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Certo che ricordo! Ci siamo persi di vista ancora ragazzini. Se non sbaglio ti eri messo a suonare la batteria.Posted 4 months ago
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Un grazie di cuore a tutti i tantissimi amici che mi hanno scritto per il mio compleanno.Posted 7 months ago
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MA COSA DIFENDE L'ESERCITO ITALIANO IN AFGANISTHAN? Aspetto risposte dagli amici.Posted 17 months ago
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BERSANI HA RAGIONE. BERLUSCONI E GOVERNO A CASA. PERO' PRIMA BUNGA BUNGA!Posted 19 months ago
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Ringrazio tutti gli amici che mi hanno fatto gli auguri di compleanno.Posted 19 months ago
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Ringrazio tutti gli amici per gl auguri di buon compleanno.Posted 19 months ago
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PER FAR POLITICA SERVONO IDEE, POSSIBILMENTE INNOVATRICI. MA SENZA PASSIONE, CUORE, ALTRUISMO E SACFRICIO, MEGLIO METTERE LE IDEE AL SERVIZIO DI QUALCOS'ALTRO.Posted 2 years ago
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OGGI LA TORRE APRE SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE IN MAGISTRATURA. AVANTI CON L'INCIUCIO! INUTILE OSSERVARE CHE SI TRATTA DI UNA LESIONE STRUTTURALE DEL POTERE GIUDIZIARIO COSTITUZIONALE. UNA AUTOSTRADA PER SOTTRARRE I PM DAL POTERE GIUDIZIARIO STESSO. L'ANTICAMERA PER SOTTOMERLI POI AL POTERE POLITICO. ALTRO CHE RIEQUILIBRIO DEI POTERI ALL'INTERNO DEL PROCESSO!Posted 2 years ago
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Come si puo' definire oggi l'arte della politica? Piu' o meno come 4secoli fa. "Il segreto di fare i propri affari e di impedire agli altri di fare i loro." Gatien de Courtilz de SandrasPosted 2 years ago
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CRISI DELL'EURO. C'E' SPECULAZIONE E NESSUNO RIESCE A METTERGLI UN FRENO. PERO', SE I CINESI CHE HANNO AUMENTATO IL PIL TRA IL 2008-2009 DEL 15%, MENTRE NOI CALAVAMO DEL 5%, HANNO DECISO DI RICOCOMINCIARE AD ACQUISARE DEBITO USA E NON I TREMONTI BOND, E' NATURALE CHE LA FINANZA AMERICANA SI RIFACCIA SU CHE PUO' E CIOE' SULL'EUROPA.Posted 2 years ago
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L'ACQUA E' UN DIRITTO PER I CITTADINI. DA PIU' PARTI SI SOSTIENE CHE NON E' UN DIRITTO GRATUITO. NO, PER I CITTADINI L'ACQUA DEVE ESSERE GRATUITA, ENTRO CONSUMI STANDARD D'USO DOMESTICO E QUELLO CHE VA PAGATO SONO I COSTI PER PORTARLA FINO AL TUO RUBINETTO DI CASA. SU ACQUA ED ARIA NON SI PUO' PERDERE LA BUSSOLA. ALTRIMENTI SI MUORE, DI QUESTO PASSO, TRA POCO CI VENDERANNO ANCHE L'ARIA FRITTA.Posted 2 years ago
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Da Giornalettismo del 22 agosto 2010.
A che serve il processo breve? A salvare Silvio Berlusconi dai processi Diritti Tv-Mediaset e Mills, attualmente congelati dal legittimo impedimento che però presto finirà alla Corte Costituzionale per il giudizio di legittimità: e il rischio di una bocciatura è grande. L’analisi è di Luigi Ferrarella nelle pagine degli editoriali del Corriere della Sera che, con l’esperienza del cronista giudiziario di lungo corso, ci spiega senza sconti i termini della situazione.
FERMATE I PROCESSI – “Il processo giusto e ragionevole ce lo chiede l’Europa, non è un capriccio della maggioranza”, dice Silvio Berlusconi, e Ferrarella fa notare come l’Europa, però, ci chieda anche insistentemente e con varie sentenze condizioni più umane per i nostri carcerati, pressati in sei in celle da tre persone; ma nessun decreto legge urgente in merito sta venendo messo all’ordine del giorno per ovviare a questo problema. Dunque, le ragioni dell’accelerazione sul processo breve sono altre: secondo Enrico Musso, parlamentare del PdL, “è un’ipocrisia non ammettere che c’è un’agenda nascosta per tutelare il premier dai suoi processi”. Dunque lo sanno, lo dicono e lo fanno. Quali processi. però? E come può il ddl sul processo breve fornire l’ennesimo scudo al Presidente del Consiglio?
NORMA RETROATTIVA – “La mina sotto l’intero sistema”, continua Ferratella, “è la norma transitoria retroattiva che, solo per i processi in primo grado commessi prima del 2 maggio 2006, ne determinerebbe l’estinzione non dai due anni dall’inizio del dibattimento, e neanche dal rinvio a giudizio, ma dalla addirittura dalla richiesta del Pm del rinvio a giudizio”: e sarebbero inclusi in questa categoria, ovvero quella dei processi per cui è stato richiesto il processo prima del 2 maggio 2006, appunto i due procedimenti diritti tv-Mediaset, per cui il Pm ha chiesto di poter procedere nell’aprile 2005, e Mills, richiesta fatta nel marzo 2006. Due vertenze una più spinosa dell’altra: ad esempio secondo l’accusa, nel caso Mediaset-diritti Tv, fiduciari per conto di Silvio Berlusconi compravano mediante società offshore film americani, rivendendoli poi a società gemelle fino alla vendita finale a Mediaset. In ognuno di questi passaggi l’importo per l’acquisto aumentava, e accantonando le differenze Mediaset fu in grado di accumulare quel patrimonio in fondi neri finito sotto attenzione della magistratura nel caso All-Iberian. Berlusconi in prima persona si sarebbe intascato ben 280 milioni di euro, esente tasse e in frode agli azionisti (dunque, un falso in bilancio).
E LA PARTE OFFESA? – Dunque, continua Ferratella, per tutelare i suoi affari, Berlusconi, timoroso di una nuova bocciatura in Corte Costituzionale, “punta ora su un’altra legge che, oltre ad estinguere i suoi, azzererà però anche talmente tante altre migliaia di processi che ministero della Giustizia e magistrati, pur litigando a colpi di pseudostatistiche, non sono capaci di quantificare”. E se “dietro a ciascun processo” resterà “un imputato esente da giudizio”, bisognerebbe ricordarsi però, conclude il Corriere, che in ogni vicenda giudiziaria c’è anche “una parte offesa, privata” in questo modo “di giustizia e dirottata verso improbabili cause civili”; parte offesa verso la quale bisognerebbe comportarsi con più rispetto, prevedendo magari “scelte organizzative” che assicurino una “sentenza più breve”, e non la promessa “non del processo, ma del suo certificato di estinzione”.
Giulio Cavalli sul Blog dell'Italia dei Valori del 15 agosto 2010.
La notizia dei 100 milioni versati da Silvio Berlusconi alla mafia, contenuta nel foglio dattiloscritto e controfirmato da Vito Ciancimino, secondo quanto scritto da Felice Cavallaro sul Corriere della Sera, sarebbe una notizia solo in un Paese con la memoria andata in prescrizione… dove un Governo ricattabile gioca a confondere i fatti con le opinioni, e a curare il cancro delle mafie con i cerotti. Quindi è una notizia.
Eppure, nell’Italia dell’informazione trasformata in vassoio per raccogliere le bave del re, l’ultima rivelazione di Massimo Ciancimino (e per la prima volta, di sua madre Epifania Scardino) è passata come una brezza di ferragosto, perfettamente inscatolata tra i “complotti” e le “invenzioni” che sono la ciclica difesa del fedele Ghedini a tutela servile del premier. Non importa nemmeno che l’anziana moglie di Don Vito dica «Si, mio marito incontrava negli anni Settanta Berlusconi a Milano… Ma alla fine si sentì tradito dal Cavaliere…». Eppure di un assegno di 25 milioni dato dal Cavaliere ai Ciancimino se ne parla ormai da sei anni, dopo un’intercettazione in cui il figlio Massimo parla della regalia berlusconiana alla sorella dichiarando di avere ricevuto quei soldi direttamente dalle mani di Pino Lipari. Sarebbe una notizia, in un Paese normale. In questo ferragosto di battibecchi e divorzi è diventata invece una voce di corridoio.
O forse non è una notizia perché la memoria non si è appassita come qualcuno vorrebbe e ci si ricorda che nel processo Dell’Utri si legge che ogni anno arrivavano milioni in regalo direttamente da Arcore. Dichiarazioni di più pentiti ma (poiché il cecchino Feltri ci insegna che solo la “carta canta”) anche ben documentati: durante le indagini negli anni novanta sulla famiglia mafiosa di San Lorenzo infatti si ritrova un appunto nel libro mastro del pizzo che dice “Can 5 5milioni reg”. O forse ci si ricorda perfettamente che i fratelli Graviano furono spediti a Milano a partire dal ’92 dove “avevano contatti importanti” e dove incontrarono più volte anche Marcellino Dell’Utri. Lo dice il pentito Gaspare Spatuzza ma (siccome vi diranno che Spatuzza non è credibile e i pentiti non possono deviare il corso della politica) lo dice anche l’ex funzionario della DC Tullio Cannella, politico per nulla pentito. E ci si ricorda che Gaetano Cinà, uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), visitava spesso gli uffici di Milano 2, e che l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano sia un condannato mafioso con il tratto per niente eroico della vile omertà.
Nonostante il premier si affanni a scrivere pizzini a Cicchitto in cui gli raccomanda in Aula di parlare di mafia (avendo già altri nel partito che si occupano a parlare “con la mafia”), nonostante anche nel centrosinistra qualcuno insista per scambiare la mafia come sceneggiatura buona per le fiction piuttosto che cancro delle istituzioni, oggi Cosa Nostra può guardare dall’alto i frutti della propria strategia di tensione e poi cooperazione con le istituzioni: tra il ’95 e il 2001 sono state approvate alcune leggi che sono fatti, mica opinioni. Sono state chiuse le carceri di massima sicurezza di Pianosa e dell’Asinara. Con la scusa della privacy si è imposta la distruzione dei tabulati telefonici più vecchi di cinque anni. In modo bipartisan è stata riformata la legge sui collaboratori di giustizia con il risultato di una diminuzione sensibile dei pentiti (calpestando il modello di Falcone e Borsellino). Si è pressoché smantellato il 41 bis e con la riforma del “giusto” processo si è concessa la facoltà di non rispondere, elevando l’omertà ad un (eroico) diritto di stato. Alcuni parlamentari hanno anche provato a parlare di “dissociazione” mafiosa. Il ministro Alfano ha proposto una riforma che consentirebbe alle difese di chiamare in tribunale un numero illimitato di testimoni, per ingolfare ancora meglio la palude dei processi. L’onorevole Gaetano Pecorella ha proposto il ricorso alla Convenzione Europea per la revisione dei processi (guarda caso, idea del vecchio Vito Ciancimino per annullare la sentenza del maxi processo di Palermo). Sempre ricalcando l’idea del vecchio boss Don Vito la Lega propone l’elezione dei giudici. Ad abbattere le difficoltà del riciclaggio ci ha pensato lo “scudo fiscale”.
Cosa dobbiamo aspettare perché sia un diritto (e soprattutto un dovere) raccontare e dire del rapporto adultero tra le mafie e questa Seconda Repubblica? Quando si riuscirà a gridare che il marcio di questo Stato sta uscendo dai polsini dei nostri governanti?
Mafia é mafia. Senza sinonimi, senza moderazioni.
Da Signore e Signori Buonanotte. Regia episodio di Ettore Scola - 1976.
Aldo Lobina su Democrazia Oggi del 21 luglio 2010.
Non sono il solo ad avere l’impressione di vivere in un mondo rovesciato. I grossi affari attirano da sempre l’attenzione di gruppi economici rapaci, che cercano di assicurarsene i ricavi.
Le grandi opere, dal G8 alla ricostruzione post terremoto, l’affare Eolico generano o promettono di generare, accanto a realizzazioni concrete, proventi che vengono parzialmente reinvestiti per procurare col consenso politico una classe di governo “amica” incline a garantire continuamente quel mondo economico, che poi detta le regole, anche le più alte, per lo più inique. La democrazia rappresentativa, mortificata da una legge elettorale “porcellina” non ha in sè e non può avere - per sua intrinseca natura - la forza morale di opporsi a questa degenerazione, perché ne è figlia. I deputati e i senatori non li sceglie il popolo, ma i partiti, e dentro i partiti quelli che in genere rispondono a queste catene “alimentari” . Il sistema è complesso e molto articolato, si giova di punti di riferimento negli ospedali, nelle università, nella pubblica amministrazione, compresa la magistratura e nel mondo delle professioni, anche religiose. Infatti trova perfino collateralità in certe istituzioni ecclesiastiche cattoliche, che si trovano invischiate, magari in buona fide. Non meraviglia più nessuno che esista davvero una loggia segreta P3.
Al peggio,si sa, non c’è mai fine. E in numero tre, per quanto perfetto, ne conta molti dietro di sé e ne ha troppo pochi davanti. Abbiamo l’impressione che la classe politica non abbia né la forza né la volontà di cambiare rotta. Sta bene ai partiti, evidentemente anche a quelli che si richiamano al centro sinistra, poter scegliere i deputati che prima che al popolo rispondano ai partiti stessi. Occorrerebbe ripensare i partiti, prima di ogni altra cosa. Seriamente.
In Sardegna l’affare Eolico lambisce lo stesso presidente della regione, chiamato dalla magistratura a dare spiegazioni. Berlusconi ha scelto Cappellacci per governare la Sardegna e i Sardi hanno ratificato la scelta. Procurano dispiacere le frequentazioni del delfino troppo fisicamente vicine a faccendieri intraprendenti. Un vecchio adagio dettato dalla saggezza popolare recita “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Evidentemente non bastano certe frequentazioni per delinquere; nessuno è responsabile se in forza del suo lavoro o della sua carica viene avvicinato da persone di non specchiate virtù, non proprio raccomandabili, ma capaci di raccomandare. Quello che importa è mantenere una dirittura morale (che aggettivo demodé!), non acconsentire a intrallazzi che ne promettono altri.
A chi scrive - e forse anche a chi legge - viene una considerazione spontanea: Se Scaiola, Verdini, Brancher, Cosentino, Dell’Utri, Previti e lo stesso presidente del Consiglio del quale costoro sono stati o sono strettissimi sodali sono persone che hanno lavorato e lavorano per il bene comune, allora sono degni di amministrare in nome del popolo, e chi si oppone loro fraudolentemente (fosse anche la stessa magistratura) attenta allo stato di diritto, non solo ai diritti di elettorato passivo delle persone nominate. Ma se così non è, siamo nella situazione diametralmente opposta, quella in cui sarebbe l’illegalità ad essere sdoganata e a governare!
Di consorterie in Italia e in Sardegna ce ne sono molte, è quasi uno sport nazionale. Il clientelismo stesso è una forma di corte, che accompagna ogni espressione di potere anche comunale. Esso è quasi connaturato col potere che per sua natura tende a perpetuarsi. Nessuna amministrazione può esistere e reggersi ignorando questo sistema, che tende a favorire gli amici o quelli di cui ci si può fidare. Il problema sta nel salvaguardare sempre e in ogni caso i diritti di tutti e non solo quelli degli amici. La logica dell’affiliazione piace, solletica lo spirito di appartenenza a qualcosa di esclusivo . Dalla croce rossa alla protezione civile volontaria, dai boy scouts al club bocciofilo, ai Lyons e ai Rotary, alle diverse organizzazioni sportive, passando per le variegate associazioni a carattere confessionale fino all’opus dei. L’unione fa la forza , aiuta a perseguire i fini di istituto, che in genere sono evidenti, palpabili. Aiuta nella buona considerazione di sé. Non sono in discussione questo tipo di associazioni, oserei dire neanche quelle più chiaramente clientelari, stampelle dei potenti. Se non è tutta una montatura artatamente studiata per colpire con gli amici lo stesso presidente del Consiglio allora questa seconda repubblica annaspa in mezzo ad una questione immorale che mina le istituzioni. Non c’è giorno che non si scopra il malaffare, che corrotti e corruttori non occupino le cronache della nostra vita quotidiana. Che non vi sia l’assalto alla diligenza, l’arrembaggio di pirati con o senza gamba di legno, con o senza bandana: oggi a farti tacere, domani… E’ costretta ad intervenire perfino la prestigiosa organizzazione internazionale, l’Onu, per osservare che la legge sulle intercettazioni - che nasconderebbe molto di questo marciume - non va bene e deve essere modificata prima di essere promulgata. Mentre il nostro ministro degli Esteri diplomaticamente si dichiara sorpreso e sconcertato…. e noi con lui!
Se le notizie provenienti dalle indagini dei Carabinieri a proposito delle ventilate vicende sarde saranno confermate dagli opportuni controlli giudiziari, i nostri professori di storia aggiungeranno nei vocabolari un altro significato del cesaropapismo, senza alcun riferimento al capo della chiesa cattolica questa volta.
A Cesare quel che è di Cesare
Da Portale News del 17 Luglio 2010.
Che altro deve succedere? "Cesare" - come lo chiamavano nel loro codice Flavio Carboni, Marcello Dell'Utri e soci - sapeva tutto.
«Cesare», cioè Silvio Berlusconi, il capo del governo di questo Paese, sapeva dei ricatti, delle minacce, dei falsi dossier confezionati per screditare candidati non graditi alla Cupola. La scelta del nome il codice è il dettaglio che fa luce sulla scena: Basso impero, scrivemmo molti mesi fa. Qualcosa di peggio. L'imperatore, diceva sua moglie. Nerone, e non più nella versione grottesca di Petrolini. Una china irreversibile in cui avidità e delirio di onnipotenza trascinano il corpo lacero della democrazia. Cosa serve ancora perché sia chiaro anche a chi lo ha votato che al posto di un governo la maggioranza degli italiani ha eletto un losco, impunito, pericolosissime comitato d'affari che opera nell'illegalità assoluta - criminale, dunque - e che agisce al solo scopo di favorire la sua impunità, appunto, i suoi interessi e quelli delle lobbies di riferimento che in questo caso non sono solo petrolieri e signori delle armi ma, prima ancora e insieme, mafia, 'ndrangheta, camorra.
Cesare sta portando il paese intero ad una condizione terminale di malattia, un cancro in metastasi che non sappiamo più se sia possibile fermare tagliando, togliendo - non basterebbero le dimissioni di una o due delle persone coinvolte, e comunque neanche questo accade. Ci sarebbe piuttosto da augurarsi, come accade per gli incurabili, una fine rapida, una morte che sia di sollievo. Ma cosa succede se a morire non è una persona ma un sistema di garanzie e di regole, un paese intero, la nostra Repubblica: è ugualmente lecito augurarsi la sua fine senza temere conseguenze imprevedibili? Abbiamo gli anticorpi necessari - e gli strumenti, la forza, la capacità - per gestire all'interno del processo democratico una così drammatica e invasiva crisi di putrefazione del sistema?
Qualche settimana fa questo giornale ha dedicato la copertina a Licio Gelli, "chi si rivede" era il titolo, ed ha per l'ennesima volta raccontato come questa classe politica sia figlia di quel progetto eversivo. Berlusconi-Cesare allora era un giovane affiliato così come molti dei suoi uomini. Abbiamo raccontato a chi ha meno di trent'anni cosa sia stata e cosa sia ancora la P2 senza curarci degli occhi al cielo e dei sospiri di sufficienza di chi ogni volta commisera la nostra ostinazione: "ancora la P2, che noia". Altri si sono mostrati più interessati. El Pais ci ha chiesto un lungo articolo sul tema, diffuso in Nord e in Sud America; alcune prestigiose università americane ci hanno domandato di incontrare gli studenti e i loro docenti per raccontare questa storia. Oggi alla cricca composta da alcuni sottosegretari di governo, da uomini di Berlusconi condannati per mafia, da faccendieri già attivissimi nei giorni del crac del Banco Ambrosiano oltre che da referenti della camorra e della 'ndrangheta i giornali danno il nome di P3. E' diversa, questa P3 dalla P2: è come se ne avesse mutuato solo il codice di comportamento - la corruzione, il ricatto, l'uso dei dossier per screditare gli avversari: è una banda che fa i suoi affari, parla in codice e in dialetto, non ha neppure la grandezza criminale di un disegno eversivo. Solo soldi, benefici privati, favori. Non abbiamo più nemmeno i golpisti di una volta. Cesare ha provato a risolvere il problema come fa sempre: occultandolo. Ecco l'urgenza della legge bavaglio. Non ha fatto in tempo, e di nuovo minaccia.
Quasi trecento arresti, oltre 160 aziende inquisite per mafia, sequestrati immobili, terreni, conti bancari e quote societarie, oltre ad armi e droga, per centinaia di milioni di euro in Italia e all'estero, dalla Lombardia alla Calabria, fino in Canada.
Paolo Biondanisull'Espresso del 17 luglio 2010.
La maxi-inchiesta che sta portando in carcere intere famiglie della 'ndrangheta, insieme a decine di insospettabili imprenditori, politici e funzionari anche del Nord, rivela per la prima volta come sono cambiati i modelli organizzativi della mafia calabrese, l'organizzazione criminale più segreta e impermeabile.
Oggi anche la 'ndrangheta ha una commissione direttiva centrale che ricorda la Cupola di Cosa Nostra ed è articolata in tre grandi "mandamenti" e decine di "locali" territoriali non solo in Calabria, ma anche in Lombardia. Dove la 'ndrangheta, dopo il sequestro Sgarella, si è ormai trasformata in mafia imprenditrice, in grado di controllare interi settori dell'economia, come l'edilizia e gli appalti stradali, le bonifiche e i rifiuti, di sistemare propri uomini ai vertici della sanità regionale, condizionare le elezioni dirottando voti verso politici complici o conniventi, spiare le inchieste in tempo reale attraverso la corruzione sistematica di rappresentanti delle forze dell'ordine.
La cupola lombarda
A segnare la svolta nella storia criminale della 'ndrangheta è l'omicidio di Carmine Novella, ufficialmente un ricco imprenditore dell'edilizia e ristorazione, che è stato assassinato da due killer in pieno giorno, il 14 luglio 2008, in un bar di San Vittore Olona, tra Milano e Varese. Le indagine dei pm di Milano e Reggio Calabria, fondate soprattutto su quelle intercettazioni ambientali che il governo Berlusconi ora progetta di limitare massicciamente, mostrano che Novella era diventato il massimo rappresentante della sotto-cupola che riunisce le famiglie mafiose calabresi trapiantate in Lombardia. Una federazioni di cosche, chiamata "la Lombardia", che funzionava come una "camera di controllo" per spartirsi gli affari leciti e illeciti e puntava anche a inserirsi negli affari miliardari dell'Expo, acquisendo grosse imprese attraverso prestanome. Novella, stando alle indagini, è stato ammazzato per uno sgarro legato a una sorta di federalismo mafioso: il boss teorizzava che le cosche trapiantate da decenni al Nord erano diventate tanto ricche e potenti da poter ormai staccarsi dalle famiglie originarie radicate in Calabria. Dopo l'omicidio di Novella, il nuovo rappresentante della sotto-cupola lombarda è diventato Giuseppe Neri, la cui designazione è stata ricostruita interamente dalle indagini. Filmati e intercettazioni dei carabinieri di Monza e della polizia di Reggio Calabria hanno ricostruito in diretta circa quaranta vertici tra boss mafiosi in Aspromonte, alla Madonna dei Polsi. Intercettato anche un summit a Paderno Dugnano, in un locale paradossalmente intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino, dove i capi-mafia della Lombardia hanno eletto per alzata di mano, all'unanimità, il "mastro generale" Pasquale Zappia.
Mafia imprenditrice
I capitoli più inquietanti della maxi-inchiesta coordinata dal procuratore Giuseppe Pignatone e dall'aggiunto milanese Ilda Boccassini documentano la massiccia infiltrazione della 'ndrangheta nelle imprese del Nord. Almeno 160 aziende sono state agganciate con l'usura e le estorsioni fino ad essere svuotate dall'interno: i vecchi proprietari sono stati costretti a svendere, portati al fallimento o trasformati in prestanome, utilissimi per conquistare appalti pubblici senza destare sospetti. Emblematico il caso della Perego general contractor, una grossa azienda lecchese che, dopo una grave crisi, è finita sotto il controllo del clan Pelle-Strangio. Tra gli arrestati compaiono circa 160 imprenditori presunti mafiosi, ma nelle intercettazioni i boss dicono di poter contare su "circa 500 unità".
