Chiara Reali

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February 21, 05:46 AM

Non so perché se penso a casa penso subito: lavatrice. In realtà per me casa è: libri, gatto, più tutte le cose che porto con me anche quando non è casa per sentire comunque casa – in realtà, per me, casa spero arrivi presto a significare noi, perché vorrebbe dire che non ho più paura. Forse è per questo che se adesso penso casa penso subito lavatrice. Lo sai cosa succede ai vestiti, in lavatrice. Prima annegano, poi girano velocissimi, e puoi metterti davanti all’oblò a guardare e immaginarli picchiare contro i vetri, gridare: salvami, sapendo che non potranno essere salvati.
Penso che tra poco i nostri vestiti saranno lì dietro insieme, e forse una mia maglia e una tua maglia si intrecceranno le maniche pensando così di riuscire a farcela, i miei pantaloni e i tuoi pantaloni intrecceranno le gambe pensando così di diventare più veloci ancora della lavatrice.
Mi viene in mente che ci vuole un grande coraggio, ad aprire lo sportello e infilare le tue cose e le mie, scegliere il detersivo, scegliere il programma, chiudere lo sportello, costringere le tue cose e le mie a diventare nostre. Anche a noi succederà una cosa del genere, anche se potremo salvarci da soli senza bisogno di picchiare contro i vetri, nel caso in cui non ci voglio neanche pensare, e forse è sciocco credere che ci voglia coraggio. In fondo si comincia subito, che poi è il motivo per cui tu pronunci parole che prima non pronunciavi e che hai assimilato ascoltandole da me, il motivo per cui io assumo espressioni che prima non assumevo e che ho imparato a furia di guardarti, e anche se non ci si somiglia si finisce per somigliarsi. E i miei maglioni non saranno mai uguali ai tuoi perché abbiamo una forma diversa, ma avranno lo stesso odore perché usciranno dalla stessa lavatrice. Capisci?
A me sembra una cosa bella, questa, perché si resta se stessi e però, allo stesso tempo, non si rimane semplicemente se stessi, si diventa qualcosa di più, qualcosa che è se stessi e che è la nostra somma insieme, e allora, forse, l’unico coraggio che ci vuole è nel decidere di farla, la somma, non sapendo bene cosa ne verrà fuori, temendo di finire in qualche modo per perderci – non nel senso di perdere noi, ma nel senso di perdere noi – e siamo stati fortunati perché la nostra somma dà un risultato niente male ma mica lo potevamo sapere, quando abbiamo deciso di farla, potevamo solo immaginare. Un po’ come la differenza tra lo svitare il tappo di una bottiglia di detersivo e annusare e tentare di capire l’odore che darà ai vestiti, non è una cosa matematica. A volte l’odore sembra pungente, e invece poi il profumo sarà delicato, altre volte l’olfatto verrà ingannato da qualcosa che sembra buono e non lo è. E insomma, col detersivo, male che vada, c’è sempre la possibilità di cambiarlo, di tornare al supermercato e sceglierne uno nuovo. Anche con le persone, certo, anche le persone si possono cambiare, ma le persone hanno gli uncini come certi semi, e allora prima di poterle cambiare te le devi strappare di dosso. Non voglio doverti strappare da dove sei, mi piace il modo in cui mi indossi, è la seconda cosa che mi viene in mente quando penso casa dopo lavatrice, è la seconda cosa che mi viene in mente quando penso casa dopo libri e gatto, e però casa è la prima cosa che penso quando penso a te, e allora mi chiudo l’oblò alle spalle, senza paura. Senza paura.


