L’orso la guarda vitreo, appoggiato sul cuscino. Lei si mangia le unghie smaltate di azzurro, l’orecchio teso ad aspettare il cigolio della porta.
Quando c’era la mamma, il papà, entrando, fischiava.
Tiene la schiena dritta, vuole mostrargli tutti i suoi centimetri anche se da quando la mamma non c’è più lui dice sempre di sì, alla fine. A volte però la fine sembra troppo lontana.
Posso?
No.
L’orso sembra sul punto di fare una capriola, lì dove l’ha lanciato. Lei morde il cuscino cercando di forzare le lacrime. Bastardo, pensa, senza il coraggio di pronunciare la parola che esplode e sibila tra i denti come un peccato.
Va bene, non piangere, però.
L’orso è seduto alla scrivania sulla quale non ha fatto i compiti. L’aria calda del phon diffonde il profumo dello shampoo. Albicocca. Entra in cucina, il padre è ingobbito sulla minestra che si sta raffreddando intorno al cucchiaio.
Vado.
Mi raccomando.
Cosa?
Silenzio.
Sì, cia’ – non finisce neanche il saluto che si dissolve mentre gira le spalle,
Porta Leo.
Cristo, pensa. Non lo dice, affonda i denti nel lucidalabbra. Ciliegia.
Dai.
L’orso è appallottolato nello zaino, nascosto sotto al pigiama che non indosserà.
[continua qui]
Sono sempre stata velocissima a leggere. Quando ero piccola, giravo le pagine una dopo l’altra, sotto gli sguardi perplessi dei grandi che non credevano che, in così poco tempo, fossi riuscita ad assimilare una quantità di parole maggiore di quella che avrebbero assimilato loro. Ero, sono, vorace. Entro nelle storie, e voglio sapere come vanno a finire. Quando ho scoperto che si poteva fare, che non era obbligatorio leggere un libro dalla prima pagina all’ultima, ho cominciato a partire dal fondo, per sapere a chi affezionarmi e a chi non, per sapere se avrei pianto o avrei sorriso.
Anche la mia storia, l’ho sempre sfogliata veloce, così veloce che, ogni volta che te la racconto, perdi dei pezzi. Non mi ricordo, dici, raccontamela di nuovo, e io, ogni volta, ricomincio, cercando di rallentarmi, di prenderti per mano e portarti nei posti in cui sono stata, farti vedere quello che ho visto, sentire quello che ho sentito.
Poi succede che arrivi alla pagina dell’oggi e, per quanto tu possa andare veloce, la pagina del domani è ancora lì, incollata, devi armarti di pazienza e di un tagliacarte per poterla leggere, sempre che sia già scritta – questo non lo so. Per non parlare della pagina del dopodomani, o di quella che racconta la mia storia tra un mese, o tra un anno. La tua storia la scrivi tu, mi diresti, se ti confessassi che vorrei sapere, o forse mi diresti che la scriviamo noi, adesso, che se è la mia mano a tenere la penna, a disegnare le mie frasi storte, è con le tue dita strette intorno al polso – come quando, la notte, rigirandoci nel letto, perdiamo l’aderenza perfetta del momento in cui ci auguriamo di fare sogni belli, ma continuiamo a cercarci, a tenerci anche solo per un dito, per ritrovare presto la strada quando, a ogni risveglio, ci rotoliamo l’uno verso l’altra per tornare a casa.
Mi fanno male le mani, ti direi, non sono più abituata a scrivere così tanto, ti direi, se dovessi parlarti di come mi sento riguardo alla storia che sto scrivendo che è la mia, che è la nostra: non basta un quaderno, non ne bastano dieci, e ci sono così tanti colpi di scena che, spesso, ho bisogno di fermarmi, chiederti di tenermi stretta: ho paura di perdermi, o qualcosa del genere.
Vorrei leggere il mio prossimo capitolo, vorrei intravedere giorni sereni al tuo fianco, vorrei che, come mi dici sempre, la storia continuasse con me – con noi – che sono felice: dici, vedrai, andrà sempre meglio, e quando ti chiedo, come fai a esserne così sicuro? Mi rispondi, guardaci, guardaci adesso. Ho paura, ti dico, ma tu mi sorridi. Anche adesso? Mi chiedi, e sì che ho paura anche adesso, lo stesso, ma meno, e diversa. Non ci sono seconde stesure, è buona la prima, ma se questo è l’inizio, mi dico, per forza hai ragione – mi parli di ciò che faremo nei viaggi che ci aspetteranno, prometti di esserci sempre, di stare al mio fianco – ci sono canzoni in cui ci troviamo cantati, cantiamole insieme, chiudiamo il quaderno per qualche minuto – i giorni non durano che una giornata alla volta, è lunga se siamo lontani, ma quando lo siamo?