Voti mafiosi, talpe e corruzione
Tra i tanti insospettabili finiti in manette in Lombardia compaiono anche Carlo Antonio Chiriaco, manager calabrese nominato direttore sanitario dell'Asl di Pavia, Francesco Bertucca, imprenditore edile del Pavese e Rocco Coluccio, biologo e manager privato trapiantato a Novara. Su indicazione di Chiriaco, il boss Pino Neri ha ordinato ai suoi uomini di far incanalare i voti delle famiglie a favore di Giancarlo Abelli, uomo forte della sanità lombarda e parlamentare pavese del Pdl, non indagato perché fino a prova contraria inconsapevole. Un assessore comunale di Pavia, Pietro Trivi, è invece indagato per corruzione elettorale, mentre l'ex assessore provinciale milanese Antonio Oliviero è inquisito per tangenti e bancarotta. Sotto inchiesta anche quattro carabinieri di Rho, il comune sede della futura Expo dove aveva la sua base il defunto boss Novella. Uno dei quattro militari avrebbe sistematicamente passato notizie alle cosche in cambio di tangenti da mille e tremila euro. Di certo i boss mostravano di conoscere l'inchiesta già dal 2008 e si preoccupavano: «Con la Boccassini non la scampiamo». Le dimensioni dell'inchiesta spiazzano le autorità milanesi. Nei mesi scorsi, accogliendo la commissione parlamentare antimafia, il prefetto Gian Valerio Lombardi si era sbilanciato a sostenere che «a Milano la mafia non esiste».
Il sindaco Letizia Moratti si è sempre opposta alle richieste dell'opposizione di creare anche a Palazzo Marino una commissione d'indagine sulle infiltrazioni mafiose in vista dell'Expo. Mentre la giunta Formigoni dovrebbe chiarire chi abbia proposto la nomina del presunto colletto bianco della 'ndrangheta ai vertici della sanità di Pavia. Dagli atti delle indagini emergono decine di piste investigative su possibili infiltrazioni della 'ndrangheta nella politica e nelle istituzioni, oltre che negli affari. L'inchiesta è tutt'altro che chiusa.
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 29 giugno 2010.
Dunque, anche per la Corte d’appello di Palermo, Marcello Dell’Utri è un mafioso. Dopo cinque giorni di battaglia in camera di consiglio, i giudici più benevoli che lui abbia mai incontrato hanno stabilito quanto segue: fino al 1992, prima in casa Berlusconi, poi nella Fininvest, poi in Publitalia, ha sicuramente lavorato per Cosa Nostra...
...(la vecchia mafia dei Bontate e Teresi, e la nuova mafia dei Riina e Provenzano) e contemporaneamente per il Cavaliere palazzinaro, finanziere, editore, tycoon televisivo.
Dopo il 1992, cioè negli anni delle stragi politico-mafiose e della successiva nascita di Forza Italia (un’idea sua), mancano le prove che abbia seguitato a farlo per il Cavaliere politico. Questo, in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, è quanto si può dire a una prima lettura del suo dispositivo.
Qualche sito e qualche cronista (tra cui, sorprendentemente, quello di Sky) si sono subito affannati a concludere che “è stato smentito Spatuzza”: ma questo, finchè non saranno note le motivazioni, non lo può dire nessuno. Molto più probabile che i giudici abbiano stabilito, com’è giusto, che le sue parole – né confermate né smentite – da sole non bastano, senza riscontri. Riscontri che avrebbe potuto fornire Massimo Ciancimino, se i giudici Dell’Acqua, Barresi e La Commare avessero avuto la compiacenza di ascoltarlo, prima di decidere apoditticamente, senza nemmeno averlo guardato in faccia, che è “inattendibile” e “contraddittorio”.
Riscontri che già esistevano prima che Spatuzza e Ciancimino parlassero: oltre alle dichiarazioni ultra-riscontrate di Nino Giuffrè e altri collaboratori sul patto Provenzano-Dell’Utri, è proprio sul periodo successivo al 1992 che i magistrati hanno raccolto la maggiore quantità di fatti documentati e inoppugnabili: le intercettazioni del mafioso Carmelo Amato, provenzaniano di ferro, che fa votare Dell’Utri alle europee del 1999; le intercettazioni dei mafiosi Guttadauro e Aragona che organizzano la campagna elettorale per le politiche del 2001 e parlano di un patto fra Dell’Utri e il boss Capizzi nel 1999; le agende di Dell’Utri che registrano due incontri a Milano col boss Mangano nel novembre del 1994, mentre nasceva Forza Italia; la raccomandazione del baby calciatore D’Agostino per un provino al Milan, caldeggiato dai Graviano e propiziato da Dell’Utri; e così via. Vedremo dalle motivazioni come i giudici riusciranno a scavalcare questi macigni.
Ora, per Dell’Utri, il carcere si avvicina. Quello di ieri è l’ultimo giudizio di merito sulla sua vicenda: resta quello di legittimità in Cassazione, ma le speranze di farla franca attraverso una delle tante scappatoie previste dall’ordinamento a maglie larghe della giustizia italiana sono ridotte al lumicino. La prescrizione, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa doppiamente aggravato dall’elemento delle armi e da quello dei soldi, scatta dopo 22 anni e mezzo dalla data ultima di consumazione del reato: quindi dal 1992. Il calcolo è presto fatto: se la Cassazione deciderà che davvero il reato si interrompe nel 1992, la prescrizione scatterà nel 2014-2015, quanto basta alla Suprema Corte per confermare definitivamente la condanna a 7 anni. Che non potranno essere scontati ai domiciliari secondo la norma prevista dalla ex Cirielli per gli ultrasettantenni (Dell’Utri compirà 70 anni nel 2011), perché non vale per i reati di mafia (altrimenti sarebbero a casa anche Riina e Provenzano).
Se invece la Cassazione cassasse senza rinvio la condanna, Dell’Utri avrebbe risolto i suoi problemi. Ma c’è pure il caso che la Cassazione cassi la sentenza con rinvio, accogliendo il prevedibile ricorso della Procura generale contro l’assoluzione per i fatti post-1992. Nel qual caso si celebrerebbe un nuovo appello, ma per Dell’Utri sarebbe una magra consolazione: rinvierebbe soltanto di un paio d’anni l’amaro calice del carcere, visto che, allungandosi il periodo del suo reato, si allungherebbe anche il termine di prescrizione. Semprechè, naturalmente, non venga depenalizzato il concorso esterno in associazione mafiosa.
Questa sentenza, per quanto discutibile, compromissoria e anche un po’ furbetta, aiuta a comprendere la differenza che passa tra la verità giudiziaria e quella storica, politica, morale. Nessuna persona sana di mente potrebbe credere, alla luce del dispositivo, che Cosa Nostra sia un’accozzaglia di squilibrati che si alleva un concorrente esterno, lo infiltra nell’abitazione e nelle aziende di Berlusconi per tutti gli anni 70 e 80 fino al 1992 e poi, proprio quando diventa più utile, cioè quando s’inventa un partito che riempie il vuoto lasciato da quelli che avevano garantito lunga vita alla mafia fino a quel momento, lo scarica o se ne lascia scaricare senza colpo ferire.
Una banda di pazzi che per un anno e mezzo mettono bombe e seminano terrore in tutt’Italia per sollecitare un nuovo soggetto politico che rimpiazzi quelli decimati da Tangentopoli e dalla crisi finanziaria e politica del 1992, e quando questo soggetto politico salta fuori dal cilindro non di uno a caso, ma del vecchio amico Dell’Utri, interrompono le stragi, votano in massa per Forza Italia, ma rompono i rapporti col vecchio amico Dell’Utri, divenuto senatore e rimasto al fianco del nuovo padrone d’Italia.
I giudici più benevoli mai incontrati da Dell’Utri, dopo cinque anni di appello e cinque giorni di camera di consiglio, non hanno potuto evitare di confermare che, almeno fino al 1992, esistono prove insuperabili (perfino per loro) della mafiosità di Dell’Utri. Cioè dell’uomo che ha affiancato Berlusconi nella sua scalata imprenditoriale, finanziaria, editoriale, televisiva. E che nel 1992-’93 ideò Forza Italia, nel 1995 fu arrestato per frode fiscale e nel 1996 entrò in Parlamento per non uscirne più.
Intervistato qualche mese fa da Beatrice Borromeo per il Fatto quotidiano, Dell’Utri ha candidamente confessato: “A me della politica non frega niente. Io mi sono candidato per non finire in galera”. Ecco, mentre i giudici di Palermo scrivono le motivazioni, ora la palla passa alla politica. Un’opposizione decente, ma anche una destra decente, semprechè esistano, dovrebbero assumere subito due iniziative.
1) Inchiodare Silvio Berlusconi in Parlamento con le domande a cui, dinanzi al Tribunale di Palermo, oppose la facoltà di non rispondere. Perché negli anni 70 si affidò a Dell’Utri (e a Mangano)? Perché, quando scoprì la mafiosità di almeno uno dei due (Mangano), non cacciò anche l’altro che gliel’aveva messo in casa (Dell’Utri), ma lo promosse presidente di Publitalia e poi artefice di Forza Italia? Da dove arrivavano i famosi capitali in cerca d’autore degli anni 70 e 80? Si potrebbe pure aggiungere un interrogativo fresco fresco: il presidente del Consiglio è forse ricattato o ricattabile anche su queste vicende (ieri il legale di Dell’Utri, Nino Mormino, faceva strane allusioni al prodigarsi del suo assistito fino al 1992 per “salvare dalla mafia Berlusconi e le sue aziende”)?
2) Pretendere le immediate dimissioni di Marcello Dell’Utri dal Parlamento. Quello di ieri non è un avviso di garanzia, una richiesta di rinvio a giudizio, un rinvio a giudizio, una sentenza di primo grado: è la seconda e ultima sentenza di merito. Che aspetta la politica a fare le pulizie in casa? Che i carabinieri irrompano a Palazzo Madama per prelevare il senatore e condurlo all’Ucciardone?
Lirio Abbate sull'Espresso del 8 luglio 2010.
La condanna in appello lascia aperta la questione del patto tra mafia e Forza Italia. Mentre vanno avanti le indagini sui misteri delle stragi. E il parlamentare prosegue gli affari con Carboni e Verdini.
Mentre a Milano infuria Tangentopoli l'ex democristiano Ezio Cartotto viene ingaggiato in gran segreto da Marcello Dell'Utri per studiare un'iniziativa politica della Fininvest in previsione del crollo dei partiti amici. Siamo fra maggio e giugno del 1992 e l'allora numero uno di Publitalia pensa a come far nascere Forza Italia. Dell'Utri però sostiene che l'idea del partito "azzurro" gli fu comunicata a sorpresa da Silvio Berlusconi "solo a fine settembre 1993". La tesi sostenuta dalla procura di Palermo sull'origine del movimento politico avvenuta quasi in concomitanza con le stragi di Falcone e Borsellino, potrebbe essere avvalorata dalla sentenza dei giudici della Corte d'appello che hanno confermato la condanna per il senatore Dell'Utri, riducendola a sette anni (in primo grado erano nove gli anni inflitti) per concorso esterno in associazione mafiosa.
La sentenza chiude una volta per tutte il capitolo sui rapporti tra il partito azzurro e Cosa nostra? Non proprio. I magistrati di secondo grado, pur riconoscendo il coinvolgimento del braccio destro di Berlusconi negli affari della mafia negli anni Settanta e Ottanta, hanno però posto dei paletti al capo di imputazione che gli veniva contestato. Il limite oltre il quale non si deve andare, secondo la corte d'appello, è proprio quello del 1992. Da quell'anno orribile, insanguinato dalle stragi, Dell'Utri va assolto. Ufficialmente in quel periodo è ancora un manager al fianco dell'imprenditore Berlusconi, ma i suoi contatti con i boss proseguono. E forse proprio allora si trasforma in politico. Lui che non aveva mai fatto politica fino ad allora. Una metamorfosi che potrebbe essere avvenuta proprio nel 1992 un anno prima dalla data che l'imputato fornisce ai magistrati, diventando così da manager a uomo che si occupa di politica.
La corte d'appello fissa dunque dei paletti al capo d'imputazione i cui reati vengono contestati a partire dal 1970 "in poi". Oltre trent'anni di storia criminale riversata sulle spalle di un Marcello Dell'Utri imprenditore, uomo d'affari, intermediario, manager. Poi, però, diventa politico. Ed è su questo confine che i giudici possono aver alzato un muro. Se le motivazioni della sentenza di condanna lo confermeranno, ci potremmo trovare davanti ad un fatto nuovo che potrebbe avere ripercussioni nelle inchieste giudiziarie che le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze stanno conducendo sulla trattativa fra Stato e mafia, sulle stragi e i loro mandanti occulti. Infatti, se venisse accertato anche in secondo grado che si inizia a preparare la nascita di Forza Italia in prossimità delle bombe di Capaci e via D'Amelio, i risvolti giudiziari potrebbero essere notevoli. In ambienti giudiziari fanno notare che la sentenza decisa dalla corte presieduta da Claudio Dall'Acqua riguarda solo Dell'Utri imprenditore, quello che riesce a saldare i patti fra Cosa nostra e le aziende di Silvio Berlusconi.
Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non troverebbe più applicazione quando l'imputato diventa politico. In questo caso, rispettando probabilmente il dettato giurisprudenziale della Cassazione, sarebbe più difficile provare il patto con i boss, o il "guadagno" che ne avrebbe avuto Cosa nostra. Ma se così fosse, sostengono in procura a Palermo, quel "gradino" che voleva il pubblico ministero dalla Corte potrebbe essere stato realizzato. Il pg Nino Gatto, che ha sostenuto l'accusa, lo ha detto chiaramente nell'ultima udienza ai giudici che stavano per entrare in camera di consiglio: "Dovete prendere una decisione storica, non solo dal punto di vista giudiziario, ma per il nostro Paese. Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino salito il quale, forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno far accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure potete distruggere questo gradino".
I fatti di questo processo a Dell'Utri, che viene visto come "mediatore", "tessitore", colui il quale interviene in modo provvidenziale a risolvere i problemi di crisi dell'organizzazione mafiosa con il mondo economico e quello politico, sono dimostrati da una serie impressionante di elementi concreti documentati da testimoni insospettabili, carte, agende, filmati, fotografie, intercettazioni telefoniche e ambientali, addirittura ammissioni dello stesso imputato. E da qui i pm sono risaliti alle parole dei collaboratori di giustizia, quegli ex mafiosi che spiegano quei fatti secondo la logica interna e l'evoluzione storica dell'organizzazione di cui hanno fatto parte per una vita. Il tema della strategia stragista e della sua attuazione è rimasto fuori dal processo. I pm avevano fatto emergere davanti ai giudici del tribunale solo il loro punto di vista che è stato espresso parlando dell'evoluzione della strategia. Ciò che è emerso è il risultato di buoni rapporti fra gli uomini di Cosa nostra e Dell'Utri che sono sopravvissuti agli anni del "terrore". La considerazione di cui il braccio destro di Berlusconi godeva fra i clan prima della stagione delle bombe, per i magistrati "è rimasta intatta pur nel clima di terrore di quegli anni, in cui diventarono obiettivo della violenza mafiosa non solo i nemici della mafia, ma anche quelli che un tempo erano ritenuti dai boss di Cosa nostra amici della mafia, ma ora non più affidabili".
Carlo Cipriani su Giornalettismo del 5 luglio 2010.
Tutti ne parlano, sempre più ad alta voce. A leggere i giornali sembra di essere alla vigilia di una crisi di governo, di un redde rationem, della fine del centro destra. Ad occhio, sembra una pericolosa fuga in avanti. Attenzione: in tempi non sospetti – subito dopo le trionfali elezioni del 2008 – più volte abbiamo dubitato non solo della capacità di questa maggioranza di fare le riforme che servono all’Italia, ma anche di arrivare tranquillamente alla fine della legislatura.
Perché era già chiara la difficoltà di governare problemi complessi che non si risolvono a colpi di slogan semplificatori o di “ghe pensi mi”. Perché era evidente la presenza di troppe anime trasversali, a partire da quella “nordista” incarnata dalla coppia Tremonti-Bossi contrapposta a quella centro meridionale della coppia Letta-Fini. Perché neppure una sistematica occupazione dell’informazione che fa opinione (Tg in testa) può cancellare il cancro della questione giustizia che puntualmente torna e condiziona oltre il limite della decenza il suo capo Berlusconi.
Ma sono, appunto, cose note da tempo. E che non hanno impedito al centro destra di tenere saldamente il potere, che è diverso dal governare, per molti anni. E adesso, proprio mentre il declino è più evidente e le crepe sotto il cerone s’intravedono sempre più, proprio ora che è palese la manifesta incapacità di risolvere i problemi del Paese e le contraddizioni della sua maggioranza, nel mezzo di una crisi economica devastante, quel furbacchione di Berlusconi – l’unico vero animale politico sulla scena, altro che dilettante! – farebbe un regalo del genere ai suoi nemici ed amici, o presunti tali? Tra rischiare di finire arrosto, anzi mettersi sul fuoco da solo, e restare sulla graticola la scelta è facile, anche se non piacevole. E le armi di Fini e Casini e dei cosiddetti “poteri forti” (chi li avvista, avvisi per favore) sono fiori nei cannoni. Il Pd poi semplicemente non esiste.
Magari mi sbaglio, ma c’è solo un’eccezione allo scenario che vede il governo continuare stancamente a sgovernare tra mille punture di spillo per almeno un paio d’anni: la blindatura giudiziaria di Berlusconi. A questo punto obiettivamente difficile. Ma se accadesse, a quel punto Silvio potrebbe anche rischiare il tutto per tutto e provare una nuova avventura elettorale, magari dopo aver regalato un fantasma di federalismo a Bossi da dare in pasto ad un elettorato del nord sempre più disilluso. Ma non prima. Gli altri? Troppo piccoli e troppo insipidi per poter fare qualcosa di diverso dal muovere aria. Che poi nel frattempo il Paese affondi nella melassa gelatinosa è una cosa che interessa solo a pochi fessi.
Dal Fatto Quotidiano del 3 Luglio 2010.
Le promesse, gli appuntamenti, il mandato d'arresto. Ma non basta: resta al suo posto Ci sono 46 telefonate che – secondo i magistrati di Napoli – inchiodano il sottosegretario Nicola Cosentino e allo stesso tempo imbarazzano politicamente Gianfranco Fini.
In queste conversazioni intercettate tra il 2002 e il 2004 si sente Cosentino che conversa amabilmente, anche di affari, nomine e discariche, con tre protagonisti del traffico dei rifiuti di Gomorra: i fratelli Sergio e Luigi Orsi e il presidente del consorzio CE4, Giuseppe Valente. Luigi Orsi sarà ucciso nel 2008. Sergio Orsi e Valente saranno invece arrestati per i loro rapporti con i casalesi e poi condannati. Il sottosegretario Cosentino promette al telefono a Valente di intervenire per evitare lo scioglimento del comune di Mondragone per infiltrazione mafiosa e fissa appuntamenti alle stazioni di servizio con modalità che per il gip sono utili “in prospettiva accusatoria”. E poi ci sono le telefonate di raccomandazione che dimostrano il controllo politico di Cosentino dei consorzi della raccolta dei rifiuti, infiltrati dalla camorra.
Nonostante i contenuti esplosivi di queste 46 telefonate (segretate e trasmesse alla Camera assieme alla richiesta che invece è pubblica e potete leggere su www.ilfattoquotidiano.it) la Camera ha negato l’autorizzazione a usarle. E lo ha fatto con il contributo fondamentale proprio di un fedelissimo di Gianfranco Fini: Nino Lo Presti. Un comportamento il suo che sembra contrastare con le dichiarazioni del suo leader. Il primo luglio scorso alla presentazione della nuova rivista diretta da Alessandro Campi, il presidente della Camera Fini aveva detto a Sandro Bondi: “Dimmi il nome di una democrazia dove rimane sottosegretario una persona per cui si è chiesto l’arresto”.
Maggioranza Casta
Due mesi prima il finiano Lo Presti aveva chiesto alla Giunta per l’autorizzazione a procedere nel procedimento su Cosentino, nel quale è relatore, di votare a favore del sottosegretario garantendogli per la seconda in 5 mesi lo scudo dell’immunità. Già nel novembre del 2009 il Pdl aveva votato compatto contro l’arresto per concorso in associazione camorristica. Ma se la negazione dell’arresto è ormai una scelta scontata della Casta, il diniego di utilizzazione delle telefonate di Cosentino non era così automatico. Soprattutto per i finiani. Cosentino non è un parlamentare qualsiasi. Nonostante l’accusa di essere stato complice della camorra, il deputato si ostina a mantenere il ruolo di sottosegretario all’Economia, con una delega delicata come quella relativa al Cipe. Inoltre resta un politico influente, come si è visto nella vicenda del tentato condono edilizio presentato sotto forma di emendamento alla manovra da tre parlamentari a lui fedeli. “La scelta di restare al governo nonostante l’ordine di arresto per fatti di camorra dovrebbe imporre a Cosentino una trasparenza ancora maggiore”, spiega Marilena Samperi del Pd, “il potere della Camera di negare ai magistrati l’uso delle intercettazioni non deve tutelare la persona ma l’istituzione. Invece il diniego sulle telefonate di Cosentino si configura come un privilegio personale ingiusto”.
Il deputato nato a Casal di Principe ed eletto a Caserta è stato intercettato “passivamente”. Non era lui il bersaglio dei pm ma i suoi amici. Mentre parlava con gli imprenditori legati alla camorra che erano indagati e che poi saranno condannati, la voce di Cosentino è entrata casualmente nelle cuffie dei Carabinieri. Ora quelle chiamate sono finite a Montecitorio. E, dopo il diniego della Giunta, sarà la Camera a dover dire l’ultima parola. L’aula tarda a mettere all’ordine del giorno il voto e forse dietro il ritardo c’è anche il mal di pancia di Fini. Ma cosa c’è nelle trascrizioni depositate in giunta? Un primo blocco di 24 telefonate sono state intercettate, dal giugno 2002 al gennaio 2003, sull’utenza dell’ex presidente del consorzio Ce4, addetto alla raccolta dei rifiuti in provincia di Caserta, Giuseppe Valente. Un secondo blocco comprende undici telefonate intercettate sul telefonino di Sergio Orsi, protagonista indiscusso della raccolta dei rifiuti secondo i magistrati. Queste telefonate vanno da aprile a maggio 2004. Mentre altre 11 telefonate di Cosentino, avvenute dal febbraio del 2004 al 2 agosto di quell’anno, sono intervenute tra il sottosegretario e il fratello di Sergio Orsi, quel Michele Orsi che poi, dopo avere parlato con i pm, sarà ucciso nel 2008 con 17 colpi dai sicari del boss Setola. Tutte le 46 telefonate sono utili per l’accusa, secondo il gip, perché provano i contatti di Cosentino con soggetti come Orsi, considerato “intraneo alla camorra” o come Valente “condannato a 5 anni e 4 mesi per undici violazioni del codice penale” che vanno dal concorso esterno al clan camorristico, alla truffa con aggravante di mafia.
Favori e protezioni
Tra le telefonate con Valente, la più interessante è per il gip quella del 30 giugno 2002 perché “tende ad avvalorare il coinvolgimento dell’onorevole Cosentino in un’attività diretta a proteggere il sindaco di Mondragone, Ugo Conte e la sua amministrazione dallo scioglimento dell’amministrazione per infiltrazioni mafiose”. Un’altra telefonata chiave, per il gip, è quella del 5 luglio del 2002 nella quale “si riscontra l’intervento di Nicola Cosentino per un ampliamento dell’area del Comune di Santa Maria La Fossa da espropriare per la realizzazione di una discarica… intervento finalizzato a favorire l’imprenditore casalese Sebastiano Corvino”. La discarica in questione era osteggiata dal ministro Altero Matteoli ma al telefono con Orsi, Cosentino promette che riuscirà a superare l’ostacolo.
Danatella Alfonso su Repubblica del 3 luglio 2010.
Sfiora il governo il terremoto politico che scuote Bordighera. Dopo i sospetti di infiltrazioni mafiose si dimette Giulio Viale, assessore leghista al Bilancio e padre di Sonia Viale, sottosegretario all'Economia. Viale ha scelto di farsi da parte dopo la notizia dell'invio al prefetto di Imperia, Francesco Paolo Di Menna, di un'informativa dei carabinieri su possibili infiltrazioni mafiosi e voti di scambio.
Viale ha rassegnato le dimissioni alla segreteria nazionale del partito, che dovrà vagliarle. "Se la notizia è confermata, rinnovo la richiesta di dimissioni: chiedo alla segreteria nazionale di lasciare la giunta, perché ritengo conclusa la mia attività", ha dichiarato l'assessore leghista. Sonia Viale, che in precedenza era stata una delle collaboratrici più vicine all'ex ministro della giustizia Roberto Castelli, dal canto suo, ha chiarito che ogni decisione sarà demandata alla direzione del partito che si riunirà lunedì.
Anche un esponente del Pdl, il consigliere incaricato alle manifestazioni, Alessandro Panetta, ha annunciato che abbandonare il suo incarico all'interno dell'amministrazione comunale. E a questo punto, l'intera amministrazione guidata da Giovanni Bosio, che per lunedì ha convocato un vertice di maggioranza, potrebbe andare verso le dimissioni.