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February 07, 05:59 AM

Quando faccio la spesa, controllo sempre la scadenza delle cose. Conviene sempre guardare nelle file dietro alla prima, per trovare prodotti più freschi e che quindi dureranno un poco di più – non tanto, se si tratta di insalata si riescono a guadagnare al massimo un paio di giorni, una decina con gli yogurt. Bisogna stare attenti soprattutto quando ci sono le offerte speciali, è un’altra cosa che cerco di non dimenticare mai. Anche a casa, poi, controllo la scadenza delle cose. Quando si fa ordine si finisce per trovare sempre qualcosa che è troppo tardi per consumare, o che ha ancora solo una settimana di vita prima di finire nello stomaco o nella spazzatura.
Alla cassa mi chiedono: hai la tessera? Oppure non me lo chiedono, se ho la tessera la porgo subito, raccolgo i punti. Anche i punti scadono. Durano quanto certe conserve, anni, che quando le prendi ti viene un piccolo brivido a pensare che nel 2015, per esempio, quelle lenticchie saranno ancora buone. Tu, nel 2015, avrai tre anni più di adesso, quasi quattro, perché sei nata a novembre, e se le lenticchie hanno la certezza della loro casa di latta tu non sai neanche dove sarai domani. Può succedere qualcosa anche alle lenticchie, certo, puoi decidere di prepararci la cena, ma non hanno mica sentimenti, le lenticchie, soprattutto se sono già state cotte, o almeno immagino che sia così.
I punti scadono ogni quattro o cinque anni, mi pare. Inizi a raccoglierli sfogliando il catalogo – sei sul divano, c’è una persona che ti abbraccia, che guarda il catalogo con te, e insieme pensate che quella lampada starebbe bene, nella vostra casa, per non parlare di quanto è bella quella trapunta. Con un po’ di pazienza si potrebbe arrivare anche a prendere il forno a microonde, non è un affare? Ti ricordi quella volta che l’abbiamo usato per fare la cioccolata? Comodo, sarebbe bello averlo nella nostra cucina.
Alla cassa mi chiedono: hai la tessera? E mi sono dimenticata di prenderla dal portafogli, rispondo, sì, un attimo, la allungo alla cassiera che mi dice, ricordati che i punti scadono tra poco più di un mese. Controllo lo scontrino. Migliaia di punti. Decine di spese, e ti pare di ricordartele tutte. Il modo in cui ti fermavi nella prima corsia a scegliere la frutta e la verdura. Le preparo in un modo che piacerà anche a te, non fare i capricci. La lista che seguiva i binari invisibili lungo i quali muovevate il carrello. I surgelati sempre per ultimi, dopo avere curiosato tra le riviste.
Ricordati che i punti scadono tra poco più di un mese. Ce l’hai il catalogo?
Il forno a microonde alla fine l’abbiamo preso, ma te l’ho lasciato. Io ho tenuto i punti. Sfoglio il catalogo da sola e penso alle cose che potrebbero servirmi in futuro, quando avrò un letto ma non avrò le lenzuola – ti ho lasciato anche quelle – quando avrò una cucina ma non avrò le padelle – idem. I punti sono i figli dei nostri pasti, li ho in affidamento esclusivo e stanno per scadere, anche se sono durati più di noi. Più di me, che pensavo di essere una scatola di lenticchie, almeno, e invece sono un’insalata pronta, da consumarsi entro e non oltre domani.


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February 06, 05:29 AM

Me ne sono accorta stamattina, erano le sei e trentaquattro, anche se il dubbio mi tormentava già da qualche giorno.
Succede che ti saluto, ci salutiamo per almeno dieci minuti in cui tu mi chiedi baci e io te li fingo con tutta la verità che posso, ti saluto, ci salutiamo, scrivo veloce qualche parola sul mio quaderno verde per ricordarmi chi sono e mi metto a dormire.
Mi sistemo in una posizione che sia comoda, e per me la posizione comoda è una posizione un po’ accartocciata, avvolta nel piumone, con le gambe che quasi sfiorano il petto a cercare di occupare il minor spazio possibile. Nel corso della notte resto apparentemente immobile, mi risveglio nella stessa posizione, senza avere nemmeno sfiorato le lenzuola intorno, senza avere nemmeno intaccato lo spazio che pure potrei occupare.
Mi dicevano tutti: sarà bellissimo, io mi metto sempre in diagonale, oppure; si sta molto più comodi, ci si sente liberi, e invece io mi addormento e mi sveglio così, senza invadere la sagoma fantasma disegnata al mio fianco ad avvolgermi.
Mi piace pensare che abbia la tua forma, che il motivo per cui dormo così bene quando ci sei tu ad abbracciarmi sia tutto questo esercizio che sto facendo per tenerti il posto, che il motivo per cui dormo così bene quando non ci sei – tranne che nel momento in cui chiudo gli occhi e in quello in cui li riapro senza vederti – sia lo stesso: mi sto solo preparando a un momento che arriverà, e anche il mio corpo sa che è solo una fase di passaggio, questa, una fase in cui mantengo la stessa posizione perché non devo assecondare i movimenti di nessuno, in cui resto immobile come se fossi in attesa, e solo quando mi accorgo che non arriverai, non ancora, ancora per un po’, mi lascio andare, cambio fianco, allungo le gambe, resto in dormiveglia a cercare di trovare quella cosa che mi era stata promessa e che non ho mai trovato e mi chiedo se l’ho cercata davvero, se l’ho cercata abbastanza, mi chiedo cosa sarebbe stato di me se l’avessi trovata, cosa sarebbe stato di noi.
Forse sei arrivato appena in tempo, forse se fossi stato in ritardo anche solo di un minuto mi avresti trovate chiuse le porte. Avrei potuto aprirtele, se non ti fossi scoraggiato – se ne avessi avuto il coraggio – ma non ha senso pensare ai se, sono eventualità che non si sono mai avverate o non si sono ancora avverate se non in un altrove dove non sorrido nonostante tutto.
Alle sei e trentaquattro, quando mi sono trovata così come mi ero lasciata, il corpo a seguirti la curva, avrei voluto scriverti, chiamarti, lanciare razzi in cielo per comunicarti la mia posizione, sono qui, ti sto aspettando. Sono rimasta in silenzio, ho cercato di non svegliarti neanche col pensiero, perché continuassi a occupare quella sagoma senza spostarti – perché sentissi dietro il vuoto che sentivo davanti.


