generAzione rivista è nata a Mantova nel 2008, nel corso del Festivaletteratura, attraverso la volontà di alcuni giovani volontari, provenienti da tutta Italia, del Blurandevù. Da quel settembre scrive e si sperimenta e cerca una via efficace per DIRE e FARE qualcosa di vero, d’importante, di giovanile ma non frivolo. Abbiamo molto di cui parlare, e su cui interrogarci.
La nostra generazione grida alla terra, non al vento.
Cari lettori, lo sapevate che questo mese di maggio non è stato un mese qualsiasi ma il maggio dei libri? Si è trattato di una campagna nazionale, nata nel 2011, per sottolineare il valore sociale della lettura come elemento chiave della crescita personale, culturale e civile: promossa dal Ministero per i Beni e le Attività culturali e iniziata il 23 aprile, Giornata Mondiale del Libro, si conclude oggi 23 maggio con la Festa del Libro.
Non lo sapevate? Beh, vi abbiamo aiutato noi or ora a saperlo. E, se volete saperne ancora di più, andate qui.
Quello che ci preme dirvi è che oggi 23 maggio, per festeggiare degnamente tale giorno, i Mulini a Vento (case editrici Voland, Nottetempo, minimum fax, Instar, Donzelli, Iperborea e La nuova frontiera) hanno organizzato tre flash mob dedicati al libro (non a caso, sono Flash Book Mob): a Milano, Roma e Torino.
generAzione sarà presente a quello di Milano. Vi aspettiamo perciò, con un libro, alle 19.30 al centro della Galleria Vittorio Emanuele: a un dato segnale (probabilmente un fischietto), fermatevi, tirate fuori il libro e leggete ad alta voce per qualche minuto, imbarazzando voi e i passanti.
Ci vediamo là.
Qui le nostre foto:
Clicca per vedere la presentazione.
Il B.I.R.R.A. ormai dovreste sapere cos’è, soprattutto se avete preso tra le mani la nostra rivista l’anno scorso, se siete bolognesi giovani e coccolosi e se amate la birra artigianale e la cultura. Noi c’eravamo nel 2011 (facile rimembrare la nostra presenza: guardate le foto qui e leggete il resoconto qui), ci siamo stati per organizzare un po’ di questioni autoproduttive e ci siamo anche nel 2012. Stavolta vogliamo la compagnia di nuovi amici: Lahar magazine, una rivista molto bella (dove “bella” non è un aggettivo a caso) e con temi ogni volta più brillanti. I numeri di Lahar che porteremo con noi saranno “2084” (dedicato al futuro), “biciclette” (dedicato al mezzo più hipster ed ecochic esistente) e “matrimonio” (perché anche nel 2012 si convola felicemente a nozze).
Di nostro avremo finalmente copie stampate della rivista e, per l’esattezza, il super apprezzato “dettagli” che nella sua nuova veste stampata lucida e colorata vi farà impazzire.
A Bologna, esattamente al Bartleby in via San Petronio Vecchio 30/a, avremo un banchetto ricolmo di vita e riviste. Faremo una presentazione breve e illuminante davanti a tutti voi lettori e possibili fans e, infine, ben due iniziative importantissime: “METTICI LA FACCIA!“, dove il vostro bel viso e la copia di genrivista vi daranno un look tutto nuovo, e “PRENDI UNA RIVISTA, OTTIENI DUE RIVISTE“, dove con una copia di generAzione vi portate a casa anche una copia di Lahar magazine. Che cosa volete di più?!
Quindi siete tutti invitati e benvenuti al B.I.R.R.A. 2012 dove ci saranno, per genrivista, Clara Ramazzotti, Iuri Moscardi, Anna Carrozzo, Matteo Bianchi e Andrea Checcucci.
See ya!
evento facebook: https://www.facebook.com/genrivista/events#!/events/407073275982202/
hashtag su twitter: #birrariviste
Che strana città Milano: capita di viverci sette anni, passando infinite volte dalla Stazione Centrale, senza mai notare un grattacielo di 32 piani. Così come capita che i padroni di casa si accorgano di possederlo solo quando qualcun’altro glielo ricorda.
