ilpiac
My name is Maurizio Piacenza, I live and work in Milan, Italy. I'm a freelance communication designer and I'm interested in every kind of communication and creativity. I'm a huge supporter of lifelong learning and training.
If you want to have a look at some of my last projects, visit ilpiac.com
Updates
-
@areaweb E bravo! :)
-
What's Topography + typography? Alphabet Topography Typeface, The Form of Language. http://t.co/1VN8FZtO
-
Geneva is a "Ville vivante" and @ixt + @nearfuturelab made it clear with this project & infographics: http://t.co/Ea3Nwp4C
-
@Comincini Vorrà dire che da domani comincio a mettere da parte i soldini :) /cc @LuigiCentenaro
-
Mi intrufolo - mi perdonerete - per apprezzare da esterno l'hashtag #opencernusco Bravi, questa sì che è un'iniziativa utile!
-
@Comincini Ah però. Direi mica male per un comune! Allora non resta che attendere il salasso anche qui a Milano... O_o /cc @LuigiCentenaro
-
@areaweb Ah però... A ricordasene poi :) Però quel Lego me lo comprerei lo stesso, alla faccia del lore ipsum!!!
-
@Milan_CM È che ho uno scatto bruciante ai nastri di partenza :)
-
@Milan_CM @nicoloborghi Posti già esauriti per venerdì? Guardato ora, info un po' mixate (Corraini + Franchi) ma da sold out :(
-
@aditecco Deve essere la risposta ai gemiti di sofferenza delle tenniste... Cercano di convincerci che il loro è un lavoro sofferto ;)
-
@nicoloborghi Uauuuu! Figo scoprire il brevetto di un bisnonno. Certo, molto geek-style il tutto :)
-
Working on a pro bono project. Superfruit Baobab. More info when everything is ready to go online :)
-
@riccardopolesel :) Ottimo. Abbasso la superstizione e w l'azione.
-
@Dunwich_Type You're right, but for all that I know CreativeCloud will also include a licence of Adobe software.
-
@elephantik Yes. We have to wait&work for new and real fully #responsive solutions.
-
@elephantik Oh yes! Lot of #responsive templates, but with big images only scaled down, my smartphone is not so #responsive :)
-
@elephantik Now #responsive is a trend, but it has a bright future. Expecially if we'll have REAL #responsive images, not only % max-width.
-
@areaweb Ehhh bello, sei arrivato! Sono settimane che ci provo pure io... Anyway, chi scopre la strada avvisa l'altro, vero? :)
-
@capotribu Ah ah ah, you're right :) I'm waiting for the next big war! Now HTML5 vs Flash, in the future Apps vs Boh?
Posts
Questo articolo - in Inglese - direi che coglie decisamente nel segno: l’infografica è utile, ma deve evolvere.
Altrimenti si rischia la saturazione, ormai l’infografica pare sia diventata la norma ogni volta che c’è anche solo mezzo dato da esporre…
E la sovraesposizione non può che portare, inevitabilmente, ad una perdita di valore del mezzo. Senza contare che l’infografica - per essere realmente tale e cioè “grafica che informa” - dovrebbe rispettare alcuni crismi che invece si vanno sempre più perdendo.
Come se, per creare un’infografica efficace, bastasse aggiungere un bel due etti di elementi grafici ai dati, agitare forte ed ottenere così un risultato ottimale. In giro si vedono delle infografiche che di informativo hanno veramente ben poco.
A volte, lasciano a desiderare anche dal punto di vista grafico/estetico.
Cerchiamo di ritornare dentro gli ambiti della decenza e soprattutto vediamo di non rovinare un mezzo decisamente utile ma che - stando a sentire quel che si dice in giro - a forza di essere propinato in tutte le salse sta già venendo a noia a molti…
L’idea mi è piaciuta molto, l’espressione in modo chiaro e diretto anche.
Quindi condivido!
LA VITA È UN VIAGGIO View more presentations from Coach Bay
Leggevo questa mattina quesot articolo: “The newspaper vendor is disappearing”.
