Massimiliano Calamelli
Programmer, book lover, writer wannabe, always on.
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- Troverai qualcuno che ti faccia sentire come ti faceva sentire lei, prima o poi.
- Sono stanco di sentire questa stronzata. Sono stufo marcio. Non troverò mai qualcuno che mi faccia sentire come lei, perché è lei che mi fa sentire come lei. È come dire che a forza di mangiare sushi proverò le stesse sensazioni di quando mangiavo bistecca al sangue. È sushi del cazzo, per Dio, e se ti piace e te lo fa diventare duro accomodati, ma non per questo una volta grugniva e aveva le zampe.
- Non sapevo ti piacesse il sushi.
- Mi fa cagare!
Lei disse: “Dimmi qualcosa di bello” Lui rispose: “(∂ + m) ψ = 0” L’equazione sopra è quella di Dirac ed è la più bella equazione conosciuta della fisica. Grazie a questa si descrive il fenomeno dell’entanglement quantistico, che in pratica afferma che: “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possiamo più descriverli come due sistemi distinti, ma in qualche modo sottile diventano un unico sistema. Quello che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce”.
right now sistah!
the perfect plan.
Sounds like a plan.
When The Stars are Right
Holy shit this is amazing.
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curiositasmundi: No Means No - Oh no, Bruno!49 plays
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L’acqua nel fiume non è molta, e scorre lenta verso la foce. In direzione opposta, una serie di onde svela un pesce che risale la corrente. Le canne frusciano come un mormorio, scosse appena dalla leggera brezza. Un turbinio di rondini percorre la superficie dell’acqua a caccia di insetti, e le più avventate – o distratte – mi volano vicino, affacciato al piccolo balcone.
Sento di volerle già bene, alla casa nuova.
Una volta facevo il fotografo, dice l’uomo. Fino a quando non è iniziata la malattia e sa, le foto mosse non piacciono a tutti; così vado nei posti che mi piacciono e mi fermo a guardare, perché sta tutto lì sa, nel guardare le cose e vederci dentro. Non posso fare altro, guardo.
Il periodo precedente l’ho estrapolato da questo post scritto ieri da Squonk, un post da un lato molto bello, ma che mi ha dato anche da pensare. L’idea di finire come l’uomo del racconto mi spaventa molto. È che le braccia tremano abbastanza, a volte, il dottore dice di non preoccuparmi, che è una questione di nervi, lo stress, l’ansia, però ecco, ci penso, e tremo un po’ di più.
Stefania.
Marco, la Cate, Simone e Bicio, Luca, Simone e l’Elena.
Elena, Francesca, Vincenzo, Emanuela, Federica.
Michela e Matteo, Elisa.
Le Mondine.
Corrado.
Benedetta & family.
Spero di non aver lasciato fuori nessuno. Grazie per il bellissimo Natale. REsistiamo.
Scritto con WordPress per Android
Capita che ti trovi a scrivere una cosa a quattro mani con una amica, una cosa tu ed una lei, e via, ognuno seguendo il flusso dei propri pensieri. L’ultima battuta è stata tua, sei soddisfatto, le metafore che hai usato rendono bene, e ora tocca a lei. Lavori, fai altro, non ci pensi. Poi un (1) nel tab di GMail, il primo in alto a sinistra nel browser, quello che è praticamente sempre aperto, attira la tua attenzione.
“E tu? in tutto questo, tu?”
Leggo quella singola frase due, cinque, dieci volte. Altrettante controllo il mittente.
Lei, l’amica, non lo sa – ora, se legge il post, sì – ma è una gran mazzata, al sapore amaro di déjà vu. Estrapolata dal gioco di scrittura e sbattuta nella vita reale, è un invito ad un bilancio, cosa che – da qui il déjà vu – sto facendo da un po’. E tirate le somme, il numeretto tende al negativo.
Io, in tutto questo, non vado bene.
Sono vuoto.
Arrabbiato.
Cerco lo scontro, fortunatamente non con tutti.
Noiosamente cinico.