La batteria stava per finire ma mancavano ancora due canzoni. Guardavo il conto dei minuti scendere veloce, più veloce di quanto avrebbe dovuto, in un minuto ne passavano cinque o più e, all’improvviso, ho pensato: adesso la canzone rallenterà, la voce si farà grossa, ti ricordi quando eri in giro e si scaricavano le pile? Le toglievo, le giravo, soffiavo nell’alloggio sperando che fosse colpa della polvere mentre le parole si dilatavano fermandosi in una vocale che si affievoliva facendo scattare il pulsante di play.
All’inizio stavamo parlando della nostalgia, e io ti dicevo che no, non mi capita mai di sentire nostalgia per il passato, mi succede sempre di sentire nostalgia per il presente, per certi momenti che so già che finiranno, come l’altro giorno, tra musica e tepore e occhi e fiato mentre ci dicevamo, questo è sicuramente il più bello, e io lo so che ogni momento così sembra sempre il più bello fino almeno al successivo, ma se poi non succedesse mai più? Mi viene da pensare, se questo fosse davvero il momento più bello? E allora ecco che inizia a mancarmi, e tu mi chiedi, ma sei triste? Perché faccio quella cosa con le labbra che somiglia alla tristezza e invece è il suo esatto contrario.
La batteria stava per finire e ho pensato che non mi sarebbe più successo di sentire una canzone come ai tempi delle pile, e avrei voluto dirtelo, avrei voluto dirti: ascolta, avrei voluto portarti indietro con l’immaginazione, pensa a come sarebbero diventati liquidi i nostri baci se la musica avesse ancora le pile, pensa a come sarebbe stato più complicato stupirci con una canzone se, per cercarla, avessimo dovuto soffiare la polvere dalle custodie delle cassette e mandare il nastro avanti e indietro, è questo che intendevi dicendo nostalgia? Ma non ho detto niente, ho cercato il cavo del computer, ho pensato: forse è questo che intendiamo quando ci diciamo, ti amo da sempre, non che l’amore è iniziato cinque mesi fa, ma che c’era già, lo sentivo con il walkman e mi mancavi, mi sei mancato fino a quando non sei arrivato, mi sei mancato per così tanto tempo che, adesso, non mi basti mai.
Succede spesso, che tu ti interrompa – che tu mi interrompa – per prendermi il viso tra le mani e darmi un bacio e dirmi che siamo belli. Che poi è vero, che siamo belli – è vero nel senso che dici tu ed è vero in tutti i sensi possibili e immaginabili – anche se preferirei che, a definirci, fosse una parola più piena, più lunga, più musicale, anche.
Qual è la tua parola preferita? Ti chiedo, allora. La mia – non so se sia davvero la mia parola preferita tra tutte, non è mica facile scegliere, però capita che le persone ti facciano domande di questo tipo e mi piace avere la risposta pronta per non svelare la mia indecisione cronica, e allora rispondo, rosso, pistacchio, l’autunno, Fenoglio, e irrefutabile. La mia parola preferita è irrefutabile. Dice:
irrefutabile
[ir-re-fu-tà-bi-le]
agg. (pl. -li)
Che non si può confutare, discutere, contrastare: verità, testimonianze irrefutabili
e adesso che ci penso è adatta, potremmo dirci che siamo irrefutabili, ma farebbe ridere – non che ridere sia una brutta cosa, anzi – lo facciamo spesso, ridere, e io rido forte, e tu ridi più forte, e io ancora più forte, fino ad avere le lacrime agli occhi. Mi piace molto. Però in quei momenti è bello restare un po’ seri, non troppo, ma un po’ sì.