Solo la seconda parte, la prima riguarda DSK e sinceramente mi interessa veramente poco.
Trovo decisamente calzante il rapporto che viene fatto tra Apple - che anni fa diede inizio all’epopea dei suoi retail outlet monomarca - e la tanto vituperata distribuzione dei quotidiani o dei giornali più in generale.
Se Apple, si dice, avesse guardato alla concorrenza controllando eclusivamente l’efficienza dei costi e le vendite di un tale canale distributivo non avrebbe aperto alcun negozio proprietario. Punto. Non sono convenienti dal punto di vista meramente economico.
Ma stiamo parlando di un’azienda, Apple, che in modo lungimirante ha visto i suoi negozi monomarca come parte integrante dell’esperienza di brand da fare vivere ai suoi clienti. E da quesot punto di vista la scelta è risultata ed è decisamente vincente.
Cambiando settore, se pensiamo - si dice sempre nell’articolo - alla distribuzione dei giornali dal solo punto di vista - appunto - del canale distributivo, in effetti questa modalità non può che essere un costo, a volte non ulteriormente sopportabile. Bisogna tagliare e trovare canali nuovi.
Ma se invece inserissimo la distribuzione in un’ottica di marketing? E quindi ne imputassimo parte di costi al canale marketing? Il discorso cambierebbe e non di poco. Perché distribuire un prodotto come i giornali vuol dire trovarsi a tu per tu con il cliente. Con tutti i vantaggi che ne conseguono da un punto di vista, appunto, di marketing.
Certo, l’articolo evidenzia che innanzitutto i quotidiani dovrebbero avere dei budget sensati di marketing. Ma - aggiungo io - dovrebbero anche essere in grado di capire il perché la visione esposta sopra sopra modifichi diametralmente le prospettive.
Alla faccia delle farneticazioni di Brunetta, l’Italia peggiore la troviamo tutta sintetizzata - in modo veramente impeccabile - in questo articolo di GH Network: Il caso Italia.it.
Un’articolo che riassume tutte le vicissitudini del portale italia.it: un fulgido esempio di come non si debbano gestire i progetti web e di come in Italia la cultura del progetto - se poi è web è pure peggio - sia anni luce dall’essere anche solo soddisfacente…
Se poi ci aggiungiamo la versione cinese del portale e il tour per promuovere l’immagine dell’Italia all’estero (sigh sigh…) e vediamo i rispettivi costi, be’, raggiungiamo vette decisamente inavvicinabili per quanto concerne la pochezza della comunicazione associata - però - ad ampio uso di denaro pubblico.
Il ministro Brunetta dovrà propril do perdonarmi, ma io la peggiore Italia la vedo in questo modo di non comunicare usando denaro di tutti.
Siamo - decisamente - alla frutta. Attendiamo il dessert sperando non ci stia troppo sullo stomaco, poi auguriamoci che la comunicazione dell’Italia - fatta con i soldi di tutti - cambi decisamente menu. Non bisogna nemmeno andare fuori casa per vedere come si debba lavorare: la Toscana, solo per citare un caso. Ma ne esistono altri. Aprire gli occhi, grazie.
Lo spunto me lo danno alcuni articoli - tre per la precisione - pubblicati di recente sul tema. Fanno parte tutti de Il Colophon, rivista online di letteratura ad opera di Simplicissimus Book Farm del buon Antonio Tombolini.
Esordiamo con un pezzo di Luca Pianigiani di Jumper dal titolo quanto mai inequivocabile: Riviste digitali in retromarcia? Trattasi del pezzo di esordio della collaborazione tra Luca Pianigiani e Il Colophon. Questo è il titolo di chi ha creato un prodotto come JPM Magazine per iPad. Interessante.