Un esempio? Le bombe di Boston. Dopo l’iniziale dispiacere, semplicemente non me ne frega un cazzo. Suona malissimo, ne sono consapevole, ma è così.
Non mi riconosco e mi faccio paura.
“E tu? in tutto questo, tu?”
Io? Non lo so, fatico a capire chi sono.
Apro gli occhi con la sgradevole sensazione di essere impossibilitato a muovermi.
Provo, e le gambe, le braccia e la testa sono come bloccate su una superficie di gomma semirigida. Mani e piedi riesco a muoverli, ma questo non mi consola, anzi.
Qualcosa mi ostruisce la bocca, consentendomi comunque di respirare.
Chino a fatica la testa verso il basso, e mi intuisco steso su un lettino, ancorato da fasce, coperto da un lenzuolo dalla vita in giù; sento arrivare la prima, grossa, ondata di panico.
Percepisco e intravedo un ambiente asettico, freddo come le luci al neon che lo illuminano, macchinari, tubi, LED che si accendono e spengono, carrelli con attrezzi ben appoggiati in ordine: sono in una specie di sala operatoria.
Il panico è oramai una piena di fiume; mi dimeno, inutilmente, cerco di urlare, ma escono solo flebili mugolii. Non proprio inutilmente, perché una figura entra da sinistra nel mio spazio visivo.
Non è riconoscibile, ha il capo coperto da un qualcosa di tessuto, una grossa maschera con lenti opache davanti a occhi e naso, una mascherina verde per la bocca, e quello che può essere un camice che parte dal collo e arriva dove io non riesco a vedere.
Si avvicina lentamente, e mentre mi sforzo di capire chi è, una luce abbagliante si accende sopra il mio volto, vanificando ogni mio sforzo. L’unico dettaglio nuovo che percepisco è lo strumento di metallo, lungo e scintillante, che tiene in mano.
Perdo il controllo e urlo, senza riuscire ad emettere un suono.
La figura si avvicina, mi appoggia la mano avvolta nel guanto di lattice sul torace, e noto il tessuto della mascherina deformarsi a causa del sorriso spuntato sulla bocca che non vedo, come a volermi tranquillizzare. Come un sussurro impercettibile, “Non ti farò male”. E alza lo strumento che ha in mano.
Non è un bisturi, ma la lama c’è tutta. La vedo scintillare, una lama senza fascino, dritta, fatta con uno scopo unico: tagliare.
E comincia ad usarla, senza preavviso.
Io urlo di nuovo, un urlo lungo e silenzioso, in attesa di sentire arrivare l’ondata di dolore.
Quando la gola brucia, smetto, ché il dolore non è arrivato, nonostante la figura stia proseguendo con il suo lavoro di incisione.
Sento la lama scendere nella carne, sempre più giù, la sento curvare per percorrere lo spazio vuoto tra due costole, sento il sangue scorrere lungo il fianco, la sento emergere dal taglio, sento il rumore di lacerazione quando le mani allargano il taglio, sento la pressione sulle costole, sento il crack delle stesse quando la pressione è diventata sufficiente, ma no, come aveva detto la figura che si sta accanendo su di me, non sento dolore.
Il lavoro procede febbrile, tra crack e incisioni, io e la figura oramai verniciati del mio rosso cupo, e finalmente termina, con il rumore della lama appoggiata a qualche superficie metallica.
Io, che avevo distolto lo sguardo, spettatore/protagonista insensibile di quello scempio, riabbasso gli occhi, e vedo la figura con un cuore, il mio cuore, ancora sprizzante sangue, in mano.
Il sorriso deforma nuovamente la mascherina, e un nuovo sussurro “Questo lo tengo io, a te non serve”.
Poi solleva la maschera opaca, e riesco così a vedere gli occhi della figura, e la riconosco immediatamente. Con dei mugugni le faccio capire che voglio parlare, e sento la bocca finalmente libera.
“Cretina che non sei altro, brutta testa di cazzo, è sempre stato tuo, c’era bisogno di fare tutto questo casino?”
