il punto nella situazione
Questa è una canzone che parla direttamente di me. Non in modo così diretto, a volte prende delle deviazioni, traccia percorsi alternativi solcando un volto che è simile al mio, ma che è simile anche allo sguado di migliaia di altri, identico però solo a quello del Boss. E’ una canzone che non ha nulla da perdere, scritta perchè quando senti che il tuo tempo è agli sgoccioli, devi per forza trovare le cose giuste da dire.
E nel fiume di parole che ne compongono il testo, zio Bruce riesce a metterci davvero l’anima. Assieme a due o tre altre cose che contano. Intanto immaginate il panorama. Questa strada sulla litorale, una vecchia casa di legno, bianca. Un porch, una veranda come diremmo noi, che le case al mare, sul litorale di Ostia le facciamo simili ad ecomostri anche se bilocali. C’è questa ragazza che se ne sta tranquilla, ad ascoltare un vecchio brano alla radio. Mary, non è più tanto giovane, non tanto, almeno , per non avere ancora realizzato nulla delle sue aspettative. Ma intanto se ne sta tranquilla, ad aspettare che la Redenzione, che una Redenzione qualsiasi arrivi. Se vogliamo fare un parallelo con la canzone italiana, come purezza, siamo dalle parti di Albachiara, solo che Mary è appena più rigida, ha più bisogno di farsi convincere. Del resto, non dimentichiamoci, ci torneremo, Mary, altro non è che una visione. E’ là, che balla, ed arriva lui. Lui che è l’essenza di qualsiasi cavaliere solitario la musica, il cinema, la letteratura (quanto Kerouac si riesce ad intendere da queste parti) abbiano saputo distillare. Arriva con la sua macchina, e comincia a promettere. Le promesse che fa sono un crescendo che si dipana per minuti lunghissimi ed epici. Ma il messaggio è semplice, la redenzione, il successo, la realizzazione delle promesse, non arriva dall’alto, non ha senso stare ad aspettare quel tipo di forza. A farlo si potrebbe aspettare che finisca l’estate. No, la redenzione è qualcosa che ci si guadagna da soli, che si lotta sotto il sole, anche se è tardi, anche se non si sa in che direzione.
Chi non ama Springsteen dice che alla fine le sue sono solo storie di macchine e lunghe guidate. Può darsi. Ma se sei giovane e non hai un soldo, se non vuoi rovinarti con paradisi artificiali e perderti magari definitivamente, cosa altro puoi avere se non una macchina che ti porti fin dove conduce la strada, accompagnati da una visione di ragazza come Mary?
E così che Bruce si allunga su questo panorama. Parla a lei, ma in realtà ci sta regalando i suoi pensieri. E forse anche le sue paure. E’ tardi, ma possiamo farcela se corriamo. La terra promessa, il paradiso, quello che c’è alla fine delle strada, conta davvero poco. Rinunciando all purezza dello stare chiusi nella propria camera e scambiandola con delle ruote , metà della fatica è già fatta. Ora, cercate di seguirmi in questo gioco. Musicalmente la canzone parte molto lenta, pochi accordi di pianoforte ed un’armonica che vale il biglietto di un concerto. inconfondibile. La voce di Bruce inizialmente è sussurrata, descrive il mondo che vuole farci vedere, Mary, la casa. La radio che suona Roy Orbinson. Poi le immagini cominciano a prendere un ritmo sempre più serrato. La chitarra si unisce al resto della E street band, ed il suono diventa sempre più sincopato, lasciato alle sapienti mani di Professor Bittan. Anche la voce del Boss si riempe di urgenza. E’ questa la parte in cui chiede a Mary di smettere di aspettare un salvatore, che la sola redenzione che gli si possa offrire è al di là del loro sporco vicinato. Ali che diventano ruote, killer sotto il sole. Le visioni si susseguono, e sono ormai un treno in marcia. A quel punto Bruce si permette di fare anche un pò il gradasso e ci parla di lui : ha questa chitarra ed ha imparato come suonarla. Vi ricordate una delle prime interviste che fece ? Raccontò che davanti allo specchio con in braccio una chitarra era stata la prima volta che poteva sostenere il suo stesso sguardo. L’assolo di chitarra che segue, breve e nervoso, più o meno lungo nei live, lo dimostra. E a questo punto Bruce è completamente a ruota libera. Evoca il nome della strada, ci lascia intuire la terra promessa. a quel punto la musica si dilata e la voce di Bruce rallenta. Sta tornando a parlare di Mary, delle promesse che potranno rompersi nella notte, se loro due saranno assieme. E a quel punto la musica accellera di nuovo e Mary la visione incontra i ragazzi con i fantasmi negli occhi, sulle loro scheletriche chevrolet bruciacchiate. E’ epica gotico americana allo stato puro. La musica è così tesa che , per un attimo somiglia allo ska. Le parole ne riflettono l’impeto e Bruce , ormai esausto lascia libere tutte le sue ansie. E lo dice urlando con la voce che svanisce nel pezzo, è una città di perdenti, ma io sto cercando di vincere. La musica va in automatico a quel punto, mentre il suo urlo si scioglie in uno degli assoli di sax più belli e caldi che Big Man ci abbia mai regalato.