Passiamo al secondo articolo, sempre targato Luca Pianigiani: Réclame: l’anima delle riviste? Non di quelle digitali… Se avevamo iniziato con un titolo forte, anche il secondo pezzo non è da meno. E chiudiamo allora, con il terzo articolo, firmato da Costanza Alpeggiani: Il ripensamento di Condé Nast. Però… Diciamo che con tre articoli non ci siamo fatti mancare proprio nulla… A che punto siamo dunque con il mondo dell’editoria digitale, quelle riviste per iPad & compagnia bella che erano state annunciate in pompa magna come la vera rivoluzione nel mondo dell’editoria? Dopo l’introduzione dell’iPad, ovviamente.
iPad come panacea di tutti i mali dell’editoria. O quasi. Questo era stato il pensiero di molti, anche se poi non tutti l’avevano ammesso pubblicamente. All’atto pratico, però, i dati stanno dimostrando una realtà un po’ diversa. Molto diversa, oserei dire. Se una realtà come Condé Nast - il cui WIRED per iPad aveva destato l’attenzione di tutti gli addetti del settore, e non solo - decide di non accelerare ulteriormente verso il mondo delle riviste digitali perché i riscontri sono stati quelli che son stati (leggasi: vendite tutto sommato deludenti rispetto a quell’ampia platea che poteva essere il pubblico americano) vorrà ben dire qualcosa. Sì, ma cosa?
Sostanzialmente due cose:
- il mondo dell’editoria non è ancora pronto dal punto di vista dei contenuti: le prime e tanto osannate riviste digitali, pur con aggiunte e modifiche dovute alla peculiarità del nuovo media utilizzato, sono state delle sostanziali conversioni/rivisitazioni/modifiche/chiamatele-come-volete dei loro omologhi cartacei. Nessun progetto innovativo, nessun progetto editoriale studiato ad hoc e da zero. Male, dico io. Perché un mezzo innovativo come il tablet richiede un prodotto altrettanto innovativo a livello di contenuti e di metodi di fruizione;
- il mondo degli utenti dei tablet non è ancora pronto: pur con un successo di vendite eccezionale, iPad non raggiunge ancora numeri tali da creare una base d’utenza così consistente da risultare ancora tale - consistente, intendo - anch quando suddivisa nei diversi rivoli di utenza e fruizione che esistono. Già, perché non è mica detto che tutti gli acquirenti di iPad vogliano sfogliare solo riviste digitali…. Aggiungiamoci anche la concorrenza, cioè i tablet basati su altri sistemi operativi che però hanno venduto molto poco se confrontati con l’apripista di Cupertino, ma i numeri non cambiano. Un gran successo dal punto di vista delle vendite, una base d’utenza ancora in divenire a meri fini pratici.
Ragioniamo un momento sui due aspetti. Se ho speso una cifra non propriamente basica per acquistare un tablet, verosimilmente acquisterò poi a prezzi ragionevoli (e questo è un altro aspetto fondamentale per lo sviluppo e l’evoluzione del settore, dai magazine ai libri) dei prodotti che siano in grado di sfruttare appieno le caratteristiche del mezzo e rendere così non solo giustizia all’hardware in quanto tale, ma anche all’esborso per l’acquisto. Non compro, in parole povere, un tablet per leggerci sopra delle riviste di poco dissimili dalla loro omologa versione cartacea.
Diventa quindi fondamentale sviluppare progetti specifici, ad hoc. Cosa che fino ad oggi non è decisamente avvenuta, giustificando così in parte la caduta di appeal per un prodotto - le riviste per iPad - che all’inizio era stato così tanto atteso.
Tralasciando per un momento un terzo aspetto, fondamentale, che riguarda la pubblicità sulle riviste digitali - Luca Pianigiani lo tratta in modo preciso nel suo articolo ed io personalmente mi auguro “solo” che non si debba assistere all’ennesima guerra tra formati che renderebbe la scena sin da subito alquanto difficile da gestire - passiamo al secondo aspetto fondamentale: il numero di utenti, cioè lettori. Siamo sicuri che il numero di iPad venduti sia sufficiente non per le casse di Cupertino - questo sì - ma per il mercato dei contenuti per tablet? Io penso di no. Non ancora. Non esiste una massa critica tale per cui alla fine - suddividendo l’utenza tra lettori di riviste, giocatori, utilizzatori di app per lavoro etc. - si ottenga ancora un numero di potenziali utenti ampio, per consentire almeno in ipotesi lo sviluppo di un settore/mercato specifico. Se mancano - o non sono abbastanza - i potenziali lettori di un certo tipo di magazine, è ovvio che sviluppare un prodotto del genere potrebbe risultare decisamente non produttivo dal punto di vista dell’editore.