Poi mi sono svegliato.
E magari uno si chiede per quale motivo alle sette della mattina abbia già voglia di dare fuoco a chiunque.
Ho preso tutto l’occorrente: la scopa, la paletta, un setaccio giocattolo, la colla, i cerotti. E pian piano ho iniziato a ripulire, a filtrare e rimettere assieme i pezzi. Ma è un lavoro lungo, e allora man mano che rimane qualcosa nel setaccio lo prendo e lo metto in un sacchetto, poi quando me la sento prendo colla e cerotti e proseguo a ricomporre questa specie di puzzle 3D. Non so quanto tempo ci vorrà per finirlo. So che adesso è incompleto e tagliente, e se non sai da che parte prenderlo rischi di farti male.
(Questo post fa un abbastanza male, ma stava già lì, scritto, nero su bianco, e no, non mi andava di cancellarlo. Il titolo originale sarebbe dovuto essere “Lei è”, al presente, ma nell’ultima settimana il presente è passato, e lei non c’è più. Rimane tutto quello che c’è stato, rimane la più grande storia d’amore della mia vita. Ciao, Ro.)
***
(Un giorno mi scrive in chat “PROPOSTA INDECENTE”, e io penso subito chissà cosa, poi mi propone questo gioco, mi da un tema da scrivere, il cui titolo è, appunto, “Lei è”, e poi la domenica glielo leggo, ché io che leggo le piace un sacco. Tutto ciò è estremamente figo, secondo me.)
Lei, eh.
Qui in realtà ci sarebbe dovuto essere un incipit fighissimo, poi mi sono accorto che il testo era diverso, diceva “Per me è, per me è”, e allora niente. Quindi probabilmente in questo momento
LEI È quella che ha colto la citazione e che ride sommessamente per il mio errore e con la spalla che va su e giù mi fa muovere il foglio.
LEI È tutto, ti direi, se volessi gettare una badilata di banalità su questo foglio; ma non voglio, e allora ad esempio ti dico che
LEI È quella che, quando manca, quando non c’è, lascia il buco più grande, il vuoto più vuoto.
LEI È il miglior modo per cominciare la giornata, in ogni senso, e li intendo proprio tutti, eh: vista, tatto, olfatto, udito, gusto.
LEI È, per me, una spalmata di Vicks sul petto, un tocco di roba buona alla fine di una giornata pesante, un morso ad un peperoncino, una battuta che ci metti qualche secondo a capirla però poi rimani coi goccioloni per mezz’ora.
LEI È quella che ho scelto, quella per cui, se mi chiedi ad esempio un tema nel quale devo scrivere cosa è lei, mi perdo a guardare fuori dalla finestra nel pensarla e va a finire che il foglio rimane vuoto.
Senti, ti interessa davvero sapere cosa è lei? Allora fai così. Stai un po’ con noi, guardami, guardala, guardaci, ché per me, così, lo capisci bene.
Credo che alla fine dei giochi ci sia un profondo, fortissimo desiderio di estate. Piedi nudi, bagni a marina dopo l’ufficio, telefono muto che sticazzi se suona, granelli di sabbia come segnalibro, caldo sulla pelle, gocce che si asciugano addosso, sale nei capelli, appuntamenti sul telo da bagno, baci fino a notte fonda. Perché alla fine dei giochi, questo inverno, vero o metaforico esso sia, ha profondamente rotto il cazzo.
Capita che, in quanto persona grosso modo adulta, ti trovi in un momento un po’ così, e decidi che no, a certi progetti è meglio non pensare, è meglio accantonarli in attesa di tempi migliori.
Capita che poi le cose tornano ad andare per il verso giusto, e nel bel mezzo di un discorso senti saltar fuori questi progetti, saltar fuori non nella tua testa ma proprio a voce, e pensi “Ma no cazzo, è troppo presto, sei cretino, così non va bene!”.
Però c’è qualcosa che non ti torna, e allora ti fermi, la guardi, e un lampo, l’epifania.
Non sei tu che ne stai parlando, lo sta facendo lei. Lei.
