Dicono che la RAI si sia rifiutata di mandare in onda uno spot promosso dal dipartimento per le Pari Opportunità per insegnare ai suoi fruitori il significato di un’ulteriore parola, che qui giocherà un ruolo importantissimo, e che si chiama rispetto.
Dicono che la decisione di non mandarla in onda sia nata dalla presenza di due parole che, sembrerebbe, alla RAI non vanno bene.
A me questo potere delle parole e sulle parole spaventa un po’: è un potere magico, e non dico magico pensando a Harry Potter che rompe anni di silenzio pronunciando finalmente il nome di Voldemort, dico magico perché mi viene in mente una cosa da psicologi che però ve la spiego da persona, così siamo sicuri tutti di capirci. Non è che le parole proibite se le sono inventate a Hogwarths, d’altra parte. Sono sicura che ne avete anche voi.
Quando ero piccola non potevo pronunciare ad alta voce almeno due set di parole: quelle che avevano a che fare con la malattia e con la morte, come se ad averle sulla lingua si facessero partire rapidi processi degenerativi che mi avrebbero potuto, nel giro di pochi giorni, portare alla tomba; e quelle relative all’anatomia maschile e femminile umana, come se fosse l’ultimo passo prima di ritrovarsi improvvisamente adulti e infelici e con la certezza di avere tradito i miei genitori che sognavano per me un lungo e brillante futuro da bambina.
Io sto cercando di immaginarmi di quale potere magico i tipi della RAI abbiano caricato le due parole che non vogliono pronunciare: gay, lesbica. MI ritorna in mente una crudele cantilena dell’asilo che faceva, più o meno, così: chi lo dice sa di esserlo… è questo il problema? Se lo spot venisse trasmesso il signore e la signora RAI si troverebbero a rimettere in discussione il proprio orientamento sessuale?
Oppure ancora, torniamo indietro nel tempo, a quando Dio (che di nomi impronunziabili ne sa più di me, te e la RAI messi insieme) stava creando il mondo. Il mondo è stato creato un po’ dalle mani di Dio, un po’ dal suo fiato e un po’ dalla sua fantasia, ma ancora di più dalla sua capacità di attribuire i nomi alle cose. L’uomo, se non si fosse chiamato uomo, sarebbe ancora una paletta di fango, e non ci sarebbero state costole per procedere alla creazione della donna. La mia seconda ipotesi quindi è che, in un delirio di onnipotenza, il signore e la signora RAI credono che tutte le persone piazzate di fronte al televisore a guardare un quiz di Carlo Conti (o uno show di Carlo Conti, o una televendita di Carlo Conti, o tutte quelle cose che fa Carlo Conti su RAI1 quando non c’è il Papa di mezzo), sentendo pronunciare “gay” e “lesbica” si sentissero così come ci si sente quando si ode il nostro vero nome per la prima volta. Tempo dieci minuti e le poltrone sarebbero vuote, i locali pieni, ogni giorno sarebbe un Gay Pride e Carlo Conti perderebbe il lavoro (e forse anche il Papa).
C’è un altro pericolo ancora, che mi sovviene – più subdolo. E se, tra una scossa e una ghigliottina, la famiglia italiana seduta intorno al tavolo apparecchiato sentisse le due parole proibite, e si accorgesse dell’esistenza di parole proibite, di tutto quello che nascondono… se la famiglia italiana cominciasse a pensare? Poi mi sono svegliata.
Inizia che penso di dovere andare a destra e invece la strada giusta è a sinistra, inizia che, nella mia testa, la mappa di questo posto è, evidentemente, al contrario. Continua che meno male che ci sei tu che mi dici dove andare, che mi tocchi il gomito per direzionarmi, che mi fai costellare le vie nascoste di baci per ritrovarle al ritorno.
Continua che ho tanti fogli da compilare e una penna nera con un nastro rosso, rispondo alle domande su di me e mi sembra di non conoscermi abbastanza, sono sicura di me solo quando sono già documentata, ma il futuro? Ti mando un messaggio per chiedertelo mentre, in copisteria, mi trasformi in bianco e nero, e scambi la stella alpina per una macchia.