Anche The Daily non sembra riscuotere tutto quel successo che ci si aspettava dopo la lunga attesa e il grande battage pubblicitario che aveva ottenuto. Problemi di progettazione o altro? Non lo posso certo dire io. Resta il fatto che se The Daily non sembra ottenere grandi riscontri, il New York Times sembra ben felice dei suoi 100.000 sottoscrittori a poche settimane dall’introduzione del paywall, il sistema di pagamento per alcuni dei suoi contenuti online. Non è dunque vero che non esistano persone interessate a leggere le notizie, altrimenti anche al New York Times guarderebbero cifre ben diverse e non certo con il sorriso sulle labbra.
Più semplicemente credo che si debba cominciare a sviluppare soluzioni in grado di attrarre veramente l’utenza verso la fruizione di contenuti attraverso i tablet. Finché tali soluzioni non verranno sviluppate non penso che il mercato potrà mai decollare pienamente. Un gatto che si morde la coda, dunque. Se il mercato non decolla non si crea quella base d’utenza numericamente consistente e necessaria per la vendita di nuovi prodotti. E gli editori continueranno ad attendere ancora prima di entrare prepotentemente sul mercato. Soprattutto i grandi editori. Ecco allora che i piccoli e medi editori potrebbero fare la differenza. Ammesso e non concesso che le piattaforme per produrre magazine digitali assumano costi sostenibili anche per queste realtà che non hanno certo budget faraonici. Il che, ad oggi, non è esattamente ciò che accade. Che qualcuno - con le sue piattaforme per il digital publishing - abbia decisamente puntato verso il mercato enterprise è chiaro. Che i numeri ad oggi gli diano ragione è del tutto verosimile. Che il futuro, però, sia anche e soprattutto delle piccole e medie realtà è un dato, per me, incontrovertibile.
Ed è lì che bisogna puntare. Perché le piccole realtà sono quelle che più facilmente sono propense all’innovazione. E di innovazione di prodotto e di contenuto il nascente mercato delle riviste digitali ha già un disperato bisogno.
Quando il solo strumento di cui si dispone è un martello, qualunque problema tende ad assomigliare ad un chiodo.
Ci sono persone brave e persone grandi. Le grandi persone tendono ad assumere altre grandi persone, perche’ e’ con queste che vogliono lavorare.
Ma le persone che sono solo brave tendono ad assumere persone che non sono poi cosi’ brave. Nono vogliono gestire persone che sono piu’ intelligenti di loro.
Cosi’, con il passare del tempo, se non sei duro e determinato, il livello di talento di una societa’ tende a declinare fino al minimo comune denominatore e finisce con un sacco di gente modesta.
E’ un disastro. Ma ci vuole una tremenda forza di volonta’ per non accettare compromessi.
Tratto da “Chi farà l’impresa” d Cristiano Seganfreddo - nòva24 del 24/03/2011
Oppure in alternativa alla Croce Rossa Italiana scegliete un qualsiasi altro ente/associazione che preferite.
Le aziende con grandi leader falliscono quando questi se ne vanno, quelle con una grande leadership continuano a prosperare anche dopo.
Una crescita del 3400% in un anno è indubbiamente impressionante: questo il ritmo di foursquare nel 2010.
Crescita netta, dunque, per i servizi geo-based e il 2011 si profila come l’anno della definitiva consacrazione.
Siamo decisamente malati di Facebook qui in Italia.
Noi, la terra d’Albione e la costa Est degli USA.
Guardare per credere.
Post originale e immagine di Paul Butler su Facebook: Visualizing friendships.
Traduco in Italiano la citazione di Dan Zarrella fatta poc’anzi e ci aggiungo una piccola riflessione:
Il social media è un cocktail party, nessuno vuole stare a sentire te che parli di te stesso tutto il giorno.