Il movimento è la metafora che io e la Doc abbiamo scelto, grosso modo l’anno scorso, per definire il mio rapporto con le cose che succedono. C’è questa strada, me la immagino che taglia un paesaggio sconfinato, come possono esserlo certi scorci scandinavi. Io mi ci muovo dentro, a volte deviando lungo un sentiero interessante, a volte inciampando su pietre e rami, altre correndo lungo discese ripide.
Adesso davanti c’è una salita.
Ma non mi spaventa, anzi, la vedo come una bella sfida.
Sono pronto.
Il fisico. Durante l’ultimo periodo ho seguito una preparazione atletica molto particolare, che mi ha permesso di restare immobile per molto tempo e scattare non appena le condizioni sono state favorevoli; muscoli leggeri ma resistenti, niente zavorra inutile da portarmi dietro.
L’attrezzatura. Ho uno zaino comodo e capiente, di quelli che sì, li senti, ma non gravano sulla schiena. Dentro ci sono un sacco di pietre da metterci sopra. Ci sono quelle parole che non si possono dire, ben custodite nel cellophane, così non perdono la loro fragranza originale. Ci sono gli anni passati sui muri di Tetris, che se tutto va bene mi serviranno ad arredare 7mq o poco più. Poi ci sono degli spazi vuoti, ché alcune cose le ho spostate sulla pelle, e così se lungo la salita trovo qualcosa di interessante posso portarlo con me senza impedimenti.
La mente. Parto con la consapevolezza che non sarà l’ultima salita della mia vita. Certo, sarebbe stato senza dubbio più piacevole trovarci un bel prato che si perde a vista d’occhio, in cima a questa salita, e fermarsi lì; certo, la salita, a farla in compagnia, sarebbe stata meno pesante. Ma nulla vieta di trovare un’altra salita da fare assieme, o un prato più bello e spazioso nel quale fermarci. Ora, dunque, mi godrò l’adrenalina della sfida, e basta.
Quindi, dita incrociate ché, sistemati gli ultimi dettagli, magari tra qualche giorno parto.
Chi mi ama stima, mi segua.
Posts
Continua l’aggiornamento online della preziosa collezione di dischi di John Peel, DJ storico della BBC radio.
QUI la trovi in continuo aggiornamento, oltre a trovarci anche una sezione fotografica, una video, una con le preziose registrazioni di tutte le puntate trasmesse in radio, una sezione dedicata alle sue storiche “Session” ed un blog.
Il sito è meravigliosamente curato e l’idea di avere accesso all’accesso di John Peel è per me motivo di grande godimento.
Purtroppo la maggior parte degli album sono ascoltabili in streaming attraverso Spotify, il servizio scandinavo gratuito la cui applicazione è ancora attualmente bandita in Italia.
Se però proprio non riesci a fare meno di attendere lo sbarco sulla nostra penisola di Spotify, QUA puoi comprendere come installarlo ugualmente aggirando la “nazionalità” del tuo indirizzo IP.
Sono contento..
Stay tuned
Daffy
Murato è una bella manifestazione sonora che si tiene quest’anno in Piazza Verdi nel pieno centro di Bologna.
Ovviamente l’ardire di tale iniziativa ha scatenato il proliferare di decine di comitati di residenti con l’appoggio della locale politica d’opposizione.
Il che mi annoia profondamente.
Questa è una conversazione da bar più che esaustiva sull’argomento:
- “Ero a vedere i Diaframma ieri sera. Sono andato solo, che c’era in giro quel friccicorio tardo-primaverile…e che bello avvicinarmi alla Piazza sentendo urlare Fiumani – Io voglio o vorrei partecipare almeno una volta a un’ooorgia – …sono arrivato ovviamente a concerto iniziato, che comincian presto questi qua, che alle 23.30 sbaraccano tutto, tutto eh, senza se e senza ma!”
- “Sì ma c’è polemica..che la gente che abita lì non ne può più. In effetti mi metto nei loro panni…han rotto i coglioni questi qua!”