Continua che arriva il mio turno e l’impiegata sorride e mi passa al setaccio dei tasti, so già cosa sta succedendo, so già cosa succederà – è già successo – e mi preparo a dirti la tristezza una volta risaliti in superficie: sono triste, perché?, è così tutte le volte, così come?, che mi sento che mi sento che mi sento – diluita. Tu mi parli della scia che lasciano le lumache che si spostano con la loro casa sulle spalle, ma non va bene: le lumache mica si consumano come un pastello a cera. Mi parli del mio biografo nel futuro, di cosa scoprirà dalle mie carte, ma la mia storia la voglio raccontare io, e ti ripeto: mi sento diluita. Quando cambi strada senza dirlo a nessuno puoi sempre fare finta di essere sempre stata lì, o di non esserne mai andata via; ma questi cambiamenti hanno l’adesivo da attaccare sul foglio rosa che dice che anche se non sorrido posso guidare – non è vero che eri più bella prima, sei più bella adesso, mi dici, mi chiedi scusa per avermi portata qui ma mi prometti che sarà l’ultima volta.
Residente è colui che si siede, che si trattiene in un luogo: e io vorrei che, per una volta, fosse invece questo luogo a trattenermi, e tu con lui.
Adesso ho capito perché ti piace puntare la sveglia mezz’ora prima e poi svegliarti, prendere il telefono, inserire l’ora giusta e abbracciarmi di nuovo – sapere di avere mezz’ora così, di dormiveglia e tepore, col gatto che ci salta sul letto e cerca di infilarsi tra noi che ci giriamo, cinque minuti faccia a faccia a dirci buongiorno, cinque minuti di te che mi avvolgi e mi dici, tra poco vado a prepararti il caffè, cinque minuti di me che ti stringo e ti chiedo altri cinque minuti e senza accorgermi sono sveglia e ti guardo dal basso verso l’alto, riesco a essere più piccola di te anche da sdraiata, e ci raccontiamo i sogni e mi viene voglia di metterli in pratica, di vedere se davvero col tubetto di maionese si possono fare dei cuori, e forse dovrei smettere di tagliarmi la frangia perché nei sogni sono senza, e cercare di ricordarmi come sono vestita anche se tu mi dici sempre che vuoi prendermi altri dieci vestiti uguali a quello che indosso perché sto troppo bene così e quando ti alzi mi dici di chiudere gli occhi ancora un po’, ti ascolto in cucina, dai da mangiare al gatto, prepari il caffè, e ancora prima che mi alzi dal letto ci siamo già dati un milione di baci e se puntassi la sveglia giusta, invece, tutto questo tempo andrebbe perso nel sonno. Ed è incredibile pensare a quanto fossimo diversi, quando ci siamo innamorati, e che ci siamo innamorati lo stesso, anche se io non ero io e tu non eri tu, o almeno così pare, a me, di essere io soltanto adesso, e anche tu dici, quanto sono cambiato, e allora forse non sei tu non sono io, e allora chi lo capisce perché ci siamo trovati e abbiamo capito subito quello che c’era da capire, e allora è come se una parte di noi fosse più intelligente di noi, la parte di noi che ci ha fatto correre mentre l’altra parte ci faceva frenare e a volte farci male, e allora capisci che ogni giorno ci sembra che non potrà mai essere meglio di così, ma solo fino al prossimo meglio, solo fino a domani, perché ogni giorno si capisce qualcosa di nuovo, così come oggi ho capito perché ti piace puntare la sveglia mezz’ora prima anche se ieri ti ho detto, basta, con questa storia di puntare la sveglia mezz’ora prima, e stasera invece ti dirò, punta la sveglia mezz’ora prima, per favore, e sarò felice perché sarà stasera perché sarai con me.