Nulla di più sacrosanto. L’articolo — in estrema sintesi — porta all’attenzione tre punti fondamentali:
- Il social media è un cocktail party, nessuno vuole stare a sentire te che parli di te stesso tutto il giorno.
- La gente non vuole sentire sempre le stesse cose.
- Non possiamo sempre produrre notizie da prima pagina ogni volta che pubblichiamo qualcosa su Twitter o sul nostro blog, ma possiamo parlarne dal nostro personale punto di vista.
Si tratta di affermazioni che per qualcuno forse possono apparire scontate — chi mai vuole attaccare bottone con una persona logorroica ed egocentrica che inizia sempre le sue frasi con “Io”? Nessuno, penso — ma che scontate non lo sono, visto che, a guardarsi intorno, sono molteplici e sin troppe le occasioni in cui questi tre principi basilari vengono disattesi.
Quanti sono i blog — anche e soprattutto professionali e aziendali — intrisi di contenuti autocelebrativi? Quante le bacheche di Facebook & co. piene di annunci del tipo “Noi facciamo questo e quello”? Sono troppi ad onor del vero. Se i Social Media — come dice il termine stesso - nascono e sono sociali, allora dov’è l’elemento di socializzazione quando ci si autocelebra a piene mani? Dov’è l’interazione? Manca del tutto.
In questi casi, detto sinceramente, non so quanto possa essere produttiva una presenza online. Se io — tuo potenziale utente/consumatore/o–come–altro–vuoi–chiamarmi–ma–target–no–perché–mi–sono–stufato–di–fare–il–bersaglio–delle-tue–assurde–pubblicità — devo sorbirmi l’ennesimo canale “non comuncativo” in cui vedere e leggere spudorate pubblicità o annunci stampa, scusa, ma di cosa possiamo/dobbiamo discutere e in cosa tutto questo sarebbe diverso rispetto ai canali comunicativi soliti?
Se invece siamo tra coloro che non sono esclusivamente autoreferenziali, se cioè per noi esiste un mondo di cose interessanti — e amiamo parlarne — anche al di là di noi stessi, impariamo comunque a non scrivere sempre le solite cose.
Un po’ di sana varietà non guasta mai. Non dico di saltare di palo in frasca, la pertinenza rispetto al tema principale ci deve sempre essere, pena non interessare a nessuno con il proprio ondivago girovagare di argomento in argomento, però c’è modo e modo di affrontare la questione.
E per essere interessanti e vari non è detto che si debba/si possa creare ogni volta un contenuto ad hoc, mai trattato. Citare è lecito, citare è bene così come lo è veicolare contenuti altrui (sempre citando la fonte, ovvio!) perché — alla fine della fiera — anche questo è socializzare, rendere sociale un contenuto. Il plus potrebbe e dovrebbe, però, essere rappresentato dal nostro contributo, dal nostro punto di vista sulla questione: è questo che fa nascere la discussione e lo scambio di idee.
Certo, alcuni contenuti si prestano a essere veicolati così come sono, altri invece richiedono — per fare esprimere appieno le potenzialità al mezzo social — un ulteriore e piccolo sforzo in più.
Nessuno di questi tre punti richiede impegni stratosferici, più semplicemente si richiede una consapevolezza del mezzo che si va ad utilizzare e delle sue peculiarità. Perché il social media non è l’ennesima bacheca degli annunci né un megafono per amplificare il nostro ego.
Social media is a cocktail party, nobody wants to listen to you talk about yourself all day.
Dopo una full immersion di di una giornata completa - ieri - vissuta alla conferenza Adobe sul digital publishing (interventi dalle 10 alle 18, a ruota, un po’ da stakanovisti ma decisamente interessante) aspetto con ansia l’offerta che Adobe presenterà in futuro - si spera non troppo in là nel tempo - per i piccoli e medi editori.