- “Chi ha rotto i coglioni a chi?”
- “Ma sti cazzo di politici legati all’Arci che danno il permesso di fare una manifestazione rock nel cuore della città…han rotto il cazzo! Tutto per veder bivaccare 200 Punkabbestia sotto casa … ma uno avrà anche il diritto di dormire no?”
- “Mm..raramente in vita mia ho visto dei Punkabbestia ai concerti dei Diaframma..ci ho visto qualche giovane universitario e tuttalpiù qualche vecchio Punk 40-50enne attualmente avvocato o commerciante, che rispolvera dall’armadio delle fin troppo attillate T-shirt Rock. Ovviamente anche ieri sera il climax della serata era quello. I Punkabbestia bivaccavano come al solito da un altro lato della Piazza”
- “Ho capito, ma non è certo colpa dei Diaframma..una volta mi piacevano anche in effetti..”
- “Una volta?…E adesso no?”
- “Ma che cazzo ne so io…chi ce l’ha più il tempo di ascoltarli..non sapevo neanche che suonassero ancora! Certo, avranno fatto casino lo stesso..in pieno centro storico…capisci?!?”
- “No.”
- “Ma la gente deve andare al lavoro il giorno dopo, avrà diritto a dormire no? Allora dico io, fateli fuori sti cazzo di concerti! Andate in mezzo a una montagna!”
- “Mah..mi sembra che tu parli più per sentito dire che altro, e questo mi dispiace molto. Anche io il giorno dopo vado a lavorare e ti ripeto che alle 23.30 è finito tutto, basta, nessun suono. Chi sono i residenti in Piazza Verdi? Quanti sono? 30? 40? Sono forse dei turnisti in usuranti aziende siderurgiche che necessitano di dormire alle dieci di sera? Capisci che un buon modo di arginare il degrado è proprio quello di organizzare eventi aperti a tutti? Che la città deve essere socialità, condivisione, scambio, cultura. Se gli da noia che la gente si incontri sotto casa loro per scambiare opinioni..che vadano a vivere a Minerbio! A Molinella! Lì si sta tranquilli..non succede mai un cazzo lì! O perchè no, a Crevalcore..in una tendopoli post-terremoto, così adesso alla socialità ci sarebbero costretti! Ogni strada ha il suo comitato..ogniuno di noi è pronto a sfoderare spade per difendere la propria piccola proprietà. Ma basta! Ma andate a fare in culo!… A scuola avevo amici stronzi che se reagivo ai loro insulti, i Professori poi ci punivano, io ero un tipo manesco..io ero un tipo manescoooo! Io ero un tipo manescoooooo!!”
- “Forse dovrei riprender fuori un disco di Fiumani”
- “Mi sa di sì”
Daffy
Rapida ma fondamentale segnalazione per la serie Nerd attack.
Le molteplici applicazioni di Arduino sono ormai note…ma qua si sfiora il kitsch, perchè di certo coinvolgere frutta & verdura è un gran colpo di classe:
Questi due psicolabili ammorbano il web con la loro banale seppur fondamentale invenzione.
Si chiama Makey Makey.
E noi adoriamo l’unire la tecnologia alla fantasia. Lo troviamo quasi poetico.
..In più, francamente, l’idea di poter sostituire tastiere e controller con una confezione di banane “Solidal”..mi eccita terribilmente!
Daffy
No, non focalizzare la vista e la testa sul termine “fagianeria“. Focalizzala sul termine “pura”.
Fatto?
Ecco, bene.
Ora, se non sei un basso-padano ammorbato da zanzare, campi di patate e frumento e, ahimè, continue scosse di terremoto, beh, allora al significato del termine “fagianeria” non ci puoi proprio arrivare.
Ti aiuto io, banalizzando.
Fagiani erano gli “ultimi dark”, gli ultimi “punk crepuscolari”, gli ultimi “regaz tenebrosi”..”ultimi”, perchè nella Bologna di fine ’80, è lì che si è sviluppato il termine “fagiano” (e non ho la più pallida idea del perchè), eran rimasti davvero in pochi. Un crepuscolo dei crepuscoli insomma.