Tu una parola pronta non ce l’avevi, invece. Mi hai guardato e mi hai risposto, ieri sera, eravamo sul divano, c’erano delle bi, delle ci e delle emme, mi hai dato un bacio, ti sei rimesso a studiare e, ogni tanto, mi guardi per vedere se ho finito di scrivere. Di scriverti. Non posso finire, però, finché non riesco a ricordarmi quale fosse la tua parola preferita, per scrivertela insieme a tutte le altre. Mi fermo, torno all’inizio, rileggo per cercare di trovarla. C’erano delle bi, delle ci e delle emme, hai detto, e allora penso che no, non riesco proprio a ricordarmela, ma me ne è venuta in mente una che magari non sarà adatta a diventare la tua parola preferita, quella con cui rispondere rosso, vaniglia, primavera, Pynchon, parola che contiene delle bi, delle ci e delle emme, ma spero che possa essere la tua parola preferita nei prossimi cinque minuti, almeno. Che sia una di quelle parole che diventano fatti, anche.
Baciami. Ci sono una bi, una ci, una emme. Baciami.
Siamo belli.
Allora ci mettiamo a guardarci gli occhi. Sembra un errore, guardarci gli occhi – di solito si dice, guardarci negli occhi, e invece è una cosa molto bella da fare, se si ha un po’ di tempo a disposizione.
Ci guardiamo gli occhi e tu mi chiedi, come sono i miei occhi? E io cerco di descriverteli, e diciamo occhi ma quello che intendiamo davvero dire è iridi, come sono? Parto escludendo la pupilla, descrivendo la corona di miele di castagno, il modo in cui lambisce il cerchio più esterno, che è del colore di certi arbusti di alta montagna in inverno e l’anello metallico che li racchiude, solo che non riesco a farlo così, dico parole come verde, grigio, marrone, perché guardarci gli occhi è ancora più profondo che guardarci negli occhi e, là in fondo, l’atmosfera è rarefatta, sottile come il filo d’aria che ti esce dalle narici e siamo così vicini che riesco a sentirlo svolgersi e riavvolgersi e scaldarsi e rinfrescarsi -
e dopo, davanti allo specchio, mi dici che non riesci a vedere e ci avviciniamo, la mia testa alla tua testa, entrambe le nostre teste allo specchio, e mi dici, ci assomigliamo, e io ti rispondo, ti piacerebbe, assomigliarmi, per farti ridere, per farmi baciare, ma è vero, quando ci siamo conosciuti non ci somigliavamo per niente, e adesso, invece, giorno dopo giorno, diventiamo un po’ più uguali – ritrovo le mie espressioni sul tuo viso, le tue sul mio, e la tua voce sta diventando la mia voce, e la mia risata sta diventando la tua risata, e le cose più belle, a volte, succedono quando gli occhi si stanno chiudendo, mentre mi racconti una storia per non farmi addormentare e io ti guardo e sorrido e sento le palpebre pesanti e, prima di abbassarle per la notte, ti ci chiudo dentro, per portarti con me fino alla mattina, alla sveglia che suona, ancora mezz’ora? Sì, e ci abbracciamo e rimandiamo il buongiorno a baci piccolissimi, spingendolo più in là con le labbra, fino a quando non arriva, e ci guardiamo negli occhi o ci guardiamo gli occhi o non ci guardiamo perché tanto io ti sento, tu mi senti, sentiamo un po’ di musica insieme, vuoi?
La prossima volta guardami camminare. Forse non salta all’occhio subito, ma non mi fido nemmeno dei miei piedi. Perché, chiedi? È semplice, perché mi tradiscono loro, e mi tradiscono le caviglie. I piedi inciampano, le caviglie cedono, io cado.
Chissà perché, a parlare di fiducia viene sempre da pensare al cadere. Mi viene sempre, eccetera. Mi viene sempre da parlare di fiducia, anche, forse perché è una cosa di cui sono piena, anche se ne sono vuota. Se i pensieri avessero la lingua, in questo momento avrei un ricordo sulla punta, e potrei cercare di sputarlo, e invece resta lì, vago, indeterminato. Ci starebbe bene, a questo punto, un ricordo. Mi piacciono i ricordi, a volte basta raccontarli per spiegarsi un po’ meglio.
Che poi il problema è che non mi so spiegare. O meglio: il problema è volere spiegare tutto, forse, perché ci sono cose che non si possono mica spiegare. Succedono delle cose e però l’importante non sono quelle cose, sono le connessioni tra le cose, e alcune si possono dire, altre sono personalissime.