Parlo della piattaforma Adobe per il digital publishing, cioè la Adobe Digital Publishing Suite accessibile per ora sugli Adobe Labs. Il costo risulta abbastanza alto per un piccolo editore (un fee mensile più un fee per ogni copia venduta), soprattutto se voglia cominciare a sperimentare nel settore del digital publishing senza avere decine di titoli da distribuire. Adobe però ha promesso un’offerta ad hoc per i piccoli, attendiamo.
Anche perché come al solito, almeno qui in Italia, un vero movimento di massa lo vedo possibile quando saranno in grado di muoversi gli editori medio/piccoli. I colossi faticano a recepire mutamenti tecnologici, ancora di più se potrebbero risultare epocali. Sono dei mastodonti che approcciano le novità con eccessiva calma: passi per le maggiori difficoltà dovute a strutture non certo composte da 10 persone, ma certe politiche dei prezzi proprio non le capisco e non aiutano di certo il mercato.
Un libro digitale deve costare significativamente meno rispetto all’omologo cartaceo. Punto. Non conta il fatto che abbassando i prezzi si rischi di cannibalizzare il mercato cartaceo: non è una scusa sufficiente. Prima o poi i due mercati vivranno entrambi con pieno diritto e una politica di coesistenza andrà trovata. Dubito che sarà quella che vede gli ebook costare solo un 10/20% in meno rispetto al cartaceo…
Viene detto che sul digitale c’è ‘IVA che pesa e che i canali distributivi trattengono in media il 30% di commissione. Posso dire “E chi se ne frega”? Anche questa non è una scusa sufficiente. Se un libro digitale costasse veramente poco, e dico poco quindi non 18 € a fronte dei 25 del cartaceo, ovviamente venderebbe di più. Molto di più. Ora, che ci sia il 20% in più di IVA e il 30% sia da versare a mo’ di obolo/commissione al canale distributivo, risulterebbe ancora così tanto drammatico quando un titolo venda 50.000 copie invece che le attuali poche centinaia? Non direi.
In ogni caso a me hanno sempre insegnato che gli elementi calcolati in percentuale incidono, appunto, in percentuale. Lapalissiano. Il 20% di 10 € è 2 € per cui 12 € sarà il prezzo ivato volendo ricavare 10 €. Sapendo però che il 30% sarà trattenuto dal canale distributivo, allora dovrò prezzare il mio prodotto circa 14 € (arrotondo per difetto).
14 € con IVA diventano 16,80 € e io “guadagnerò” i mie bei 10 € circa.
L’influenza in percentuale di IVA e costo di distribuzione fa sì che se io - a copia - mi accontentassi di “guadagnare” 3 € avrei il seguente costo: 3 € = 70% del prezzo totale che diventa quindi poco più di 4 €. Arrotondiamo a 4 € per difetto, come prima. 4 € + 20% di IVA = 4,80 €. 12 € di meno rispetto alla precedente ipotesi. Al di là di altre considerazioni è quindi del tutto evidente che non abbiamo mai costi fissi - come qualcuno sembrerebbe volerci fare credere - che ci impongono di non andare mai sotto un determinato prezzo. Intendo costi fissi inerenti la composizione del prezzo. I costi fissi esistono, di struttura produzione e quant’altro ed è ben per questo che il prezzo ovviamente lo stabilirò facendo le solite analisi e valutazioni: non dico che 4,80 € sia il prezzo giusto di qualsiasi ebook, il prezzo deve essere tale da assicurare la sostenibilità economica del progetto. Io dico semplicemente che i prezzi attuali sono eccessivamente alti. Punto.