February 04, 05:57 AM

All’inizio mi sono vista di sfuggita e mi sono riconosciuta come si riconosce una persona che non vedi da moltissimo tempo, che assomiglia ancora un po’ a se stessa ma più alla vita che c’è stata in mezzo e che tu non sai. Ci siamo guardate, io e io, e ho capito che entrambe eravamo indecise – la saluto o aspetto che mi saluti lei? Se faccio finta di non riconoscerla mi sarà grata o si offenderà? Si sentirà sollevata o dispiaciuta? E se mi stessi sbagliando, se io non fossi io, se stessi prendendo un abbaglio? E più la guardavo più mi sembrava di conoscermi. Nello specchio avevo il viso di quando stavo per morire. Bentornata, ho pensato – non abbiamo bisogno di parlarci, ci capiamo con lo sguardo. Quando stavo per morire ero particolarmente bella, forse perché quando una cosa sta per finire inizia a sapere di nostalgia e si sa, la nostalgia ha una tavolozza più ricca di quella del reale.
L’ho riconosciuta dal modo in cui i capelli mi cadevano intorno al visto, dalle fosse orbitali immense. Quando si sta per morire gli occhi diventano più grandi perché vogliono riempirsi di tutto quello che manca – si ha fame, si ha fame di tutto.
Appoggio la fronte all’inferriata. L’aria è fredda, ma ho fame di freddo, ho fame di ferro, ho fame di fumo e aspiro così forte da farmi girare la testa. Sorrido. Qualcuno ha fatto un pupazzo di neve e gli ha avvolto intorno al collo di neve una sciarpa gialla. Il mio collo è nudo se non per il ricordo delle tue mani che lo avvolgono, che è come una sciarpa ma di un altro colore. E io non sono di neve, anche se mi sto sciogliendo.
Penso che se trattenessi il respiro riuscirei a controllare il tempo. Sei alle mie spalle, ma è come se non ci fossi perché non ti guardo se non adesso, con la coda dell’occhio, e improvvisamente ci sei ancora. Vorrei avere una risposta e nessuna domanda, una certezza e nessun dubbio.
Se riuscissi a sincronizzare le mie inspirazioni e le mie espirazioni con il ticchettio delle lancette, forse potrei controllarlo davvero, il tempo. Forse potrei fare in modo di rallentarlo o accelerarlo. Già lo faccio, in un certo senso. Penso a quanto lentamente passi il tempo quando trattengo il fiato, quando vivo in apnea, penso a quanto corra quando mi accelera e lo incanalo nel tuo orecchio, lo riscaldo.
Mi passo le mani sulla pancia, sui fianchi. Le infilo tra il maglione e la pelle e mi sembra di infilarle sotto strati di assenza. O di presenza. Non ci sono più io, io ci sono, finalmente, inizio a esserci.
Cosa c’è?
Sto scrivendo.
Mi stavi guardando.
E allora?
Bastava dirlo.
Non si sentiva?
No.
Impara.
Non è difficile. La prossima volta presta attenzione non solo ai suoni, ma anche a ciò che vedi. Non ti stavo guardando, ti stavo attraversando. Se hai sentito il bisogno di coprirti non è certo per il freddo, ma perché la tua schiena ha percepito il modo in cui la stavo spogliando e aprendo, per passarti in mezzo, arrivare alla finestra, senza muovermi dal letto.
Imparami. Il momento in cui muoio coincide con quello in cui rinasco, solo a te è stata concessa l’occasione di assistere alla mia fine e al mio inizio. Crescerò molto in fretta, se non sarai abbastanza veloce finirò col sovrastarti. Potrei schiacciarti per sbaglio, come fossi una formica. Dimostrami che non mi sono sbagliata, che non mi sto sbagliando. Tienimi la mano mentre chiudo gli occhi per l’ultima volta e asciuga le mie prime lacrime. Piangi la mia morte e la mia vita. Fa’ quello che vuoi, ma non condannarci.