Adesso che abbiamo un posto per ogni cosa ma non cose per ogni posto penso alle cose e ai posti di quando ero bambina. Il recinto scuro della sala da pranzo, steccato non di assi ma di enciclopedie, cigni di legno e di cristallo, fotografie in cornice. La tana dei giocattoli, nascosti nei cilindri del caffè. I gomitoli, i ferri, la macchina per cucire: i bottoni.
La scatola dei bottoni era antica, erano antichi i bottoni – alcuni – erano mille o forse cento, da affondarci le mani, da cercare tesori – quelli che somigliano a scarabei, quelli che sembrano d’osso, le stelle e le lune per i miei maglioni pastello, quelli soli e quelli accompagnati.
Adesso che abbiamo un posto per ogni cosa non abbiamo scatole e solo qualche bottone orfano infilato nelle tasche dei cappotti, e mi pare che lì dove abbiamo fatto spazio per dei libri ci vorrei quella scatola, quei bottoni, capisci perché?
I bottoni hanno bisogno di fili hanno bisogno di asole, così come io ho bisogno di te per tenermi salda qui, sull’orlo della vita. I bottoni sanno aspettare nella scatola senza sentirsi incompleti, anche quando hanno perso i gemelli, anche quando non hanno mai conosciuto che asole sbagliate – i bottoni stanno nella scatola e, quando la apri, non cercano le dita, vengono trovati, vengono tenuti sul palmo per ammirarne l’autosufficienza, le venature visibili solo sotto la luce del tardo pomeriggio – non li vedi mai sospirare né chiedere di essere cinti da un abbraccio di stoffa. Eppure, quando vengono scelti (sempre che non siano loro a scegliere, a muoversi impercettibilmente nella scatola per mostrarsi o nascondersi, conoscendosi meglio di quanto mai li potremmo conoscere noi), si appoggiano lì dove il dito li posa, non tremano alla vista dell’ago che li ferma senza infilzarli anche quando sono bottoni farfalle, restii si impuntano a non entrare che a fatica nel luogo che li accoglierà sempre e per sempre, o fino alla prossima moda, ma una volta entrati, lì restano, per proteggere le nostre gole dai malanni stagionali.
Adesso che abbiamo un posto per ogni cosa sappiamo dove trovare i piatti, le tazze, le padelle, sappiamo dove trovare il riso e i legumi, sappiamo dove trovare le calze e i vestiti per l’estate che verrà: non abbiamo bottoni se non quei pochi, orfani, infilati nelle tasche dei cappotti, siamo bottoni noi, dopo esserlo stati nelle scatole delle case che ci hanno ospitati, con le braccia intorno al collo a fare un cerchio.
L’anno scorso ci muovevamo in queste stanze in punta di piedi, senza quasi osare spostare nemmeno una sedia, ci muovevamo in queste stanze come se le vedessimo per la prima volta – ed era vero solo in parte – ci muovevamo come se ce ne fossimo appena innamorati di quell’amore che chiede solo di guardare, non toccare – un amore diverso dal nostro, ma anche queste stanze sono diverse da noi, per quanto ormai ci somiglino al punto che chiunque entri non possa che riconoscerci nei libri che affollano la libreria, nei disegni che affollano la bacheca, nell’ukulele e in quella fotografia che se la togli c’è un buco dietro e sembra che l’abbiano fatto loro, i poliziotti che stanno caricando in bianco e nero – nei pennarelli sul tavolo. Avevano un colore diverso queste stanze, l’anno scorso, anche se non abbiamo imbiancato e ho smesso di fumare, forse era diversa la luce – eravamo diversi noi, ma non così tanto.
L’anno scorso ho subito abbassato gli occhi di fronte a queste stanze, che non vedessero quanto stavano diventando importanti per me – a te non ho mai avuto paura di dirlo, ti ho sempre guardato dritto e ti ho sempre trovato alla fine di ogni mio sguardo. Dietro le palpebre vedevo colori e forme: come sarebbero state bene con un tocco di rosso! Come avrebbe donato loro un legno scuro! Vorrei amarle incondizionatamente, senza pensare alle loro potenzialità nascoste, ma per anni nessuno le ha amate e si sono lasciate andare, si sono dimenticate di essere belle.