Non ci vuole molto a capire che i potenziali acquirenti di un libro digitale da 16,80 € sono molti meno rispetto a quelli che potrebbero acquistare un libro da 4,80 €. Il calcolo non si fa sui guadagni del singolo pezzo, ma sui guadagni della singola vendita moltiplicati per il venduto. Forse vendere 200 copie a 16,80 € rende di più che venderne 2000 a 4,80 €? Non mi risulta. Ci sono prezzi che fanno sì che l’acquisto sia se non d’impulso quanto meno “poco meditato” e prezzi sui quali invece rifletto più o meno a lungo prima di acquistare il bene. Non dico che si debba arrivare al famoso prezzo per l’acquisto d’impulso che è rappresentato da 0,99 € - chi pensa seriamente che stia correndo il rischio di buttare via 1 € facendo un acquisto del genere? Penso quasi nessuno - perché non sarebbe un prezzo sempre sostenibile né equo anche per pubblicazioni non cartacee. Dico semplicemente che c’è un grande margine di manovra tra i prezzi attuali - che c’è chi si ostina a pensare siano sostenibili - e il classico 0,99 €. C’è tutto un mondo tra questi due estremi che non aspetta altro che di essere scoperto ;-)
Attendiamo fiduciosi l’ingresso dei piccoli editori e di un po’ di sana innovazione per fare decollare un mercato che sembra decisamente promettente.
Finalmente è disponibile la beat pubblica per la tanto attesa suite Adobe Digital Publishing. Leggo il comunicato e guardo online le pagine dedicate e cosa scopro? una politica dei prezzi non propriamente per tutti.
Qualcuno mi dirà: ma stampare costerebbe ben di più! Certo, chi ha mai detto il contrario. Solo che l’editoria digitale nasce avendo (anche) come obiettivo l’evitare i costi di stampa e distribuzione. Se li sostituiamo con altri costi fissi non proriamente modici, come la mettiamo? L’editoria digitale consente e consentirà di veicolare ben altri contenuti rispetto alla carta stampata, è ovvio, ma la politica dei prezzi è e sarà parte fondamentale soprattutto agli esordi, dove un prezzo eccessivo potrebbe spostare troppo in alto l’asticella per chi voglia provare l’ingresso sul mercato.
Questo sia per gli editori - quindi con riferimento ai costi di produzione - sia per il cliente finale - visto che un costo alto di produzione inevitabilmente si convertirà in un costo non basso di vendita, non si lavora certo per fare beneficienza ;-)
Quasi 700 dollari può non sembrare molto per gli editori medio-grandi e grandi, ma può essere troppo per realtà medio-piccole e di sicuro lo è per le realtà piccole. Perché poi al costo mensile fisso c’è da aggiungere un costo per ogni numero. E qui mi sorge un dubbio? Trattandosi di una cifra bassa - 30 centesimi di dollaro - devo intenderla come riferita ad ogni numero di una ipotetica pubblicaizone o è un costo/copia per cui 30 centesimi per ogni copia venduta?
Ecco, mi piacerebbe che alcuni aspetti di questa nuova offerta venissero chiariti al più presto da Adobe: come giustamente si faceva notare nei commenti su facebook il prezzo è decisamente alto per moltissime realtà.
Siccome la piattaforma - perché di questo si tratta - offre molti servizi tra i quali la distribuzione, l’e-commerce etc., la politica dei prezzi può benissimo non fare una piega, ma l’aspettointeressante sarà capire se - per chi non sia interessato a sfruttare tutta la piattaforma e i suoi servizi - ci sarà modo di pubblicare e distribuire i contenuti liberamente e in piena autonomia.
Con la suite CS5 sarà possibile creare i contenuti, è vero, ma se l’unico canale di ditribuzione resterà la piattaforma Adobe Digital Publishing allora avremo l’ennesimo canale chiuso, alla Apple per intenderci. Dopo il negozio di app per iPhone, per iPad e in futuro anche per OSX, ecco il negozio Adobe per l’editoria digitale.
Ribadisco, capisco le logiche di prezzo perché i servizi vanno remunerati, ma se la distribuzione sarà blindata non penso che si farà un gran servizio al settore.
Questa ovviamente è solo la mia opinione, aspetto comunque i prossimi giorni per vedere se ci saranno ulteriori dettagli ed in ogni caso il 10 novembre prossimo per la conferenza Adobe sull’e-publishing che si terrà qui a Milano.
L’ITALIA CHE COMUNICA: NUOVE FORME DI ESPRESSIONE IN UN PAESE CHE AVANZA.
Con la partecipazione dei passanti di largo Camillo Caccia Dominioni a Milano e della metropolitana di Roma.