Eccola qui, tutta l’epica Springsteniana. Ma voi, in fondo, avete capito di cosa sta parlando ? lo volete sapere? prestatemi orecchio, così su. Pippe. si Proprio quelle seghe, fantasie erotiche di successo. Maschietti capitemi bene. Bruce lavora di fantasia. Mary è una visione, no ? E tutte le paure che si sciolgono in un futuro da prendere appena in tempo sono la sua fantasia, il suo desiderio di qualcosa che non è successo, ma che lui sa che presto dovrà accadere. Man mano che il brano procede, Bruce le spara sempre più grosso, cresce il timbro cresce il registro. Proprio come una fantasia. Quando arriva alla fine, l’urlo liberatorio si esaurisce nell’assolo di sax, e non c’è più la sua voce a dover sostenere il pezzo, la musica può andare avanti da sola con qualcosa di bellissimo, epico, e breve.
Il sogno erotico di Bruce, cinque minuit prima di essere famoso, probabilmente era proprio quello. Essere famoso. La sua storia ci insegnerà che si è sempre dimostrato terrorizzato da tutto quel successo. Perchè presentaraltrimenti si solo con una chitarra acustica dopo il successo ddi un album doppio? Perchè sciogliere la E street dopo 30 milioni di dischi? E poi dopo , tutto il silenzio ?
Solo con la maturità Bruce ha imparato a fregarsene e continuare sul suo cammino. Un cammino, che però, inizia vicino al mare, con una porta che sbatte, ed una ragazza che, come una visione, balla ascoltando la radio…
La settimana scorsa è stata pesante. Non ho scritto molto, non quanto avrei voluto, e quel poco mi è costato fatica. Avere a che fare con una settimana di lavoro che si trasforma in una settimana di influenza non aiuta. L’inverno rigido chiusi in casa ha fatto il resto.
Credo che renda svogliati chiunqe, perciò non faccio eccezioni. Però ho perso l’occasione di scrivere dell’inizio del secondo breve ciclo di Maschere. Maschere , per chi non avesse letto i miei post precedenti, è il mio labour of love, verso il mondo dei comics americani, dei film pulp, della musica rock. c’è tutto il mio mondo dentro, e ho impiegato buona parte della mia vita a dargli la forma che ha adesso. Gli ultimi capitoli, quelli che segneranno la conclusione per tutti i protagonisti devono ancora essere scritti.
Intanto, settimana dopo settimana, rivedo un episodio, e lo pubblico qui. In questi primi mesi dell’anno abbiamo fatto conoscenza con Normal Code. Normal, è un giornalista fallito, fallito soprattutto nell’esistenza. Abbandonato dalla moglie, dimenticato dai figli, costretto a scrivere di cose in cui neppure lui ha voglia di spremerci un filo di anima. Sono solo gli articoli estratti da vinatarama quarterly a darci un’idea delle cose che veramente appassionino Normal. In Maschere la sua storia è appena iniziata, il suo è un personaggio che proseguirà molto a lungo nella vicenda. Per il momento lo abbiamo lasciato alle prese con qualcosa di grosso, molto più di lui. E quando ritornerà, il mondo di Maschere non sarà più lo stesso.
Nel frattempo, questa settimana, farà il suo debutto, il secondo personaggio del serial. Estela Hogan. Estela è un poliziotto duro e puro. Fa un lavoro da uomini, e lo porta avanti con lo stile di un uomo. Il suo futuro, se possibile , sarà ancora più controverso di quello di Normal. E chissà come e quando i loro destini potranno incrociarsi.
La storia di Maschere segue a doppio filo la Storia quella vera. Anche se, in molti casi, è uan versione più elastica, non proprio identica a quella del mondo reale. Ce ne accorgiamo con la Stella, il vigilante mascherato che dagli anni cinquanta agli anni sessanta è passato da vigilante amato dalle vecchiette a figura degna di qualche sospetto. La sua storia è quasi portante all’interno del pantheon di Maschere.
Si, direte voi,ma quando compariranno gli altri supereroi, di questo romanzo sui supereroi?
Presto, credetemi, prima di quanto possiate aspettarvi. Anzi, forse sono già là, ogni domenica mattina…
Settimana magra di post (e non solo, credetemi!) questa che si sta avviando alla conclusione. Colpa un po’ della stanchezza di questo inverno che ci tiene blindati in casa, colpa soprattutto di una influenza stagionale che ha ridotto ai minimi termini la mia capacità di rimanere lucido davanti alla tastiera. Non per questo, se pure a a rate e con meno assiduità del solito, la kermesse per eccellenza è passata trascurata. Devo anzi fare subito una constatazione veloce : pur avendo assistito solo a parte della serata inaugurale (fino all’intervento del Molleggiato, per dirne) a poco o nulla delle due serate intermedie e a quasi tutta la serata finale, bene ho male, so tutto quello che è successo. Tutto quello che conta. So di Celentano, per esempio, so delle canzoni, e ne parleremo. So di Paolo e Luca, praticamente impossibile non sapere della farfalla di Belen, so di Dolores O’Riordan, soccermom cattolica che si beffa allegramente del festival e delle sue canzoni e commenta il suo mazzo di fiori col rosmarino : ‘for the chicken!’ , che fa bene sapere che abbia finalmente superato quella brutta storia dell’anoressia, ho letto i commenti acidi ed inutili di Mario Adinolfi su Facebook e francamente mi fanno un po’ tristezza. Quello che non so,è tutta la vicenda del Sanremo Giovani, quest’anno ribattezzato Social, per via della modalità con cui sono state selezionate le canzoni candidate. Vicenda tutto sommato trascurabile : cosa mai è scaturito di buono da Sanremo giovani? Mi aiutino i vigili ascoltatori, ma credo che tutto sia sprofondato molto velocemente nel dimenticatoio.