Ti faccio un esempio per farti capire cosa voglio dirti. Se io penso una parola, se io penso alla parola pioggia, mi viene in mente quell’odore che ti ho raccontato. Tu mi hai detto, si sente anche qui, d’estate, e io non lo so, non ci sono mai stata, qui, d’estate, non ancora. Sono sicura che, però, sarà un odore leggermente diverso da quello che intendevo io, e sono sicura che me ne innamorerò più di quanto io non sia innamorata di quell’altro odore, credimi: ma non sarà lo stesso. Non sarebbe lo stesso neanche se ti portassi là ad annusare quell’odore, perché il mio naso e il tuo naso sono diversi, e i nostri ricordi sono diversi, e lo sai che gli odori li sentiamo più con la memoria che con le narici.
Allo stesso modo, i dolori. Sì, certo, alcuni si sentono nel punto esatto in cui veniamo trafitti; altri, invece, si diffondono, a volte arrivano in punti che mai avremmo pensato essere collegati tra loro. Quando poi non c’è nemmeno un foro d’entrata, localizzarli diventa ancora più difficile e, come la pioggia, risvegliano altri dolori, antichi. Così antichi che magari ti restano sulla punta di una lingua che non c’è.
E guardandomi camminare, credo, ti verrà istintivo allungare una mano, perché ti sembrerò sempre sul punto di cadere. E non cadrò, se avrai allungato la mano. Hai capito dove voglio arrivare? Mi fiderò di nuovo, e basterà quel gesto. Col tempo, continuerò a non fidarmi dei miei piedi, delle mie caviglie – continuerò persino a non fidarmi del mio naso e della mia memoria – ma poco importa: mi fido di noi.
Ci sono tre finestre, qui, e danno tutte sulla stessa strada. Mi è piaciuto subito quello che si vede affacciandosi, così come mi piacciono i rumori che si sentono, gli stralci di conversazioni.
Le strade, sto imparando a conoscerle. Ce ne sono tantissime, alcune sottoterra, e non ho ancora deciso quali mi piacciono di più. Te lo dico sempre, quando andiamo da qualche parte: non capisco perché dicano che questa città è brutta, a me sembra bellissima – e poi aggiungo, mi è sempre sembrata bellissima, e se ti prendo in giro perché tu sei questa città, o viceversa, è perché un poco ti invidio le radici profondissime. Per questo mi aggrappo a te, per questo mi nascono pensieri che non mi conoscevo e mi nascondo la faccia nel maglione o contro il tuo petto, o mi giro dall’altra parte e tu mi dici, ma no, guardami, guardami, e non lo sai che sto aspettando di non essere più rossa per voltarmi.
La città ha un nome, e vedo che tutti lo scrivono come se fosse la cosa più semplice del mondo, scriverlo, e a me, invece, sembra difficilissimo, così come mi sembra difficile scrivere il tuo, di nome, o scrivere qualsiasi cosa possa passare per un nome – quello che caratterizza lei, la città, o te, anche se tutti mi dicono che mi sta bene, il nome della città, che mi sta bene il tuo insieme al mio, che era naturale che finisse così, che finissi qui – se lo sapessero, direbbero anche che era naturale che ci finissi con te, o se vedessero il modo in cui abbiamo sistemato la stanza e siamo comodi sia quando ce ne stiamo seduti al tavolo fianco a fianco che quando ci incastriamo sul divano e ogni volta ci diciamo, ricordiamoci questa posizione, è perfetta – adesso, per esempio, o in qualsiasi altro modo.
A volte ci mettiamo alla finestra a guardare le persone che passano. A volte siamo noi, le persone che passano, a volte sei tu che torni a casa e fischi prima di suonare il citofono, a volte sono io che torno a casa e cerco di non fare rumore per sorprenderti.
Forse in un’altra città sarebbe lo stesso, ma io credo di no. Non sarebbe lo stesso nemmeno in un’altra via, in un’altra casa. Non è che sarebbe meno bello, o almeno spero, ma sarebbe diverso. Non è detto che io abbia ragione anche questa volta, in fondo non mi viene in mente un solo posto in cui non siamo stati felici.