[*]


Filed under: Trauerarbeit
January 31, 04:46 AM

Siamo fatti degli istanti che abbiamo costruito e di tutte le volte che ce li siamo raccontati aggiungendo dettagli, quelli che ricordo io, quelli che ricordi tu. Adesso, per esempio, mi viene in mente quella volta – eravamo in mezzo alle luci e alla nebbia e non finivamo più di sorridere; eravamo in un cinema a tenerci così stretti da lasciarci lividi; eravamo in un parcheggio ad ascoltare la radio e scattarci fotografie sgranando gli occhi; eravamo, eravamo, eravamo. Siamo.
Cosa siamo? Ci vedo, adesso, cercare le parole per dirci. Passiamo il tempo nella penombra e ce le cerchiamo addosso, tu mi perquisisci, io ti perquisisco, ci frughiamo voraci come se fossimo fatti di tasche nascoste, come se fossimo sicuri di trovarci. Ci accusiamo in silenzio e giochiamo a guardie e ladri, dove hai messo le mie parole? Senza accorgerci di essere scatole che contengono scatole che contengono scatole, momenti che contengono momenti che contengono momenti, scordiamo la nostra missione – viviamo in bolle fatte di parole, immagini, suoni, sonno. Ci stiamo ancora imparando anche se siamo già il nostro futuro – c’è una parte di noi che è già stata nel momento in cui tutto finisce e sa che saremo insieme, ci sono chilometri di pellicola che si srotolano e si arrotolano perché il presente è questo, l’equilibrio tra il passato che stiamo costruendo e quello che abbiamo costruito nei giorni che verranno -
se sbagliamo così spesso i nostri verbi, quando siamo nella tenda, è perché non abbiamo tempo, avendo tutto il tempo del mondo, avendolo avuto -
capisci cosa voglio dire? Quando diciamo, pensiamo, neghiamo di avere detto, pensato: per sempre, è questo che sentiamo, questa cosa la cui parola tieni nascosta tengo nascosta e ce la leggiamo nell’attimo prima di abbassare lo sguardo quasi arrossendo, nascondendoci tu nel mio collo, io nel tuo, così che nessuno possa vederci in volto, così che sia la stessa pelle a sentire la pelle tendersi in un sorriso.
Ci siamo letti prima ancora di venire scritti, ci siamo letti per come avremmo voluto essere scritti e, ora che ci scriviamo, siamo costretti a seguire la trama che solo intuivamo. Non sapevamo i colpi di scena per non dovere fingere sorpresa, ma mostrarcela genuina ogni volta che ci ritroviamo e, nell’altro, ritroviamo la strada – per questo non ci stanchiamo mai di percorrerci avanti e indietro, di costringerci l’uno alla forma dell’altro perché nessun’altra forma ci si addica mai più. Non sono perfetta per te, non sei perfetto per me: ci rendiamo perfetti con la pratica. Per questo non smetteremo mai di cercarci – è l’unico modo che abbiamo per trovarci sempre, come se fosse la prima volta e l’ultima insieme – sappiamo l’eterno e come sentirlo. Così. Così. Così.