Nel frattempo abbiamo girato il tavolo, nel frattempo abbiamo riempito la libreria, nel frattempo ci siamo dotati di lampade, nel frattempo abbiamo imparato a fare il risotto, a lavare i piatti subito dopo mangiato, abbiamo imparato che a stanze così si addice l’odore del pane nel forno o della pasta frolla, nel frattempo sono cresciuta di tre centimetri per tutte le volte che mi sono allungata per baciarti, ho lasciato cadere i miei capelli tagliati nel lavandino, ho imparato a conoscere i vicini dal passo.
L’anno scorso sbagliavamo tutti gli aggettivi possessivi, chiamavamo casa ogni posto in cui ci fosse un letto per dormire, adesso abbiamo imparato a distinguere gli alberghi dalle case, le cose nostre da quelle che non lo sono, ci siamo scambiati promesse che non sembrano promesse perché non c’è niente di solenne nelle chiacchiere delle tre del mattino, ci siamo scambiati magliette e spazzolini da denti, tazze e forbicine per le unghie, abbiamo imparato parole nuove, ne abbiamo usate altre che conoscevamo ma che, dicevamo, non avrebbero mai fatto parte del nostro vocabolario, abbiamo imparato canzoni, ne abbiamo scelta una da nasconderci intorno al dito, un nodo per ricordare sempre chi siamo, anche quando hai la barba lunga, anche quando ho i capelli viola, anche quando hai la cravatta, anche quando ho le scarpe buone.
È come il QB nelle ricette. Cosa cazzo vuol dire “quanto basta”? Dice lui, e io sono qui che infilo il cucchiaio nel minestrone, soffio via una nuvola di vapore, cerco di capire se posso assaggiarlo senza scottarmi, ce la faccio, finalmente, e mi accorgo che il sale non è bastato, perché ogni volta sbaglio, troppo, troppo poco; mai, evidentemente, quanto basta. Dammi dei grammi, dei centilitri, inventati tu una unità di misura ma, cristo, quantificami la cosa.
Si tratta solo di sale, in fondo, di una cosa piccolissima che aggiungi a tutto il resto con un gesto altrettanto piccolo.
Hai lavato le verdure, tagliato le carote, i porri, il sedano, le patate, hai diviso i pomodorini in quattro parti uguali, ci hai messo tempo e il tempo che ci hai messo è bastato, non è stato troppo né troppo poco, non sono troppe né troppo poche le verdure. Dev’essere una questione di forma o di sostanza o di entrambe le cose – le verdure ce l’hanno, e non hanno bisogno di bastare, il sale non ce l’ha e si nasconde dietro una sigla, QB, che questa volta significa: è quasi bastato, ma proprio bastato no, e lo sentirai a ogni boccone.
Dice che questa stessa vaghezza ce l’hanno solo certi periodi di tempo, e quelli che dice lui e quelli a cui penso io sono tempi nel futuro, ma probabilmente sono così tutti i tempi senza l’orologio. Se io ti aspetto dalle quattro alle cinque, ma anche dalle nove alle sette, mi basterà guardare l’orologio per sapere se stai salendo o scendendo, quando arriverai da me – è un tempo futuro che diventa immediatamente presente, man mano che lo si vive, anche vivendolo lontani. Se invece c’è da aspettare un momento che arriverà, tutto il tempo che passa non mi dice niente del momento che non è ancora arrivato, se non che continua a mantenersi a distanza, apparentemente sempre la stessa. I periodi indefiniti di tempo tendono a frammentarsi, a creare nuove unità temporali, le oreterne, i secondimpossibili, i minutinterminabili, dando ragione a quel tizio che parlava di relatività e forse ne parlava perché lo sapeva, che un’ora passata con te è un tempo diverso da un’ora passata ad aspettare un treno, ma non mi ricordo la storia.