Venendo a noi:
Chi sia questo m/b proprio non lo so. So che è un compositore, è canadese, di Toronto. E’ unsigned.
Possiede, come tutti noi “artisti da cameretta” sporadiche pagine tra last.fm, soundcloud e bandcamp in cui trascrive una curiosa recensione tratta da listenbeforyoubuy.
Fatto sta che autoproduce questo album di 18 brani completamente strumentali intitolato “August”, che è l’essenza (copertina inclusa) della crepuscolarità!
Se lo produce e se lo mixa completamente da solo nella sua cameretta, in modo talmente valido ed efficace che meriterebbe proprio che qualcuno con due soldini da parte se ne interessasse e lo facesse esordire anche dal vivo.
August suona davvero molto meno banale di qualunque delle attuali innumerevoli rivisitazioni Dark-Wave. E la differenza la fa la passione che scaturisce già dal primo ascolto da queste note notturne e minimali.
Lo ascolti QUI.
Notevoli la traccia 4 “And when i walk” e i brani che portano alla chiusura (una reprise della traccia di apertura) “Rain/part 1″ e “Rain/part 2″.
Disco ottimo, per veri feticisti del genere.
Stay tuned
Daffy
Cambiano stimoli e necessità.
Bah..
Tutto questo non fa che accrescere lo strato di adipe che circonda il nostro già inquietante giro-vita.
Detto questo, ognitanto sarà bene aggiornare questo sito con qualche curiosità.
Questa ad esempio è una:
Se sei pigro, o impigrito, come noi, se vuoi dare un po’ di tregua al continuo tremare della terra padana con una lettura curiosa e dal sapore di tempi antichi…beh, allora comincia a seguire questo blog: http://dinamobabel.wordpress.com/
Non conosco personalmente gli autori del blog in questione, ma, in sintesi, fanno quello che molti di noi amanti della “antropologia da bar” hanno sempre sognato di fare. Legano, in un’unica lettura, lo sport e la geopolitica; con la semplicità di chi al bar discute e sogna di autonomismi, indipendnze, regimi e cultura sportiva..con una particolare attenzione per il curioso connubio “Palla ovale – Balcani”.
Io ne sono affascinato.
Te lo consiglio.
Saluti dalla suburbia dell’epicentro.
Daffy
- Ah, la nostalgia, signoramia! Ricordi i bei tempi andati delle cassettine?
- Minchia, certo che mi ricordo, era la mia arma segreta con le sbarbe, “Ti ho fatto questa cassetta, se oggi pomeriggio sei a casa passo e magari la sentiamo assieme, ti va?”
- Vecchio porco! Io invece ricordo che andavo sempre a rompere i coglioni al DJ del Roxanne – tanto per impilare nostalgia su nostalgia – per avere la cassettina della serata, ché Youtube ancora non c’era e alcuni pezzi non sapevo come recuperarli.
- Oh ma sai che l’ho fatto anche io a Ca’ de Mandorli? Soccia eravamo troppo furbi!
- Se vabbè, come no. Comunque volevo dirti che ho trovato un sito che ti permette di fare una cosa simile, anzi te ne ho fatta una di esempio, ci sono dei pezzi mitici del periodo Isola nel Kantiere, la trovi qui sotto!
- Soccia ci sei proprio rimasto, all’Isola nel Kantiere, va la! Comunque dopo l’ascolto, promesso, adesso ho su gli Smiths.
[*] la citazione, se non l’hai colta, viene dal periodo in cui RadioDJ era ancora ascoltabile. Ah, la nostalgia!
MC
Mi aveva già stancato il mondo dei “Mashup“, con quel loro proliferare a velocità vorticose nella rete.
Tu pensa quanto poteva avermi stancato una come Lana Del Rey!
Tanto.