Una cosa sul festival, va detta, e senza troppi indugi : bello, e sopratutto brutto, rappresenta davvero una cartina tornasole del paese. Il mondo si ferma, la vita politica, perfino la crisi economica, smettono di avere importanza davanti alle sparate a zero del Celentano di turno. E c’è poco da dire, per quanta controcultura si voglia fare, per quanto indie si voglia essere, alla fine se sei musicista e sei italiano, per forza su quel dannato palco devi passare. Quest’anno è toccato ai Marlene Kuntz, che hanno pure il merito di aver fatto arrivare Patti Smith apposta per duettare con loro. Questo non l’ho visto, ma preferisco così. Dal Vasco nazionale, ai La Crus dell’anno scorso tutti hanno provato a rovesciare le regole dal palco dell’Ariston. Perchè farlo sotto gli occhi di tutta l’Italia che benpensa, forse è molto più importante che farlo sotto gli occhi del pubblico che già li ama così. Devo ricordarmi di mostrare più rispetto per Ligabue, che ha sempre detto che da rocker non sarebbe andato a Sanremo, e, da quello che so, ancora non l’ha fatto.
Festival delle polemiche comunque, dove tutti i vezzi vengono messi sotto la luce dei riflettori , come animali esotici in mostra. Una volta si faceva la gara a cercare i plagi, a capire chi truccava di più le classifiche. Adesso che la musica si scarica gratis e che il meccanismo di voto è stato mutuato da quello dei reality tutto prende un andamento più lineare. Le polemiche, anche quest’anno, sono state pilotate da dietro quel palco metallico che ai miei occhi da nerd non poteva non somigliare al ponte della Morte Nera. E chi chiamare per fare polemica, se non quello che, in quanto apparizioni Rai, più polemica ha sempre fatto? Ma si, ovviamente lui, il ragazzo della via Gluck. Ora premetto che io Celentano non l’ho mai potuto soffrire. Non perchè sia così sfacciatamente filo ecclestiasta, no, ce l’ho con lui proprio musicalmente. Ha preso una delle canzoni più belle di sempre, Stand by me di Ben E. King, l’ha fatta adattare a Ricky Gianco, in un pezzo bigotto e lacrimoso, e non solo poi non ha fatto partecipare Gianco all’incisione, ma siamo andati vicini che non pagasse i diritti all’autore. Da uno così, mi aspetto tutto. Che sia diventato famoso per la sua capacità di prendere lunghe pause sbattendo gli occhi come se dovesse dire qualcosa di tremendamente importante per me è un mistero. Ma la colpa non è sua, è degli italiani che ci cascano. Con l’età è diventato pure uno di quei saccenti che è convinto di venire a spiegare la realtà a tutti. Che è lui l’emarginato perchè c’è qualcuno non lo fa parlare. E allora via con scenate finto apocalittiche, con macerie sul palco e rombi di elicotteri neanche fosse apocalypse now. E lui che prende quindici minuti e due bicchieri d’acqua strappa applausi (bere acqua per interrompere un discorso serio non fa descamisados neppure alle feste dell’unità di provincia, ma nel linguaggio del festival somiglia ancora ad un duro atto anti establishment) per snoccialare pure e semplici banalità. Che fosse una provocazione il suo invito a chiudere certe testate, si capiva da subito. Che la polemica durata due giorni servisse per non parlare per un po’ di cose più di cose più gravi e più serie era altrettanto ovvio. Panem et circenses . Tutta l’invettiva con Pupo, il balletto in stile Blues brothers con l’inglese posticcio e approssimativo, tutto confezionato per far credere ai parrucconi ultraottantenni della platea che il rock ‘n’ roll è arrivato e a sdoganarlo c’è proprio il Molleggiato. Neanche fossimo ancora in principio degli anni ’60.
Che poi arrivino Paolo e Luca a fare scalpore con qualche parolaccia di troppo, non mi stupisce molto. Magari si riesce ad essere trasgressivi e moderni anche con eleganza, ma in fondo è tutto là per condire e stupire. Quello che mi indispettisce sono state le esibizioni del sabato sera di entrambi, fatte per rettificare e chiedere perdono. Perchè si sa, la pagnotta a fine sera serve a tutti. Così Paolo e Luca in smoking e truccati da pagliacci fanno tristezza, per il messaggio che mandano : non ha senso essere irriverente se tanto devi scusarti. Celentano pure peggio. Con i finti fischi, pilotati, per farlo sentire ancora di più un contro-eroe. Questa gente ha preso i soldi per due ospitate, e non si è neppure presa la briga di prepararsi due pezzi. Ed io pure a chiedermi dove finiscano i soldi del mio canone.
Del tatuaggio di Belen non voglio neanche parlare. Mi fanno solo pena quelli che sono stati a guardarsi tutta la sequenza di foto. Avrà le mutande, no non le avrà. Da internet arrivano suggerimenti sul trucco. Mi chiedo solo Qui prodest? ma forse ho paura di scoprirlo.
