dalla sua tinta paglierino, credendo di trovare il conforto dolciastro, familiare del tè industriale e ingerendo invece qualcosa di tranquillamente assimilabile all’idraulico liquido.
Inserisco i miei ultimi 2,50€ nella fessura, poi ho solo banconote che la macchinetta non accetta. Opto per il tè al numero 33. Digito il codice e
NON
SO
COME
DIGITO
35
Guardo, sgomenta, l’artiglio meccanico dell’avanzatissimo, bellissimo distributore tedesco con motore Porsche che va a prendermi servizievolmente l’apfelschorle.
Dico ad alta voce: no!
Il braccio meccanico, come il robottino di un film per ragazzi anni ’80, non si limita a far cadere la bottiglietta sul fondo del distributore. La trasporta fino allo sportellino laterale e lì la appoggia, in piedi, non sia mai che si sgasi.
L’apfelschorle mi guarda, deridendomi. Come potete vedere dalla foto in cima al post, io ci ho provato. Mi sono detta: non può essere così male come lo ricordo. Tutto sommato la prima volta c’era stato lo shock di scoprire che non era succo di mela ma un’altra cosa, stavolta so cosa aspettarmi.
Inutile dire che faceva cagare come sempre.
In confronto, il caffé acquoso e la merendina congelata che mi danno in aereo mi sembrano il Pedrocchi, e tutto sommato me la passo anche bene: il viaggio è breve, ho di fianco un sedile vuoto così posso allargare i gomiti, riesco a vedere le Alpi svizzere innevate dal finestrino che, una volta tanto, non è giusto sopra l’ala. L’apfelschorle è già dimenticato nello zaino, al ritiro bagagli c’è anche il momento COMMEDIA SLAPSTICK con una ragazza cui si era aperto il beauty case disseminando spazzolini e creme da giorno lungo il nastro trasportatore, che purtroppo non era quello customizzato Casinò di Venezia:
ma ci siamo adeguati lo stesso.
Insomma, dopo il climax rappresentato dall’EPIC FAIL, questo mio scorcio di vita con Murphy (quello della legge) sembra ormai finito.
Sono in macchina con mia madre, sulla via del ritorno, un po’ cotta ma fondamentalmente in forma. Se non fosse che provo uno strano senso di fastidio al labbro superiore, che, com’è come non è, mi pare proprio sia cominciato dopo il mio tentativo di bere l’apfelschorle.
“Sicuramente avrò le labbra screpolate dopo essere stata all’aria aperta più del solito”, mi dico. Illusa. Vado a casa, mi esamino allo specchio, e cosa vedo? Come i migliori villain di serie B, l’apfelschorle ha voluto rendere noto di essere ancora vivo e vegeto prima dei titoli di coda, e MI HA PROVOCATO UN’ALLERGIA gonfiandomi il labbro e ricoprendolo di minuscole bollicine grandi proprio, ironicamente, come quelle di una bibita gassata.
Insomma, ho dovuto prendere le mie pive, il mio sacco, e rassegnarmi di fronte alla VITTORIA MORALE di questa bevanda ostile, facinorosa e antidemocratica: mi duole dire che svuotarla nel lavandino non mi ha regalato altro che il sorriso amaro degli sconfitti.
Morale della favola: d’ora in poi in Germania berrò SOLO ALCOLICI. Non dovrebbe poi essere difficile.
Prosit
Posts
So I’m going to make some posts to upload (most of) my reaction gifs for personal reference… but of course they’re here for everyone to take. More to come in the next few days!
11 more gifs under the cut!
Venice is a pacman
Arieccola questa foto, è ritoccata
i’d like to thank tumblr
for being able to bring up tags i used once, a year ago, and haven’t even glanced at since
and never keeping the tags i use every FUCKING DAY
Jaime kissed her cheek. “He left a son.”
“Aye, he did. That is what I fear the most, in truth.”
That was a queer remark. “Why should you fear?”
“Jaime,” she said, tugging on his ear, “sweetling, I have known you since you were a babe at Joanna’s breast. You smile like Gerion and fight like Tyg, and there’s some of Kevan in you else you would not wear that cloak…but Tyrion is Tywin’s son, not you. I said so once to your father’s face, and he would not speak to me for half a year. Men are such thundering great fools. Even the sort who come along once in a thousand years.”
Jaime V, A Feast for Crows (via crouchingtigerhiddenvaginas)

Huangshan (simplified Chinese: 黄山; traditional Chinese: 黃山; pinyin: Huángshān; literally Yellow Mountain)
metalshell replied to your post: …but is Bronn supposed to know how to read, though
E’ la stessa cosa che ho pensato io!!!XD
Ha tante qualità, caro, ma dubito che l’alfabetizzazione sia una di queste ù.ù
tuffatore:“APaz a cinquantasei anni” - ieri Andrea Pazienza avrebbe compiuto 56 anni… ecco come si era immaginato (dall’archivio dell’amico Stefano P.)