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Filed under: Histoire d'une jeune fille
January 30, 05:07 AM

Stavo per correre giù per le scale, per cercare di raggiungerti, fermarti, dirti: ho capito. Ho guardato l’orologio ed erano già passati tantissimi minuti, da quando te ne eri andato, prima di ricominciare a scorrere lentissimi, come se le lancette, muovendosi, pronunciassero il loro nome dilatandolo, al rallentatore.
Ho capito cosa facciamo al tempo, avrei voluto dirti. Non so se sia vero, se io abbia davvero capito cosa facciamo al tempo, ma mi è venuta in mente una spiegazione e potrebbe essere quella giusta, e mi è venuta in mente ripensando a questa notte, a quel momento che ti dicevo, quando eravamo sdraiati uno di fronte all’altra e ci accarezzavamo le caviglie a vicenda e non potevamo parlare perché stavamo ascoltando quell’album e, ogni volta, al momento giusto, ci guardavamo spalancando gli occhi – io sorpresa dalla musica, tu (mi piace pensare) soppresso da me. E ho pensato a tutte le volte che lo facciamo – tu, infilarti gli auricolari, io, le cuffie, e tu mi dici, aspetta, ti spiego un paio di cose, prima, e io ti prendo in giro ma ti ascolto, e hai visto? Non ho più paura di dire la cosa sbagliata, e chiudo gli occhi e ascolto e sorrido. Ci piacciono le cose che assomigliano di più alla vita, in un certo senso, abbiamo detto, anche se la vita fa di tutto per rendersi antipatica ma non importa, non possiamo proprio lamentarci, mi dico.
Insomma, se non fossero già passati tutti quei minuti, se fossi riuscita a correre giù per le scale, a raggiungerti, a fermarti, a dirti: ho capito, ti avrei spiegato cosa facciamo al tempo in questo modo.
Noi, il tempo, lo ascoltiamo con le cuffie. Lo ascoltiamo con attenzione, con la stessa attenzione con cui facciamo tutto e tutto quello che facciamo, in un certo senso, è metterci in ascolto – come quella storia che mi avevi raccontato sulle stazioni radio che trasmettono e trasmettono messaggi e io ero così finché tu non mi hai ricevuto o viceversa o entrambe le cose, ed è come se fossimo fatti tutti di orecchie, è molto semplice, come se avessimo polpastrelli-orecchio e ci ascoltiamo accarezzandoci, una volta, due volte, tornando sui pezzi più difficili, come se avessimo labbra-orecchio e ci ascoltiamo baciandoci, con gli occhi un po’ chiusi un po’ aperti, come se avessimo nasi-orecchio e fronti-orecchio, e ci appoggiamo per leggerci i ricordi e i pensieri, tutto qui.
Per questo, se torniamo indietro di una pagina, ci viene da sorridere, a pensare a quanto eravamo ingenui, a credere che quello fosse tutto, e ci succederà ancora, tra qualche tempo, di di pensare alla notte che è appena passata e al modo in cui abbiamo sorriso della nostra ingenuità sentendo di avere capito tutto, ascoltato tutto, e saremo in un posto che si chiama con il nostro nome e ci misureremo a vicenda, per cercare di capire quanto siamo cresciuti, e la cosa importante è che, comunque, io sarò sempre alta giusta per appoggiarti la testa lì in mezzo e tu sarai sempre alto giusto per piegarti a proteggermi, e io con la mia testa-orecchio sentirò il tuo petto-orecchio e le tue braccia-orecchio e ci scioglieremo a turno in cascate di note, riempiendoci e svuotandoci a vicenda, restando sempre pieni.