Per ultime arrivano le cose che dovrebbero essere più importanti in un festival della canzone. Le canzoni. Nessuna vera sorpresa, neppure nella vincitrice. Alcuni si riesumano per l’occasione, altri provano a far gli alternativi di acqua dolce, qualche cantautore, ma intanto, nei primi dieci posti e poi nei primi tre finisce tutta gente nota al pubblico dei reality show musicali. Tanto che viene da chiedersi, se ci sia più bisogno di un festival del genere. In fondo è molto più economico far gareggiare talenti emergenti in un contesto dove il pubblico fa da pollaio. E siano gli sponsor a pagare poi i conti. Il fatto è che Sanremo è un’antica vestigia di qualcosa che non c’è più (c’è mai stato?). E’ un’italietta che si basa sulle apparenze e che si inchina a chi le apparenza le disattende. In cui l’importante è esserci, al costo di esserci male, o sembrare ridicoli. Attempati ma al passo coi tempi come è diventata Hollywood. Le signore impellicciate con orecchini da due etti che ululano alle battute di Alessandro Siani ne sono lo stilema.
Tanto non temete, come nel peggiore Truman Show, domenica sera avremo tutti cambiato canale. Fino, ovviamente al prossimo anno.
Certe avventure hanno un inizio rocambolesco, scoppietante, che le segnerà fino alla conclusione. Certe altre hanno una voce sommessa, quasi a volersi scusare di esistere. Quella che sta per cominciare risponde al mio bisogno di prendere le distazze da una realtà, quella italiana, che, in buona misura, ha sempre considerato la forma canzone come un esercizio di stile sulla rima cuore e amore. Certo, ci sono stati i cantautori, ci sono stati perfino i rocker. Alcui entreranno a far parte di questa storia, che è un pò la mia storia, ma anche la mia personale visione della musica, distante da ogni forma di catalogazione.
Quando ero al liceo, e attaccavo a parlare dei miei musicisti preferiti, la replica dei disinteressati era sempre sullo stesso genere : ‘ma si ho capito, a te piace il rock’. Erano bravi loro che l’avevano capito con una tale chiarezza. Dopo tanti anni, io, ancora non ho chiaro quale genere mi piaccia e quale no. So che se un pezzo mi prende,non importa se scavalla i generi o se può finire in classifica, oppure in televisione. Ma la sola cosa che per me sarà importante per me, è la sua onestà, Non quella di chi il pezzo l’ha scritto, no, proprio quella di quella strana alchimia, che ti fa battere il piede a tempo, e ti lascia a fischiettare un motivetto mentre aspetti la metropolitana.
Così, proprio stasera che la maggior parte dei televisori italiani è sintonizzata sul festival, proprio stasera che anche il mio televisore in sottofondo, trasmette Celentano che si atteggia a profeta del luogo comune, io chiamo a raccolta un nume tutelare, Lester Bangs. Vera icona del giornalismo gonzo, capace di giudicare un disco dalla copertina, e con un senso critico spiccato ed intriso di ironia. Mi sarebbe piaciuto leggere la sua su Napster, sulla musica dopo che era diventata ‘lindustria del più fico’, su quei cavolo di talent show che ti convincono che per comporre un tuo brano devi vincere un televoto. Lester probabilmente ne riderebbe e poi si ubriacherebbe fino a dimenticare la realtà così com’è.
Poi finirebbe in un piccolo negozio di dischi troppo periferico per essere centrale, e troppo laterale per essere in centro, e ci rimarebbe fino alla fine dei giorni. Negozi come il Champioship Vynil, qualora esistano ancora. Per chi non lo sapesse il Champioship Vynil è un negozio di dischi dell’East End londinese generato dalla mente di Nick Hornby. In un romanzo splendido e minimalista, Alta Fedeltà, quasi tutti i personaggi ruotano in piccola o grande misura, attorno alle mura del negozio di dischi. E tutti hanno la passione per la classifica dei brani più… (inserite voi la categoria che preferite). Questa fissa per le classifiche è rimasta al caro Nick Hornby, tanto che, qualche anno dopo, nel suo 31 Songs, pubblicò una sua simil biografia, segnata dalle canzoni che gli avevano accompagnato la vita.
E’ più o meno con questo criterio che mi dedico a questa nuova rubrica. All’idea che esistano delle canzoni che mi hanno segnato la vita, e senza le quali non saprei vivere. Non ho idea se siano 31, o 310 o solo 3. So soltanto che per delle canzoni senza prezzo, scrivere una classifica senza capo è il modo migliore per renderle omaggio.
Pronti? allora cominciamo…
La notizia, è ormai della settimana scorsa, ma devo ammettere che ho faticato un pò a digerirla. Mi sa che sto diventando troppo vecchio per queste cose, troppo incline a considerare inarrivbile e comunque migliore, qualcosa, solo perchè legata alla mia esperienza personale. Rimanendo nel contesto, avevo già digerito a fatica che le avventure di Saint Seiya (i Cavalieri dello Zodiaco, per chi, come me, è cresciuto innamorandosi dell’adattamento nostrano) potessero proseguire in non uno, ma in due sequel. Entrambi dall’aroma squisitamente shojo, ed uno pure in procinto di essere considerato apocrifo dallo stesso sensei Masami Kurumada. Che poi sia proprio questo, Lost Canvas, (soprannominato comunemente ‘anche i Saint piangono’ in certi ambienti duri, puri ed integralisti) ad aver raggiunto pure il successo di due serie di OAV per me è quasi un mistero. Mi spiego : alla fine, in assenza di meglio, ci si abitua. Si finisce per riguardare le 26 puntate in versione rigorosamente originale sottotitolata e ci si convince che, beh, insomma dai, potrebbe anche funzionare. Ma la verità è che pur non essendo esenti da meriti, paragonata alla serie originale, a dispetto di vent’anni di animazione in più, non c’è storia. Gli ultimi sette/otto episodi presentano un intreccio più complesso, ed i personaggi vengono caratterizzati da sufficiente profondita e sfaccettature. Peccato per il character design, che rende tutte le armature più simili ad elaborate vesti che alle tradizionali vestigia. E di fatto anche Kurumada, ha provato a rinarrare la stessa storia da un’ottica completamente differente : Next Dimension, manga colorato, dallo stile grafico involuto e dalla lentenzza esasperante che sembra pesantemente riscrivere lo stesso soggetto, ossia quello della guerra tra Athena ed Hades, svoltasi duecento anni prima della serie classica. Il punto è che alla fine entrambe le serie non aggiungono o concludono niente.