Sulla vicenda di Bordighera aveva già lanciato un preoccuopato allarme il responsabile della giustizia del Pd, Andrea Orlando, che ha sottolienato la necessità di investigare a fondo sulle possibili infiltrazioni mafiose nella provincia di Imperia.
L'informativa inviata dai carabinieri del comando provinciale al prefetto Francescopaolo Di Menna è giunta al termine delle indagini che hanno portato agli arresti di otto persone a Bordighera, legate al gioco d'azzardo, alcune di queste considerate "contigue" alla 'ndrangheta. Secondo le dichiarazioni di alcuni assessori comunali, gli arrestati avrebbero esercitato pressioni sul sindaco e su assessori per ottenere l'apertura di una sala giochi ed altri favori.
Dal fatto quotidiano del 2 luglio 2010.
ma a Milano c’è chi dice no Questo è un articolo su qualcosa di cui tanto si parla, ma che ancora non esiste: l’ Expo 2015. E su qualcosa che esiste ma di cui nessuno parla: la ‘ndrangheta a Milano. Lo spiega bene il procuratore aggiunto, Ilda Bocassini: “Expo? Stiamo parlando di una cosa che non esiste”. Esiste, ed è radicata, invece la criminalità organizzata. “Dobbiamo avere mille sensori perché non si può escludere che persone non corrette se ne avvantaggino”.
Lo rende evidente la realtà. Mentre la società Expo 2015 Spa, a più di due anni dalla vittoria di Milano su Smirne, vola a Parigi ad aggiornare il Bie e presentare il nuovo direttore generale, Giuseppe Sala, nominato mercoledì al posto di Lucio Stanca, le cosche allungano le mani sulle aree dove a Pero dovrebbe sorgere il quartiere espositivo. E lo fanno con la connivenza di politici amici. Ieri all’alba gli uomini della Dda di Milano hanno colpito il clan dei Valle. Secondo l’ordinanza di custodia firmata dal gip Giuseppe Gennari, il clan era riuscito a ottenere le licenze per aprire un mini casinò, una discoteca e anche un’attività di ristorazione nel comune di Pero nell’ambito di un progetto di riqualificazione di quelle zone in virtù del prossimo Expo. E le aveva ottenute grazie all’interessamento dell’assessore comunale di Pero, Davide Valia. C’è anche il presidente della Provincia, Guido Podestà, tra le amicizie vere o millantate da uno degli arrestati, Riccardo Cusenza. Podestà, coordinatore regionale del Pdl, smentisce. Così come il comune di Pero smentisce di aver “rilasciato alcuna licenza”. Rimangono però i 15 arresti ai danni della famiglia Valle compiuti alle prime ore del mattino di ieri.
Intanto, il sindaco Letizia Moratti, il presidente della società, Diana Bracco e lo stesso Sala, volavano a Parigi per relazionare al Bureau international des expositions come procede il cronoprogramma dei lavori in vista del 2015. Il dossier di candidatura non può essere stravolto. Ma le garanzie per i fondi mancano. Così come manca ancora la decisione sull’acquisto o meno delle aree da parte della società. Oltre ai ritardi sulll’avvio dei lavori delle opere pubbliche, metropolitane su tutte. Il presidente del Bie, Jean Pierre Lafon, prima ascolta la relazione della Moratti, e poi “bacchetta” la delegazione milanese. “Ho due osservazioni da fare”, dice: non toccare il dossier e stringere i tempi sui terreni. “Le evoluzioni del progetto e dell’equipe non comporteranno delle modifiche nei documenti del dossier di registrazione che è già stato inviato agli Stati membri”, e “l’acquisizione dei terreni e la sua messa a disposizione della società sia effettiva il più presto possibile”. E conclude: “Dovrà essere tutto pronto per la riunione del comitato esecutivo, a ottobre”. Tre mesi.
La Moratti rassicura. Sui fondi e sui terreni, facendo riferimento a una proposta, condivisa da tutti gli enti locali, per la soluzione del comodato d’uso delle aree. Il governatore Roberto Formigoni frena gli entusiasmi: “Non c’è e non ci sarà alcuna proposta comune di Regione, Provincia e Comune ai proprietari delle aree a riguardo del comodato d’uso dei terreni. Chi lo pensasse – ha concluso duro Formigoni – forse confonde i propri desideri con la realtà”. E così sembra riaprirsi un contrasto interno a Expo. E tre mesi sono pochi, considerando che nei 27 trascorsi dall’assegnazione dell’esposizione ancora non si è trovata una soluzione al riguardo.
Non ha invece perso tempo la criminalità organizzata. “A Milano c’è stata una straordinaria operazione anti ndrangheta, la prima mirata sulle infiltrazioni per l’Expo. Sono stati sequestrati oltre 100 immobili e 28 società per un valore di diverse decine di milioni di euro”, ha detto il ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni. A cui è chiaro l’interesse delle mafie per l’esposizione. Ed è evidente a molti, anche se sui quotidiani stamani i collegamenti diretti tra Expo e ‘ndrangheta dovevano essere cercati con il microscopio.
Tre giovani consiglieri regionali lombardi si ribellano al silenzio imperante e all’omertà dilagante. Giulio Cavalli, scrittore, registra e attore teatrale sotto scorta dopo aver messo in scena Do ut Des, spettacolo teatrale sui riti e conviti mafiosi. Giuseppe Civati, detto Pippo, considerato uno dei trentenni che potrebbe guidare il ricambio generazionale del Pd. E Chiara Cremonesi, coordinatrice nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà.
Oggi hanno dato vita a Expo No Crime. “Il silenzio è un atto politico e non è nel nostro programma”, si legge nella presentazione. Expo No Crime è una commissione antimafia dal basso che avrà come suo punto di riferimento una pagina de ilfattoquotidiano.it, costantemente aggiornata con le notizie sulle operazioni antimafia all’ombra della Madonnina e il calendario di incontri e iniziative. Questa non è una battaglia ideologica. Perché la mafia è mafia solo se ha rapporti con la politica. Altrimenti è solo gangsterismo. E tutti assieme la si può battere.
Dal Blog il Popolo Sovrano del 2 luglio 2010.
Alcuni professionisti del mestiere, quello politico, iniziano a dare per certo che la trattativa tra Stato e mafia negli anni delle stragi del ’92 e del ’93 sia avvenuta. Per il presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu “è ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica”. E a chi, come il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, chiarisce che “le teorie sono belle ma nei processi si ha bisogno delle prove giudiziarie”, Pisanu risponde che la sua relazione “è soltanto politica e non ha la benché minima pretesa di stabilire verità giudiziarie”. Come a dire che sul piano politico che sia successo qualcosa è ormai fuori di dubbio.
Verrebbe spontaneo porsi delle domande. Quali sono questi pezzi di istituzioni? Quali sono questi politici? In un Paese in cui le facce dei potenti sono le stesse da decenni, i protagonisti di quel patto continuano a svolgere il loro ruolo nel Palazzo?
Questa notizia non ha avuto un minimo spazio sui titoli dei telegiornali, e anche di alcuni giornali. Troppo impegnate al gossip le tv per badare anche al problema mafia? Forse, ma ad un certo gossip, dato che della notizia (di un giornale brasiliano) di un party con ballerine brasiliane organizzato per e da Berlusconi durante la sua recente visita a San Paolo, non vi è traccia.
E anche di quella del consigliere provinciale romano del Pdl che dopo un festino a base di trans (Alemanno e Berlusconi saranno su tutte le furie) e cocaina si è affacciato al balcone e ha improvvisato un comizio.
Lungi da me addentrarmi nel complesso tema della disinformazione dilagante in Italia, ma certo che se il fondamento dell’egemonia berlusconiana, culturalmente intesa, non è da ritrovare nel palese conflitto d’interessi del presidente del Consiglio, poco ci manca.
Un’espressione, conflitto d’interessi, che oltre a spaventare a morte inspiegabilmente tutto il Parlamento, e non solo i diretti interessati come ci si dovrebbe aspettare, è stata sminuita dai politici e dagli elettori del centrodestra in quanto, ignoranti di cosa succede nelle democrazie occidentali, è solo “un’invenzione dei comunisti”. Ma è stata anche esaltata spesso ingenuamente e irrazionalmente dal mondo di sinistra, quello che smanetta e domina su internet. Perché se qualcuno dice che il Tg1 ha riferito che “Dell’Utri è stato assolto” (incanalando centinaia e centinaia di commenti indignati), io mi aspetto di ascoltare un giornalista del servizievole giornale di Minzolini dare questa notizia, e non di sentire il giudice che legge la sentenza.
Per quanto ognuno di noi possa desiderare vedere Dell’Utri nella cella affianco a quella di Totò Riina, infatti, la sentenza di tre giorni fa assolve l’imputato dalle accuse per reati successivi al 1992. E non possiamo permetterci, fiduciosi come siamo dell’operato della magistratura, di gridare allo scandalo dell’informazione manipolata anche se un tg mostra la lettura di una sentenza.
Piccoli particolari, che colgo spesso in giro, e che riporto. Tafazzismo? Autolesionismo? No, diciamo una riflessione, affinché si cessi di rispondere all’azione con una reazione uguale e contraria e di diventare, lentamente, uguali a loro.
Barbara Spinelli su Antimafia 2000 del 6 giugno 2010.
Vorrei tornare sulle parole di Piero Grasso a proposito di mafia e politica, dette il 26 maggio a Firenze davanti alle vittime della strage dei Georgofili. L’intervista rilasciata a Francesco La Licata dal Procuratore nazionale Antimafia chiarisce infatti alcuni punti essenziali, e pone quesiti alla classe politica e a tutti noi.
La domanda che formula, implicita ma ineludibile, è questa: come funziona la memoria collettiva in Italia? Come vengono sormontati i lutti, e vissuti i fatti tragici, i mancati appuntamenti con la giustizia?
In questo giornale ho cercato prime risposte, evocando la richiesta, formulata il 7-8-98, di archiviazione dell’indagine su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi a Roma, Firenze e Milano nel ’93-’94: richiesta firmata da Grasso assieme a quattro magistrati, e accolta poi dal gip di Firenze. Nella richiesta era chiaro il nesso fra Cosa nostra e il soggetto politico nato dopo Tangentopoli (Forza Italia), ma mancavano prove di un’«intesa preliminare». Quell’atto mi parve più esplicito di quanto detto dal procuratore il 26 maggio, e su tale differenza mi sono interrogata. Ma l’interrogativo, più che Grasso, concerne in realtà i politici, e tramite loro l’Italia intera: giornalisti, elettori, ministri ed ex ministri di destra e sinistra.
Per chiarezza, vorremmo citare i principali passaggi della richiesta di archiviazione e confrontarli con quello che Grasso afferma oggi. Nella richiesta (da me impropriamente chiamata «verbale», domenica scorsa) è scritto: «Molteplici (sono) gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima e in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata». E ancora: il rapporto tra i capimafia e gli indagati (Berlusconi e Dell’Utri, citati come autore-1 e autore-2 e rappresentanti il nuovo «soggetto politico imprenditoriale» in contatto con Cosa nostra) «non ha mai cessato di dimensionarsi (almeno in parte) sulle esigenze di Cosa nostra, vale a dire sulle esigenze di un’organizzazione criminale». Il testo firmato da Grasso è inedito, ma gli argomenti che esso contiene appaiono in documenti che la classe politica conosce bene: il decreto di archiviazione dell’inchiesta di Firenze, e quello che archivia la successiva inchiesta di Caltanissetta su Berlusconi, Dell’Utri e le stragi di Capaci e via D’Amelio (3-5-02). Il testo è pubblicato da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in un libro, «L’agenda nera», che uscirà il 10 giugno per Chiarelettere.
Ha ragione dunque il procuratore a dire che nella sostanza non c’è nulla di nuovo in quello che ha ricordato giorni fa a Firenze («Cosa nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione», per creare disordine e dare «la possibilità a una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato d’incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste»). Secondo alcuni il procuratore avrebbe oggi alzato il tiro, ma non è vero: semmai dice meno cose, su Forza Italia. Ed ecco la conclusione cui giunge nell’intervista: «L’idea che io mi sono fatto di quel terribile momento storico del ‘92 e del ‘93, molto prima dello scorso 26 maggio, era rintracciabile in moltissimi interventi pubblici, oltre che in tre libri pubblicati dal 2001 al 2009. Ritenevo e ritengo ancora quella ricostruzione storica una sorta di patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito».
Proprio qui tuttavia è il punto che duole. L’osceno italiano di cui parla spesso Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta, e cioè il potere reale esercitato «fuori scena», di nascosto, esclude l’esistenza di un «patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito». A differenza dell’America, o della Germania che di continuo rivanga il proprio passato nazista, l’Italia non ha una memoria collettiva che archivi stabilmente la verità e la renda a tutti visibile. Da noi la memoria storica si dissipa, frantumando e seppellendo fatti, esperienze, sentenze. E di questo seppellimento sono responsabili i politici, per primi.
Senza voler fare congetture, si può constatare che Grasso forse dice meno di quel che sottoscrisse nel ‘98, anche se dice pur sempre molto. Sono i politici a parlare più forte di quanto parlarono tra il ‘98 e oggi.
Sono i politici ad allarmarsi giustamente per le sue parole, a chiedere più verità, come se non avessero già potuto allarmarsi in occasione dei tanti atti giudiziari riguardanti quello che Grasso chiama «il nostro 11 Settembre: dall’Addaura, a Capaci, a via D’Amelio, fino alle stragi di Roma, Firenze, Milano e a quella mancata dello stadio Olimpico di Roma». Non sono i giudici ad aver dimenticato le deposizioni di Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino titolare dell’inchiesta sui «mandanti esterni» delle stragi del ‘93, davanti alla commissione nazionale Antimafia il 2-7-02. Nella lettera ritrovata dopo la sua morte, Chelazzi si lamenta con i suoi uffici e scrive: «Mi chiamate alle riunioni solo per dare conto di ciò che sto facendo, quasi che fosse un dibattito».
È così che la memoria fallisce. Che l’osceno resta fuori scena, ostacolato solo dalle intercettazioni. Atti giudiziari e libri vengono sepolti nei ricordi perché sono trasformati in opinioni, per definizione sempre opinabili. Il vissuto viene trasferito nel mondo del dibattito e le sentenze diventano congetture calunniose. È quello che permette a Giuliano Ferrara, sul Foglio del 31 maggio, di squalificare le parole di Grasso definendole «ipotesi e ragionamenti» dotati di «uno sfondo politico e nessun avallo giudiziario». Il patrimonio della memoria collettiva, lungi dall’esser «definitivamente acquisito», è permanentemente cestinato.
I politici partecipano allo svuotamento della memoria usandola quando torna utile, gettandola quando non conviene più. Lo stesso allarme di oggi, non è detto che durerà. È come se nella mente avessero non un patrimonio, ma un palinsesto: un rotolo di carta su cui si scrive un testo, per poi raschiarlo via e sostituirlo con un altro che lascia, del passato, flebilissime tracce. L’intervista di Violante al Foglio, l’1 giugno, è significativa: in essa si dichiara che è arrivato il momento di «capire senza rimestare», di «mettere ordine» tra fatti forse non legati. Manca ogni polemica con il pesante attacco a Grasso, sferrato il giorno prima dal quotidiano.
Dice Ferrara che «non si convive inerti con un’accusa di stragismo a chi governa». Può darsi, ma l’Italia ha dimestichezze antiche con l’inerzia. Se non le avesse, non dimenticherebbe sistematicamente i drammi vissuti, e come ne è uscita. Non dimenticherebbe che del terrorismo si liberò grazie ai pentiti. Che tanti crimini sono sventati grazie alle intercettazioni. Come ha detto una volta Pietro Ichino a proposito dei ritardi della sinistra sul diritto di lavoro, in Italia «si chiudono le questioni in un cassetto gettando la chiave». È il vizio di tanti suoi responsabili (nella politica, nell’informazione) pronti a convertirsi ripetutamente. Pronti al trasformismo, a voltar gabbana. Chi non sta al gioco, chi nel giornalismo ha memoria lunga e buoni archivi, viene considerato uno sbirro, o un rimestatore, o, come Saviano, un idolo da azzittire e abbattere. Occorre una politica più attiva e meno immemore, se davvero si vuole che i giudici non esercitino quello che vien chiamato potere di supplenza.
Pubblicato il 6 giugno 2010 alle 09. Carlo Cipriani su Giornalettismo.
Per carità, la manovra è indispensabile. Sacrifici per tutti. Quasi tutti: statali, pensionati, la scuola, la sanità, i servizi pubblici locali. Però, grazie al governo di centrodestra, al PdL e alla Lega nord, finalmente pagano anche i papaveri, i tromboni, la casta. Certo, poi si scopre che i tagli per i costi della politica, le indennità per ministri e parlamentari, nella manovra valgono poche migliaia di euro. Ma che importa? Basta il pensiero.
Poi scopri anche che Roberto Cota, neo governatore leghista del Piemonte e il suo vice Roberto Rosso, PdL, non hanno ancora presentato le dimissioni da parlamentare. Pazienza, pensi: su di loro pende un ricorso al Tar e vogliono aspettare di vedere che succede. Poi però ti ricordi che gli resterebbe sempre lo stipendio da consigliere regionale. Poi pensi che ci sono anche Sandro Biasotti (deputato Pdl e consigliere in Liguria), Gianluca Buonanno (deputato-consigliere leghista in Piemonte), Edoardo Rixi (Lega, Veneto), Marino Zorzato (vicepresidente Pdl della Regione Veneto), e Marcello Taglialatela (assessore Pdl all’urbanistica in Campania). Anche loro senza alcuna fretta di scegliere tra l’incarico di parlamentare e quello di consigliere regionale.
Mara Carfagna poi di incarichi (e stipendi) ne ha 3: ministro, parlamentare e consigliere regionale. Finora non ha scelto per “motivi tecnici”, dice il suo portavoce. Alessandra Mussolini, invece, parlamentare e neo consigliere in Campania, è attanagliata dal dubbio: “Che faccio? Se mi dimetto subito non prendo l’indennità e non posso darla alle case famiglia a cui la sto devolvendo. Le maestre mi dicono che proprio adesso che arriva l’estate i bambini ne hanno più bisogno, se mi dimetto subito, non ce l’avranno”. Resisti, Alessandra, non puoi mica morire di fame: siamo tutti con te.
Poi pensi: son casi isolati, e comunque prima o poi sceglieranno, no? Certo. Con calma, come i parlamentari Daniele Molgora (sottosegretario leghista e presidente della provincia di Brescia), Roberto Simonetti (Lega, presidente della provincia di Biella), Antonio Pepe (Pdl, Foggia), Maria Teresa Armosino (Pdl, Asti), Luigi Cesaro (Pdl, Napoli), Edmondo Cirielli (Pdl, Salerno), Ettore Pirovano (Lega, Bergamo) e una nutrita pattuglia di sindaci e vicesindaci, tutti PdL: Antonio Paroli (Brescia), Nicolò Cristaldi (Mazara del Vallo), Giulio Marini (Viterbo), Marco Zacchera (Verbania), Monica Faenzi (Castiglione della Pescaia), Raffaele Stancanelli (Catania, pure vicepresidente della Regione Sicilia), Vincenzo Nespoli (Afragola), Riccardo De Corato (vicesindaco di Milano) e Mauro Cutrufo (vicesindaco di Roma). Eletti da più di un anno e tutti con il doppio incarico.
Pensi che questo è in palese violazione della Costituzione italiana e del rispetto per gli elettori: questi stanno usurpando una funzione, impedendo ad un altro di esercitarla. Ma che importa? Conta la poltrona, per questi PdL e Lega nord che predicano tagli e razzolano incarichi: un deputato percepisce 14mila euro, cui possono sommarsi 10mila euro da Presidente di Regione, 4mila per un ministro, fino a 3mila per i sottosegretari, 8-9mila per i consiglieri regionali. E chi più ne ha più ne metta per gli altri.
Per carità, la manovra serve. I sacrifici per tutti (quasi tutti) anche. Per i tagli alla politica, e i pochi gonzi che ci credono, basta il pensiero.
Da Rainews24 del 30 maggio 2010.
Avrei voluto che la decisione sugli enti a carattere culturale fosse stata presa insieme, il Ministero dei beni culturali non doveva essere esautorato".
Cosi' il ministro Sandro Bondi torna, in un'intervista al Gr1, nella polemica sulla manovra economica e l'elenco dei 232 enti, istituti, fondazioni che non avrebbero piu' il contributo statale. "Io sono in totale sintonia con Tremonti sulle motivazioni che muovono la manovra, per le difficolta' in cui si muove il paese e la necessita' di tagli coraggiosi. Molti degli enti che figurano in quell'elenco - aggiunge Bondi - vanno soppressi, ma alcuni come il Centro sperimentale di cinematografia, la Triennale di Milano, il Vittoriale, non possono in nessun modo essere considerati lussi".
Quanto al fatto che il ministero sarebbe stato tenuto fuori dalla scelta, Bondi aggiunge: "Avrei voluto decidere insieme: il ministero non doveva essere esautorato. Ora mi mettero' al lavoro con i miei collaboratori per capire quali di quegli enti sono eccellenze e quali sono inutili. Ma la scelta va fatta insieme".
Bocchino: se Bondi non sapeva, c'è qulacosa che non va
"Se un esponente autorevole del Pdl e del governo come Sandro Bondi dice di non aver saputo e di non condividere i tagli alla Cultura significa che c'è qualcosa di serio che non va". Lo afferma Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl alla Camera e presidente di Generazione Italia. "Da un lato è impensabile tagliare risorse al bene più prezioso del nostro Paese - spiega - risorse che si potrebbero recuperare abolendo cose inutili e
non strategiche come il Pra, l'agenzia dei segretari comunali o l'Unire, dall'altro è grave che il coordinatore del primo partito della maggioranza, nonché ministro, non fosse stato avvertito e consultato. Siamo dinanzi all'ennesima prova della necessità di una maggiore collegialità nelle scelte politiche del Pdl".
Critiche da Farefuturo
"Non e' possibile, non e' giusto, che sul mondo del sapere e della ricerca (un "comparto" che per il nostro paese riveste un'importanza del tutto particolare) si abbatta la scure dei tagli cosi', indiscriminatamente e senza alcun tipo di discussione preliminare. Senza spazi di riflessione, di confronto, anche all'interno dello stesso ministero". Cosi' Ffwebmagazine, periodico online della Fondazione Farefuturo, commenta i tagli imposti dalla manovra al
mondo della cultura.
"Che sia tempo di sacrifici - continua l'articolo - nessuno lo mette in dubbio. E condividiamo tutti l'esigenza di profonde riforme della cultura come quella delle fondazioni liriche ora in Parlamento, e condividiamo tutti l'esigenza di una manovra
che - come detto - impone sacrifici a tutti".
"Ma attenzione - si evidenzia - ai tagli indiscriminati alla cultura. Soprattutto se nella lista dei 232 istituti "tagliati", ci sono anche - questo e' il dramma - alcune vere e proprie punte di eccellenza italiana riconosciute da tutto il mondo (qualche esempio: la Triennale di Milano, la fondazione Feltrinelli, il Festival dei Due mondi di Spoleto e la Fondazione Arena di Verona, il Rossini festival di Pesaro, l'Istituto Gramsci di Roma, il Gabinetto Vieusseux di Firenze)".
"Dispiace - conclude Ffwebmagazine - che sia andata cosi'. Dispiace che non ci sia stato il tempo di capire e decidere tutti insieme come e dove tagliare, come e dove eliminare sacche di spreco. E dispiace ancora di piu' perche' rischia di essere un sacrificio, questo, inutile se non controproducente".
Luigi De Magistris su Il Fatto Quotidiano del 27 maggio 2010.
Con la legge sulle intercettazioni il Governo e la maggioranza servile che lo sostiene approvano l’ennesimo provvedimento che mira, scientemente, a consolidare la borghesia mafiosa della quale sono referenti oggettivi e garanti.
Una delle più grandi menzogne di Stato degli ultimi mesi – pompata ad arte anche dalla propaganda di regime di Minzolini & C. – è quella relativa al fatto che questo Governo sia stato il migliore nel contrasto al crimine organizzato. Il dato oggettivo è di segno diametralmente opposto. Questo Governo, con le architravi centrali di Berlusconi e Lega, è quello che più di ogni altro si adopera per rafforzare un sistema intriso di corruzione e mafia. Come? Attraverso l’approvazione di leggi che non consentono alla magistratura ed alle forze dell’ordine di esercitare il controllo di legalità e che privano la stampa di adempiere al diritto-dovere di cronaca.
L’elenco di provvedimenti è davvero lungo, tanto che il piano propaganda2 di Licio Gelli sembra quasi un puzzle da dilettanti. Ecco alcune leggi volute da Berlusconi e dai poteri forti ed occulti dei quali è propaggine e garante e che sono avallate dalla Lega che, ormai, è divenuto partito architrave del sistema.
La legge sullo scudo fiscale che introduce il riciclaggio di stato praticato da evasori, mafiosi, corrotti, truffatori. Il soldi delle cricche che ritornano dall’estero puliti dal Governo. Il Parlamento divenuto lavanderia internazionale del denaro sporco.