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January 25, 03:03 PM

Ogni volta che mi succede una cosa nuova devo tornare indietro, fino all’inizio, per riscrivere la storia. Ci deve essere un legame tra le cose che succedono, o forse no, ma ci deve essere un legame tra le cose che succedono se voglio essere in grado di raccontarle – ecco, mettiamola così. Raccontare le cose che succedono è un modo per raccontarmi, o viceversa. Potrei dire che raccontarmi è un modo per raccontare le cose che succedono, anche quelle che restano sullo sfondo di quello che racconto e, a volte, basta che mi succeda una cosa nuova perché una di quelle che se ne stava sullo sfondo diventi importante – e mi dico, meno male che la mia storia la scrivo, non la disegno, perché altrimenti a questo punto il disegno sarebbe tutto nero di cose ricalcate e sfumate e cancellate e ricalcate di nuovo e non si capirebbe più niente, anche usando un foglio grandissimo per disegnarmi tutta. Scrivendo si possono lasciare più cose tra le righe, così che resti più spazio per riscriversi, o forse è solo che non so disegnare.
Tu, poi. Ho dovuto riscrivere tutto, sei breve ma sei lunghissimo, e ancora non ho finito di riscrivere e, se ti devo dire la verità, faccio fatica. Era facile scrivere di amori che non erano amori, di dolori che non erano dolori – se le mie lettere avevano un solo colore era per questo motivo, potevo scegliere, volta per volta, un colore solo. Oggi voglio scrivere il rosso, e scrivevo il rosso, e dovevo scrivere solo il rosso, non erano previste sfumature. Oggi voglio scrivere il nero, idem. Se voglio scrivere te, invece, non posso non prendere un po’ del colore dei tuoi occhi, e sì, è lo stesso colore di quei nei che hai sulla gamba, e però non è lo stesso colore della pelle delle tue guance che non è dello stesso colore della pelle delle tue spalle che non è dello stesso colore della pelle della tua schiena – e posso non utilizzare neanche una volta il colore delle tue gengive? Posso non utilizzare nemmeno una volta il colore dei tuoi denti? Posso non utilizzare il colore delle tue vene? Posso?
Sei di tutti i colori insieme, e io finisco per sporcarmi le mani come quando cerco di usare i pennarelli e, come quando uso i pennarelli, non riesco che a tracciare delle linee goffe. So quale forma hanno i tuoi occhi, ho studiato il modo in cui le tue ciglia si allungano e si incurvano e proiettano la loro ombra sulle palpebre o sulla radice del naso a seconda della luce in cui ti guardo; so cosa provo nel momento in cui li guardo e li studio – e già sto dicendo una bugia, perché provo tante cose insieme e non le so dire tutte, soprattutto nei punti in cui sfumano l’una nell’altra trasformandosi e trasformandomi. Mi rendi cangiante di sentimenti, se mi guardo dentro sono un caleidoscopio, e in ogni immagine che produco c’è una parte di te che è sempre stata lì, anche se l’ho saputo solo quando, finalmente, mi hai fermato lo sguardo prendendomi il viso tra le mani.


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January 23, 10:49 AM

C’è questo desiderio che mi viene, incontrollabile. Come potrei definirlo? Se la tua pelle fosse carta, vorrei scriverla e poi accartocciarla per poterla tenere tra le mani intera, senza dovermi affannare a cercare di combaciarti e sentirmi i palmi pieni di te, sempre. Come potrei definirlo? Se la tua pelle fosse stoffa me ne avvolgerei, se la tua pelle fosse pelle vorrei che fosse la mia – e avrei perfezioni che non ho mai avuto e imperfezioni nuove, ma senza più patire il freddo.
Dice che desiderare in origine significasse: fissare attentamente le stelle, che sono lontane, che non possono essere possedute – se in origine avesse avuto a che fare con i sassi o con le foglie me ne sarei già riempita le tasche, mi sarei riempita le tasche di te per sprofondare nel nostro fiume anziché accontentarmi di bagnarmici le mani.
Dico che non so cosa significhi, adesso, desiderare, perché questa cosa che provo anche quando ti ho accanto somiglia non al fissare le stelle, ma al fissarti le spalle, come se fossi sempre sul punto di andartene o di voltarti verso di me – entrambe le cose allo stesso tempo, la nostalgia e il suo contrario – come se in ogni istante ti perdessi e ti ritrovassi -
quel terrore che prende, a volte, al risveglio, prima di riconoscersi e di riconoscere la propria vita fuori dal sogno, che è subito accompagnato dal sollievo -
quell’ansia che mi prende, a volte, prima di voltarmi e riconoscere il tuo viso e trovarlo nuovo, e poi nuovo, e poi nuovo, e sistemarmi i capelli davanti allo specchio intrecciando le dita al ricordo delle tue e scoprire di stare iniziando a somigliarti, come se mi stessi contagiando del tuo sguardo, delle tue espressioni, e vorrei essere io ad ammalarti, e guarirti ammalarti guarirti farti sentire il desiderio di rendermi carta, stoffa, pelle, di tenermi, avvolgermi, indossarmi, ingarbugliarti la lingua donandoti il mio accento, i miei modi di dire, spettinarti le ciglia mentre dormi, così che al tuo risveglio tu possa vederti con i miei occhi, scambiare i miei capelli con i tuoi, il mio naso con il tuo – in fondo sono complementari, si incastrano – per ridere di noi, solo per il gusto di sentirti vibrare la gola e volertela baciare.