Il che ci porta alla notizia odierna : annunciata per aprile, la nuovissima serie di Saint Seiya: Omega. dimenticandoci del molto ben realizzato lungometraggio overture, in questa serie, Seiya è il redivivo cavaliere del sagittario mentre una nuova generazione di saints è pronta a prendere le difese di Saori Kido contro una nuova divinità : Marte. Ora, tralasciando saints dodicenni e discendenti cavalieri di clan ninja (suvvia anche le serie classica aveva i cavalieri meccanici!) , l’aspetto su cui mi vorrei soffermare è il design. Lo ripeto, finisco per essere integralista, ma a me , il lavoro di Shingo Arachi piaceva e molto. Quel tratto longilineo e sporco che dava ai personaggi eleganza e durezza, faceva si che trasparissero la sporcizia ed i lividi dell’essere un combattente. Già in Lost Canvas i cavalieri sanguinano e basta, in puro stile emo. Ma in questa serie, ho paura che non faranno neppure quello. Sembrano così carini e teneri, così pronti a sbandierare l’amicizia su ogni tipo di gadget da qui ai prossimi due anni!
Scherzi a parte, sono convinto che Omega soffrirà dello stesso difetto dell’industria del manga in generale. Ossia di quella eccessiva auto caricatura, che rende ogni personaggio la copia della copia della copia di un grande classico. Non dico che non ci saranno spunti originali, il concept è sin troppo ben congeniato e testato per non funzionare. Ma quello che mi preoccupa è il target. Sembra molto un prodotto settoriale, dedicato ad una fascia di età molto bassa. Se avessi un solo cartone animato, padon, anime, da guardare tutta la vita, sceglierei l’originale Saint Seiya. Avevo dodici anni quando trasmettevano le puntate della prima parte (la serie fu spezzata in due tranci) a raffica sulle tivù regionali. Adesso che di anni ne ho 34 colleziono i myth cloth e credo che ci sia un messaggio di fondo, nella serie che ha ancora una fruibilità valida. Chi si ricorderà di Saint Seiya Omega tra vent’anni? Sarà solo uno delle innumerevoli trovate che avranno tirato fuori nel frattempo nella speranza di rinverdire un ormai non più tanto solido franchise?
Non lo so. Per certi versi, sembra un pò quello che è stato fatto alla saga di Gundam : partita come una serie dal taglio adulto, ha man mano abbasssato l’età anagrafica dei protagonisti, e degli spettatori, fino a trasformarsi in tutto quello da cui la serie originale prendeva le distanze : una serie con robottoni giganti e piloti ragazzini. Nell’84 a Saint Seiya, si contrapponeva l’invincibilità del protagonista di Hokuto no Ken, che, salvo rari casi, non faceva grossa fatica a sopravvivere. E l’altra alternativa erano le arti marziali gigioneggiate di Dragonball, dove l’ironia ed una certa ruffianaggine vincevano su tutto. Saint Seiya aveva un taglio unico, basato su dei personaggi che, malgrado il Cosmo, erano credibili e profondi. Vedere le nuove armature, simili a qualsiasi Dragon Quest, e quel Seiya adulto, lontano dal personaggio spaccone e testardo che era, mi fa un pò di tristezza. Forse sono diventato troppo vecchio io. O forse, l’effetto lifting fa sembrare più vecchi e plasticosi i manga evergreen.
Qulche settimana fa, in una gelida serata a Bologna ho comperato un libro, come faccio tutte le volte che sono fuori a dormire in quella splendida città dal contesto universitario. E dopo aver cenato in una minuscola osteria, faccio rotta verso la libreria Coop vicino a Piazza Maggiore. Perchè al seminterrato c’è un bagno. E perchè non mi capita tanto spesso di visitare librerie zeppe di gente dopo cena. Comuque questa volta mi sono dedicato ad uno di quegli acquisti che si fanno per serendipità. Cercavo il terzo volume con i racconti di Don camillo a fumetti e mi sono imbattuto in ACAB. Libro con fascetta promozionale. Lo so, di quelli che mia moglie direbbe che sono fatti per attirare gli allocchi. La sua teoria è che se un libro ha una fascetta aggiunta, in genere non vende come avrebbe dovuto e viene arricchito di un qualche tipo di commento adescante. In genere ha ragione., stavolta no. La fascetta parlava di un film che stava per uscire nelle sale. Il titolo, ACAB, come lo storico brano dei 4 Skins. Quel libro ho cominciato a leggermelo la sera stessa in camera d’albergo. E questa settimana l’ho finito, con un solo rammarico : che forse era sin troppo breve.
Carlo Bonini, in poco più di duecento pagine scrive e descrive qualcosa con l’inusitato pregio di far riflettere. E non è che succeda tanto spesso. Personalmente dopo aver letto queste pagine che raccontano stralci degli ultimi dieci anni di storia italiana (il G8 di Genova e la sua macelleria messicana, i fatti di Roma all’indomani dell’omicidio di ‘Gabbo’, Napoli e la ‘Munnezza’ di Pianura) dall’inusitato punto di vista delle squadre del repato mobile della polizia, in arte la celere, qualche riflessione mi è venuta.