La legge che prevede la vendita all’asta dei beni confiscati alle mafie. Consente ai mafiosi di ritornare – attraverso prestanomi – nella disponibilità di immobili che hanno un altissimo valore simbolico in termine di predominio del territorio.
La legge sul processo breve che cestina migliaia di procedimenti penali nei confronti dei colletti bianchi. Un’immunità generale per il premier e le cricche che in lui vedono il salvatore dal maglio inesorabile della Giustizia.
La legge sul legittimo impedimento, servente al Presidente del Consiglio per allontanarsi, come un mariuolo, dalle aule dei tribunali in barba all’art. 3 della Costituzione che sancisce che TUTTI i cittadini sono uguali davanti alla legge.
La legge sulle intercettazioni che impedisce ai magistrati di utilizzare un mezzo di ricerca della prova fondamentale nel contrasto al crimine. Un provvedimento che vieta, inoltre, ai mezzi di comunicazione di pubblicare e raccontare i fatti oggetto delle conversazioni. Con questa legge non avremmo saputo nulla della cricca di Anemone & C., di Berlusconi che tramava per censurare Annozero, della D’Addario, di calciopoli, dei pedofili, di Marrazzo, dei furbetti del quartierino, delle cliniche degli orrori. Nulla di nulla. Un Paese normalizzato nell’ignoranza dei fatti. I corrotti e mafiosi sempre più su a scalare le istituzioni.
La legge che toglie al pubblico ministero il potere di indagare di propria iniziativa, costringendolo ad essere vincolato alle informative d’iniziativa della polizia giudiziaria e, quindi, del governo. Si attua, in tal modo, la dipendenza del pm dal potere esecutivo.
La legge che modifica la legge sui cd. pentiti prevedendo che riscontri alle dichiarazioni di un collaboratore non potranno essere propalazioni di altri collaboratori. Non solo. Si stabilisce che se una sola parte, anche infinitesimale, delle dichiarazioni non viene riscontrata cade tutto. Una probatio diabolica. Con questa legge tutti i maxiprocessi alle mafie non si sarebbero mai potuti celebrare. Addio inchieste sui rapporti tra mafia e politica, tra mafia ed economia, tra mafia ed istituzioni. Del resto, tutto naturale, come diceva Benigni, nel film Johnny Stecchino, in Sicilia il problema è il traffico.
Le leggi di bilancio che sottraggono fondi alle forze dell’ordine ed al servizio giustizia, umiliando il personale addetto. In tal modo si delegittimano sicurezza e giustizia preparando il terreno alla loro privatizzazione selvaggia.
L’elenco è ancora lungo, per non parlare, poi, dei provvedimenti amministrativi che consolidano corruzione e mafie.
Un vero e proprio piano di rinascita che stravolge lo Stato di Diritto sovvertendo i valori costituzionali.
Eppure il Governo proclama che arresta latitanti e sequestra beni. Mentendo, in quanto è merito di magistratura e forze dell’ordine che, nonostante tutto, lavorano ogni giorno in ossequio alla Costituzione; a breve anche tutto questo diverrà vano in quanto senza intercettazioni i latitanti non si arresteranno e con la vendita all’asta si riconsegneranno i beni ripuliti. Un po’ come lo scudo fiscale.
Credo sia venuta proprio l’ora di cacciare la mafia dallo Stato.
Da Giornalettismo del 21 maggio 2010.
Il direttore del Tg1 risponde alla lettera della giornalista che aveva annunciato di rinunciare alla conduzione del telegiornale.
“Il mio telegionale non è mai stato di parte, ho sempre dato voce a tutti e gli ascolti mi hanno dato ragione. Le accuse che mi rivolge la collega sono false. per questo non condivido neanche una riga della sua lettera. Che poteva – se vogliamo dircela tutta – farmi recapitare prima di affiggerla in bacheca“. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, interpellato dall’Ansa, fornisce la propria versione in merito alla vicenda sollevate da Maria Luisa Busi, che ha annunciato l’intenzione di non prestare più il proprio volto per la conduzione del Tg delle 20. Il direttore spiega come nell’ambito del rinnovamento del telegiornale (sigla, studio e nuovo sito) nei giorni scorsi aveva “ragionato” con la direzione dell’ufficio del personale sull’eventualità di spostare la Busi al Tg delle 13. Rinnovamento spiega Minzolini del quale deve far parte anche la scelta di un nuovo volto per l’edizione del Tg delle 20. Di questa, ipotesi, “ne avevo accennato, ma solo in maniera ipotetica anche con alcuni stretti collaboratori in redazione. Forse, sarà arrivata la voce anche a lei”.
DECISIONE COERENTE - “Prendo atto della decisione di Maria Luisa Busi di voler rinunciare alla conduzione del Tg1 e spero che l’intervista da me rilasciata qualche tempo fa su alcune sue dichiarazioni non abbia in alcun modo condizionato tale scelta“. Lo afferma in una nota il consigliere d’amministrazione della Rai, Antonio Verro. “Le spiegazioni e le motivazioni addotte dalla giornalista - prosegue Verro – non sono comunque condivisibili e mi auguro vivamente che non siano strumentali a qualche altro ragionamento di tipo politico“. “Credo sia infine importante sottolineare - conclude – come la decisione della Busi appaia un gesto di grande coerenza rispetto ai commenti e alle considerazioni da lei espresse in più occasioni, sia sulla propria testata sia sull’attività dei suoi colleghi giornalisti Rai“.
IL TG1 PREMIATO DAGLI ASCOLTI? - “Esprimo la mia solidarietà al direttore Minzolini e alla stragrande maggioranza dei redattori del Tg1, che oggi devono subire una surreale predica da Maria Luisa Busi. Nè la Busi nè altri sono proprietari del Tg1. E il divismo di chi si ritiene intoccabile (o addirittura detentore di una moralità civile superiore) è qualcosa di inaccettabile per i milioni di italiani che pagano il canone, e che hanno subito per anni un`informazione faziosa a favore della sinistra (senza che le Busi se ne dolesse). Il Tg1 è oggi premiato dagli ascolti. A qualcuno, forse, dispiace?”. Lo dichiara Daniele Capezzone del Pdl.
da il Fatto quotidiano del 13 maggio 2010.
E così Scajola non va dai magistrati di Perugia. La cosa paradossale è che, per la prima volta dall’inizio di questa farsa, non si può dire che abbia torto.
Scajola ha una bella casa; non è vero che gli è costata circa 600.000 euro: almeno altri 900.000 gli sono stati dati da un imprenditore un po’ chiacchierato e inquisito, Anemone, che avrebbe ricevuto trattamenti di favore. La cosa si trascina per qualche giorno fino a una conferenza stampa in cui il nostro dichiara di non aver mai saputo che la sua casa era stata pagata da uno sconosciuto, che questa cosa è gravissima, che agirà in tutte le sedi giudiziarie possibili. Alla fine si rimangia i primi tracotanti “non mi dimetto” e si dimette; poi, sicuro della sua innocenza, si dice pronto a rispondere ad ogni domanda che i magistrati che indagano su Anemone & C. intenderanno rivolgergli. Certo ne esce un po’ pesto. Gli assegni ci sono e fanno capo ad Anemone; che gli abbia fatto o no favori, non va bene che un ministro si faccia pagare la casa da un imprenditore che ha a che fare con il suo ministero; e, se è per questo, non va bene che se la faccia pagare da chicchessia. Dunque cosa mai potrà dire Scajola ai magistrati di Perugia?
Eh, niente dirà. Perché uno “preso con il sorcio in bocca” non può essere sentito come persona informata sui fatti. Tanto più “incastrato” è, tanto più bisogna assicurargli le garanzie previste dalla legge: qualifica di indagato, conseguente assistenza del difensore, facoltà di rifiutarsi di rispondere alle domande, diritto di mentire (in genere gli indagati tengono moltissimo a questo diritto). Convocare Scajola come persona informata sui fatti equivale a un assist in area di rigore; perché l’unica cosa ragionevole che può fare un avvocato è quella che ha fatto il difensore di Scajola: non ce lo mando, è tutto irrituale, ma che scherziamo. E, se non bastasse, ma che non lo sanno che Scajola era ministro e che non sono competenti? Così l’occasione di sentire quale storia sarebbe stata elaborata per spiegare perché Anemone gli ha pagato la casa è bella che svanita.
Per carità, ci sarà la sede e il momento opportuno per chiederglielo, e (presumibilmente) per sentirgli dire che si avvale della facoltà di non rispondere. Ma alla fine che importa? Il processo penale è una cosa, l’informazione e il conseguente giudizio dei cittadini un’altra. E qui, grazie a Dio, di informazione ce ne è stata.
Dal Blog Il bel paese, postato il 12 maggio 2010.
“I clandestini che non hanno un lavoro regolare, normalmente delinquono.” Letizia Moratti, 10 maggio 2010
Da questo dobbiamo dedurre che i clandestini che non hanno un lavoro regolare abbiano in cambio un’abilità innata ad integrarsi agli usi e costumi italiani.
E’ seccante essere derubati da un clandestino disoccupato: un portafoglio sfilato in tram, un cellulare rubato mentre ci si distrae al bar, la radio rubata dall’auto e immaginatevi tutte le altre possibili situazioni che magari avete vissuto in prima persona. E’ strano come questi piccoli furti, da qualche centinaio di euro, diano così fastidio ad un popolo che quotidianamente viene derubato e deruba senza fiatare. Razzismo? Macchè! Gli italiani non sono certo razzisti! Sono solamente invidiosi di quanto i clandestini che non hanno un lavoro regolare, siano integrati nelle usanze del bel paese, tanto da confondersi con gli italiani stessi.
In Italia la corruzione costa ai cittadini circa 50 miliardi di euro all’anno in base alle stime di Transparency International Italia. Se ogni cittadino italiano (a fine Novembre 2009 erano 60.325.805) pagasse per risarcire questo danno, dovrebbe versare 829 euro allo Stato annualmente. Considerando i giovani che studiano, i disoccupati e i cittadini in pensione, capite che la cifra che effettivamente ogni lavoratore versa allo stato è praticamente doppia.
Ogni anno, ogni lavoratore, è vittima di un consistente furto effettuato da italiani nei confronti di altri italiani, altro che i clandestini tanto cari a Moratti & C. Eppure pochi sembrano lamentarsi, forse perché il furto subito è compensato con il furto attuato ai danni dello Stato. L’evasione fiscale che nel 2007 ammontava a 270 miliardi di euro, in controtendenza con tutti gli altri indici economici, è salita nel 2009 a 369 miliardi di euro. Almeno in questo siamo primi in Europa, davanti anche a Romania, Bulgaria, Estonia e Slovacchia (secondo la ricerca condotta nel 2009 da KRLS Network of Business Ethics per conto dell’Associazione Contribuenti Italiani). Seguendo il calcolo precedente, è come se in media un cittadino rubasse dalle casse statali 6.116 euro all’anno. Certo, ci sono gli onesti (pochi a vedere i numeri) ma è dura pretendere che gli altri vivano nella pulizia quando noi stessi viviamo nell’immondizia.
“Un clandestino colto in flagranza non può essere espulso se ha altri processi in corso. Per rendere efficace il reato di clandestinità occorre assorbirlo in altre fattispecie di reato”. Letizia Moratti, 10 maggio 2010
Perché mai dovremmo espellere un clandestino colto in flagranza di reato quando il bel paese ha come presidente del consiglio un plurindagato e corruttore per sillogismo?
Perché mai dovremmo espellere il povero clandestino che tanto si prodiga per l’integrazione quando non siamo nemmeno in grado di espellere dalla Camera dei Deputati Nicola Cosentino sul quale pendeva una richiesta di arresto per concorso esterno in associazione camorristica?
Cara Moratti e cari italiani, se anche fosse vero che “i clandestini che non hanno un lavoro regolare, normalmente delinquono” , questo fatto non ci deve rendere gelosi delle nostre tradizioni che vengono adottate con estrema velocità e facilità dai nuovi arrivati nè tantomeno dobbiamo essere sorpresi. Uno Stato che si basa sulla corruzione, sull’evasione fiscale e sulla mafia cosa può pretendere? Siamo per naturale vocazione importatori di illegalità, eppure ci meravigliamo quando non siamo noi a commetterla.
Da Bliz quotidiano dell'11 maggio 2010.
Da circa trenta anni ogni governo le “taglia”, ma le auto blu hanno la coda come quella delle lucertole: regolarmente “riscresce”. Una coda delle dimensioni pari a quella di un dinosauro: l’ultimo censimento delle auto blu in Italia arriva a quota 626.760. Tre anni fa erano 574mila: la “coda”, indifferente ai tagli, cresce e si allunga al ritmo del tre per cento all’anno. Ogni anno circa quindicimila auto blu in più. Ci si stupisce e ci si indigna al paragone con gli Usa: 72mila in un paese che ha cinque volte la popolazione italiana. La Francia ha una popolazione di poco superiore a quella italiana e un decimo di auto blu: 61mila. In Germania sono ottanta milioni a fronte dei sessanta milioni che vivono in Italia: 54mila auto blu a fronte di seicentomila e passa. E 51mila in Gran Bretagna…Abbiamo il “sedere pesante” come popolo o abbiamo una “Casta” dal “sedere” più largo, sproporzionatamente più largo di ogni altra Casta, di ogni altro paese? Insomma, chi ci viaggia nelle nostre seicentomila auto blu?
La prima, ovvia, risposta è: la “Casta”. La Casta fa mille e passa parlamentari. Un’auto per uno (e non è vero, non tutti ce l’hanno) e un’auto per ogni portaborse e segretario (non ce l’hanno ma facciamo come l’avessero) fanno duemila auto blu. E altre duemila per tutti gli eletti nei Consigli Regionali e altre diecimila per tutti gli eletti nei Consigli Comunali. Anche se tutta la “Casta politica” viaggiasse in auto blu, siamo calcolando in abbondanza, a ventimila. Poi ci sono le auto di servizio dei Ministeri, dei Provveditorati, delle Authority, di tutte le istituzioni più o meno pubbliche. Facciamo centomila? Calcolo all’ingrosso e per eccesso. E mettiamoci altre trentamila auto blu “ereditate”, quelle assegnate a chi non è più in carica e mai revocate. Siamo, tutto sommato, a 150mila auto blu. Questo il peso, l’ipertrofico peso di una “Casta obesa” come quella italiana. Obesa nelle sue abitudini e privilegi tanto da pesare il doppio e il triplo di ogni altra “Casta” europea e americana.
Ma restano, detratto il peso di quella che chiamiamo “Casta”, quasi altre cinquecentomila auto blu. Di chi sono, chi le usa a spese pubbliche visto ched tutti i politici e tutte le “famiglie” di funzionari pubblici viaggiano nelle altre 150mila? Quel mezzo milione di auto blu è a disposizione di un’altra Italia, più vasta e resistente perfino dell’Italia della “Casta”: l’Italia dei “presidenti”. Qualunque comitato, commissione, fondazione, nel nostro paese ce ne sono decine e decine di migliaia, ha un presidente. E un presidente ha per definzione un’auto blu. La “Casta dei presidenti” è vasta quanto una piccola “società civile”. Mezzo milione di auto blu oltre e fuori la “Casta politica” significa che due milioni di italiani hanno l’uso di un’auto blu in famiglia. In Grecia c’era fino ad ieri la legge che assegnava la pensione a vita alle figlie nubili dei dipendenti pubblici, in Italia c’è la regola per cui un’auto blu è “diritto” e parte del reddito di professionisti che in qualche modo lavorano per lo Stato. Per questo nessuno ha mai tagliato davvero la coda al dinosauro, perchè quel “dinosauro del privilegio” abita, vive e cresce anche e soprattutto fuori dal cosiddetto “Palazzo”. Abita nella società, discretamente “incivile” ma pura e dura società.
Alessandro Giglioli su Piovono Rane dell'11 maggio 2010.
Giorgio Clelio Stracquadanio, classe 1959, milanese, liceo classico al Berchet di via Commenda, non riesce a finire l’università e fa il venditore per l’Ibm, quindi tenta la carriera di giornalista restando precario e intanto diventa militante del partito radicale.
E’ in quell’area che conosce Tiziana Maiolo, esponente antiproibizionista che nel ‘92 si fa eleggere alla Camera con Rifondazione comunista: Stracquadanio diventa così il suo portaborse e sbarca a Roma, dove finalmente ha un lavoro – seppur provvisorio – negli uffici di Rifondazione a Montecitorio.
Con Maiolo, impegnata per i diritti dei carcerati, Stracquadanio va ogni tanto a San Vittore e lì, in piena Tangentopoli, conosce Claudio Dini, il presidente socialista della metropolitana milanese, appena arrestato per mazzette.
Un altro colpo di fortuna, perché – attraverso Dini e la sua famiglia – Stracquadanio arriva a Gianni Letta: così quando due anni dopo Tiziana Maiolo passa a Forza Italia, Stracquadanio salta la quaglia con lei e presto la supera nelle grazie dei vertici, sia per il filo diretto con Letta sia perché si dimostra subito un estremista berlusconiano: si autodenuncia per violazione della par condicio e lavora nei comitati Fininvest durante il referendum sulla legge Mammì del ‘95.
L’anno dopo pensa già di poter incassare e tenta di entrare in Parlamento, ma viene trombato. Allora ricomincia a lavorare nel retrobottega di Forza Italia e si avvicina a Paolo Bonaiuti – di cui diventa segretario – mentre nel tempo libero scrive libretti allegati a “Libero”, diretto da Vittorio Feltri. E’ Bonaiuti, alla fine, a imporlo in lista nel 2006 facendolo eleggere al Senato.
Dal 2008 – passato a Montecitorio – diventa consigliere e ghost writer del ministro Maria Stella Gelmini.
Non avendo mai avuto un posto fisso, la sua grande angoscia è accumulare abbastanza legislature per poter incassare il vitalizio da parlamentare.
M. Paganini su Polisblog dell'11 maggio 2010.
La vicenda che ruota intorno agli appalti, alle mazzette, alle donazioni e ai benefit messi in circolo per agevolare amici e imprenditori assegnandogli appalti e soldi pubblici merita senz’altro di essere definita edificante. Non solo perché affonda le sue fondamenta nel cemento (oltre che nella melma) ma anche per il suo evidente valore didattico educativo.
Ancora una volta il messaggio che si può facilmente evincere da questa inchiesta (non serve neppure attendere le conclusioni del terzo grado, basta leggere le intercettazioni) è che in Italia si diventa ricchi e potenti facendo marchette e favori (mica pagando le tasse) se possibile a spese della collettività. Gli altri, onesti e sfigati, possono girare in metropolitana per ore.
Affrontare cantieri infiniti (chissà come mai…) e vivere nei palazzoni fuori dal raccordo e dalla tangenziale. Loro, i furbi, quelli con gli amici di manica larga che tanto decantano il governo del fare, possono avere appartamentoni vista Colosseo, auto di lusso e naturalmente escort da esibire nei locali vip. Tutto giusto…
Ma vediamo di riassumere questa vicenda. Un raggio di luce arriverà probabilmente dalle dichiarazioni dell’architetto Angelo Zampolini, che sarebbe intenzionato a collaborare con la Procura di Perugia, che ha rinunciato a chiederne nuovamente l’arresto. Sarebbe stato lui a consegnare parte degli assegni e dei soldi necessari a far funzionare gli ingranaggi della macchina messa in piedi dalla cricca Anemone.
Repubblica ci spiega che:
Ventuno contratti di appalto per oltre 100 milioni di euro, stipulati tra il settembre del 2002 e il novembre del 2009 con il solo Provveditorato alle opere pubbliche del Lazio, documentano in che misura il costruttore Diego Anemone fosse diventato, grazie anche alla decisiva sponda di Angelo Balducci, la “naturale” calamita delle commesse di Stato protette dal vincolo della “riservatezza”, aggiudicate con procedure d’urgenza e gare a invito.
Il Corriere della Sera invece si concentra sull’affare Scajola:
L’ipotesi è che a legare queste compravendite di case sia lo stesso appalto concesso al gruppo Anemone: la ristrutturazione del palazzo del Sisde—la sede degli 007 civili—in piazza Zama a Roma costata circa 11 milioni di euro. I lavori furono affidati nel 2002, cioè quando Scajola guidava il Viminale, da cui dipendeva il Sisde, e Pittorru era responsabile del settore logistico. Quelle abitazioni potrebbero essere la contropartita concessa da Anemone a chi lo aveva favorito nell’aggiudicazione. Del resto, la sua carriera era già in ascesa e da allora sono decine gli appalti pubblici che è riuscito ad accaparrarsi. Un lungo elenco sul quale si concentrano i controlli dei carabinieri del Ros e della Guardia di Finanza.
E indugia anche su un piccolo dettaglio…
E così ci si concentra sulla scuola di formazione degli 007 ai castelli romani, ma anche sulle carceri, sugli alloggi di prestigio di ministri e sottosegretari, sulla scuola dei corazzieri, su altre sedi «sensibili» che Anemone avrebbe costruito o ristrutturato grazie alla concessione del Nos, il nulla osta di sicurezza che la sua azienda aveva ottenuto.
Il Messaggero invece focalizza l’attenzione sui lavoratori clandestini che sarebbero stati utilizzati nei cantieri del G8 alla Maddalena:
Emerge intanto che nei cantieri per il G8 della Maddalena venivano impiegati lavoratori clandestini, con sospetti su possibili rischi terrorismo.
Il Tempo guarda alle agende della cricca, per scoprire che:
Figli, amici, parenti lontani e vicini. Chiunque per entrare a far parte dei lavori per i “grandi eventi”. Bastava conoscere la persona giusta al posto giusto. E il gioco era fatto.
Tiscali Cronaca riassume in maniera semplice ed efficace il giro d’affari mosso da questi personaggi:
I nuovi capitoli si aggiungono insomma continuamente alla vicenda della cricca, delinenado un quadro affaristico incredibile. Nel solo periodo da settembre 2002 a novembre 2009 – per esempio – il gruppo Anemone si aggiudicò ventuno contratti di appalto per oltre 100 milioni di euro. Grazie alla sponda offerta da Angelo Balducci, insomma, era diventato il destinatario di un gran numero di commesse di Stato. E ciò fa capire il ruolo di primo piano che il costruttore Anemone stava acquisendo nei grandi appalti pubblici, prima ancora che entrasse negli appalti della Protezione civile di Bertolaso (G8 della Maddalena, Mondiali di Nuoto, opere per i 150 anni dell’Unità d’Italia). I suoi clienti si chiamavano Senato della Repubblica, Presidenza del Consiglio dei Ministri, ministeri dell’Interno, della Giustizia, della Difesa e delle Finanze.
Da Giornalettismo del 30 aprile 2010.
Gli assegni. La casa. L’importo totale non denunciato. Le ammissioni di quattro testimoni. Ma il ministro non parla, nonostante la sua versione dei fatti non sia credibile. E nemmeno si dimette.
C’era una volta un appartamento da 180 metri quadrati in via del Fagutale a due passi dal Colosseo, di proprietà di due sorelle che si chiamavano Beatrice e Barbara Papi. E c’era una volta un esponente politico di primo piano che lo acquistava ufficialmente per la modica cifra di 610mila euro. Ma c’erano anche una serie di assegni, per un controvalore di 900mila euro, incassati dalle due sorelle lo stesso giorno in cui veniva incassato quello a firma dell’esponente politico di primo piano. Ottanta assegni che a prima vista provengono da Claudio Scajola, che quindi paga “in nero” la gran parte (1,7 milioni di euro in totale) del valore dell’immobile.
MISTERO BUFFO - I soldi provengono, come ammesso già da uno degli interessati, dalla “cricca” finita sotto accusa nell’inchiesta del G8, vengono dall’imprenditore Diego Anemone attraverso l’architetto Angelo Zampolini. E ci sono quattro testimoni a smentire la versione del ministro, il quale racconta di aver pagato l’appartamento soltanto 610mila euro, con un mutuo acceso presso il Banco di Napoli. “Avevo prelevato i circolari attraverso Deutsche Bank e li portai al ministro il 6 luglio 2004“, dice Zampolini. “Li avemmo da Scajola“, confermano le venditrici, “ma ci accordammo per denunciare al Fisco soltanto 610mila euro“. Zampolini si mosse su richiesta di Anemone e Angelo Balducci, trovando prima un appartamento al Gianicolo che però a Scajola non piaceva. E poi accordandosi su quello al Colosseo.
SCAJOLA NON SPIEGA – Ieri Scajola ha offerto le sue dimissioni a Berlusconi, che come da prassi non le ha accettate. “Finirà tutto in una bolla di sapone come per Bertolaso“, pare abbia detto il premier. Sarà. Ma il responsabile della Protezione Civile non era, all’epoca degli assegni, ministro degli Interni. E Anemone nel periodo in oggetto ha svolto lavori su lavori per il Viminale. Su Scajola si addensano, sotto forma di nubi, ben due accuse gravissime. La prima è quella che pare conclamata, di evasione fiscale, visto che non ha dichiarato l’intero ammontare dell’immobile. E questo, in un governo pronto a parole a combattere il “nero”, già dovrebbe imbarazzare piuttosto e anzichenò. La seconda, ancora nebulosa, è di corruzione. Che magari deve essere ancora esplicitata dai magistrati, ma è nell’aria visti i rapporti tra Anemone e Scajola. In tutto ciò, vedere che il ministro non ha alcuna intenzione di spiegare la sua versione dei fatti senza incorrere al grido “grande gombloddo”, è ancora più imbarazzante che vederlo ancora lì, in consiglio dei ministri e al dicastero, come se nulla fosse davvero successo.