Poi, scivolato con le chiappe sulla sedia del mio studiolo, in un periodo di pigrizia senza pari, trovo questa cosa qua:
The Reborn Identity, tuttosommato un’autorità nel mondo Mashup&Remix, mescola This charming man degli Smiths con Videogame di Lana Del Rey.
Lo fa tremendamente bene.
Io, pur avendo passato gran parte dell’adolescenza canticchiando, con tanto di fiori in mano e sculettamenti vari, migliaia di volte il brano dei quattro di Manchester, da qualche giorno sono rapito da questo “giochino”.
Trovo che in rete, spesso, si possa trovare quel “Supermercato dell’arte” di cui parlavamo QUI.
E ho poche altre parole. Davvero.
Qui sotto, anche se molto più banale, trovi anche il video.
Stay tuned,
Daffy
Non sarebbe tutto più facile se ognuno di noi arrivasse con un libretto delle istruzioni? Come un frigorifero o una macchina fotografica.
Certo, forse sarebbe meno divertente, ma di sicuro più semplice.
Così sai com’è che funziono. Mica perché sei tonto, è che siamo tutti ingranaggi.
Il progetto è di Marina Abatista, lo trovi qui. L’idea è interessante, così come la modalità, la doppia foto. Bello.
MC
Si chiamano Ludica Industria 33.
Sono forse l’ennesimo ed autoincensato collettivo artistico?
Non so.
Di loro si sa poco o niente.
Non hanno un manifesto.
Non producono azioni eclatanti.
Non amano apparire alla televisione generalista.
Io, ovviamente, ci sono finito in mezzo. Ma ancora, non so quali e quante persone ne fanno parte.
Forse sono la nuova “P5″?
Bah?!?
Per ora sconvolgono il mondo del web 2.0, rilasciando in rete un filmato che promuove una riflessione profonda sulla condizione mai facile dell’uomo post-contemporaneo.
Lo intitolano “Tina“.
Sì ma, una volta colta la profondità della sceneggiatura e la cruda realtà portata all’eccesso dalle immagini fin troppo esplicite, rimane una domanda a cui a tutt’ora non si può dare risposta:
Chi sono questi Ludica Industria 33 ?
Ma soprattutto, che cosa vogliono ???
Daffy
Mi sento un po’ arrugginito.
Siamo già quasi alla fine di gennaio e non ho ancora ascoltato un disco datato 2012.
Non ci riesco. Ma non mi dilungo sui motivi, che probabilmente, non li so. Certo, fatico a trovare qualcosa che mi incuriosisca davvero.
Rispolvero cose, allora.
Scartabello.
Trovo.
Ma anche questo è uscito sul finire dello scorso anno.
E’ l’omonimo Ep di esordio dei pesaresi Seaside postcards.
Della attuale scena pesarese, particolarmente prolifica nell’anno appena passato, ne abbiamo già parlato da qualche parte, e se non lo abbiamo fatto noi, lo hanno fatto sicuramente in tanti, forse troppi.
La differenza tra questo bell’esordio autoprodotto e il resto dei gruppi citazionisti di certi anni ’80 in chiave new wave, sta essenzialmente nel fatto che in queste 5 tracce il citazionismo si fa respirare insieme ad una certa atmosfera di disincanto senza pretese di volerne attualizzarne il contenuto.
Sembra quasi che il terzetto marchigiano, pur essendo alla prima prova insieme, abbia già indirizzato il proprio lavoro verso radicali pendenze tra le più riverberate, umorali e poco battute discese a mare che si ricordino tra le migliori interpretazioni nebbiose provenienti dalla perfida Albione fine ’70 – inizio ’80.
Il tutto senza farti troppo pesare il pur trito e ritrito mood “Sezione ritmica cupa e incalzante e chitarra onirica”.
Adesso, prometto, smetto di farmi delle seghe.
Torno in me.
Ascolta Seaside postcards QUI
L’Ep è bello.
E’ molto bello per chi comunque, come me, quel maledetto “Sezione ritmica cupa e incalzante e chitarra onirica”, lo porta dentro di sé e non potrà fare a meno di esserne spesso rapito.
Stay tuned
Daffy
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