In genere, quella stessa Storia contemporanea che imperversa nelle pagine di ACAB, viene raccontata dall’altro punto di vista, da quello degli Ultras malmenati o dei manifestanti che si prendono un colpo di tonfa in faccia. E non posso negarlo, a vedere le immagini di due, tre cellerini che si accaniscono contro un manifestante accovacciato per terra , io provo disgusto. Come ho provato disgusto a leggere dei fatti della Diaz. Dei poliziotti che minacciavano, che costringevano a cantare filastrocche fasciste : quasi a dimostrare che in quell’Italietta autritaria, l’ordine ed una sana porzione di olio di ricino sono il solo modo per mettere le cose a posto. E’ quell’odio per il diverso, per quello che non siriesce a comprendere, che mi fa rabbrividire.
Non credo che smetterò mai di essere a favore del diritto di manifestaere, di scendere in piazza e poter gridare no. Sperando che alla fine si possa tornare incolumi a casa. Però mi rendo perfettamente conto che, inevitabilmente, la violenza entra in gioco in queste occasioni. E’ proprio del genere umano, alzare gli scudi e puntare le lance, quando due gruppi di ideologie ed interessi diversi si confrontano. E’ quell’ansia di appartenenza che ci rende branco. Solo che al principio del ventunesimo secolo, non siamo ancora capaci di accettare e reprimere.
E allora mi rendo conto che il punto di vista di ACAB è quello di una guerra tra poveri. Tra manifestanti e ultras, che usano la violenza come grimaldello per una società che non accettano e che non riescono a controllare. E tra i cellerini, che è vero, che sono armati e corazzati, che è vero che magari a farlo quel lavoro, ci sono voluti pure andare, ma che in fin dei conti quando sono là, nel buio a far testuggine contro gente che gli tira contro cessi rotti e dischi dei freni, hanno un solo pensiero : quello di portare indietro la pelle sana. L’intelligenza del racconto, che prende spunto dalal vita reale, e che incorpora anche personaggi di cronaca (il Michelangelo Fournier, autore della definizione ‘macelleria messicana’) è quello di non contrapporre. Non è quasi mai destra contro sinistra. O tutori dell’ordine contro fautori del caos. I gruppi coinvolti nei vari incidenti descritti, sono di estrema destra, tanto quanto i cellerini cui si accaniscono. Certo anche loro sono animati da una rabbia antica e non sono certe anime pie. Ma allora, l’alternativa all’ordine costituito, allo stato così come è pensato, deve per forza essere rappresentata da er Pelliccia?
Io sono di sinistra. e progressista. Credo nel confronto motivato. E con gli anni sono diventato anche pacifista. Per questo non capisco, come sia possibile architettare la stigmatizzazione politica di una pellicola, che, in qualsiasi altro paese, rimarebbe solo e soltanto un problema di fiction. Pierfrancesco Favino, che interpreta il maresciallo Drago nella pellicola, racconta di aver ricevuto lettere minatorie, messaggi che lo intimavano a vergognarsi per la pellicola che stava girando. E racconta che mai nessuno gli ha scritto nulla del genere, per aver interpretato il Libanese. Del resto viviamo nell’era di Tony Soprano, dove i cattivi hanno vinto ed i gangster sono cool.
Però scusatemi, non capisco il delirio dei ragazzi della no-tav, che prima di finire ingabbiati per l’ennesima serie di tafferugli, sono andati a contestare regista e sceneggiatore ad una presentazione pubblica. Uno di loro raccontava che non tollerava che venisse rappresentato l’animo sensibile del cellerino prima di una carica. Che i cellerini erano solo buoni a dar pugni ed accanirsi.
Io questo non lo so. Non ho mai tirato sassi o manganelli contro nessuno. Mi limito a dire che se a protestare non ci si andasse con i caschi, ed allo stadio si lasciassero indietro le bombe carta, forse l’animo sensibile dei cellerini prenderebbe il sopravvento. E comunque rimango convinto che chi finisca a far quel lavoro, magari lo possa anche fare per avere l’occasione di pestare qualche ‘zecca’ qualche extracomunitario qualche zoccola. Il nostro mondo è a malapena perfettibile, e c’è spazio di correzione in ognuno.
Però mi fa paura chi contesta un libro solo perchè favorisce un punto di vista differente. Pure se non è condivisibile. Che lo fa, finisce per mettere i libri al rogo. E se è vero che i cellerini poi sono tutti fasci, la differenza poi, quale sarebbe ?
Non ci potevo credere, quando ho letto la brochure pubblicitaria. Non ci potevo credere ma l’avevano davvero fatto. La notizia era tra le più disfattiste e difficilmente digeribili. Anzi, dato il contesto, la peggiore. Naturalmente sto parlando del massivo reboot che l’universo DC ha subito all’alba di Flashpoint. Dopo una decade spesa a costruire una concatenazione di eventi, che, albo dopo albo, indizio dopo indizio, portava alla salda costituzione di un universo vivo e coerente, qualcuno ai piani alti del palazzone sulla Broadway deve aver realizzato che i mega crossover conditi di continuity non facevano più storia e che il solo modo per fare cassa era quello di buttare tutto via e ricominciare da zero. Ovviamente con un mood più accattivante e moderno. Qualcuno mi svegli, credevo che gli anni ’90 fossero finiti.