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Luca Venturi su Greenreport del 17 agosto 2010.
Piovono pietre. Piovono sul governo da parte del suo -sino ad ora-principale "sponsor" ovvero l'associazione dei confindustriali, che dopo il via libera dato dalla presidente Marcegaglia è proseguita con una scarica di colpi da tutti i principali settori che, dalle pagine del quotidiano di proprietà, esternano tutta la loro contrarietà alla mancanza di politiche industriali. Facendo propria la domanda retorica posta da Franco Onida, sempre sul Sole 24 ore, di dove fosse la politica industriale di questo paese.
Tanto che alla stessa domanda fatta oggi a Sergio Dompè da Marco Morino sul Sole 24 ore, il presidente di Farmindustria risponde che se lo chiede anche lui. Facendo fare - e gli va dato atto- anche autocritica all' associazione di imprese quando dice che la mancanza di una politica industriale in questo paese «non è solo colpa del governo» e che «forse anche l'industria non è stata capace di parlare con la necessaria chiarezza».
Sta di fatto che da settima potenza industriale (quale era non troppo tempo fa) l'Italia è divenuta il fanalino di coda e non solo a causa della crisi economica mondiale; per questo la mancanza di una politica industriale non può essere attribuita solo alla responsabilità di questo governo.
Ma non vi è dubbio che proprio nella fase in cui si doveva mettere in piedi una strategia per recuperare alla crisi e cogliere l'opportunità per ripensare anche il modello industriale e indirizzarlo verso una riconversione green, il governo-che non aveva nemmeno provato ad impostare scelte utili in questa direzione- ha perso il ministro dedicato e ancora non vi è traccia di chi dovrà/potrà/ vorrà sostituirlo. La delega è quindi rimasta in capo al premier - che nonostante sia lui stesso un imprenditore - è stato ed è ancora più affaccendato a risolvere problemi personali e di beghe di partito che non quelli che affliggono il paese.
Un paese che ha fatto scelte (o forse è andato solo avanti per inerzia e per l'intraprendenza di singoli settori) che lo hanno portato ad essere un produttore di beni di consumo legati alla bilancia dell'export e che, dunque proprio in un momento di crisi economica globale soffre più che mai.
Un paese che ha relegato a pochi zero virgola di percentuale rispetto alla ricchezza prodotta gli investimenti in ricerca e innovazione, quelli che hanno permesso invece alla Germania di mantenere e consolidare un'industria di produzione di beni di base che hanno retto e reggono- giocoforza -anche alla crisi, come i dati resi noti da Eurostat proprio in questi giorni dimostrano.
Lo dice lo stesso Dompè che «non si può vivere di solo export, per quanto importantissimo» anche perché il gap competitivo in termini di qualità si sta riducendo enormemente rispetto ai paesi ad economia emergente. «E' in gioco il futuro stesso della base manifatturiera del paese» avverte il presidente di Farmindustria. Parole pesanti come macigni.
E le leve che indica sono ancora una volta, la ricerca e lo sviluppo di prodotti a tecnologia più innovativa, cui potremo aggiungere il settore nel quale applicarla, ovvero quello legato ai servizi ambientali, alle energie rinnovabili, alla mobilità sostenibile e la lista potrebbe continuare.
Lo spiega bene Aldo Bonomi, sempre sul quotidiano di confindustria, raccontando dell'Expo di Shangai: «A proposito di green economy, se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulle retoriche del capitalismo per uscire dalla crisi dei subprime e dalla finanziarizzazione della vita quotidiana, padiglione per padiglione si accorgerebbe che per tutti il tema dell'ambiente che si fa economia - la manutenzione delle megalopoli, con servizi ambientalmente compatibili, dalle macchine elettriche, ibride, all'idrogeno sino alla ricerca sui nuovi materiali e sulle nuove fonti di energia- qui all'Expo di Shanghai è la retorica dominante».
Esempi ed eccellenze ne esistono anche nel nostro paese e la certosina ricerca del Sole 24 ore per metterli in evidenza è encomiabile, come è altrettanto encomiabile il lavoro che svolge Symbola nello scovarle, farle conoscere e cercare di organizzarle per avere maggiore visibilità e quindi peso. Ciò che affligge è che invece al di là di queste attività giornalistiche o culturali cui ci associamo, quello che manca e di cui non si vede traccia nel futuro prossimo è un sostegno politico da parte del governo, che anzi, vedi la vicenda degli incentivi alle rinnovabili tanto per fare un esempio, per totale mancanza di sensibilità e cultura in questo senso riesce a smontare o mettere a rischio anche quel poco che, faticosamente, governi precedenti e iniziative imprenditoriali autonome sono riusciti a mettere assieme.
Dal Blog di Vittorio Zucconi del 16 luglio 2010.
Coronato dall’”Atto d’Amore” di Berlusconi, che invita a visitare l’Italia con la sua voce impostata e falsa da animatore di festa danzante per pensionati (non sfigati) al Dopolavoro Ferrovieri, il tragico sito “Italia.it” partorito da Pippi Coscialunga,la Sciura Brambilla, propone alcune interessanti scoperte per chi non conoscesse il nostro Paese e fosse francofono o anglofono.
I lettori di lingua inglese interessati alla Emila Romagna scopriranno ad esempio che Giuseppe Verdi, sotto la maschera del compositore, era in realtà un romanziere: “This is witnessed by the Verdi’s novels“, spiega il brambillesco sito, riferendosi alle celebri, e per me inedite, novelle verdiane (non è che per caso lo hanno confuso con Verga? No, quello era siciliano). Molto più preoccupante, per me che sto per portarci in vacanza frotte di nipoti, è sapere che sulla Rivera Romagnola è in atto un’epidemia di peste. Il capitolo dedicato alle spiagge romagnole si intitola infatti, seccamente e in neretto, perchè non sfugga al turista transalpino: “Plagues”, che nella lingua di Sarkozy significa appunto “Pestilenze” (grazie al sito Giornalettismo). Il sito, orgoglio turistico del governo e pagato naturalmente dalle tasche dei contribuenti, non precisa se almeno Rimini e i comuni rivieraschi abbiano provveduto ad arruolare monatti per la rimozione del turista deceduto. Conoscendo l’efficenza dei rumagnòl, sono certo di sì. Non siamo ancora alle sublimi traduzioni automatiche delle biografie dei ministri nell’altro governo Berlusconi, dove il vicepremier Fini veniva raccontato come l’ex leader del “Forehead of Youth”, cioè della fronte – non del fronte – della Gioventù, o all’indimenticabile “Pliz Pliz vizit Itali” del marito di Barbara Palombelli, ma la cialtroneria e la sciatteria sono eccellenti. Poichè non parlo e non leggo correntemente il Mandarino non saprei dire quante bestalità siano contenute nella versione cinese, o in quella tedesca o russa, ma se qualche lettore di questo blog volesse spulciare il sito della Brambilla nelle altre lingue e segnalarmi altre castronerie, si accomodi. Almeno ridiamo un po’, prima di soccombere alla pestilenza.
Da Giornalettismo del 23 luglio 2010.
Secondo il rapporto Ifel nel triennio tra il 2010 e il 2012 l’impatto della Finanziaria sugli Enti locali avrà un effetto sulla spesa di circa 17 miliardi di euro, e colpirà soprattutto al Centro.
Quanto costa la manovra ai Comuni, ed è vero che non mette le mani nelle tasche dei cittadini? Stando alle cifre riportate nel rapporto Ifel, il quadro finanziario dei Comuni, presentato ieri a Roma presso l’Istituto di finanza locale dell’Anci, non è proprio così. Sulla Stampa Fabio Pozzo riporta che gli enti locali saranno costretti a tagliare nel 2010 la spesa di circa 7 miliardi, con un costo pro capite di circa 22 euro; le riduzioni implicite saranno ripartite in misura maggiore al Sud, con una diminuzione del 2,4%, al Nord con il 2,1%, e al Centro con il 1,6%. Come spiega il presidente dell’Anci Sergio Chiamparino quello che accadrà è che i tagli “ci porteranno al punto che i servizi alle persone verranno messi in discussione“.
IL FONDO DEL BARILE - Il sindaco di Torino continua, fino ad ora il peso sulle spalle dei cittadini è stato evitato, ma a prezzo “del degrado del livello della manutenzione ordinaria delle città, che tutti possono vedere: per non intaccare i servizi si è infatti risparmiato sui lavori per chiudere le buche sulle strade, sul tagliare l’erba nel verde pubblico, sulla pulizia. Ma ora?” Il rapporto Ifel spiega che nel biennio 2011-2012 la correzione finanziaria imposta ai Comuni consisterà rispettivamente in 4,6 e 5,6 miliardi di euro costituendo la “Finanziaria più aspra della storia di questo Paese“.
LE MANI NELLE TASCHE CI SONO ECCOME - Anche Enrico Marro sul Corriere mette in evidenza il nocciolo del rapporto Ifel: tutto ciò si tradurrà in un taglio di 100 euro pro capite nel 2011 e di 120 euro per abitante nel 2012; il costo non sarà uniforme: infatti un cittadino di un qualsiasi comune del Nord e del Sud avrà un aggravio di 120 euro, mentre chi risiede al centro dovrà subire il peso dei tagli per 140 euro, con la punta massima di 170 per chi abita nel Lazio; infatti il peso nel 2010 per il centro è minore perché Roma è esclusa dal Patto di stabilità. Per Salvatore Cerchi, responsabile della finanza locale dell’Anci, quello che succederà è già chiaro: “non è vero che la manovra non mette le mani nelle tasche dei cittadini: non lo fa attraverso nuove imposte, ma con le tariffe, perchè i Comuni dovranno, per esempio, aumentare il biglietto degli autobus o i contributi per l’asilo nido o l’assistenza domiciliare o le rette per le mense scolastiche“.
TUTTI PIU’ POVERI - Le amministrazioni locali però hanno “già dato” per quanto riguarda il risanamento del bilancio pubblico; come spiega Silvia Scozzese, direttore scientifico dell’Ifel, hanno realizzato un aumento cumulato delle entrate dell’8%, più alto di quello dell spese, che è del 3,5%, e quelli soggetti al Patto di stabilità interno sono passati da un disavanzo complessivo di 1,7 miliardi nel 2006 ad un avanzo di 250 milioni nel 2009. L’Anci conclude il suo commento al rapporto Ifel:” Le città italiane sono più povere rispetto a cinque anni fa” e questi tagli vanno a colpire un malato già grave.
Da Giornalettismo del 21 luglio 2010.
Il rapporto biennale dell’Istat conferma – nel silenzio dei tg e dei giornali – come dal 2008 l’evasione fiscale siano tornata nuovamente a crescere.
L’evasione fiscale, con il governo Berlusconi è tornata a crescere. Sembrerebbe una notizia apparentemente “Top secret”, almeno questa è l’opinione che ci siamo fatti dando un’occhiata ai vari telegiornali ed “organi d’informazione” che, praticamente all’unisono, hanno omesso questa notizia. Che in Italia una quota cospicua dei redditi venga, di fatto, elusa o evasa agli occhi del fisco non è certo una grossa novità. Si parla di qualcosa come 150-200 miliardi di euro (miliardo più, miliardo meno) ogni anno. Dieci volte tanto la manovra correttiva che il governo si appresta a varare colpendo, tanto per cambiare, i soliti noti mentre, ancora una volta, liscia il pelo ai furbi o, se vogliamo chiamarli con un aggettivo più consono alle loro pratiche, ai delinquenti. Sì, perché l’evasione – codice penale alla mano – è un crimine.
LO DICE L’ISTAT - L’Istat ha appena pubblicato la consueta analisi biennale dell’entità e della dinamica del sommerso economico. Si tratta di un indicatore assai significativo per capire gli andamenti dell’evasione fiscale, sebbene i due concetti siano solo parzialmente coincidenti. Il rapporto conferma come, nel suo insieme, il sommerso si è ridotto in tutto il periodo dal 2001 al 2007, ed è poi tornato a crescere nel 2008. Come noto, l’Istat fornisce la stima di un valore minimo e di un valore massimo del sommerso economico, ulteriormente scomposto nella somma di 3 componenti: il valore aggiunto sommerso da correzione del fatturato e dei costi intermedi, il valore aggiunto prodotto dai lavoratori irregolari e, infine, una componente statistica di correzione. Tra il 2001 e il 2007 il sommerso economico, nel suo insieme, si è costantemente ridotto in quota di Pil, passando dal 18,5% del 2001 al 15,9% del 2007 (secondo l’ipotesi minima) e dal 19,7% del 2001 al 17,2% del 2007 (secondo l’ipotesi massima). Nel 2008, invece, si è assistito ad una pericolosa inversione di tendenza: il sommerso economico sale al 16,3% del Pil (ipotesi minima) e al 17,5% (ipotesi massima).
I NUMERI E GRAFICI PARLANO CHIARO – Nel grafico è riportato l’andamento dell’economia sommersa secondo le stime dell’Istat nel periodo tra il 2000 e il 2008. Le riduzioni repentine che si evidenziano dal grafico intorno al 2002 e poi man mano graduali, si spiegano con l’adozione, sempre in quell’anno, per mano del vecchio governo Berlusconi dell’ennesima sanatoria sul lavoro irregolare. Nel 2006, invece, si registra l’effetto della riduzione (in termini relativi) della componente di correzione del fatturato e dei costi intermedi . L’incremento del 2008 vale circa 0,3-0,4 punti di Pil, pari, in termini assoluti, a 8-9 miliardi, quindi, data una pressione fiscale del 42%, ad un minor gettito per poco meno di 4 miliardi di euro. L’evasione nel 2008 è determinata in gran parte dalla “correzione del fatturato e dei costi intermedi”. Si tratta della componente del sommerso economico più direttamente legata all’evasione fiscale in senso proprio. Infatti, i 9 miliardi di incremento del valore aggiunto sommerso sono imputati dall’Istat esclusivamente a questa componente, che è aumentata dai 143,9 miliardi del 2007 ai circa 153 miliardi del 2008. Le altre due componenti, invece, sono rimaste sostanzialmente stabili.
IL NENS LO CONFERMA - “Questa composizione – spiegano gli esperti economici del Nens - è particolarmente interessante ai fini della stima dell’evasione fiscale. Infatti, la stima della componente di correzione del fatturato e dei costi intermedi si basa su ipotesi particolarmente prudenti. Ad esempio, si assume che la remunerazione di un addetto indipendente (imprenditore, suoi familiari e coadiutori) sia non inferiore rispetto a quella dell’addetto dipendente, il che corrisponde evidentemente ad una sottovalutazione. Infatti, appare plausibile ipotizzare che in molti casi la remunerazione effettiva per gli addetti indipendenti sia superiore a quella dei dipendenti“. Per queste ragioni, l’Istat sostanzialmente conferma la precedente stima fatta dall’istituto economico fondato da Vincenzo Visco e Pier Luigi Bersani, secondo il quale “l’evasione è aumentata di almeno 4-5 miliardi di euro solo ai fini IVA nel corso del 2008“.
PER IL 2009 MANCANO ANCORA I DATI – Purtroppo, i dati disponibili fanno pensare che la situazione non sia apprezzabilmente migliorata nel 2009. “Pur con le difficoltà di quantificazione insite in un anno di anomala riduzione del Pil nominale - conferma il Nens - anche nel 2009 il gettito dell’Iva si è ridotto in misura sensibile. A ciò si aggiunga il fatto che, secondo i dati dell’Istat, nel 2009 è aumentato anche sensibilmente il tasso di irregolarità del lavoro, passato dall’11,9 al 12,2%“. Sul fronte della lotta al sommerso e all’evasione, dunque, i numeri disponibili smentiscono l’ottimismo e i “grandi risultati” più volte sbandierati dal governo attuale e riverberati senza alcuna verifica dai media.
Lucia Venturi su Greenreport del 20 luglio 2010.
I dati dell'industria italiana sono positivi secondo l'Istat che registra sia un aumento degli ordinativi su base mensile (del 26,6% rispetto a maggio del 2009) e su base annua (in rialzo del 3,2% rispetto ad aprile), sia un aumento di fatturato dell'8,9% rispetto allo stesso mese del 2009 e dello 0,8% rispetto ad aprile: in questo caso si tratta del dato più alto dal febbraio 2008.
L'industria è tornata a segnare il punto quindi e, considerando il fatturato per raggruppamenti principali, si registrano variazioni congiunturali positive per l'energia (+2,9%), per i beni intermedi (+1,4%), per i beni strumentali (+0,2%) e per i beni di consumo (+0,2% con -0,1% per quelli durevoli e +0,2% per quelli non durevoli).
L'analisi per settore di attività economica, rileva l'Istat, mostra variazioni tendenziali positive più significative dell'indice del fatturato corretto per gli effetti di calendario nei settori fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+28,5%), metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (+21,6%) e fabbricazioni di prodotti chimici (+19,9%).
Ma ai dati positivi di Istat fanno da contraltare a quelli del rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno, da cui si rileva che gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione del 3,7% del 2008 e che segnala come l'industria si trovi in una «situazione senza precedenti, con una perdita di oltre 100.000 posti di lavoro dal 2008 al 2009, di cui 61.000 solo l'anno scorso».
Dati che collimano di più con la situazione in cui versano, in particolare, alcuni comparti che hanno fatto del nostro paese la settima potenza industriale, ovvero la chimica e la siderurgia ormai in quasi totale dismissione, e che si riflette nel fatto che- nonostante la crisi economica ancora pressante- il premier non abbia ancora provveduto alla sostituzione del ministro dello Sviluppo Claudio Scajola, che si è dimesso ormai quasi tre mesi fa e ne mantenga l'interim, senza poi occuparsene.
Dal comparto della chimica i segnali sono pessimi e saranno infatti in presidio oggi a Roma, davanti a Palazzo Chigi, i lavoratori dell'industria chimica Vinyls, che hanno visto tramontare anche l'ipotesi di accordo con gli arabi di Ramco. Una mobilitazione organizzata dalla Cgil e dalla Filctem che porteranno nella capitale rappresentanti degli stabilimenti di Marghera, Ravenna e Porto Torres che rischiano di perdere definitivamente il loro posto di lavoro dopo una lunga cassa integrazione mettendo a rischio anche l'indotto. Circa 7000 lavoratori del ciclo del cloro tra Vinyl, Syndial l'indotto e l'area della subfornitura.
«Nessuno - si legge in una nota della Filctem Cgil - finora ha mantenuto gli impegni presi con le istituzioni, con i lavoratori, con i sindacati e la crisi rischia di degenerare: gli impianti di Marghera, Porto Torres e Ravenna sono ancora fermi a nove mesi di distanza dall'accordo sottoscritto al ministero del Lavoro (1 dicembre 2009) e prima ancora (12 novembre 2009) al ministero dello Sviluppo Economico, nel quale era testualmente scritto che 'a far data dal 15 dicembre 2009' si sarebbe consentito 'un graduale e progressivo riavvio di tutti gli impianti».
«Siamo tornati al punto di partenza - ha dichiarato Alberto Morselli, segretario generale della Filctem-Cgil - come in un pericolosissimo gioco dell'oca, ma in questo caso giocato tutto sulla pelle di centinaia di famiglie» e rivolto al premier Berlusconi, che è anche ministro dello Sviluppo Economico 'ad interim', gli ha lanciato un appello a salvare la chimica e i suoi lavoratori. «Se la chimica è strategica, come più volte detto a parole- ha sottolineato Morselli- il presidente del Consiglio lo dimostri una volta per tutte: innanzitutto chieda all'Eni di salvare Vinyls e di istruire un piano industriale di rilancio nel settore, faccia rispettare l'impegno di riavvio degli impianti assunto dai commissari straordinari, visto che hanno in mano le fidejussioni di Stato, salvi i posti di lavoro e l'integrità del ciclo del cloro».
Dopo che è saltata anche l'ipotesi di accordo con la Ramco, la previsione annunciata dal sottosegretario allo Sviluppo Stefano Saglia nell'incontro dello scorso 15 giugno è quella di bandire una gara internazionale, il cui bando non è però ancora stato scritto.
«Intanto, gli operai restano in cassa integrazione -conclude la Filctem Cgil- e, ogni giorno che passa, c'è il rischio che i commissari non abbiano neppure i soldi per pagare gli stipendi».
Non è certo più roseo lo scenario che riguarda un altro dei comparti che ha fatto un pezzo della storia industriale del nostro paese, ovvero quello delle acciaierie Lucchini che interessano anche in questo caso realtà che vanno dal nord al sud con gli stabilimenti di Piombino, Trieste, Lecco, Condove (in provincia di Torino) e Bari.
Lucchini non è più nemmeno azionista avendo venduto a marzo anche le sue ultime quote alla russa Severstal, divenuta quindi unica proprietaria del gruppo ma che a sua volta ha ceduto il 50,8% delle quote azionarie alla finanziaria Mordachoff già azionista di maggioranza di Severstal e ora divenuta azionista di riferimento dell'ex gruppo siderurgico italiano. Una operazione che è stata letta come un evidente messaggio di disimpegno sull'attività industriale e di messa in sicurezza degli azionisti.
Entro il 29 luglio l'acquirente dovrà presentare un piano per garantire mantenimento e consolidamento dell'azienda in Italia e per quella data è stato anche convocato un incontro con le parti sociali nella sede del ministero del Lavoro, dove il gruppo potrebbe calare sul piatto della bilancia i circa 4 mila lavoratori, tra diretti e indiretti, che rischiano il posto, e fissare le condizioni del loro salvataggio.
Intanto è già decisa la smobilitazione di Brescia, da dove secondo fonti del capoluogo lombardo- entro settembre verranno trasferiti a Piombino settori vitali, come l'approvvigionamento di materie prime, gli uffici finanziari e il settore dell'ingegneria strategica. Un accorpamento alla sede toscana che viene inquadrato come un restringimento del perimetro aziendale, propedeutico alla cessione.
Segnali non certo incoraggianti per il futuro economico e occupazionale del nostro paese ma su cui il governo non batte ciglio.
Dal Blog di Domenico Di Rienzo del 30 giugno 2010.
Ci vuole una bella faccia tosta a dire “non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”! Il Presidente del Consiglio non fa altro che ripetere la solita tiritera! Certo, in quanto a faccia tosta lui e molti esponenti del Pdl non hanno nulla da invidiare a nessuno.
La notizia è ufficiale. Da domani, 1 luglio, gli automobilisti costretti ad usare l’autostrada subiranno gli aumenti di pedaggio previsti dalla manovra economica.
Sottolineo, PREVISTI DALLA MANOVRA ECONOMICA. La smetta il Governo di prendere in giro gli italiani; e agli italiani non sfugga che gli aumenti di domani sono il frutto di una manovra iniqua e scellerata che colpisce chi ha di meno.
Per non parlare delle strade attualmente senza pedaggio. Mi riferisco all’Autostrada Torino-Aereoporto Caselle, alla Salerno-Reggio Calabria, alla Roma Fiumicino, alla superstrada Firenze-Siena, al Grande Raccordo Anulare (non è vero che il GRA non si pagherà, come dice il sindaco “sfondo-tutto” Alemanno, anch’egli piuttosto ben dotato di faccia tosta).
Su quelle strade non ci passano solo i turisti, anzi! A usare quelle strade sono soprattutto i pendolari, ogni giorno per lavoro. E’ nelle tasche della gente che lavora che questo Governo mette le mani!
Il Governo non sa che pesci prendere, ha sottovalutato la crisi prima e lo continua a fare ancora oggi. Berlusconi (applaudito da Confindustria) parla di crisi passata, in realtà il peggio deve ancora venire. Gli economisti più seri e preparati, sanno bene che i riflessi peggiori si verificheranno con la scadenza della cassa integrazione, quando le imprese non potranno riprendere i lavoratori.
E tutto ciò si muove nel quadro desolante di un Paese ad altissima evasione fiscale. Basterebbe iniziare a far pagare gli evasori e chi ha più possibilità economiche, per evitare di mettere le mani nelle tasche della povera gente. Anziché stare con le mani in mano senza far nulla per risolvere la crisi ed i problemi di chi la subisce ogni giorno sulla propria pelle.
Dal Blog AZZURRO del 17 giugno 2010.
Doveva arrivare dall'Unione Europea la proposta di istituire una tassa sulle banche.
Una proposta in tal senso è infatti ora in discussione a Bruxelles.
Il Cancelliere tedesco Angela Merkel, poco prima di prendere parte al vertice, è stata esplicita e durissima in tal senso con gli istituti di credito, affermando che "banche e finanza, ovvero i responsabili della crisi, dovranno «passare alla cassa».