Sto parlando dell’esperienza di MACAO: il 5 maggio un gruppo di artisti, curatori, critici, guardia sala, grafici, performer, attori, danzatori, musicisti, scrittori, giornalisti, insegnanti d’arte, ricercatori, studenti, operatori dell’arte e della cultura hanno occupato la torre Galfa a Milano, un grattacielo costruito negli anni ’50 e da anni abbandonato a se stesso. Lo scopo era di costruire dal basso uno spazio dove produrre arte e cultura, contro la “logica per cui la cultura è sempre più condannata ad essere servile e funzionale ai meccanismi di finanziarizzazione” e per “un’idea di cultura come soggetto attivo di trasformazione sociale”. Fin da subito l’attenzione dei “media” è stata altissima, i post sui social network numerosissimi e l’attività di MACAO intensa. Ma tutti sapevamo che sarebbe durata poco: in Italia, oggi, un’esperienza del genere? Ma dai…
Infatti il 15 maggio è arrivato, puntuale, lo sgombero; pacificamente, ma è successo. E subito è iniziata la mobilitazione di un sacco di persone, accorse in via Galvani sotto la tore Galfa per dire che non ci stanno. C’era anche generAzione (Iuri) a curiosare, a guardarsi attorno, a cercare di capire. E quello che c’era era un sacco di cose.
Una variante incredibile di persone, innanzitutto: no, non una cosa da sessantottini − come lo ha subito chiamato qualcuno, schifato − ma un grande e bel momento di partecipazione di gente così diversa che solo il credere nella stessa idea poteva riunire. C’erano giovani, giovanissimi e anche parecchi “anta”: uomini e donne maturi, adulti, consapevoli di quello che stavano facendo. Poi c’era Dario Fo, instancabile nel dare una mano come poteva (telefonata in diretta per chiamare invano l’assessore Boeri compresa). E c’erano musicisti, disegnatori, cantanti; gente colorata, tanti con lo scotch azzurro e giallo sui vestiti (i colori di MACAO), a disegnare cartelli o roteare le bolas.
C’erano i ragazzi che hanno occupato la torre, e si vedeva che non avevano dormito; c’era Massimo De Vita del Teatro Officina, c’era gente che suonava la chitarra e il trombone, c’erano giornalisti, c’era la signora che si è presa le piantine dell’orto di MACAO arrotolandole in una pagina di Repubblica con la faccia di Saviano, c’era Basilio Rizzo (presidente del Consiglio Comunale di Milano). C’erano, vicinissimi, altri due grattacieli: il Palazzo Lombardia, sede della Regione, e la Torre Cesar Pelli A, che sarà la sede di Unicredit. Ma quelli non erano a rischio sgombero.
Non c’era niente di sovversivo, tranne forse la voglia di rappresentare qualcosa di diverso dalla finanza e dall’obbligo di sottostare sempre e soltanto ai valori del soldo e del guadagno. Non c’era nemmeno la tensione tipica di queste situazioni, con i poliziotti con gli scudi e i manganelli fermi a presidiare l’entrata e lasciati tranquilli.
È stata una mattinata colorata e diversa dal solito, con una strada di Milano riempita di gente e nessuno a protestare (nemmeno il benzinaio di fronte alla torre, monopolizzato dalla presenza della gente e senza clienti).
Nel tardo pomeriggio è arrivato anche il Sindaco Pisapia che, dopo essersi un po’ incartato sulla legittimità o meno di occupazione e sgombero, ha promesso un altro spazio. Chissà… È stato criticato, quello sì, perché ci si aspettava di più, da lui.
Al di là di ogni retorica, lo sgombero ha dimostrato efficacemente − ancora una volta − due cose: che Milano (una delle città più importanti d’Italia) vuole spazi anche per la cultura e l’arte, non solo per le auto e per la spesa (dove far cultura gratuitamente, senza obblighi di sponsor); e che l’amministrazione della città fa ancora fatica a concedere questi spazi. L’occupazione è stata una provocazione: era logico che, essendo di per sé illegale, sarebbe arrivato lo sgombero. Quello che rimane da chiedersi è se davvero chi governa la città saprà ascoltare le richieste di una parte numericamente enorme di cittadini. Non si può prendersela con il Sindaco Pisapia: sta provando a cambiare la politica e la mentalitò dei milanesi con gesti importanti (vedi l’area C o le magnifiche domeniche senza auto, ancora troppo rare purtroppo); ma è pur sempre il Sindaco, non poteva difendere un atto di per sé illegale né tantomeno giustificarlo. Poteva, e può, capirlo: e se lo avrà capito lo vedremo dalle risposte che vorrà dare agli ex occupanti della torre Galfa.
Non è tanto una questione di sogni, stavolta, né delle utopie nascoste per loro natura in questi fenomeni: si tratta al contrario di qualcosa di molto pratico e concreto, cioè uno spazio fisico e il riconoscimento dell’importanza di un movimento come quello di MACAO. Vedremo se partirà il solito ritornello del “non si investe sulla cultura, meglio andarsene via, ecc.” oppure se il Sindaco Pisapia avrà il coraggio della svolta decisiva.