Chi mi legge sa benissimo che ho già criticato duramente il reboot che in casa Marvel ha storpiato la vita all’ Uomo Ragno. In quel caso, la parte meno digeribile della vicenda, era il voler prendere in giro i fan di vecchia data, pretendendo che 25 anni di storie non fossero accadute nel modo in cui ce le ricordavamo.
Quanto meno il reboot DC ha un altro tipo di sapore. Sempre amaro. Sempre disgustoso. Ma quanto meno non sa di beffa. Andiamo con ordine. Prego chi sta attendendo l’edizione Lion di Flashpoint di saltare le prossime righe. OK, finito lo spoiler alert, possiamo cominciare. In flashpoint, Barry Allen decide che con il mulino cosmico (la macchina del tempo che usano i velocisti di casa DC) può tornare indietro ed evitare che il professor Zoom uccida la madre. Questo naturalmente conporta la creazione di una realtà parallela. Realtà coinfinata ad un gruppo di albi con esiti più o meno riusciti. Il senso di tutta l’operazione è quella di un bieco what if, lungo una stagione. Io non vado matto per i what if, quelle storie, ossia, in cui si racconta quello che sarebbe successo, se un evento fosse accaduto in maniera differente. In genere lasciano il tempo che trovano, e mi sanno di energia creativa sprecata. Stessa ragione per cui la maxiserie Trinity (quando la coppia Busiek/Nicieza voleva giocare con le leggi Marvel nell’universo della Distinta Concorrenza) mi era rimasta indigesta, al punto di non riuscire a concluderla.
In Flashpoint, scopriamo un Batman/Thomas Wayne, una guerra tra Ammazzoni ed Atlantidei che affonda l’Europa e, una generale scarsezza di eroi. Va bene, accettabile, persino fruibile. Poi Barry Allen si sveglia, capisce l’errore, e tornando indietro nel tempo, più in fretta del suo alter ego, riesce ad evitare che la madre (non) venga uccisa. Chiaro? ottica un pò da mal di testa, ma di fatto le cose dovrebbero tornare esattamente come prima. Giusto? Sbagliato. Come ci insegna Doc Brown, tornando indietro nel tempo e modificando il passato anche in maniera inpercettibile, si finisce per creare una linea temporale alternativa.
Che è esattamente quello che succede all’universo DC post Fashpint. Tutte le serie ripartono da zero. Cyborg è tra i fondatori della Justice League, Freccia Verde ha una serie che è lo specchio di quello che sarà il suo prossimo telefilm e Superman, beh Superman ha un costume ipertecnologico, che fa tanto Master Mold ed un look da Brandon Routh cattivo. Bye Bye tradizione, benvenuta modernità. Con nuovi 52 si dovrebbe appunto fare riferimento alla quantità di serie in uscita. Quantità, non qualità. Intendiamci, non tutto il panorama del nuovo 52 è da buttare : le serie di Batman, ad esempio, hanno una coerenza strutturale davvero piacevole, e Catwoman, è a dei livelli stratosferici. Ma sentivamo il bisogno che i Wildcats di Jim Lee si integrassero così bene con la Lega? E che non fosse prevista ,almeno sin’ora, una Società della Giustizia?
Il senso è proprio quello. Staccarsi da una storia lunga ottant’anni e ricominciare. Il che, non è offensivo come cancellare 25 anni di storie, ma è altrettanto triste. Perchè, e credo che difficilmente si tornerà indietro tanto presto, l’universo che avevo imparato ad amare nell’ultimo decennio non è perso, è semplicemente finito, terminato, chiuso.
Emblematico è stato l’ultimo numero targato Robinson della JLA. Con tutta una serie di splash pages che illustravano le storie mai narrate, ed in cui era la lega stessa che alla fine diceva addio. Lo stesso per Freccia Verde, che terminava un ciclo un pò fiacco e senza scopo. E per Lanterna Verde su cui invece le cose non sembrano avere avuto alcun effetto. La nuova serie sembra riprendere esattamente da dove la precedente si era interrotta, con Hal senza anello e Sinestro di nuovo tra le Lanterne. Porte chiuse e puzza di umido, tutto questo finisce in cantina.
Come si evolverà questo universo resta un mistero. Passi indietro, passi avanti, crisi nelle terre infinite? Se non mi sbaglio troppo, alla fine, per quanto i cambiamenti possano essere forti la legge del fandom è molto più forte di quella del marketing, e, im un modo o nell’altro si finisce sempre per tornare a prima. Lo spero, perchè mi seccherebbe non avere altri cartonati DC da inserire nella mia collezione. Vorrei infine chiudere pensando all’architetto DC degli anni 2000. Geoff Johns, colui che con i Vendicatori in casa Marvel non è stato capace di graffiare, ma che lascerà il segno per decenni sulla storia della DC. Credevo che fosse lui, artefice e colpevole di questo colpo di testa. Ma ovviamente mi sbagliavo. Sono i suoi stessi personaggi a parlare in sua vece.
Argomentando nel più ovvio dei modi. Con lo spirito creativo, incatenando dalla region di stato del marketing. Si, come no.