I "Robin Hood " nostrani, sempre pronti a togliere ai poveri, o quantomeno ai soliti, per dare ai ricchi agli evasori o agli opportunisti, avrebbero di che imparare su come distribuire un po' più equamente i sacrifici.
Ma si sa ,l'italia non fa testo, e oramai si allontana sempre più dal resto d'Europa, anche come mentalità.
A parole nel nostro paese i politici predicano tutto ed il contrario di tutto, sono liberisti e statalisti contemporaneamente, a secondo di come conviene, moralisti nelle parole e nel castigare i costumi degli altri, libertini nei fatti, sopratutto se propri, forti sempre con i deboli e deboli con i forti.
Nulla è realmente cambiato in quello che tanti si ostinano ancora a chiamare il Bel Paese.
O almeno nulla è cambiato in meglio, nemmeno l'abitudine di togliere, e a volte rubare, ai poveri per lasciare ai ricchi.
Bastano solo due esempi, i primi che ricordo, per l'appunto questa manovra finanziaria, che è visibile a tutti, e le famose liberalizzazioni , andate quasi tutte nel dimenticatoio, e dove, per non scontenatre alcune categorie ricche di liberi professionisti si è deciso persino di ostacolare la concorrenza al ribasso, introducendo le tariffe minime garantite, tanto le pagano il resto dei cittadini.
Peccato non si sia poi introdotto il salario minimo garantito anche per i precari, i disoccupati o cassaintegrati.
Ma purtroppo era inutile già in partenza ogni speranza, già si sapeva che Robin Hood non è per nulla un eroe italiano, qui riescono spesso più famosi, non gli eroi buoni, ma i veri e propri briganti.
Da Greenreport dell'8 giugno 2010.
FIRENZE. I media (in particolare quelli televisivi) continuano a moltiplicare la loro offerta di trasmissioni che si occupano di cucina, ma in realtà conosciamo molto poco di quello che mangiamo ed in particolare non conosciamo la provenienza delle materie prime alimentari che poi sono trasformate prima di arrivare nelle nostre tavole. Emblematico il caso del pomodoro cinese, denunciato da Coldiretti.
Stiamo assistendo ad una vera e propria invasione di pomodori provenienti da distanze di oltre 8000 km: gli sbarchi sono triplicati, registrando un balzo del 174% nel trimestre dicembre-febbraio 2010 rispetto al precedente periodo del 2009, anno in cui in Italia sono arrivati 82 milioni di chili di concentrato spacciato come Made in Italy. Questi solo alcuni dati contenuti nel dossier sulle importazioni di concentrato di pomodoro cinese, elaborato da Coldiretti insieme alle cooperative agricole dell'Unci e alle industrie conserviere dell'Aiipa (Associazione italiana industrie prodotti alimentari).
Anche se appare incredibile i pomodori conservati sono la prima voce dell'import agroalimentare dalla Cina (oltre il 34% del totale), la cui produzione, in pochi anni (è iniziata nel 1990) è oggi al terzo posto nel mondo dopo Stati Uniti e Unione europea, con circa la metà del concentrato esportato proprio in Italia. La produzione cinese di concentrati di pomodoro è localizzata nei territori di Junggar e Tarim, nella regione di Xinjiang, a nord-ovest del Paese nei pressi del confine con il Kazakistan dove operano due grandi gruppi: Tunhe e Chalkis Tomato. La filiera del pomodoro cinese come è intuibile è tutt'altro che corta.
Dalle navi sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso, circa 1.000 al giorno, con concentrato da rilavorare e confezionare come italiano; questo perché nei contenitori al dettaglio, precisa la Coldiretti, è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento ma non quello di coltivazione. Un lacuna che andrebbe velocemente colmata sia per trasparenza nei confronti dei consumatori che devono sapere da dove provengono le materie prime che poi finiscono in tavola sia per conoscere l'impatto ambientale e sociale di tutta la filiera.
Tra l'altro pare che la produzione in Cina sia anche realizzata con sfruttamento del lavoro forzato dei detenuti secondo la denuncia Laogai National Foundation. Così, con un quantitativo di pomodoro cinese che corrisponde a circa il 10% della produzione di pomodoro fresco destinato alla trasformazione realizzata in Italia (nel 2009 e stato di 5,73 miliardi di chili), si producono danni per i produttori italiani che subiscono gli effetti economici di una concorrenza sleale. Tra l'altro informa Coldiretti i numeri del settore del pomodoro da industria sono di rilievo: 8.000 imprenditori agricoli che coltivano su 85.000 ettari, 178 industrie di trasformazione che da lavoro a ben 20mila persone per un valore della produzione di oltre 2 miliardi di euro.
Ma almeno da quanto denunciato nel dossier c'è anche un problema di sicurezza alimentare per un prodotto che piace agli italiani (si stima che le famiglie consumino circa 550 milioni di chili di pomodori in scatola o in bottiglia): le confezioni identiche alle originali vendute in scatole da 400 e da 2.200 grammi come doppio concentrato (28%) con la scritta '100% prodotto italiano', hanno una qualità del contenuto non conforme alla legislazione italiana ed europea. Le analisi parlano chiaro: di pomodoro vero ce n'é ben poco, la maggior parte del prodotto è costituito da scarti vegetali, quali bucce e semi di diversi ortaggi e frutti, con livelli di muffe che eccedono i limiti di legge previsti dalla legislazione italiana. Problemi quindi di ordine economico, ambientale, sociale e sanitario a cui Coldiretti, Unci e Aiipa chiedono di porre rimedio.
Le tre organizzazioni nel dossier hanno avanzato alcune richieste: che venga attuato un protocollo sanitario specifico per il controllo del pomodoro concentrato cinese all'ingresso nei porti comunitari; l'obbligo di indicare l'origine del pomodoro utilizzato nei derivati del pomodoro (l'indicazione dell'origine del prodotto è misura sollecitata dal Parlamento europeo come previsto dalla riforma dell'organizzazione di mercato dell'ortofrutta); l'immediata e tempestiva attivazione del meccanismo di salvaguardia con un dazio doganale aggiuntivo come misura antidumping prevista dalla normativa comunitaria (regolamento 260/2009) come meccanismo di salvaguardia per le situazioni di grave pregiudizio.
Sandro Trento sul Blog italia dei Valori del 6 giugno 2010.
Quest'oggi parliamo dell'azione del governo sulla finanza pubblica. Per riportare il disavanzo pubblico sotto la soglia del 3% del PIL, il governo ha definito una manovra correttiva di 25 miliardi di euro. Il paradosso del ministro Tremonti, lo va dicendo anche ad Annozero, è che la manovra italiana è colpa della Grecia, e che l'Italia fa questa manovra perché tutti gli altri Paesi la stanno facendo. Questa affermazione non è vera, è solo parzialmente corretta. Gli altri Paesi europei fanno una manovra correttiva oggi perché hanno fatto interventi molto importanti lo scorso anno per sostenere le loro economie.
Nel 2009 molti Paesi europei fecero interventi a sostegno della domanda interna per un ammontare molto vicini a 2,5 punti PIL. Nello stesso anno, il governo Berlusconi decise di non fare nulla e si limitò ad interventi pari soltanto al 0,6 punti PIL. Questa inerzia del governo italiano ha fatto pagare duramente all'economia italiana. Nel biennio di crisi abbiamo perso oltre 6 punti di crescita, meno 6 di PIL. Questo ha significato la chiusura di circa 10 mila imprese e un aumento significativo della disoccupazione, soprattutto quella giovanile arrivata al 13% secondo la Banca d'Italia.
Il paradosso italiano però, colpa di Berlusconi e Tremonti, è che in un anno il debito pubblico italiano è aumentato di 10 punti. Siamo passati da una situazione di avanzo primario, cioè da una differenza tra le entrate e le spese al netto degli interessi che era positiva, ad un disavanzo primario per la prima volta dopo molti anni. Tutto questo senza però evitare, come ho detto, una caduta catastrofica del PIL. Non solo abbiamo i conti pubblici in dissesto, ma questo non è stato fatto per sostenere la domanda interna come è stato fatto negli altri Paesi.
La spesa pubblica italiana è aumentata moltissimo e le entrate sono diminuite. Questo anche perché, da quando c'è il governo Berlusconi, l'evasione fiscale è aumentata molto significativamente. Si parla di un evasione fiscale pari a 120 miliardi di euro. Quindi, eccoci costretti a fare una manovra correttiva. Non è solo colpa della Grecia, è colpa di Tremonti e Berlusconi. Questa è una questione molto importante: è fondamentale che il governo ammetta le sue colpe, si presenti in Parlamento riconoscendo di aver sbagliato e porti a discutere con l'opposizione partendo da una situazione di verità e chiarezza nei confronti degli italiani.
Il ministro Tremonti continua a parlare di falsi invalidi e di azione contro l'evasione, ma viene in mente che è stato ministro dell'economia per 8 anni, in molti governo, quindi gran parte della responsabilità dell'aumento dei falsi invalidi e un aumento dell'evasione fiscale è sicuramente sua, visto che è stato il ministro più a lungo in carica nell'ultimo periodo.
La manovra correttiva si fonda su tagli sostanzialmente generalizzati, cioè si taglia senza un minimo di scelta, senza un minimo di selezione. Questo tipo di procedimento è inequo e inefficiente, e non viene nemmeno applicato nella pratica. Questo è il momento di scegliere, di essere selettivi: un conto è tagliare la spesa a tutti i comuni e a tutte le regioni indistintamente, un altro sarebbe quello di colpire quei comuni e quelle regioni che hanno speso troppo e che non stanno rispettando il patto di stabilità interna.
Un conto è tagliare la spesa pubblica introduttiva, un altro è tagliare la spesa per l'istruzione, per la ricerca. E' questo il momento di scegliere se togliere le risorse ai giovani o passare ad un riequilibrio tra le generazioni, intervenendo sulle pensioni a sostegno dei giovani. Un conto è fare un blocco degli stipendi per tutti i dipendenti pubblici: si stima che questo blocco costerà 1700 per ogni dipendente in 3 anni. Questo blocco colpirà sia chi si impegna e lavora sia i fannulloni.
Questo per dire che è il momento di scegliere di fare atti selettivi e di colpire soltanto dove è necessario. Questo è quello che noi avremo fatto se fossimo stati al governo.
Da Phastidio Net del 30 maggio 2010.
Oggi i quotidiani traboccano di resoconti sulla frustrazione e l’irritazione del premier nei confronti del ministro dell’Economia, reo di aver abdicato ai propri principi ed aver ceduto a suggestioni vischiane. Berlusconi rimprovera a Tremonti anche di attuare surrettiziamente un aumento della pressione fiscale, e di colpire nel Mezzogiorno l’elettorato del Pdl, mentre quello leghista uscirebbe pressoché indenne dalla manovra. Non sappiamo se le cose stanno effettivamente in questi termini, ma il dato politico di fondo è che ci troviamo di fronte ad un premier ormai commissariato dal proprio ministro dell’Economia, e sempre più dissociato dalla realtà.
La manovra è stata di fatto annunciata con la formula magica “salvo intese”, il che è un preannuncio di furibondi negoziati tra le varie anime del governo, ed un rischio di sostanziale annacquamento, che ai mercati piacerà molto, come si può immaginare. Nei fatti, rischia di essere la ripetizione della famosa “manovra da nove minuti” dello scorso anno, che poi impiegò mesi per giungere in porto. Sul piano quantitativo, la correzione è tutto fuorché epocale: meno dell’1 per cento di Pil per ognuno dei due anni di applicazione. Se qualcuno pensa che possa anche essere risolutiva, auguri. Sul piano qualitativo si tratta di misure di blocco o rinvio di spesa pubblica (come le retribuzioni dei pubblici dipendenti), e scarico sugli enti locali di oneri finanziari.
Riguardo le entrate, si conferma il rovesciamento dell’onere della prova, ed un concreto rischio di persecuzione fiscale, peraltro non necessariamente a carico dei Briatore ma anche e soprattutto dei Mario Rossi. Forse è questo che infastidisce di più il premier. Il quale tuttavia non dovrebbe parlare, visto che ha fatto trascorrere due anni (in realtà sono nove, ma non sottilizziamo) nella più completa assenza di riforme di struttura, contando sul proprio presunto carisma, sulla propaganda di Sacconi e sui tagli lineari di Tremonti, il tutto infarcito di promesse carsiche sul taglio delle imposte, che sono servite solo a inchiostrare paginate di editoriali in cui si condanna senza appello…l’opposizione.
Date le premesse, è difficile immaginare come la Lega possa ottenere il federalismo fiscale, visto che ad ognuna di queste manovre corrisponde un aumento del tasso di “derivazione” della finanza pubblica locale, ma di certo Bossi troverà la sua amata quadra, magari andando sul Monviso e minacciando la secessione, oppure dopo la promessa di introdurre corsi di laurea in dialettologia alla Cà Foscari, con contributo rigorosamente statale del MIUR. Ora è iniziata la corsa a mettere al riparo i propri giocattoli preferiti, e Gianni Letta parte in pole position con la sua amata Protezione civile, quella che arriva di notte a salvare orfani e vedove, a trattativa privata. Anche il taglio dei costi della politica, nella fattispecie i rimborsi elettorali, sembra essere stato fortemente depotenziato. Continueremo ad avere la classe politica più costosa del mondo occidentale, e forse non solo di quello, ed i numeri parlano molto chiaro.
Sono mesi che lo ripetiamo: un governo che si basi esclusivamente su tagli lineari e non sia in grado di “fare politica“, con riforme strutturali e profonde, in grado di cambiare il volto del paese, è un governo fallito. Comprendiamo la “ragioni di stato” dei ministri, che spingono a dire che “è stata tagliata la spesa pubblica improduttiva”, ma i mercati sono meno stupidi di come vengono comunemente dipinti dai politici di ogni latitudine. Resta che la manovra eserciterà un effetto ovviamente depressivo sulla domanda aggregata, non ci vuole un Ph.D. per capirlo. Se il denominatore, cioè il Pil, non viene fatto crescere, alla fine tutti i quozienti di finanza pubblica ti arrivano sui denti.
Ma il premier mostra beata svagatezza di tutto ciò. A lui basta presentarsi in pubblico e dire che ha il tasso di consenso più alto del mondo occidentale, in questo ormai stucchevolmente infantile (o meglio, senile) tormentone.
Sandro Trento sul blog Italia dei Valori del 23 maggio 2010.
Da oltre un anno il Governo continua a raccontante la favola che l'economia italiana è messa meglio di quelle degli altri paesi europei e che l'Italia ha risentito meno di altri della crisi finanziaria.
In realtà, nel 2009, il Prodotto interno lordo del nostro Paese è diminuito di oltre 5 punti percentuali, il tasso di disoccupazione è in continuo aumento e migliaia di imprese hanno chiuso i battenti perché non più in grado di operare.
La situazione è difficile anche dal punto di vista della finanza pubblica. Il debito pubblico italiano, di cui abbiamo già parlato in alte occasioni, è arrivato al livello record del 120% del prodotto interno lordo. E ora, da alcuni giorni, il ministro Tremonti ha annunciato la necessità di una manovra correttiva.
Si parla di una manovra che per il biennio 2011-2012 dovrà raccogliere circa 25 miliardi di euro, quasi 2 punti di Pil. Dunque, non era vero che le cose andavano bene. Non era vero che era tutto quanto in ordine, poiché c'è bisogno di 25 miliardi in due anni.
Crediamo che sia essenziale, a questo punto, avere il coraggio di dire la verità agli italiani.
La prima questione da dire è che cresciamo troppo poco e da troppi anni. Anche quest'anno cresceremo al massimo di un punto percentuale.
Poi c'è la spesa pubblica. Quella italiana è in aumento. Nel solo 2009 la spesa pubblica è stata pari a 52 punti percentuali del prodotto interno lordo, con un aumento di tre punti rispetto al 2008. Questo indicatore include anche la spesa per interessi che da sola è pari al 4,6% del Pil. Sottraendola alla spesa pubblica, avremo circa il 48% del Pil: un record assoluto nella storia della Repubblica Italiana.
Questo ci dice che la destra al Governo fa aumentare la presenza dello stato nell'economia, fa aumentare la spesa pubblica e riduce la spesa corrente.
Il terzo punto su cui riflettere è che di fatto abbiamo dilapidato l'intero risparmio di spesa che c'era derivato dall'ingresso nell'euro. Con l'entrata nella moneta unica l'Italia aveva beneficiato di tassi di interesse più bassi rispetto al passato e questo risparmio lo abbiamo completamente bruciato. Non lo abbiamo più.
Un elemento di preoccupazione, a questo punto, è dato dal fatto che i tassi stanno per tornare a crescere e questo avrà un inevitabile impatto negativo sulla spesa pubblica.
E' il momento di dire agli italiani che l'economia non cresce, che siamo messi peggio degli altri Paesi, che la spesa pubblica è arrivata a un livello insostenibile, che probabilmente ci sarà un effetto negativo legato ai tassi.
E' indispensabile che il governo si presenti alle Camere e ammetta la necessità di un piano di risanamento della finanza pubblica (ma non un provvedimento abborracciato come quello che sta preparando Tremonti) e di un piano per consentire all'economia italiana di ritornare a crescere.
Noi pensiamo che il Governo non avrà il coraggio di parlare agli italiani e continuerà a raccontare favole con grave pregiudizio per le prospettive nostre e dei nostri figli.
Rinaldo Gianola sull'Unita' del 9 maggio 2010.
Il problema, dunque, non è solo la Grecia. La crisi non è riconducibile esclusivamente ai conti fuori controllo dei greci ai quali i giornali tedeschi suggeriscono di vendere l’Acropoli per rispettare i sacri parametri di Maastricht. Nel giro di tre giorni l’Europa è passata dalle difficoltà «circoscritte» di un singolo paese, il più debole sotto il profilo finanziario, a una «crisi sistemica», parole del presidente della Bce Trichet, che mette in discussione non solo gli eredi della dracma ma l’intera costruzione dell’Unione e della moneta unica. In poche ore le fiamme e le tragiche violenze di Atene sono passate quasi in secondo piano rispetto alla destabilizzazione che dai mercati è salita fino alle cancellerie che, solo dopo l’intervento preoccupato del presidente Obama su Angela Merkel, hanno deciso di ritrovarsi per il week end a Bruxelles per decidere un piano straordinario di interventi.
Non sappiamo se le misure decise stroncheranno l’attacco della speculazione dei mercati ai governi, all’Unione e all’Euro. È certo, tuttavia, che anche questo maxi piano dell’Europa non risolverà i problemi di fondo, non disinnescherà la bomba che due anni fa è esplosa negli Stati Uniti provocando la prima grande crisi dell’economia globale e che oggi si presenta con la miccia accesa nella vecchia Europa. Nel settembre 2008, quando Wall street visse il dramma storico del fallimento della Lehman Brothers, tutti, ma proprio tutti si impegnarono a limitare le invasioni della finanza, il suo dominio incontrastato sull’economia reale, sull’industria, l’occupazione. Governi e leader politici giurarono, allora, di voler invertire la rotta, di bloccare il gigantesco trasferimento di ricchezza dal profitto, dal lavoro alla rendita finanziaria. La distorsione dell’economia, emersa in modo drammatico due anni fa, avrebbe dovuto essere affrontata con un riequilibrio profondo tra risparmio e investimenti e soprattutto le autorità di governo e quelle che vigilano sui mercati e sulla concorrenza avrebbero dovuto intervenire con provvedimenti rigorosi e coerenti per smontare i giochi perversi della finanza.
Ma poco è stato fatto su questo fronte perchè fortissime sono le resistenze del mondo finanziario e spesso deboli e miopi sono le azioni politiche. Obama, che rappresenta per molta parte del mondo ancora una speranza di cambiamento, ha implorato le lobby delle banche e delle assicurazioni a non ostacolare la sua riforma dei mercati e della finanza. Ma nemmeno Obama è riuscito a sfondare in un sistema, come quello Usa, dove uno può fare il ministro del Tesoro e poi guidare serenamente la Goldman Sachs e viceversa. Quello che viviamo oggi in Europa e che preoccupa la Casa Bianca non è solo la speculazione contro governi o monete deboli, d’altra parte la speculazione - lo insegnano persino nelle università - è parte integrante dei mercati e del loro funzionamento.
C’è una patologia di fondo che sta nel Dna del sistema, per cui il denaro serve solo a creare altro denaro. I golpisti della finanza attaccano gli stati grazie alle armi che gli stessi stati hanno messo loro a disposizione.
Per fronteggiare la crisi del 2008 i governi erano intervenuti per salvare banche, assicurazioni, intermediari, immettendo nel sistema cifre iperboliche. Almeno 3000 miliardi di dollari, denaro pubblico, sarebbero stati spesi per evitare il tracollo del sistema creditizio, ma anche della Chrysler di Sergio Marchionne, trasferendo così le perdite dal sistema privato a quello pubblico. La strada è stata seguita anche in Europa e i mercati finanziari che, fino al 2008, avrebbero speculato contro questa o quella banca o impresa considerata debole oggi si accaniscono contro gli stati e lo loro valute, partono dalla Grecia ma allargano facilmente l’orizzonte e mettono nel mirino l’intera costruzione della moneta unica europea.
Ma gli stati, la politica sono deboli, frammentati, gelosi dei loro poteri e interessi. Si muovono in ritardo, come è avvenuto in questi giorni in Europa dove la signora Merkel (che non è Khol) era preoccupata per l’impatto degli aiuti alla Grecia sul voto regionale in Germania. Mentre l’Europa balbetta, sull’altro fronte invece c’è una corporation planetaria formata da potenti banche d’affari, proprietari e promotori di hedge funds e di strumenti derivati che non rispondono a nessuno, se non ai propri azionisti, il cui unico obiettivo è quello di produrre soldi dopo altri soldi, di alimentare senza ritegno la corsa delle stock options dei propri managers. Quante volte, negli ultimi anni, il mondo si è dovuto confrontare con queste crisi, con il fenomeno della “speculazione” che sarebbe la parte più cattiva, deviante, di un sistema che ai più sembra ancora buono? Ci sono stati gli scandali dell’epoca Bush, come la Enron e la WorldCom. Poi i subprime, la caduta delle grandi banche e di conseguenza la recessione, il crollo dell’economia, la perdita di milioni di posti di lavoro. Ma, dopo le tragiche esperienze del passato, poco è cambiato visto che ancora oggi gli strumenti della speculazione valgono 4 o 5 volte l’intero Pil mondiale.
Il presidente Obama è intervenuto con forza sull’Europa affinchè si muovesse con provvedimenrti straordinari perchè la Casa Bianca non vuole ripetere il dramma del 2008 e l’attacco alla Grecia e poi all’Europa ricalca lo stesso schema, minacciando la possibile ripresa internazionale. In aprile negli Statio Uniti sono stati creati 290mila nuovi posti di lavoro, da quattro mesi c’è un leggero miglioramento che Obama non vuole assolutamente pregiudicare con un’altra crisi finanziaria. Dal 2008 ad oggi gli Stati Uniti hanno perso circa otto milioni di occupati. ci vorranno anni per recuperarli. La preoccupazione di Obama è giustificata. Un timore che dovrebbe essere prioritario per tutta l’Europa e, in particolare, per l’Italia.
Il prevalere degli interessi finanziari, o chiamamola pure della speculazione, rispetto alla tutela degli investimenti, della produzione, del lavoro è l’elemento costante di questi anni e anche di questa crisi. La finanza domina i mercati, ricatta i governi e impone una ristrutturazione delle attività industriali da cui raccogliere altri profitti: un processo politico globale che colpisce soprattutto il mondo del lavoro, i sindacati e si potrebbe aggiungere anche la sinistra. Dopo due anni di crisi, dopo la caduta di simboli storici del capitalismo, dopo le copertine dei settimanali americani che invitano a leggere Carlo Marx, non è cambiato nulla. Siamo ancora qui a registrare il trionfo della finanza e la sconfitta della politica e del lavoro. Questa è la realtà.
Sandro Trento Italia dei Valori 9 maggio 2010.
Parliamo della situazione molto difficile che si sta creando sui mercati finanziari, in particolare in Europa, con riferimento alla crisi greca. Ieri, sei maggio, si ha avuto una giornata nera nelle borse europee, in particolare la borsa di Milano ha perso il 6%, una perdita molto grave, in seguito ad un rapporto da parte di Moody's, l'agenzia di rating internazionale, che lanciava un allarme per il rischio di un contagio della crisi greca verso altri Paesi, come il Portogallo, l'Irlanda, la Spagna, il Regno Unito e anche l'Italia.
Le banche di questi Paesi potrebbero risentire rapidamente delle difficoltà nate in Grecia per una serie di ragioni. Le banche di questi Paesi sono molto grandi, rappresentano una quota molto rilevante della ricchezza nazionale, per avere un idea l'attivo delle banche in Gran Bretagna è pari a circa 4 volte il Prodotto interno lordo della Gran Bretagna, in Spagna 3 volte il Prodotto interno lordo, cifre molto rilevanti. Questo fa si che quando si hanno dei rating, dei voti, o con riferimento al sistema nazionale, quindi al Paese, o con riferimento alle banche, si possono avere degli effetti negativi a vicenda. Se si ha un giudizio negativo su una grande banca si ha un giudizio negativo sul Paese e viceversa.