Come quando lei mi dice, stai bene, vero? E io rispondo, ma sì, dai, perché non ci riesco mica a rispondere con la risposta vera – anche adesso, e allora mi chiedo quand’è che abbiamo imparato ad avere paura della felicità – di dirla, di mostrarla – che poi forse è il motivo per cui si mettono le tende alle finestre,
(che poi forse è il motivo per cui le spostiamo sempre per fare entrare la luce).
Col tempo, non sono mai andata d’accordo. Non capivo le ore, non distinguevo le lancette, mi sembrava sempre troppo presto e troppo tardi contemporaneamente – e non è che le cose siano cambiate, crescendo, il tempo è sempre una pozza che mi appare profondissima e, ogni volta che ci entro, mi bagna appena i piedi.
Per fare il compito volevo andare in spiaggia e prendere della sabbia, volevo prendere della sabbia perché pensavo che solo la sabbia potesse contarmi il tempo nel modo giusto, così come, la volta precedente, ero sicura che solo delle canne avrebbero potuto far volare il mio aquilone. Mi ero dovuta accontentare di cannucce colorate, e carta troppo pesante per decollare, mi ero dovuta accontentare di farina gialla per la polenta, pensa te, come si fa a contare il tempo con la polenta? Si conta sempre domenica e coniglio, lunedì, martedì, mercoledì nel forno a fette, se avessi saputo di non avere abbastanza tempo sarei cresciuta prima e non sarei rimasta bassa, se avessi saputo quanto tempo mancava ti avrei cercato per dirti, guarda che dobbiamo aspettare ancora un sacco di tempo, prima che le cose inizino ad andare bene, facciamo che non aspettiamo e cominciamo subito? E forse tu avresti pensato che sono matta e saresti scappato, o forse mi avresti ascoltata, mi avresti fatto delle domande, ti avrei risposto, sì, sì, un po’, subito, sì, e adesso conteremmo gli anni e non le ore, e adesso non avrei più paura perché non ce ne sarebbe motivo, non che adesso ci siano dei motivi se non la paura che non ha bisogno di motivi, che bisogno c’è di motivi quando c’è la vita.
Ho usato due boccette di vetro, un disco di cartone che ho forato, della colla, sono sicura di avere già scritto questa storia, o forse sono sicura che la scriverò, non saprei dirlo, tutto il mio tempo è racchiuso in un secondo di presente, come quello che conta la farina gialla che piove nella mia clessidra rotta, e basta, adesso non ho tempo, adesso manca troppo tempo, vuoi tu essere il mio orologio? Sì, lo voglio, è la risposta.
Con le cuffie sulle orecchie e il volume giusto sembra di potere respirare sott’acqua. Sembra di essere sott’acqua e di riuscire a respirare comunque. Vedo i miei movimenti e i tuoi al rallentatore, le tue labbra che scandiscono parole e le mie labbra che le imitano, ti avvicini guardandomi fino a quando non ci cadiamo a vicenda dentro gli occhi e li chiudiamo per tenerci dentro, non farci scappare, li chiudiamo addormentandoci e io potrei starti nelle mani, se volessi.
Hai una vena che ti divide la fronte, che si divide poco sopra la radice del naso. La osservo nella penombra, mi viene da pensare che sia il posto in cui ti scorrono i pensieri, vorrei essere mezzo di contrasto per colorare l’inchiostro invisibile che la gonfia, vorrei avere dita abbastanza sensibili per poterti leggerti sfiorandola.
Sposto indietro le lancette dell’orologio. Siamo davanti ai fornelli e sono tornata a questo momento perché mi è venuto in mente che è strano, non ci calpestiamo mai. Come se non potessimo occupare lo stesso spazio nello stesso momento, e però so benissimo che non è così, che siamo capaci di occupare lo stesso spazio nello stesso momento, in un certo senso, e però è come se sapessimo quando farlo e quando no.
Le parole che ti dicono sono dense, fatte di aria umida, mi gocciolano pesanti tra i denti ed è strano, perché l’aria nella quale ci muoviamo è rarefatta, ci accompagna i gesti, li rende fluidi, ci entra nella gola dal naso e ci esce dalla bocca e ogni cosa che ci sussurriamo è semplicemente giusta e io sorrido e tu sorridi, e il mio sorriso e il tuo sono diversi, anche se vogliono dire la stessa cosa, a me si segnano le guance, a te gli occhi, e insieme facciamo un sorriso intero e due sorrisi. E la risata: capisco adesso che vuol dire “cristallino”, mi dimentico di avere mai avuto pensieri – vorrei essere nuova, mi accontento di esserlo per te.