P.S.: una cosa non ho scoperto. Chissà a cosa pensavano i poliziotti a difesa della porta: saranno stati anche loro, sotto sotto, un po’ contagiati dell’entusiasmo magari? Mah…
Clicca per vedere la presentazione.
Se un giorno entrate in una libreria e questa libreria vi informa che potete scegliere dieci libri completamente gratis quale brillio felice vi inonderebbe gli occhi? Le vostre mani cominciano la caccia frenetica ai libri più costosi, ai saggi Einaudi o a qualche bella serie di Meridiani, ripiegando poi su quel libro “che proprio volevo leggere”. Se a farlo è Bookrepublic (ma anche UltimaBooks, in questi giorni, che ha proposto Erri De Luca) con dieci succosi e-book non c’è alcuna differenza. Dieci libri gratis, alcuni molto interessanti e altri classici imperdibili che, in digitale, fanno un po’ strano a vedersi (Cuore di tenebra di Conrad e Emma di Jane Austen).
Basta registrarsi al sito, aggiungere al proprio carrello il pacchetto speciale e con 0,00 € sono vostri.
Non avete l’e-reader? Embè? Scaricatevi sempre gratis Adobe Digital Editions e potrete leggere qualunque formato sul vostro pc/mac, senza sforzi, senza acquistare Kindle e compagnia.
E non abbiatene a male con le librerie “reali” che non regalano dieci libri, le spese sono molto diverse quando si parla di e-book.
Pacchetto dieci e-book:
Che cosa vi aspettate da una notte d’amore? Quali etichette pensate di mostrare, quali mosse segrete che non avete mai osato realizzare, quali paesaggi del vostro corpo scoprire e riuscire a intravedere?
Che biancheria indossare? Tanto la si toglie, ma meglio nera.
Che musica di sottofondo usare? Far partire I-tunes con il rischio di incappare in qualche brano imbarazzante che spezzi l’armonia del momento non se ne parla. Una playlist su misura? Forse troppo. Meglio jazz. O forse meglio niente.
Chissà cosa può pensare, lui o lei, di questi sciocchi retroscena. “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?”, si chiedeva Raymond Carver nei suoi racconti minimalisti dove l’altro non esiste (o, meglio, esiste in tutta la sua alterità) e tutto succede fuorché gli atti d’amore e di tutto si parla fuorché d’amore, e sta al lettore scoprire negli angoli nascosti della narrazione di cosa si parla. In questa raccolta avviene esattamente il contrario: le parole si trasformano in atti, e viceversa, regalando al lettore una visione interna ed esterna.
Tutto accade in una stanza, in quattro mura: un uomo e una donna sono uno davanti all’altra, pronti al combattimento amoroso. La donna è la scrittrice. La stanza è la sua mente, dove l’incontro d’amore si trasforma in un teatro di parole e di carne, dove le voci ben distinte dei due amanti si alternano e dialogano durante l’incontro, in un andamento emotivo che segue il ritmo di una marea, di un’onda trasportata, schiaffeggiata e gonfiata dal vento.
Ma quel che accade è soprattutto poesia. La vita di Patrizia Valduga è intrisa di grande letteratura, il suo orecchio è portato all’ascolto della tradizione e della musica autentica: nei suoi scritti troviamo, infatti, un uso impeccabile e sensuale della metrica. Prima di Cento Quartine e altre storie d’amore (Einaudi, 1997), in cui sperimenta la quartina in versi endecasillabi, segna il suo esordio nel 1982 con Medicamenta, raccolta in cui fa uso di molte forme metriche tradizionali attirando l’attenzione dei critici. Questa sua peculiare attenzione alla metrica è una forma di amore per la tradizione e rispetto per la bellezza, ma anche e soprattutto una forma di dialogo e di gioco con essa. Ed è in questo discorso che si inseriscono le Quartine.
Come sei bello quando sei eccitato!
Come hai gli occhi più neri…
così neri: due nere notti che stanno in agguato
sopra i miei sensi, sopra i miei pensieri.