Un secondo riferimento è quello legato alla bolla immobiliare, scoppiata nel 2007 con il grande sviluppo dei mutui per l'acquisto delle case, che in alcuni Paesi aveva raggiunto dei livelli molto importanti. Per fare un esempio, in Irlanda il debito medio delle famiglie è pari a due volte il reddito annuo delle famiglie stesse. Una famiglia che guadagna in un anno 100 ha un debito di 200, un debito molto rilevante. In Gran Bretagna parliamo di un rapporto del 130%. Stiamo parlando di Paesi nel quale il settore privato, e in particolare le famiglie, si sono molto indebitate per ragioni anche legate all'acquisto delle case.
La situazione secondo Moody's potrebbe essere quella in cui la crisi della Grecia, l'eventuale rischio di fallimento della Grecia, potrebbe travasarsi tramite il crollo del valore dei titoli del debito pubblico greco negli attivi delle banche dei Paesi europei creando un effetto a valanga. Questa dichiarazione di Moody's ha scatenato un ondata di vendite sui mercati finanziari e ha colpito anche la borsa di Milano. Non vogliamo essere allarmisti, crediamo che la situazione italiana non sia una situazione del tutto confrontabile sotto alcuni profili con quella dei Paesi che vi ho citato. Per fare un esempio, il debito delle famiglie italiane è molto più basso del reddito delle famiglie irlandesi, spagnole o inglesi. Per dare un numero, in media il debito delle famiglie italiane è inferiore al 50% del Prodotto interno lordo. Anche il peso per le banche, sul Prodotto interno lordo, è molto più piccolo. Le nostre banche, in media, sono più piccole rispetto alle banche spagnole, inglesi e cosi via. Non dobbiamo lanciare allarmi non fondati.
L'altra considerazione da fare è che per quanto riguarda la diffusione dei titoli del debito pubblico greco, le banche italiane ne hanno una quota molto più piccola rispetto alle banche tedesche o francesi. Nello scenario in cui questi titoli scendessero radicalmente di valore, avrebbe un impatto molto più basso sul sistema bancario italiano. Ma la questione italiana a cui dobbiamo tenere sotto controllo è quella legata al debito pubblico italiano, che in questo anno tocca il 115% mentre l'anno prossimo potrebbe toccare il 118%. Purtroppo il Governo italiano ha presentato la relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica, dove abbiamo appreso che il Governo si attende una stabilizzazione del debito pubblico italiano sul livello pari al 117% del Pil nel 2012, quindi sostanzialmente l'impressione che abbiamo è che si considera come obiettivo stabilizzare il debito pubblico ad un livello altissimo, paragonabile a quello della crisi che l'Italia ebbe nel 1992. Questa stima si basa anche sull'ipotesi di crescita dell'Italia, che a mio avviso sono abbastanza ottimistiche, tenendo conto delle difficoltà di questo momento legate anche alla crisi greca.
E' vero che le famiglie italiane sono meno indebitate rispetto a quelle degli altri Paesi, è vero che le banche italiane hanno meno titoli greci nel loro portafoglio, è vero che le banche italiane sono più solide di quelle degli altri Paesi, ma resta il grave problema della finanza pubblica italiana, in particolare di questo enorme debito pubblico che abbiamo accumulato.
Per evitare davvero il contagio, per evitare che la “malattia” greca possa attraversare il Mediterraneo e arrivare a Roma, è indispensabile che il Governo attui al più presto quelle riforme che da tempo chiediamo come Italia dei Valori. Riforme che facciano crescere l'economia italiana, come la liberalizzazione dei servizi, come una nuova regolazione delle professioni, completare una riforma del mercato del lavoro che lo renda più funzionale ed efficiente, interventi sull'istruzione, ma soprattutto interventi che abbiano il coraggio di incidere sulla spesa pubblica nei prossimi anni, come provvedimenti che allunghino la vita lavorativa. Bisogna avere il coraggio, in questo momento, di essere anche impopolari per scongiurare un contagio greco. Bisogna farlo oggi prima che sia troppo tardi.
Stiamo aspettando con ansia che il Governo ci fornisca dei dati, delle stime concrete, su quale sarà l'effetto della riforma del federalismo fiscale sulla finanza pubblica. La nostra grande preoccupazione è che si possano nascondere delle vere proprie “bombe”, per capire se l'effetto sui conti pubblici del federalismo fiscale, che la Lega continua a chiedere, possano essere dirompenti sugli equilibri della finanza pubblica. Questo è il momento di tirare fuori questi dati, per spiegare ai cittadini italiani quale è il costo che si vuole scaricare sui conti pubblici legati ad un favore da fare alla Lega Nord. Questa è una delle questioni sulla quale vogliamo richiamare l'attenzione di tutti quanti.
Ma noi ne usciremo meglio di altri – 11
da Phastidio.net del 30 aprile 2010
Pochi numeri, la sintesi di un problema che si aggrava di mese in mese. Come comunica oggi Istat, il numero di occupati a marzo 2010 è pari a 22 milioni 753 mila unità (dati destagionalizzati), in calo dello 0,2 per cento rispetto a febbraio e inferiore dell’1,6 per cento (-367 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di occupazione è pari ad un disastroso 56,7 per cento (inferiore, rispetto a febbraio, di 0,1 punti percentuali e di 1,1 punti percentuali rispetto a marzo dell’anno precedente).
Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta pari a 2 milioni 194 mila unità, in crescita del 2,7 per cento (+58 mila unità) rispetto al mese precedente e del 12 per cento (+236 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di disoccupazione si posiziona all’8,8 per cento (+0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e +1 punto percentuale rispetto a marzo 2009), peggior risultato dal secondo trimestre 2002. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 27,7 per cento, con un calo di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 2,9 punti percentuali rispetto a marzo 2009.
Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni, è pari a 14 milioni 907 mila unità, con una riduzione dello 0,2 per cento (-24 mila unità) rispetto a febbraio 2010 e un aumento dell’1,6 per cento (+239 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di inattività è pari al 37,8 per cento (-0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto a marzo 2009).
Naturalmente, vi diranno che siamo messi meglio della media europea, che sta al 10 per cento. E non vi diranno nulla riguardo il fatto che abbiamo un tasso di attività che è di nove punti percentuali inferiore alla media Ue, situazione che tende a frenare l’ascesa della disoccupazione. Né vi diranno che abbiamo un ricorso alla cassa integrazione che non accenna a flettere, anzi che la cig sta lentamente trasformandosi in un ammortizzatore “a piè di lista”, gravando sempre più sulla finanza pubblica e riproducendo le condizioni degli anni Settanta, quando imprese decotte restavano in vita.
Né vi diranno che il numero di disoccupati tedeschi, in marzo (per rendere il confronto temporalmente omogeneo) era sceso dall’8,1 all’8 per cento, e che in aprile, dato comunicato ieri, si è ulteriormente contratto al 7,8 per cento. Se pensate che il dato tedesco derivi dal fenomeno dello scoraggiamento, ripensateci: il totale degli occupati tedeschi, a marzo, è cresciuto di 10.000 unità rispetto a febbraio.
Sono molte le cose che non vi diranno. Perché se ve le dicessero, esiste un’elevata probabilità che vi inquietereste.
Da Greenreport del 31 marzo 2010.
Il Quotidiano del Popolo on-line ha annunciato oggi che «L'industria manifatturiera della Cina occupa il 15,6% dl valore totale dell'industria mondiale. Così, la Cina ha sostituito il Giappone per diventare il secondo più grande Paese manifatturiero del mondo, immediatamente dopo gli Stati Uniti». Il giornale del Partito comunista cinese riferisce quanto detto da Wang Zhongyu, presidente della Federazione delle imprese cinesi, nel corso di una conferenza nazionale sulla gestione imprenditoriale tenutasi a Pechino.
Wang ha sottolineato che «La Cina si classifica prima nella classifica mondiale per la produzione in numerosi settori di attività e che per questo è anche chiamata "la fabbrica del mondo". Ma l'industria manifatturiera cinese non sempre altrettanto forte, essendo la maggioranza delle sue imprese a basso valore aggiunto, con dei servizio meno avanzati di molti delle loro omologhe straniere. Nei Paesi sviluppati, i settori dei sevizi fanno parte dei settori più avanzati, diventando anche le principali attività di numerose società multinazionali».
Il sorpasso cinese è confermato dai dati resi noti dall' United Nations Industrial Development Organization (Unido) la Cina è al 15,6% dl valore totale della produzione industriale del pianeta, il Giappone al 15,4%. Gli Usa restano primi con il 19%. Il Quotidiano del Popolo informa che nel 2009, la produzione cinese di acciaio è stata di 568 milioni di tonnellate (il 47% della produzione mondiale); la produzione e vendita di cemento è arrivata a 1,65 miliardi di tonnellate (60%); la capacità di gestione dei porti cinesi ha raggiunto i 7 miliardi di tonnellate, cioè il 50% del totale mondiale.
Le cifre sui servizi confermano le preoccupazioni del presidente della "Confindustria" cinese: le società statunitensi che operano nei servizi rappresentano il 58% del totale delle imprese di produzione Usa, mentre in Cina solo il 2,2% delle imprese è impegnata nel settore dei servizi. D'altronde la "fabbrica del mondo" non può davvero pensare ancora all'economia post-industriale all'occidentale... Eppure secondo Wang «Le imprese cinesi dovranno trasformarsi in imprese di servizi, seguendo la tendenza mondiale dello sviluppo dell'industria».
Il sito del ministero del commercio cinese ieri aveva annunciato che «Secondo delle informazione della Wto (l'Organizzazione mondiale del commercio), la Cina ha superato la Germania per diventare il più grande esportatore del mondo, occupando il 10% delle esportazioni mondiali. Le statistiche a hanno anche dimostrato che per le importazioni la Cina figura al secondo posto ed occupa l'8% delle importazioni mondiali, dietro agli Stati Uniti (13%)».
Secondo la Wto la crescita del commercio mondiale nel 2010 raggiungerà il 9,5%, segnando la fine della crisi e l'avvio della ripresa economica a livello mondiale.
I dubbi sul fatto che la Cina sarebbe diventato il primo esportatore del pianeta venivano soprattutto dalla possibile rivalutazione dello yuan, ma invece gli indicatori commerciali cinesi sono tutti al rialzo, a cominciare dal record mondiale di auto vendute con il sorpasso sugli Usa e si prevede che il Pil cinese supererà quello del Giappone per salire al secondo posto.
Un portavoce del ministero del commercio spiega però sul Quotidiano del Popolo che secondo lui «Le esportazioni cinesi sarebbero superiori a quelle della Germania, ma queste cifre riguardano solo il 2009. In base e in misura alla ripresa economica del 2010 e del 2011, saranno fluttuanti e precarie. I grandi Paesi commerciali come gli Stati Uniti e la Germania hanno finito la loro trasformazione da Paesi industriali a Paesi di servizi, attualmente offrono esportazioni e servizi e preferiscono disporre degli investimenti localmente. La classifica non è il solo indice ma la struttura delle esportazioni ha bisogno di un maggior riaggiustamento e di fare dei progressi».
Oggi il Beijing Times ha pubblicato i dati di Wind Info con la classifica delle 10 imprese cinesi quotate in borsa con i maggiori guadagni: in testa c'é la Industrial and Commercial Bank of China (Icbc), il più grande istituto di prestiti del mondo per valore di mercato, con 129,4 miliardi di yuan (18,95 miliardi di dollari), la Icbc ha superato la PetroChina (15,14 miliardi di dollari) che scivola al terzo posto sorpassata anche dalla China Construction Bank, (15,65 milliardi di dollari), Quarta è la China Bank. Seguono Industrial Bank, l'operatore telefonico China Unicom e China Vanke il più grande promotore immobiliare cinese, e la Huaneng Power International il maggiore produttore di elettricità del Paese. Tutte insieme le 10 prime imprese cinesi mettono in saccoccia 561,14 miliardi di yan, il 75% del totale delle 832 aziende prese in esame dalla classifica, mancano però all'appello colossi come China Life Insurance e China Merchants Bank che non hanno ancora presentato i loro bilancia annuali. La classifica sembra contraddire quanto dice il governo sulla debolezza del settore dei sevizi cinesi: la top ten è costituita tutta da imprese del settore energetico e delle finanze.
Pietro Salvato su Giornalettismo del 10 marzo 2010
2009 da dimenticare e 2010 carico d’incertezze. Ecco come si presenta il quadro economico italiano. Per l’Ocse siamo solo 20mi nella classifica europea del Pil pro capite, mentre la mobilità sociale s’è fermata. Nel lungo periodo, inoltre, il nostro Paese potrebbe restare a bassa crescita.
“Quello che serve è una strategia per la crescita. Prima vediamo la strategia, poi vediamo come allocare le risorse. Il debito italiano è molto alto e certo nei prossimi anni l’Italia avrà molta concorrenza da altri governi per finanziarsi sui mercati, dunque occorre molta prudenza nel gestire il bilancio pubblico“. Parola del capo economista dell‘Ocse, Pier Carlo Padoan che ha tracciato un quadro non certamente entusiasmante dello stato della nostra economia e delle sue più immediate prospettive. Anzi, anche nel lungo periodo – quando Keynes sosteneva con humor tipicamente britannico “saremo tutti morti” – Padoan non vede particolare miglioramenti: “L’Italia potrebbe restare a bassa crescita strutturale, le riforme che alzano il potenziale di crescita richiedono tempo per dare risultati“.
MA L’OCSE VA OLTRE - L’Italia è tra i paesi più colpiti dalla crisi economica mondiale cominciata, oramai, quasi due anni fa. E questo il giudizio dell’Ocse che suo nel rapporto denominato “Obiettivo crescita”che stima per il nostro Paese nel lungo termine, una perdita del Pil di ben -4,1% rispetto al suo potenziale. Questo vero e proprio crollo, sarebbe il frutto del calo persistente dell’occupazione (-1,9%) e del maggior costo dei capitali, per 2,1 punti percentuale. Nella classifica stilata, i paesi più colpiti saranno l’Irlanda (-11,8), la Spagna (-10,6), la Polonia (-4,5) e quindi proprio l’Italia. Il nostro Paese si piazza al ventesimo posto, sui trenta paesi dell’Ocse, sia per quanto riguarda la Produttività sia per il Pil pro-capite. A causa della crisi, lo scarto in termini di produttività tra l‘Italia e i principali Paesi dell‘Ocse si è ulteriormente dilatato, arrivando al 25%. Nel rapporto dell’organizzazione economica parigina, inoltre, è stato evidenziato come la differenza di Pil per ora di lavoro, rispetto al resto degli altri paesi che ci precedono on classifica, ha toccato la soglia del 20%, mentre quella del Pil pro capite prmai sfiora il 30%. “I risultati dell’Italia sulla produttività sono rimasti mediocri“, scrive l’Ocse nel suo rapporto, anche se “il comportamento del mercato del lavoro, sia per il tasso di attività che per quello di disoccupazione, è regolarmente migliorato fino a quando l’economia è stata toccata dalla crisi“, ossia prima del 2008. “La performance della produttività resta modesta - conferma il documento – le azioni di liberalizzazione e incremento della concorrenza ne hanno migliorato le prospettive, anche se resta la necessità di altre riforme“. Inutile ricordare, ancora una volta, che le ultime “azioni di liberalizzazione ed incremento della concorrenza” nel nostro paese sono quelle riconducibili alle leggi “Bersani”, in verità comunque modeste, ormai datate più di due anni fa.
LA MOBILITÀ SOCIALE CHE NON C’È - Sempre per l’Ocse, l’Italia si piazza in coda a quasi tutti gli altri paesi europei per quanto riguarda la cosiddetta “mobilità sociale” . Nel nostro paese, almeno il 40% del agevolazione economiche dei padri con redditi elevati viene trasmesso ai figli. Solo in Gran Bretagna la proporzione è più elevata. Inoltre se il padre è laureato, il figlio ha il 30% in più di probabilità di arrivare all’università del figlio di genitori con un minore grado di istruzione e la disparità si tradurrà in futuro, di conseguenza, in un’ineguaglianza di reddito. L’Italia, inoltre, risulta essere uno dei Paesi in cui c’è un maggiore premio in termini di reddito se si proviene da una famiglia di buon livello culturale e una delle maggiori penalizzazioni se la famiglia di provenienza ha un minore livello d’istruzione. In sostanza, emerge il ritratto di un paese ingessato, anchilosato tra rendite, spesso parassite, e palesi conflitti d’interesse.
LA RICETTA PARIGINA - Proprio per questo, secondo l’Ocse, i settori in cui gli interventi dovrebbero essere prioritari sono quelli riguardanti la riduzione della proprietà pubblica e delle barriere normative alla concorrenza, il miglioramento del sistema di istruzione, soprattutto universitario, il decentramento della contrattazione salariale e l’aumento dei finanziamenti per la ricerca. “L’Italia – sostiene l’Ocse nel suo rapporto – deve ridurre le tasse sul lavoro e sulle pensioni, oltre ad aumentare le deduzioni nell’Irap. Allo stesso tempo, deve finanziare le riduzioni fiscali con la lotta all’evasione, ponendo termine ai “condoni fiscali“. In particolare, dallo studio emerge che per un single a basso reddito e senza figli la pressione fiscale sì è avvicinata al 45%, mentre è sotto il 35% nell’area Ocse. Per una persona sposata, con medio reddito e due figli, la tassazione supera il 35%, contro una media Ocse vicina al 27%. Tutte cose che gli osservatori più attenti delle nostre vicende socio-economiche, hanno più volte segnalato nel silenzio assordante, ad onor del vero, di molti media e soprattutto nel vuoto di proposta e d’azione dello stesso governo.
Romagna Oggi 15 Settembre 2009.
FORLI' - Procede lenta ma inesorabile la macchina della giustizia sulle responsabilità delle banche, ad anni di distanza, dai default di bond argentini al crac Parmalat. Nelle aule di giustizia le cause giungono a conclusione. Sono sette le sentenze piu' recenti, sei di primo grado e una non definitiva, trovate dall'AdnKronos, che vedono protagonisti alcuni istituti bancari italiani, grandi e piccoli: anche a Forlì un pensionato ha avuto ragione in primo grado, con un risarcimento di 278mila euro.
Le banche considerate sono il Banco di Brescia (gruppo Ubi Banca), la Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, la Cariparo (gruppo Intesa SanPaolo) e la stessa Intesa SanPaolo, Unicredit Banca (gruppo Unicredit) e di Banca Toscana (gruppo Mps). I vincitori sono comuni risparmiatori: un ristoratore della provincia di Milano, un pensionato anch'egli del Milanese, una coppia di pensionati padovani, un pensionato di Forli', una coppia di imprenditori di Firenze, una donna di Desenzano del Garda e due donne di Milano.
In particolare il Tribunale di Forli' ha condannato Unicredit Banca a restituire circa 278mila euro, oltre agli interessi, ad un pensionato forlivese, per acquisti di obbligazioni Ford e Parmalat, posti in essere, anche in questo caso, senza preventiva stipulazione di un valido contratto di negoziazione, in quanto il documento prodotto in causa non era sottoscritto dal funzionario della banca, ma solo dal cliente.
Interpellata sulla vicenda, UniCredit Banca precisa che "il Tribunale di Forli' ha dichiarato la nullita' delle operazioni contestate in quanto eseguite in forza di un contratto quadro che e' stato ritenuto nullo perche' stipulato prima dell'entrata in vigore del Testo Unico della Finanza e successivamente non aggiornato. Nelle motivazioni della sentenza, non si individua invece alcun riferimento all'invalida' degli ordini di acquisto riconducibile alla presenza o meno delle firme dei funzionari della banca".
Continua la banca: "La sentenza del Tribunale di Forli' si basa su un orientamento giurisprudenziale non univoco ne' consolidato. Per questo la banca sta valutando se interporre appello. Quanto all'entita' della condanna, dall'importo di circa 279mila euro deve essere detratto il valore dei titoli, per cui la quantificazione economica e' stimabile in circa 140mila euro''.
Manifestare per la libertà un senso ce l’ha. Sempre.
Pierpaolo Farina su Orgoglio Democratico del 15 - 09 - 2009.
Lo Show penso stia andando in onda adesso, mentre scrivo. Non ho intenzione di guardarlo, sinceramente, come promesso. In compenso qui a Milano si è scatenato il diluvio universale, a riprova del fatto che piove sempre sul bagnato.
La manifestazione del 19 settembre per la libertà di informazione sarà il primo di una lunga serie di prove di forza contro gli strappi istituzionali e costituzionali di questo premier da operetta che usa la televisione così come la usavano i sovietici ai tempi dell’URSS: del resto, i contratti multi-miliardari con Gorbaciov li stipulava il Cavaliere una ventina di anni fa con Publitalia ’80, a riprova del fatto che anche se erano insanguinati, quei soldi non gli facevano tanto schifo come dice oggi.
Certamente questa manifestazione non risolve nulla, ma un senso politico ce l’ha ed è chiaro e forte: di fronte alle svolte autoritarie non rimarremo in silenzio a farci castigare. Quindi sinceramente fatico a comprendere le dichiarazioni di esponenti radical-pd come Giulia Innocenzi che, dopo aver infarcito di anti-berlusconismo la sua boutade televisiva ad AnnoZero, sul suo blog fa sapere che se si continua così, la Sinistra continuerà a perdere: sindrome da Dolori del Giovane Democratico.
Più che domandarsi del perché della manifestazione, dopo queste e altre uscite dei radicali sulla giustizia (identiche a quelle di Berlusconi) ci sarebbe da chiedersi se il distillato di demenza e mediocrità che contraddistingue altri celebri radicali passati armi e bagagli altrove (da Rutelli a Capezzone) sia preparato industrialmente (visto che si diffonde così facilmente) oppure sia fatto in casa Pannella.
Come si fa a dire che la RAI va de-partitizzata, quando l’anno scorso Beppe Grillo, al V-Day 2 per la libertà di informazione, fu accusato di irresponsabilità e di estremismo perché rischiava di rompere il dialogo e fare regali a Berlusconi? Come si fa a dire che non ha senso l’appello sulla libertà di informazione di Repubblica, quando addirittura si crea un set cinematografico per l’arrivo del Presidente del Consiglio all’Aquila? (guardare per credere, a questo link: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/09/15/trova-la-differenza/)
Io sono a Milano, quindi non potrò essere a Roma, anche per motivi di studio e di denaro, ma chi a Roma c’è già dovrebbe andare a manifestare, per far capire al Regime che non siamo 4 gatti, ma siamo milioni, in tutta Italia!
Sarà un caso, ma l’unico contratto firmato ad AnnoZero, oltre a quello di Santoro, è quello di Giulia Innocenzi, che sostituirà la Granbassi, impegnata nei Mondiali. Guarda un po’, mentre tutta la redazione, attualmente precaria e in attesa di rinnovo contrattuale, di AnnoZero andrà a manifestare, lei rimarrà a casa. Complimenti, hai capito come gira il mondo.
Una cosa, però: manifestare per la libertà un senso ce l’ha. Sempre.
Navi dei veleni, Greco: "Almeno altri 30 relitti"
Nico Falco su Julienews del 15 - 09 - 2009.
Navi ufficialmente inesistenti, caricate di veleni e affondate in mare, al riparo da occhi indiscreti. Un business capace di far girare cifre in quantificabili, e di ripagare ampiamente il costo delle navi distrutte. Del resto, il mare è molto più difficile da controllare rispetto alla terra. E così i trafficanti di rifiuti, che hanno fiutato l’affare già da molti anni, hanno continuato a fare soldi inabissando veleni sui fondali. La vicenda è salita alla ribalta dell’attenzione nazionale col ritrovamento del relitto del Cunski, in Calabria. Ma sui fondali potrebbero giacere oltre trenta relitti, tutti utilizzati per il medesimo scopo.
“E’ l’intero Mediterraneo, dall’Adriatico al Tirreno, dal Canale di Sicilia all’Egeo, ad essere coinvolto nell’inabissamento delle navi dei veleni, problema che oggi si presenta in Calabria, scoperto grazie alla testardaggine della Procura di Paola e della Regione”, spiega Silvio Greco, assessore all’Ambiente della Calabria. “Ora che il velo è stato alzato, - continua l’assessore, - bisogna realizzare una mappa mediterranea, perché mancano all’appello forse trenta mercantili utilizzati per far sparire rifiuti tossici, nocivi e radioattivi”.
Lo stesso Cuski, in realtà, era una nave inesistente. Ovvero, non avrebbe dovuto trovarsi lì. Secondo i registri risulta ufficialmente rottamata il 23 gennaio 1992 in India, nell'area di smantellamento di Alang, nel distretto di Bhavnagar. Uno scenario preoccupante, che dimostra come siano estesi e capillari i contatti di chi riesce a gestire tale traffico di rifiuti. Al punto da far sparire delle navi dietro una parvenza di legalità, in modo che nessuno possa chiedersi che fine abbiano fatto le imbarcazioni che, in realtà, vengono fatte affondare per nascondere sott’acqua i rifiuti pericolosi.