Strana la vita del cavaliere oscuro. In pochi anni, muore, nasce, diventa protagonista leggendario di una pellicola che per quanto bella, sarà orfana del più grande Joker che la storia di Gotham ricordi. Ah, e diventa pure protagonista di una serie di videogiochi che, quanto ad estetica, faranno scuola per gli anni a venire. Il primo, Arkham Asylum di 3 anni fa, soffriva un pò gli spazi claustrofobici del celebre manicomio criminale di Gotham. Ed il pipistrello era costretto a nascondersi in condotti ed angoli scuri tutto il tempo con una meccanica che ricordava da vicino quelle del primo storico Metal Gear Solid per Playstation. Naturalmente la storia, Batman infiltrato nel manicomio per sedare una rivolta voluta dal Joker, era semplice negli intenti, ma piena di biforcazioni. Il sistema di combattimento, estremamente fluido, e dotato di controprese ed attacchi che variavano a seconda delle circostanze era ben congeniato ed in grado di rivaleggiare, talvolta avere persino la meglio, su pesi massimi come Assasin’s Creed. Il punto dolente però era uno : una prigione, per quanto varia, rimaneva pur sempre una prigione. Gli avversari da battere, per quanto differenti e personalizzati, indossavano tutti divise arancio. Ed alla fine, a spostarsi da un ala all’altra, si scoprivano tanti segreti ma il gioco rimaneva sempre su binari abbastanza rigidi. Panoramici eh, per carità, ma sempre binari. Il capito uscito lo scorso autunno ritorna sul luogo del delitto ma si avvale di due lezioni che l’industria videoludica ha saputo apprendere per bene negli ultimi anni. La prima, è che il videonauta vuole giocare, ma vuole anche godersi l’atmosfera, fermarsi a vedere i dettagli, muoversi in un mondo dalla cifratura marcatamente open. Ed infatti Arkham, diventa City questa volta. Dopo gli eventi dell’episodio precedente, il manicomio è stato spostato in un’area abbandonata della città di Gotham, con il sospetto che la continuity sia così legata stretta al fumetto, che sembra proprio uno scorcio della no man’s land di qualche tempo fa. Si può provare l’ebbrezza di far volteggiare Batman nel suo ambiente naturale, le strade i Gotham, pur se virate in una chiave sinistra. La seconda lezione, è che un mondo open può essere noiosissimo da visitare, se non c’è nulla che valga la pena vedere. E così Arkham City nasce con solide mura dividerla dal resto della città, gli inmates trasformati in cittadini di una città prigione. Galera tenuta assieme dal solito Hugo Strange che, scoperta l’identità del crociato mascherato lo imprigiona tra le mura del nuovo manicomio e da il via ad un misterioso protocollo 10 che non sto a svelarvi per non rovinarvi la trama.
Quello che più conta è che Batman è tenuto prigioniero con tutti i peggiori criminali di Gotham tra le rovine di un quartiere che una volta doveva rappresentare il meglio e poi il peggio di una città che non esiste più. La nuova Gotham, la si intuisce dalle cupole dei palazzi più alti, vista in lontananza con le sue torri che ricordano Dubai, ed i suoi fari che fanno pensare allo skyline di New York. La vecchia Gotham è un ricettacolo di stili architettonici differenti, l’art nouveau di inizio secolo scorso, i casinò ed i cinema scintillanti degli anni ’50, i vicoli stretti ed illuminati al neon degli anni ’70. Chiunque abbia mai letto un fumetto di Batman sa che è questo l’ambiente del cavaliere oscuro. dove ogni ombra, compresa la sua, rappresenta un pericolo in una lotta imperterrita tra predatore e preda. Una lotta dove è possibile che di tanto si invertano i ruoli. Ed i rogues che questa volta vengono chiamati all’appello sono tra i più grotteschi e deviati della galleria del cavaliere. Il Pinguino, nel museo di scienze naturali, Mr Freeze, alla centrale di polizia, il Joker in una pazzesca fonderia/parco dei divertimenti al neon, Ra’s al Ghul nelle rovine di Gotham prima di Gotham. ma attenzione, i segreti nascosti e le sorprese celate sono molte di più (al punto che una lista completa la potete trovare qui). Dal punto di vista tecnico ogni cosa è stata migliorata rispetto al capitolo precedente. E la sceneggiatura, che circa a metà della storia porta il cavaliere ad affrontare più di una lotta contro il tempo, è memorabile e con un finale da mozzare il fiato. Eppure non sono queste le cose che mi fanno considerare questo titolo, uno dei migliori dell’ultima stagione. E’ l’ambientazione a fare la parte del leone, e, da buon turista virtuale non posso non amare i mille riferimenti appena accennati, gli uffici di una campagna elettorale di Harvey Dent mai portata a termine, una Crime Alley da pugno allo stomaco. Tutto il panorama è estrapolato da sette decenni di cultura pop e pulp. E quell neve che continua a scendere e che non attacca mai è il marchio finale.
Certo l’obiezione principale che si potrebbe muovere è che, graficamente, oramai, è difficile trovare un gioco che sia brutto. Se la prossima generazione di console punterà al foto realismo, con questa siamo già andai ben oltre la sospensione dell’incredulità. Ve lo dice uno che nel 1990 rimaneva ipnotizzato a fissare il Batman del tie-in cinematografico girare su un’Amiga 600. Eppure non tutte le produzioni riescono col botto. La Rocksteasy ha fatto un lavoro di ricerca molto approfondito, ed un simile risultato lo si riesce ad ottenese solo amando un personaggio. Che, se poi devo trovare un difetto, continuano a rendere forse troppo pompato e con le braccia corte.
In definitiva, Arkham City definisce lo stato dell’arte per quel che riguarda l’immersione videoludica, lasciando nel palato il gusto di volerne di più. E se voci di corridoio ed easter egg non mentono, tra non molto sentiremo parlare parecchio di un certo Arkham World…