E allora quanto basta dovrebbe essere una domanda, non un’affermazione. Quanto basta? Basta un’ora lontani, grazie, ma posso arrivare anche a otto. Quanto basta? Questi baci? Ma no, facciamone un po’ di più, grazie. Ti viene da rispondere con gentilezza, se quanto basta è una domanda, da cercare un modo per rendere l’attesa bella per entrambi. Ci stai? Ti basta? Quanto basta?
Se davvero riuscissi a darti una poesia, come la vorresti?
Una poesia breve, di poche parole concentrate che si espandono negli occhi di chi legge?
Una poesia lunga, di frasi inanellate nelle quali impigliarti gli anelli delle dita?
Vorresti una poesia scritta tutta su una riga? Oppure preferiresti una poesia fatta di a capo
una poesia con il fiato corto
una poesia che, o rima, o sei morto,
una poesia in cui ci dico così come siamo o
un endecasillabo nella mia mano?
I versi, ti piacciono liberi o imprigionati dal metro?
Quanto a noi, so benissimo cosa ti piace,
so cosa ti è piaciuto,
in quest’anno di studio
durante il quale
ci siamo diplomati lavorando,
lavorando a capodanno e anche a natale.
Mi hai letto una poesia, in un’altra lingua:
sappiamo che le lingue cambian tutto,
sentimenti, espressioni,
basta uscire da Milano, per vederlo,
o dal quartiere.
Ti ho chiesto come, poi non ti ho ascoltato,
ma tu perdonami, aspetta ancora,
ti dico una poesia,
resta qui a sedere.
La vorresti, una poesia? Te la prendo ogni volta che la vedo,
te la indico col dito, mi avvicino,
fino a scoprire, con grande delusione,
che il giardino che sembrava magico
non era che un negozio di vestiti
e i vestiti eran cinesi.
Vale lo stesso? Io la poesia te l’ho data,
se quella è la poesia,
se non è quella, me la spieghi per favore?
Non posso non passare questo esame.
Non posso che tu pensi sia sbagliato,
non posso più far finta di esser altra,
non posso non esiste se lo voglio
lo voglio ieri, sempre, alla vigilia,
di domani.
Ogni giorno è buono per un viaggio,
foss’anche solo con la linea due,
un viaggio deve solo trasportarci
dove vivi ma non vedi, dove vedi
dove vedo per la prima volta prima,
dove ovunque sulla mappa ci sia un luogo,
se c’è neve basta pure casa mia.
(La casa non è mia, ma è una licenza. Forse per questo non ti piaccion le poesie? Te l’ho insegnata io, la differenza. Prendi la gomma, cancellami le frasi, torniamo noi, mettiamo fine all’anabasi).
Lo facevi anche tu, da bambino? Fare finta che il letto fosse una zattera, che tutto intorno ci fosse il mare in tempesta, che il leone di pezza fosse un leone vero, ma buono, che la porta della stanza fosse l’orizzonte, forse un’isola, a portata di mano ma irraggiungibile? Forse ne abbiamo già parlato, una di quelle chiacchiere a luce spenta o soffusa, una di quelle chiacchiere notturne in cui non distinguo le mie gambe dalle tue – forse ne abbiamo già parlato camminando, inseguendo le punte gelide dei nostri nasi: forse non l’hai mai fatto o forse ci pensi anche tu, quando chiudiamo la città fuori dalla finestra, e sorridiamo al signore grigio del palazzo di fronte che fuma alla finestra, potrebbe essere un pirata di vedetta, anche adesso sta scostando la tendina per guardare – che bella, la sua casa, abbiamo detto, ma è più bello abitarci di fronte, ci siamo risposti, contare i mattoni al posto delle pecore, contare i piccioni, nascondersi dietro le persiane a ridere di tutto.