Ma la Calabria, da sola, non può occuparsi di questo problema. “Se il Governo italiano non si muoverà, - ha concluso Greco, - le nostre Regioni dovranno promuovere un incontro con Francia, Spagna, Grecia, Malta e Slovenia, paesi coinvolti dalle navi dei veleni. Dobbiamo chiedere l’intervento straordinario della Commissione Europea, per sapere dove si trovano i relitti ed avviare le operazioni di recupero e smaltimento. E’ evidente che questi rifiuti creano un problema all’interno dell’ecosistema mediterraneo e quindi a tutta la popolazione dei 22 paesi rivieraschi”.
Il traffico dei rifiuti potrebbe nascondersi anche dietro l’omicidio di Ilaria Alpi, la giornalista del Tg3 uccisa nel 1994 in Somalia assieme all'operatore Miran Hrovatin. Francesco Fonti, il collaboratore di giustizia che indicò la posizione della nave filmata in Calabria, intervistato da “Il Manifesto”, nel numero in edicola domani, racconta come la ‘ndrangheta gestisse parte delle rotte dei rifiuti pericolosi verso la Somalia. “Almeno uno dei quei viaggi l’ho organizzato io dall’Italia, - ricorda Fonti, - e utilizzammo una nave della Shifco”. I veleni, in partenza da Livorno, erano diretti a Bosaso. “Ilaria Alpi è stata uccisa perché ha visto quello che non doveva vedere nel porto di Bosaso, questa è l’idea che mi sono fatto”, continua il collaboratore di giustizia.
Bianca Di Giovanni sull'Unita' del 15 - 09 - 2009.
Se i precari della scuola sono destinati a restare a casa, chi ha già una cattedra si prepara comunque a un anno magro. Sul fronte del pubblico impiego, infatti, i rinnovi contrattuali si preannunciano assai complicati. Le casse sono vuote. Si svuotano sempre di più, visti gli andamenti delle entrate e le uscite fuori controllo. Sarà difficile rispondere alle (legittime) richieste di aumenti. Anzi, stando a indiscrezioni da via Venti Settembre, dove i tecnici stanno allestendo la seconda “finanziaria snella” in Tremonti-style, la partita sarebbe già chiusa. Per ora ci si dovrà accontentare dell'indennità di vacanza contrattuale. Pochi spiccioli (circa 500 milioni negli anni scorsi), su cui pende però anche un altro rischio, oltre a quello dell'emergenza finanziaria: quello del nuovo modello contrattuale, che calcola quell'indennità in un modo diverso (non c'è più l'inflazione programmata, ma l'indice armonizzato europeo depurato dall'energia) e sulla base delle intese dei diversi comparti. Intese che non arrivano. Insomma, si è in un vero pantano.
MANOVRA
Ma torniamo ai fatti e ai numeri. Al Tesoro sono già pronti tre articoli della manovra 2009. Il primo – canonico – sui saldi da finanziare che presumibilmente indicherà la correzione già prevista nella manovra triennale dell'anno scorso. Il terzo articolo è semplicemente il rinvio alle tabelle, che riportano i tagli già approvati l'anno scorso. Per il 2010 era previsto un intervento di oltre 7 miliardi, che si sommano ai 13 di quest'anno. L'articolo 2 – il più corposo – non supera i 12 commi. Contiene disposizioni per le gestioni previdenziali (Enpals), interpretazioni autentiche di norme su prestazioni pensionistiche sull'agricoltura, e infine lo scoglio pubblico impiego. Tremonti non vorrebbe fare molto di più del minimo indispensabile, ma deve ancora incontrare il vulcanico Renato Brunetta, intenzionato a dimostrare come la sua riforma, insieme al nuovo contratto triennale voluto da tutte le parti sociali esclusa la Cgil, sia un Bengodi per chi lavora. Ma sarà molto difficile dimostrarlo, con le risorse a secco. Pare che il testo relativo ai pubblici sia ancora in gestazione: non si escluderebbe una retromarcia sul fronte della cadenza contrattuale (resterebbe biennale) e su quello della vacanza contrattuale. Come dire: il nuovo modello resterebbe congelato, in attesa di tempi migliori. Ma i pasdaran del new deal delle relazioni sindacali accetteranno? Certo, il ministro dell'Economia si ritrova con numeri difficili da gestire. Le ultime indiscrezioni parlano di possibilità di spesa autorizzate di non più di due miliardi, a fronte di oneri per circa 22 miliardi. Che vuol dire? Che la gran parte degli impegni pubblici rimarrà inevasa. Missioni internazionali, dotazioni per la sicurezza, trasferimenti agli enti locali. Tutto a rischio di tosatura. D'altro canto gli ultimi segnali sul fronte conti pubblici restano allarmanti. Il bollettino di Bankitalia ha segnalato ieri l'ennesimo record del debito pubblico, aumentato del 5,4% nei primi sette mesi dell'anno. Ma ancora più preoccupante è l'andamento delle entrate tributarie. In sette mesi sono “scomparsi” 8,3 miliardi dalle casse pubbliche (-3,7%), prosciugati dalla recessione e magari da qualche furbizia di troppo. Nel frattempo la spesa corrente aumenta in modo incontrollato: circa 20 miliardi in più del previsto. Esattamente quanto il ministro punta a risparmiare con le due manovre 2009-2010. Tagli sprecati, risparmi vanificati. Sulla carta non si comprende affatto il motivo della corsa della spesa: le politiche espansive in Italia sono molto ridotte rispetto ai partener stranieri (appena lo 0,8% del Pil, mentre gli altri stanno tutti sopra l'1%). Come dire: quei 20 miliardi sono sprechi, acquisti sbagliati, diseconomie di sistema.
Da Inviato Speciale del 14 settembre 2009.
Il Paese è travolto dalla crisi, ma nel Palazzo giocano a Risiko e i cittadini rimangono passivi.
Fini contro Bossi, Berlusconi che straparla, il Partito democratico in letargo pre congressuale, persino Di Pietro in trance e l’economia nazionale in coma. I giornalisti preoccupati per ‘l’attacco alla libertà di espressione’ diffondono ottimistici quanto improbabili dati, mentre il direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, uno che se ne intende, dichiara senza mezzi termini: “La crisi economica globale continuerà, anche se Germania e Francia vedranno alcuni dati positivi nel secondo trimestre”.
Il presidente del Consiglio, nella sua abituale tendenza a dire tutto ed il contrario di tutto, sostiene più o meno che la crisi è alle spalle, il ministro Scajola che “abbiamo garantito la stabilità del bilancio e un ragionevole contenimento del deficit, pur nella grave crisi economico-finanziaria. Oggi possiamo affermare che lo stato della nostra economia è più confortante che nei mesi scorsi”.
Tremonti da parte sua è convinto che “la nostra ideologia è non avere ideologie” e pure che “la crisi finanziaria ha portato con sé la recessione, ma ci ha anche regalato un dividendo: la fine del conflitto sociale. Non è un caso se in Italia il grado di coesione è cresciuto e il numero di scioperi è radicalmente caduto”.
Ma come stanno le cose? Il Pil è, nella migliore delle ipotesi, il peggiore dal 1980 ed è crollato a meno 5,1 per cento. La bilancia commerciale totale ha segnato nel mese di giugno un saldo negativo di 631 milioni, in netto peggioramento rispetto all’attivo di 1,327 miliardi nello stesso mese del 2008. Il ricorso alla cassa integrazione è esploso, moltiplicato per cinque dal giugno all’anno precedente. In un anno si sono persi 100mila posti di lavoro e per i giovani, a maggio, la disoccupazione arrivava al 24,9 per cento. L’Istat ha annunciato che “l’utilizzo della cassa integrazione guadagni nelle grandi imprese è stato pari a 40,8 ore per mille ore lavorate. Il ricorso alla cig è aumentato di 32,4 ore per ogni mille ore lavorate in termini tendenziali”. L’anno scorso, le ore di cig erano 8,4 per mille lavorate, un quinto di quelle attuali. “Nel confronto tra il primo semestre del 2009 e il corrispondente periodo del 2008 il ricorso alla cig ha registrato un incremento di 29,2 ore per ogni mille ore lavorate” per l’Istituto di statistica. Nell’industria le ore di cig utilizzate “a giugno sono state pari a 111,6 per mille ore lavorate. Il ricorso alla cig è cresciuto di 90,2 ore ogni mille ore lavorate rispetto a giugno 2008″. Nei servizi le ore di cig utilizzate a giugno sono state pari a 3,2 ore per mille ore lavorate con un aumento di 2,2 ore rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
I consumi sono in picchiata. In uno studio della Coop Italia si rileva un calo del 15,1 per cento di vendita per le auto, del 10,6 per l’arredamento, del 7 per gli elettrodomestici. Si risparmia su abbigliamento e calzature, con una flessione del comparto del 7,5 per cento. In difficoltà il settore del ‘tempo libero’: ristoranti e vacanze. Per l’alimentare il 40 per cento delle famiglie italiane dichiara di risparmiare sui prodotti di prima necessità e si stima una riduzione dei consumi pari all’1,9 in quantità.
I numeri agghiaccianti della crisi rimangono tra le righe dell’agenda politica. I ‘manovratori’ sono accupati a discutere di ’schieramenti’, perchè per loro l’elemento più importante è la lotta per il potere, non certo il dovere di governare con saggezza e nell’interesse dei cittadini.
Il Cavaliere, tra un party ed una gaffe, rimane forte nel suo partito, anche se qualcuno pensa che sia arrivato il momento di pensare al dopo, anche perchè alcuni settori dell’impresa e altri in Vaticano sono preoccupati per la situazione. Il presidente della Camera non condivide più la strategia del partito azienda di Berlusconi, le sue manie imperiali e lo strapotere della Lega, ua forza politica priva di idee ed alla ricerca di voti facili, ramazzati a suon di slogan contro i migranti.
Nel centro sinistra sembra che Rutelli, ormai del tutto ininfluente, voglia marciare verso il centro, perchè l’ex laico, l’ex radicale, l’ex sindaco di Roma, l’ex ministro vorrebbe tornare a contare qualcosa. Casini vede il suo progetto di ‘regista centrale’ di nuovo in voga e si prepara ad accogliere i nuovo possibili compagni di ventura, anche se rischia di vedersi rubare il posto da un Fini più carismatico di lui. La sinistra ‘radicale’ è in sala di rianimazione e pare siano finiti anche i farmaci (il denaro per finanziarsi) e così si rischia l’imminente decesso.
I sindacati, che dovrebbero protestare un’ora si ed una anche per l’esplodere della cigs, per la disoccupazione, per l’inefficacia dell’azione governativa non si sa bene cosa facciano, anche perchè i giornali ed i tg non lo dicono e quindi nessuno lo sa. Di certo la Cisl e la Uil, in un rinnovato impegno a trattare con governo e Confindustria per motivi di ‘utile aziendale’ lavorano col fine di isolare la Cgil, nella speranza di colpire finalmente a morte il più forte e competitivo concorrente.
Una oligarchia di politici, imprenditori, sindacalisti e portaborse, supportati da veline, letteronze e da un buon numero di ‘lavoratori dell’informazione’ stanno affondando il Paese.
Il degrado italiano è visibile ad occhio nudo. Servizi sempre meno efficienti, aumenti di tariffe e servizi, stipendi immobili, opportunità di lavoro zero per giovani e meno giovani, città sporche, affitti da capogiro, treni sporchi, aerei in ritardo, scuola nel caos, università in pezzi, ricerca inesistente, formazione pessima, innovazione dimenticata.
Eppure non si vede neppure all’orizzonte un catalizzatore in grado di convolgere la società civile per arrivare all’rmai improrogabile ’sostituzione’ della casta con rappresentanti dei cittadini capaci ed in grado di ‘rifondare’ la Repubblica.
Appare chiaro che se non si troverà al più presto il bandolo della matassa i prossimi mesi rischiano di produrre danni forse irreparabili e di allargare la distanza tra chi possiede imense fortuna e gli altri, compreso il ceto medio destinato a diventare sempre più povero.
Pietro Salvato su Giornalettisno del 14 settembre 2009.
Uno studio pubblicato dal Nens (acronimo di Nuova Economia Nuova Società ) l’istituto fondato dagli ex ministri Vincenzo Visco e Pier Luigi Bersani, ha messo a confronto lo “Scudo fiscale” italiano con gli analoghi provvedimenti varati dagli altri Paesi.
Il “nostro” scudo fiscale, fortemente voluto dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, prevede che gli italiani possano regolarizzare ricchezze mobiliari (titoli, conti correnti, polizze ecc.) e patrimoni immobiliari detenuti illegalmente all’estero e mai comunicati al fisco. Per mettersi al sicuro basterà pagare una somma modesta. In particolare, i contribuenti infedeli potranno aver salvi i loro capitali illecitamente “oscurati” versando al fisco il 50% del rendimento teorico che i fondi detenuti illegalmente all’estero avrebbero potuto produrre ogni anno.
DUE CONTI - Il rendimento teorico è fissato dalle stesse norme varate dal Governo e dal Parlamento al 2%. Il conto è presto fatto: per essere in regola si dovrà pagare l’1% l’anno dell’intero ammontare, per un periodo massimo di cinque anni. Neanche Babbo Natale avrebbe saputo fare di meglio! Per regolarizzare la propria posizione i contribuenti infedeli potranno inoltre giovarsi del completo anonimato. Per legge il loro nome sarà gelosamente custodito dagli intermediari bancari e finanziari ai quali sarà affidata l’operazione. Da quel momento in poi non potranno subire nessun altro intervento fiscale sulle ricchezze messe in regola.
FORZA EVASORI! - Lo scudo fiscale italiano s’inserisce nell’ambito di una vasta azione intrapresa da diversi Stati nei confronti dei paradisi fiscali, come ci hanno ricordato, al fine di esaltarne le virtù – quasi taumaturgiche – tutte quelle Tv ed organi d’informazioni sempre più proni ai diktat governativi. E’ evidente e necessario, a questo punto, chiarire un equivoco che ha aspetti clamorosi: l’intervento italiano è stato presentato come un atto di battaglia contro l’evasione fiscale e i paradisi fiscali, una lotta a muso duro da fare fianco a fianco insieme ai principali partner europei e americani. La realtà, come spesso accade con gli annunci “spot” di questo governo, è un po’ diversa se si mettono a confronto, punto per punto, le norme italiane con quelle approvate da altri Stati. Se si studiano bene le procedure, le somme da versare e le regole sull’anonimato, si scopre che lo scudo fiscale italiano sembra fatto apposta per favorire gli evasori. Una realtà che contraddice platealmente le affermazioni del ministro Giulio Tremonti che proprio a Bruxelles ha assicurato recentemente che lo scudo fiscale “più conveniente” è quello britannico. Nello studio del Nens è stato perciò riportato, punto per punto, che cosa prevedono gli scudi fiscali varati da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Inoltre, è stato fatto il confronto sulle somme da pagare per ogni 100 euro da regolarizzare in Italia, Usa e Gran Bretagna. La differenza è abissale. Ecco qualche esempio.
NEGLI USA - Revised IRS Voluntary Disclosure Practic
1. L’autodenuncia è volontaria e non garantisce l’immunità quando il reddito trae origine da fonti illecite.
2. L’auto-denuncia volontaria consegue i propri effetti solo quando la “comunicazione” è veritiera, tempestiva (precedente l’inizio di controlli), completa e quando :
- il contribuente mostra la volontà di cooperare, e nei fatti coopera, con l’IRS per determinare correttamente il proprio debito tributario;
- il contribuente si impegna a pagare tutte le imposte e gli interessi e le sanzioni come stabilite dall’IRS.
3. Ciascun contribuente che contatta personalmente o attraverso un proprio rappresentante in relazione all’auto-denuncia sarà indirizzato to Criminal Investigation per la valutazione dell’auto-denuncia.
4. Le richieste anonime non sono ammesse. Entro il 23 settembre, ogni contribuente che si denuncia comunica gli estremi dei suoi conti e le modalità con cui ha evaso. Questo crea una rete di informazioni vasta. Tanto che un nuovo faro è stato acceso su Credit Suisse , Jiulius Baer,Kantonalbank, Union Banciare Privee, oltre un’altra decina di istituti europei.
5. Quanto si paga. Sul sito è disponibile anche la Guida del 25.8.2009 “Voluntary Disclosure. Questions and Answers”. Contiene una serie di simulazioni sulle penalità applicabili. In genere, oltre alle imposte ordinarie dovute, si paga una imposta dell’1,75% all’anno sul capitale inizialmente espatriato, una sanzione del 20% di tale imposta, e una addizionale del 20% sul capitale iniziale aumentato degli interessi virtuali riscossi nei paradisi fiscali.
IN FRANCIA - Regularisation des avoirs à l’etrangèr. La cellule de regularisation
1. La regolarizzazione è disposta in via amministrativa. E’ stata istituita dalla direzione generale delle imposte “La cellule de regularisation” che accoglie i residenti francesi che detengono attività non dichiarate nei paradisi fiscali.
2. La regolarizzazione non consente l’anonimato, richiede il pagamento di imposte, interessi e sanzioni amministrative.
3. Le sanzioni, da concordare con l’amministrazione, possono arrivare fino all’80% delle imposte evase. In genere si attestano sul 15-20%, oltre al pagamento delle tasse evase sugli interessi.
4. La regolarizzazione evita solo le conseguenze penali e comporta normalmente, a seconda dei casi, una riduzione delle sanzioni amministrative. Questa regolarizzazione, che non è per niente una amnistia fiscale, permetterà ai contribuenti interessati di mettersi in regola con le regole fiscali e di evitare così le eventuali conseguenze penali.
5. I contribuenti interessati. I residenti in Francia che detengono averi (conti correnti, depositi, titoli o attivi diversi…) nei paradisi fiscali non dichiarati.
6. Modalità di regolarizzazione. Sono due i passaggi previsti:
- pagamento immediato delle imposte dovute in relazione a questi averi (imposte sul reddito, imposta sul patrimonio, diritti di successione) nei limiti della prescrizione legale;
- applicazione di interessi di mora e sanzioni.
7. Condizioni per la regolarizzazione
- Origine lecita dei fondi (le somme non devono provenire da attività illegali, criminali, terroristiche).
NEL REGNO UNITO - New Disclosure Opportunity (NDO)
1. La HM Revenues & Customs (HMRC), l’amministrazione fiscale del Regno Unito, consente ai contribuenti una New Disclosure Opportunity (NDO) dopo la Offshore Disclosure Opportunity (ODF) del 2007. L’opportunità è offerta per un periodo limitato, dal 1/9/2009 al 12/3/2010.
2. Non è ammesso l’anonimato. Anzi è prevista addirittura la pubblicazione dei nomi dei contribuenti che hanno commesso gli illeciti più rilevanti.
3. Che cosa si paga. E’ previsto il pagamento di tutte le imposte sui redditi (più gli interessi) relative ai rendimenti delle attività non dichiarate (e non relative allo stock delle attività) per 20anni, ridotti a 10 in caso di attività detenute con il Liechtenstein con cui è stato firmato un accordo ad hoc.
4. Le sanzioni. Sanzioni ridotte al 10% delle imposte dovute, in luogo del 50% (ovvero ridotte al 20% se il contribuente è un soggetto cui HMRC aveva comunicato la possibilità di avvalersi dell’ODF e non lo aveva fatto).
5. Le condizioni. E’necessaria una piena auto-denuncia di tutti i debiti fiscali non dichiarati, e non solo di quelli relativi a conti o attività offshore.
LE PERVERSIONI ITALICHE - In sintesi, affermano gli esperti del Nens, per sanare 100 euro di capitali evasi e detenuti all’estero, nel Regno Unito e negli USA si pagano circa 50 euro, in Italia, si pagano al massimo 5 euro. Se fossero stati regolarmente dichiarati, i 100 euro di redditi evasi dagli italiani avrebbero dovuto pagare imposte ordinarie intorno ai 43 euro. Inoltre, l’Italia si presenta in clamoroso ritardo nella procedura di rinegoziazione degli accordi con i paradisi fiscali intenzionati ad uscire dalla black list dell’Ocse. Proprio quest’atteggiamento rinunciatario nei confronti di questi paesi spiega il costo così modesto chiesto per la sanatoria all’evasore italiano. In altri termini, tanto più è efficace la negoziazione e più ampio il varco aperto nel segreto bancario, tanto più elevato può essere l’onere per la regolarizzazione. Infine, rischia pure di cadere la “scusa nobile” di condonare gli evasori al fine di far ritornare i capitali condonati in Italia e sostenere gli investimenti delle imprese in una difficilissima fase di crisi. Infatti, nei giorni scorsi, diversi quotidiani hanno riportato alcuni rumors secondo i quali al ministero dell’Economia ora si penserebbe di estendere la possibilità di regolarizzare i capitali mobili anche senza rimpatriarli (come negli scudi-condoni del 2002 e 2003) oltre l’ambito dei 27 paesi dell’Unione Europea. Insomma, oltre al danno la beffa. Prima sono stati cancellati i principali provvedimenti antievasione e sono state ridotte le sanzioni. Adesso è arrivato il condono a prezzi da saldo. E così la giostra dell’evasione può riprende allegramente a girare. Colpa di un provvedimento non solo ambiguo (ad essere generosi) ma, come si vede, dagli effetti estremamente perversi di cui, statene certi, molti organi d’informazione si guarderanno bene dal denunciare.
Editoriale di Concita De Gregorio del 13 - 09 -2009
La guerra preventiva ai giudici antimafia è cominciata da settimane. Ha dato il via all'offensiva come sempre il premier in persona, i suoi giornali si sono accodati. «Rispolverano persino i rapporti professionali del fratello del generale Mori col gruppo Finivest», hanno scritto pochi giorni fa per sostenere, naturalmente, che è una campagna diffamatoria: da esperti del ramo le riconoscono in via preventiva. È comprensibile che gli esiti delle inchieste parlemitane sulla trattativa fra Stato e Mafia preoccupino assai il presidente del Consiglio e i suoi soci ed amici più fidati, Dell'Utri per primo. L'autunno si annuncia denso di novità, dunque bisogna cominciare col depistare, diffondere nebbie, confondere le carte. Le carte, però, hanno il difetto - finchè non scompaiono, certo - di essere conservate e spesso trasferite in file, ultimamente. Di un file dimenticato vi parliamo oggi. Un file che è adesso sul tavolo della procura di Palermo. Vi si narra dei rapporti di lavoro tra i fratelli di Mori e di Berlusconi, Alberto Mori e Paolo Berlusconi, soci all'inizio degli anni Novanta in una ditta di costruzioni siciliana già oggetto d'indagine per un giro d'affari in odor di mafia. A lungo si è sostenuto che fosse una menzogna, il generale stesso ha smentito in un aula di tribunale che quel Mori fosse suo fratello. Oggi in una relazione della Dia si legge che c'è stato, è vero, un errore di trascrizione materiale quanto al nome di battesimo del fratello di Mori - Alberto e non Giorgio - ma che la persona di cui si tratta è proprio lui: è lui il socio di Paolo Berlusconi nella Co.Ge., a luglio del 1999 oggetto di indagine a proposito di un «tavolo di appalti» con la mafia. Il file dimenticato non è oggi oggetto di una nuova indagine, non c'è altro da sapere quanto a quello: i magistrati di Palermo lo hanno acquisito perché è utile a inquadrare meglio la posizione del generale Mori, lui sì protagonista dell'inchiesta sulla trattativa di cui parla il figlio dell'ex sindaco Vito Ciancimino. L'inchiesta sul «Papello» che conterrebbe le prove dei rapporti tra uomini dello Stato e vertici di Cosa Nostra negli anni terribili delle stragi. Di Mori e del processo nascosto vi abbiamo parlato a lungo qui fin dal gennaio scorso. Continueremo a tenervi aggiornati.
Sono notizie che difficimente sentirete in tv. In Rai da ieri l'unico autorizzato a parlare delle gesta del Presidente del Consiglio è Bruno Vespa. Martedì Berlusconi sarà all'Aquila per la cerimonia di consegna delle prime casette ai terremotati. «Ballarò» avrebbe ripreso la programmazione d'autunno proprio martedì con una puntata sull'Aquila. Niente da fare. Per ordini superiori il programma di Giovanni Floris è annullato, slitta a giovedì: dell'Aquila si occupa già Bruno Vespa con uno Speciale Tg1 ed è opportuno che gli italiani vedano solo quello. La Voce del Padrone. Non poter scegliere se seguire la stessa notizia su RaiUno o su RaiTre è l'evidenza del punto in cui siamo. «Non c'è nulla nell'epoca moderna che influenzi le persone più della televisione», diceva il premier qualche giorno fa a una tv tunisina. Appunto. Spengiamola, ora, e troviamoci in piazza il 19.
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- Feb 1992 - PresentDr / Pierpaolo VichiConsulenza aziendale in campo economico, finanziario, commerciale, mobilita' merci, organizzativo
- 1979 - PresentAssessore / Comune di Ravenna
- 1970 - PresentFunzionario / Partito Comunista Italiano
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1973 - 1979Università di BolognaStoria e Filosofia