Ospite d’eccezione, un gruppo di ultras serbi.
Sto parlando degli elastici. Non quelli classici, però. Quelli uso ufficio, di colori pallidi e di varie dimensioni. Quelli sono è restano un prodotto “sfigato” nel senso che ha un suo mercato ben stabilito, un suo costo diproduzione e soprattutto un suo costo di vendita che non può - all’improvviso - cambiare più di tanto.
Dunque, qual è la notizia? La notizia è che qualcuno è riuscito a riposizionare brutalmente verso l’alto i poveri elastici. Certo, sono elastici particolari, come amano sottolineare i produttori sono fatti al 100% di silicone. Sono - però - pur sempre elastici.
E allora come è stato possibile risposizionarli sul mercato? Semplice (per chi l’idea l’ha avuta, ovvio): gli si da una forma particolarissima, di vari colori, e li si vende in edicola. La forma è visibile “a riposo”, poi l’elastico - come tale - si tende e la forma diventa quanto meno difficilmente riconoscibile. Ma una volta a riposo la forma originale ritorna.
Ecco a voi Shokky Bandz. Un modo veramente originale per riposizionare degli elastici. Che - manco a dirlo - costano anni luce di più rispetto a quelli che uno compra e usa in ufficio ;-)
Roma ha un nuovo logo. Forse. Sì, perché ora che finalmente si conosce il vincitore del concorso “Roma in un’immagine” infuria la polemica. Su più fronti.
C’è infatti chi afferma di essere la reale autrice del logo (leggere l’articolo citato per i dettagli) che quindi non sarebbe un’opera originale del vincitore e c’è chi, da tempo, afferma di conoscere il nome dell’agenzia vincitrice. Si tratta di Stefano Buscaglia, che ha anche aperto un gruppo ad hoc su Facebook: Roma in un’immagine - Aspettando il risultato.
Mi sento decisamente in imbarazzo per la situazione, seppure non mi riguardi in prima persona. Come è possibile che in Italia non si riesca a gestire un concorso in modo decoroso? Passi per la questione della paternità dell’elaborato - trattasi di una eventuale questione legale tra due persone terze rispetto al Comune che ha indetto il concorso - ma come mai qualcuno ha potuto già annunciare il vincitore con largo anticipo, dando adito così ai soliti dubbi?
Aggiungiamoci anche che Umberto Croppi, assessore alle politiche culturali e alla comunicazione del comune di Roma, afferma (vedasi articolo citato in apertura) che il logo “era facile realizzare, visto che Roma ha un suo brand da qualche migliaia di anni” e io mi domando come mai, allora, sia stato indetto l’ennesimo concorso poi fonte di polemiche…
Per altro l’assessore Croppi è lo stesso che affermò, tempo addietro, che il logo “I love NY” costò 14 mln di dollari alla città quando è ormai noto e arcinoto a tutti - avendolo Milton Glaser dichiarato in decine di interviste - che il marchio venne realizzato pro bono. Al massimo, ipotizzo io senza avere dati di riscontro, 14 mln di dollari fu il costo della campagna che venne studiata per il rilancio della città e dello stato di New York.
Povera Italia della comunicazione. Con la c minuscola. Non merita scomodare le maiusco qui…
Audio
Profile
Summary
From graphic design for events to visual identities, from illustrations to typography: you always have to tell a story.
I'm a fan of lifelong learning & training.
Experience
- Nov 1999 - PresentCommunication designer / ilpiac | Design per la comunicazioneI create communication projects for various media, both online and offline.
- Dec 2006 - Jul 2011Communication designer / f-o-r-m-e: buone idee per comunicaref-o-r-m-e works in communication design field, both for online and offline projects.
- Oct 1998 - Oct 1999Graphic designer / AlefAt Alef I was in charge of developing web graphic projects and I took care of two columns for an IT and graphics magazine.
Education
-
2008 - 2008CFP BauerType design
-
1992 - 1998Università degli Studi di Torino
- Liceo Scientifico G.B. Bodoni - Saluzzo