«Tu mandali a dormire i tuoi pensieri,
devi ascoltare i sensi solamente;
sarà un combattimento di guerrieri:
combatterà il tuo corpo e non la mente…»
(pagg. 5-6)
Così inizia il gioco, in primis d’amore. La donna ha in mano il discorso poetico, e la sessualità è filtrata attraverso i suoi sensi. In questo fluire di emozioni, tuttavia, la voce dell’uomo interviene necessaria e ineluttabile a bilanciare una poetica che tende verso una profondità oscura, verso una deriva interiore lontana. Il simbolismo del femminile e del maschile è trasformato in un sistema dialogico: quello che nella poesia tradizionale verrebbe reso attraverso metafore e figure retoriche di diverso tipo qui assume la forma dialogica come simbolo (la donna e il suo discorso amoroso complesso, la sua sessualità misteriosa e succube, le sue intenzioni non dichiarate da un lato; la sessualità maschile come triviale e nuda, che si eccita “a luci accese” e utilizza un linguaggio volgare dall’altro); il tutto vestito di perfetti versi alessandrini.
Cielo deserto, patria delle stelle,
feroce con la cenere e le ossa,
ho male dappertutto, anche alla pelle,
e sarà più feroce la riscossa.
Bisogna anche dormire amore santo…
«Ma sì, ma sì, adesso dormirai,
così, di fianco, se ci tieni tanto,
col cazzo nella fica. Dormi, dai.»
(pagg. 72-73)
Gli atti verbali sono atti carnali, e viceversa. Siamo così passati ad un secondo livello di lettura, ovvero quello della provocazione stilistica: l’autrice ruba ai “grandi” diversi frammenti, come questo appena citato dal Pascoli (Italy, canto XIII: “Cielo, e non altro, cielo alto e profondo,/ cielo deserto. O patria delle stelle!”); o, ancora, da Catullo (Carme 5: ”Da mi basia mille, deinde centum,/ dein mille altera, dein seconda centum,/deinde usque altera mille, deinde centum”; pag. 9 delle Quartine: ”Baciami, dammi cento baci, e mille:/ cento per ogni bacio che si estingue,/ e mille da succhiare le tonsille,/ da avere in bocca un’anima e due lingue”).
L’autrice sembra chiedersi, attraverso questi “fuochi” mescolati ad un registro linguistico assieme delicatamente psicologico e sfacciatamente triviale, se sia ancora possibile fare Poesia dopo Montale. Lui, il grande italiano del Correlativo Oggettivo, ha portato via con sé l’uso delle figure retoriche e dell’intertestualità ed ha aperto una nuova sfida per la poesia italiana. Ecco che Valduga propone la sua soluzione alla crisi del verso, in cui è ancora possibile un gioco poetico, ma in queste condizioni: niente maschere se vogliamo perdere l’identità.
In questa stanza che non ha più uscita,
come stormisce il sangue, e al suo stormire
è il mio turno di vivere… di vita…
Io so che sai che cosa voglio dire.
«So solo quello che mi basta a stento
per non sprecare i battiti del cuore,
perché sapere, sappilo, è un tormento:
è sempre chi più sa che ha più dolore.»
(pagg. 19-20)
Così la “stanza”, oltre che la mente dell’autrice, diventa anche stanza in senso musicale, poetico, diventa la piattaforma su cui parole e atti possono danzare al suono di una musica impeccabile, puntuale, che tutto lascia fluire come una marea, come le onde gonfiate dal vento.
Sono il mare di me, mugghiante in me,
e senza oriente, senza più occidente,
la mia matrice muove verso sé
e bagno le mie rive lentamente.
(pag. 42)
*
Due righe di biografia
Patrizia Valduga nasce a Castelfranco Veneto nel 1953. Dopo aver lasciato Medicina, si iscrive alla facoltà di Lettere di Venezia dove segue i corsi di Francesco Orlando (che fu allievo di Tomasi di Lampedusa), grazie al quale si avvicina alle teorie di Ignacio Matte Blanco, che avranno un’influenza sulla sua poesia e sul suo pensiero. Diventa traduttrice di nomi illustri: John Donne, Mallarmé, Kantor, Valery, Crebillion, Molière, Céline, Cocteau.
Se vi è piaciuto questo testo, vi piaceranno anche, della stessa autrice: Medicamenta (Milano, Quaderni della Fenice, Guanda, 1982); Corsia degli incurabili (Milano, Garzanti, 1996); Prima antologia (Torino, Einaudi, 1998); Quartine. Seconda centuria (Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2001; che prossimamente recensiremo per questa rubrica); Lezioni d’amore (Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2004).
Patrizia Valduga, Cento Quartine e altre storie d’amore, Torino, Einaudi Collezione di Poesia, 1997 (173 pag., 13,50 €). La raccolta contiene anche il poema La tentazione e un monologo da Fedra di Racine.