Marzo è iniziato così veloce che siamo più vicini alla sua metà che al suo inizio, ormai. Marzo ha cambiato tutto, o tante cose, e vorrei lasciare una traccia di queste mutazioni ma mi riesce solo di aprire il quaderno, sfogliarlo alla ricerca di una pagina bianca, prendere appunti con una grafia minutissima e contorta che non sapevo di avere nelle dita, e se riuscissi a rileggermi mi chiederei perché ho deciso di soffermarmi solo sulle cose che mi fanno male e non su tutte le altre – su quella che ha un nome e un corpo nel quale mi avvolgo ogni sera, su quella che ha muri e una piantina con dei fiori rossi, su quelle che non hanno muri né corpo ma sono ancora impalpabili come speranze.
Ma tutti i mesi sono crudeli.
La penna mi fa male alla mano. Per questo, penso, scrivo solo parole dolorose. Ma qui, sulla tastiera, non dovrei essere finalmente libera?
Penso a tutte le prigioni dalle quali sono evasa. Mi accorgo che tutto ciò che mi riesce facilmente perde subito di valore, e non c’è cosa che non mi riesca facile se non [segue elenco di tutte le cose che non so fare e che mi sembrano indispensabili alla mia felicità, di tutte le cose che nemmeno tento di fare e che potrebbero essere indispensabili alla mia felicità. Segue il tuo nome, perché tutto con te è facilissimo e difficilissimo allo stesso tempo. Cambio idea, il tuo nome lo sposto in cima. Quello è il posto che ti sei preso, per questo amarti mi riesce meglio che scriverti].
Mi succedono cose buffe, cose tragiche, cose dolci, cose amare. Mi succedono ma è come dire: mi cadono in testa, e se fosse estate sarebbero acquazzoni ma è primavera, e si sa quando inizia a piovere e non si sa quando finisce – si sa solo che prima o poi finirà, si controllano le previsioni del tempo, si guarda il cielo dalla finestra. Sono fradicia di eventi, e il maglione mi pesa sulle braccia che non riescono a muoversi per raccontarli, e ti chiederei di strizzarmi, se fossi qui, oppure non ti chiederei niente, mi dimenticherei di avere bisogno di dire, di dirti, mi basterebbero le parole che dici e non avrei bisogno di parole mie. Fino a quando non ne avrei – non ne ho – di nuovo bisogno, perché il nome che dai al mio bisogno mi sta stretto. Fino a quando non ti avrò insegnato a scrivere, e allora, forse, capirai.
In occasione del party per l’uscita di L’alba di Talulla, secondo capitolo della trilogia horror-letteraria di Glen Duncan, abbiamo intervistato lo scrittore londinese allo spazio Nastro Say Yes di Milano.
A volte ritornano (e raccontano) (via Dance Like Già Sai #5 | Dance Like Shaquille O’Neal)
Everything is related to everything else, but near things are more related than distant things.
Tobler’s first law of geography, 1970
( <3 )
The hedgehog and bearcub are counting the stars. The Bear cub was talking and talking, “…because… if not you, who else would count the stars?” And the Hedgehog was thinking, “Isn’t it wonderful that we are together again?
[…] poiché noi vivi non siamo soli, non dobbiamo scrivere come se fossimo soli. Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno.
Io già son tagliato
fuori,
figuriamoci dentro.
If tomorrow wasn’t such a long time, than lonesome would mean nothing to me at all.
Non hai imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente, che l’indifferenza non insegna niente: era un’impostura, una fascinosa e ingannevole illusione. Eri solo, tutto qui, e volevi proteggerti; volevi tagliare per sempre i ponti tra te e il mondo. Ma tu sei così poca cosa, e il mondo un tal parolone: alla fine, il tuo non è stato altro che un errare in una grande città e costeggiare chilometri di facciate, vetrine, parchi e lungofiume.
[…] perché siamo fatti anche di mal di stomaco.
Seeing is forgetting the name of the thing one sees.
Plato says that the unexamined life is not worth living. But what if the examined life turns out to be a clunker as well?
you never ever loved me
but could you love me anyway
tieni un blog se hai qualcosa da raccontare, se hai semplicemente qualcosa da dire, dai, anche no.