(dalla pagina Facebook Stefano Tamburini Tribute)
Audio
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putthebaconinthepan: Malcolm in the Middle Theme Song YOURE NOT THE BOSS OF ME NOW! YOURE NOT THE BOSS OF ME NOW!2240 plays
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polworld: Bluvertigo - La Crisi quando arriva una crisi riaffiorano alcuni ricordi che credevo persi10 plays
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The Men - Dog Spelled Backwards is God Spelled Backwards is Dog10 plays
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musicmeds: AM: Crystal Stilts - Radiant Door20 plays
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silber-augen: Keine Lust - Rammstein161 plays
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ultimaarrivata: 30 Day Song Challange - Day 1: Favorite Song Hurt - Johnny Cash You are someone elseI am still right here.5421 plays
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bidonica: CHIUDETE L’INTERNET (Mattinata fiacca su tumblr, vi ripropongo questa perla che si era un po’ persa in un post notturno)19778 plays
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CHIUDETE L’INTERNET19778 plays
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then the victim stared up looked strangely at the screen as if her pain was our fault but that’s entertainment what we crave for inside no more second rate movies from those people outside Ex VoTo - Monitor (Siouxsie and the Banshees cover)11 plays
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ivorydahlia: Song: Suspicious MindsAlbum: Suspicious Minds: The Memphis 1969 Anthology (1969)109 plays
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onionjulius: Where I go I just don’t knowI’ve got to got to gotta take it slowWhen I find my peace of mindI’m gonna give ya some of my good time314 plays
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onionjulius: bidonica: exposing myself to ridicule while speaking about nerd stuff in a language that isn’t mine! Fun times ASOIAF ACCENT CHALLENGE … YOU HAVE THE BESTEST VOICE!!!1 D: I just … it’s not that you sounded unlike what I expected, it’s just so cool to finally hear you. FINALLY. Ahhhhh amma do this now. DUDE IF I KNEW I WOULD HAVE SKYPED YOU! (j/k you don’t really want to skype me) Now I also want to smack myself on the head because I *do* have an actualfax favorite line from the books (more than “the things I do for love”, I mean), and that was Brienne’s “words are easy, deeds are hard”, it sounds simple if not obvious but it’s very Thematically Relevant, etc. Oh well, I’ll leave it written down here for the posterity.168 plays
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exposing myself to ridicule while speaking about nerd stuff in a language that isn’t mine! Fun times ASOIAF ACCENT CHALLENGE Name, Username, Name of your Blog? Where do you live? Pronounce these words: Westeros, shekh ma shieraki anni, Cersei, Vaes Dothrak, Viserys, Xaro Xhoan Daxos, Stark, Lannister, Baratheon, Deepwood Motte, Winter, Arya, Catelyn, Yunkai, sigil, Khaleesi, Viserion, Drogon, Rhaegal, Daenerys, Aerys, Edric, Myrcella, Arianne Martell, Melisandre, Valar Morghulis, Valar Dohaeris, Braavos, Balon, Hizdahr zo Loraq, Arakh, Dolorous Edd, Lysa, Roose, Beric Dondarrion, R’hllor, Harrenhal, Gregor Clegane, Jaqen H’ghar, Meereen, Maester, Jeyne, Hodor. Which house are you from? Which of the 5 kings (Robb, Renly, Joffrey, Balon, Stannis) do you fight for? Favorite Character? Favorite Book? Favorite Sigil and Words? North, South or across the Narrow Sea? Who do you think will sit on the Iron Throne in the end? Shaggydog, Greywind, Summer, Lady, Nymeria or Ghost? Would you join the Nights Watch? Most hated character? Khaleesi or Queen? Dragons or Direwolves? Which god(s) do you pray to? Then finish with your favourite line from the series.168 plays
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funny-looking: Charlotte Gainsbourg — 5:55 awake with open eyesa drift upon the nightand miles away from land10 plays
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austinkleon: M83, “Midnight City,” off Hurry Up, We’re Dreaming (2011) New M83 double album drops today. I was streaming it yesterday—really good. Surprised they didn’t get him to score Drive. I love M83 albums because they sound like the soundtrack to a movie you really, really want to see. For a reason, it turns out: “Hurry Up, We’re Dreaming is this soundtrack to an imaginary world in this imaginary movie.” So there you go.1253810 plays
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