Lo facevi anche tu, da bambino? Ma adesso siamo grandi, e invece della zattera abbiamo una nave, ci affacciamo al parapetto per rispondere al citofono che suona, hai notato che non vedo la città ma vedo i mari, vedo i monti, vedo quello che non vedi, costruisco dei fondali colorati per girare il nostro film, lungometraggio, proiettato su ogni muro che ci lascia sulla schiena, sui cappotti grigi o neri quella patina di bianco? Tu sei il mio protagonista, ti improvviso le parole che mi escono di fumo o di fumetto, ti raccolgo, ti incornicio negli specchi – le pozzanghere che, ovali, giro in tondo per cercarci pezzi azzurri di dicembre, case gialle, foglie secche, la tua ombra con la mia – guardo in alto attraversando gli ideogrammi illuminati al neon di hotel che, come fanno? Parleranno un’altra lingua – è incredibile la strada che abbiam fatto, a quanti nodi, quante leghe, piedi, iarde, metri, miglia – facciam finta che la stanza sia un vagone, un’astronave, una carrozza – o la zattera di quando ero bambina, eri bambino, una zattera per spargere le lettere in bottiglia.
C’è un modo di dire che fa più o meno così: essere un orso. In genere si utilizza in questo modo: non essere un orso! Non fare l’orso! Sei sempre il solito orso. L’orso, in questo modo di dire ma forse anche in natura è solitario, brontolone, permaloso, grugnisce al posto di parlare.
Invitare qualcuno a non fare l’orso, a non essere sempre il solito orso, funziona solo raramente. Anche noi persone siamo refrattarie al cambiamento, ma gli orsi, a confronto…
E però sono qui a scriverti una lettera che inizia, più o meno, così.
Siamo orsi,io e te, orsi esposti a Nord.
Non abbiamo un bar preferito perché il bar preferito dagli orsi qui non c’è – e già immagino le espressioni a questa notizia, com’è possibile, le persone di qui, con le loro barbe tutte uguali e i loro cappelli tutti uguali e i loro vestiti tutti uguali e i loro modi di dire tutti uguali, gli stessi che impariamo la notte ascoltandoli parlare alla finestra, e se gli orsi fossero loro noi saremmo così orsi da fare il giro, pur di evitare i loro luoghi di ritrovo. Saranno pure orsi, ma di quelli che, ogni tanto, scappano dallo zoo pensando di tornare a casa, di trovare la vera natura, e poi importunano i passanti per farsi aprire un vasetto di miele, per farsi dare una mano in una di quelle mille cose che non hanno mai imparato, durante la cattività.
Siamo orsi, io e te, orsi esposti a Nord. Ti immagino, con il tuo collo di pelliccia lamentarti del freddo, ti immagino avere bisogno dei miei occhi per vedere al di là degli edifici fermi da mezzo secolo, per insegnarti un certo tipo di rispetto che per gli orsi del Nord fa parte della natura, immagino l’euforia di potere finalmente parlare il nostro linguaggio criptico fatto di citazioni e frasi che ci appartengono solo perché le abbiamo imparate a memoria.
Avremmo una baita in cui piove sempre, impareremmo a fare a meno del riscaldamento, a contare solo su noi stessi e il nostro calore, conosceremmo l’esito delle nostre giornate iniziate ascoltando la radio. Anche qui le facce sono sempre le stesse, ma adesso hai aperto la finestra e l’aria è gelida, siamo forse arrivati? C’è solo un modo per scoprirlo. Se saremo riusciti a portare con noi almeno una storia, insieme ai guanti e alle sciarpe; se siamo riusciti a portarci dietro solo alcuni frammenti di storia utili per i flashback che spiegheranno qualcosa di noi, qualcosa di noi che solo noi conosciamo, per ora.
Quindi tu lo guardavi a quindici anni?
Sì.
Che fortunata.
Già. Forse è stata la prima volta in cui mi sono davvero sentita non-sola.
Fino a oggi. Fino a oggi che siamo tra gli orsi tu e io, esposti a nord, pronti per cominciare.
[*]
Questa è l’ora in cui mi manchi di più, perché è l’ora in cui il palazzo di fronte diventa giallo, che giallo non è vero, se vi facessi vedere una fotografia vedreste un altro colore, è la luce che scende sui mattoni come un tuorlo.