[*]


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January 18, 02:12 PM

Quando sono andata dall’oculista, l’ultima volta, era tutto diverso. Avevo smesso di andarci dopo quel periodo in cui avevo smesso di vedere i contorni delle cose – non è proprio così, era più come se non vedessi la cornice, forse, o comunque vedevo bene il centro e poi tutto iniziava a offuscarsi man mano che cercavo di allargare lo sguardo.
Mi ero accorta di vederci peggio, di avere iniziato a strizzare gli occhi per mettere a fuoco le cose lontane, ma rimandavo e rimandavo pensando, l’importante è che riesca a vedere quelle vicine, a non perderle di vista, proprio, anche se, col senno di poi, mi sembra di averle perse di vista lo stesso, forse proprio per via di tutto quel tempo passato con gli occhi strizzati a cercare di capire cosa mi stesse aspettando.
Quando sono andata dall’oculista l’ultima volta non mi ha mostrato il solito tabellone con le lettere, si è seduto accanto a uno schermo, guarda, mi ha detto, e il resto non era poi così diverso – la valigetta con le lenti, la montatura pesante sul naso, i rumori, le domande: meglio così o così? E i miei pensieri, anche – sarà davvero meglio così o è solo un’impressione? Sarà meglio così solo in questo momento e poi smetterà di essere meglio così o sarà meglio così per sempre? Perché io non mi fido dei miei occhi, vorrei che ci fosse un modo per capirli senza bisogno di passare attraverso di me, senza che ci sia bisogno delle mie risposte per decidere quanto ci vedo e come. E cosa.
Vedo cose che non vorrei vedere, non vedo cose che vorrei vedere, e anche adesso, con gli occhiali infilati sul naso, rischio sempre di non riconoscermi. Ti ho chiesto: fammi da specchio, ma avrei dovuto chiederti, piuttosto, di farmi da occhiale, da occhio, da retina, da cristallino – qualcosa di più intimo, a pensarci bene, perché saresti una cosa dentro le mie orbite o a contatto con la mia pelle, male che vada, anche se tu mi dici che sono capace di vedermi e forse è solo pigrizia, la mia, abitudine – e potrei, osando, chiederti non solo di farmi da occhiale, da occhio, da retina, da cristallino – potrei chiederti di togliermi questa abitudine, di sostituirla con l’abitudine a te anche se, abitudine, in questo caso, sarebbe il termine sbagliato -
(ieri notte dopo averti salutato sono venuta in cucina col quaderno verde, mi sono arrotolata una sigaretta, ho scritto di noi parole che ti farò leggere un giorno, spero non troppo lontano, e parlavo di una cosa che all’inizio mi sembrava chiamarsi in un modo che non era abitudine ma ci somigliava, finché, scrivendo, non mi sono resa conto che, invece, era una cosa con un nome preciso, con un colore preciso, con un calore preciso: famiglia)
e vorrei che me l’avesse detto, l’oculista, che avevo semplicemente bisogno di te, invece di prescrivermi il collirio e le lenti, ma tu non c’eri mica – lo avessi saputo, avessi saputo che c’eri, non credi che sarei venuta a cercarti? E invece nemmeno riuscivo a immaginarti e, ancora adesso, ci sono momenti in cui mi chiedo se esisti davvero, per questo mi aggrappo lasciandoti i segni, per questo ti cerco come se avessi sete, per questo ti guardo in quel modo che ti fa domandare: stai bene? Sto bene, sto solo guardandomi con i tuoi occhi, vedendomi come avrei sempre dovuto vedermi e se porto gli occhiali è solo per farti dire, che bella che sei. Perché, per la prima volta, ci credo.