Questa è l’ora in cui mi manchi di più, perché è l’ora in cui i rumori del mercato finiscono e iniziano i rumori dopo, le voci che non devono più vendere, le voci che non vedono l’ora di andarsene – c’è sempre fretta, in quelle voci, ma è una fretta diversa; è l’ora dei lampeggianti e del gatto che salta cercando di catturarli attraverso il vetro, è l’ora di nascondersi dietro il citofono per non farsi trovare, tanto tu hai le chiavi.
Questa è l’ora in cui mi manchi di più perché di solito è l’ora che passiamo a non guardare il palazzo di fronte, a non ascoltare i rumori di fuori – credo sia la stessa ora di quella giornata d’estate in cui piovevano fette di polvere e fumo sulle tue gambe bianche come le mie, piovevano al contrario perché eravamo a testa in giù, più leggeri dell’aria pesante di agosto; credo sia la stessa ora di quando, di sempre, sicuramente l’ora in cui mi accorgo di quanto la vita ci stia viziando, anche se a volte mi sembra il contrario.
Questa è l’ora in cui mi manchi di più ed è un’ora che sembra lunga un giorno, lunga come la tua ombra che si piega sulla mia mentre conto i colori delle foglie sul lungomare prosciugato dal traffico, lambito dall’unica onda verde del semaforo. C’è il viola, c’è il rosso, c’è l’arancione, c’è il giallo, c’è il verde, anche se tu dici che i colori sono più belli dopo il ponte sul Ticino, ma è solo perché dopo il ponte siamo in vacanza, guardali, quando torni a casa, mentre piovono sulle gelaterie deserte.
Torni?
Questa è l’ora in cui mi manchi di più e mi mancheresti così anche se fosse solo un’ora, così come mi manchi così tanto anche se lo ore sono poche, da contarsi sulle dita – chiedo poco, la tua voce in ogni stanza, le tue dita nei capelli che mi tengono sospesa sopra questa ragnatela, sono pronta.
Il vestito è del mio stesso colore, perché tu mi riconosca sempre, le scarpe sono comode, per camminarci appoggiandomi a te senza pesarti addosso, sulle gambe mi si arrampicano fiori, e in testa ci metto le piume, come quegli uccelli che si scelgono una volta e non si lasciano mai.
Ti aspetto.
Nessuno dirà di me che non ho conosciuto la perfetta felicità, ma pochi potrebbero mettere il dito sul momento, o dire cosa l’ha provocato. Io stessa, che mi muovo di tanto in tanto nel lago della contentezza, potrei dire soltanto: Ma questo è tutto quel che desidero; non saprei immaginare niente di meglio; e ho avuto soltanto la sensazione un poco superstiziosa che gli Dei, dopo aver creato la felicità, ne sono avari. Non però se ti capita per vie inattese
A volte mi sembra che bisognerebbe fare tutto alla rovescia, secondo incoscienza.
Dicendo gay si dicono unʼinfinità di cose, ma si dicono tutte guardandosi negli occhi; nascondendola, la parola “gay”, se ne dicono ancora di più, di cose, ma tutte dette da altri, tutte alle spalle.
Meglio parlarsi guardandosi in faccia.
Le cose cambiano, a partire da piccole stanze, da amici che si ritrovano; a volte anche a partire da un semplice “forza, usciamo”.
I’m not good at small talk; I’m not good at big talk; and medium talk just doesn’t come up.
Wear your heart on the page, and people will read to find out how you solved being alive.
Mi vengono solo frasi sparse, gli ha detto, forse perché la realtà mi sembra uno sciame di frasi sparse.
Man must either fall in love
with Someone o Something,
or else fall ill.
[L’uomo deve innamorarsi
di Qualcosa o di Qualcuno
se no si ammala]
Does this resemble the truth? Everything resembles the truth.
In most books, the I, or first person, is omitted; in this it will be retained; that, in respect to egotism, is the main difference. We commonly do not remember that it is, after all, always the first person that is speaking.
Ci sono persone con parole e senza parole. Le persone con le parole non spariscono e, credimi, io ho vissuto la mia vita felicemente. Senza parole non è possibile recuperare nulla dal fondo.