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January 16, 03:26 PM

So che è una cosa scema da pensare, che alla fine non succederà mai per davvero che qualcuno mi chieda di scegliere – tra tutti i momenti, se potessi sceglierne solo uno, uno solo, quale sceglieresti? E se anche fosse me lo chiederebbe solo in via del tutto ipotetica, e la mia risposta non influenzerebbe in alcun modo il corso degli eventi, e non sarei mai costretta a scegliere davvero, potrei rispondere con un momento e la mia risposta non mi impedirebbe comunque di vivere tutti quegli altri, potrei cambiare idea, anche – se fosse una domanda vera, di quelle a cui devi rispondere veramente e poi cercare di tenere fede alla risposta, sempre se ne esistono, di domande così, che una scappatoia si trova sempre, se la si vuole trovare o la si deve trovare e sto scrivendo questa frase lunghissima e contorta solo perché voglio dirti una cosa e non sono riuscita a trovare un modo migliore per dirtela – a questo punto potrei anche salutarti, piegare in quattro la lettera, metterla in una busta, scriverci il tuo nome, infilartela nella tasca del cappotto o in quella dello zaino o anche venire sotto casa tua e portartela e aspettare che tu l’abbia letta e poi attendere che quel momento arrivi per dirti: ecco, questo, questo volevo dirti, e sarebbe bello, perché tu stringeresti un poco gli occhi e ti avvicineresti per darmi un bacio di quelli che sorridono ma poi chissà se ce ne ricorderemmo? Sarebbe un altro momento, e neanche un momento di quelli che hanno la tendenza a ripetersi anche se in modo sempre leggermente diverso, un momento di quelli che succedono una volta e che dovrei scrivere per non perderlo per strada e allora tanto vale fare così, scriverti direttamente, anche se mi perdo quel bacio ma facciamo che questo è un investimento per il futuro, che perdo quel bacio ma ne guadagno degli altri, molti di più, e mi viene da pensare che è quello che tendiamo a fare, noi, investimenti per il futuro, ed è una cosa bella perché vuol dire che ci pensiamo, che ci crediamo, a un futuro insieme, altrimenti mica rinunceremmo a certe cose piccole ma belle, come quel bacio, in vista di altre, eccetera.
Ormai capita spesso, di solito siamo sdraiati sulla pancia e guardiamo qualcosa insieme e, a turno, ci abbracciamo. Prima ti abbraccio io, che poi abbracciare non è la parola giusta, ti accarezzo la schiena, sciolgo i nodi che mi ritrovo sotto le dita, poi facciamo a cambio ma non è questa la cosa importante, è solo un dettaglio, perché il momento, quel momento che se mi venisse chiesto di sceglierne uno solo sceglierei, succede quando ti abbraccio io e, a un certo punto, vediamo qualcosa nella cosa che stiamo guardando, la stessa cosa, e distogliamo per un istante lo sguardo dallo schermo e facciamo incontrare i nostri occhi e non so se tu lo sai cosa mi dicono, i tuoi occhi – assomiglia a quello che mi dici per davvero in quel momento ma è come se fosse più vero ancora, come se i tuoi occhi – o qualcosa dietro i tuoi occhi – sapessero certe cose meglio di te, o qualcosa che ancora davvero non sai, la intuisci e basta – tu sei così, c’è una parte di te che capisce le cose prima del tuo guscio, e allora perdonami, se a volte resto in silenzio, ma non sono davvero in silenzio, sto parlando con quella parte lì, che faccia poi sapere le cose che contano a tutto il resto.


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[…] perché siamo fatti anche di mal di stomaco.
Seeing is forgetting the name of the thing one sees.
Paul Valery in Edward R. Tufte, The visual display of quantitative information
Plato says that the unexamined life is not worth living. But what if the examined life turns out to be a clunker as well?
Kurt Vonnegut, Wampeters, Foma and Granfalloons (via sometimesagreatnotion)
you never ever loved me
but could you love me anyway
tieni un blog se hai qualcosa da raccontare, se hai semplicemente qualcosa da dire, dai, anche no.
And yes, you’re in my head but that doesn’t make you here.
(via quasiadatta)
I have nothing to say; only show.
Walter Benjamin (via emissions)
Assenza,
Più acuta presenza.
Vago pensier di te
Vaghi ricordi
Turbano l’ora calma
E il dolce sole.
Dolente il petto
Ti porta,
Come una pietra
Leggera.
A. Bertolucci, Assenza (da Sirio, 1929)
Ho avuto tanta pazienza
Da scordare per sempre;
Sofferenze, timori,
Son finiti su in cielo.
E la sete malsana
Mi oscura le vene.
Arthur Rimbaud (via oltreleparole)
Per un momento una frase cercò di prender forma nella mia bocca, e le labbra si schiusero come quelle di un muto, come se non fossero trattenute soltanto da un filo di aria stupita.
Ma non diedero suono, e ciò che avevo quasi ritrovato divenne inesprimibile per sempre.
Il grande Gatsby, F. Scott Fitzgerald (via behindbrokenframe)

Tomorrow’s what i’m waiting for,
But i can wait a little more.

(luv ya)

nevverCalvin and Hobbes

C’è scopare e chiavare. Scopare significa mettere ordine e pulizia nella donna, ma chiavare significa aprire una serratura con la chiave giusta, e questo è l’amore.
Ennio Flaiano, Frasario essenziale per passare inosservati in società (via dansmonboudoir)
Acceptance is usually more a matter of fatigue than anything else.
David Foster Wallace, Infinite Jest (via sometimesagreatnotion)

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