il punto nella situazione
E finalmente siamo arrivati alla fine. A dirla tutta non è che ne vedessi così tanto l’ora. Da amante della serialità l’idea di portare avanti lo stesso character per 3 giochi di altissimo livello e quasi sei anni, non poteva che caricarmi di aspettative. Forse sarò uno dei pochi a dirlo, ma, e bando agli spoiler, a me , il finale di Mass Effect è piaciuto. Ed intendo proprio piaciuto parecchio.
Procediamo con calma. Storicamente non sono mai stato un fan dei giochi di ruolo videoludici. Non mi faceva impazzire molto l’aspetto gestionale della faccenda, lo trovavo poco dinamico. E poi odiavo, dico davvero, odiavo, i combattimenti casuali : troppo tempo tra un salvataggio e l’altro e davvero scontri complicati e pochi gestibili. Questo era a i tempi dei giochi di ruolo tradizionali di stampo nipponico. Alla Final Fantasy per intenderci (lo so lo so, non ho mai provato il VII , onta e vergogna su di me, giuro che un’estate o l’altra, troverò il tempo per scaricarlo su PS Vita).
Una decina di anni fa, se non altro attirato dal brand, presi Star Wars, knights of the old republic per il primo x-box, convinto che l’avrei lasciato pi a coprirsi di polvere sullo scaffale dei giochi non particolarmente piacevoli. Non appena vinti i miei preconcetti invece, mi trovai davanti ad un gioco che era una rivelazione dopo l’altra. Dalla trama a scelte multiple all’ambientazioni, ai dialoghi. Finalmente il vedeogioco aveva smesso di essere puro entertainment e diventava arte pop. Non a caso, dietro quel piccolo capolavoro (ed all’ahime troppo frettoloso e sghembo sequel) c’era un brand che ho imparato ad amare, attendendo con trepida attesa ogni nuova uscita : Bioware.
Propio di Bioware, evoluzione ed emanazione per console di nuova generazione dello stesso concept che animava kotor , Mass Effect fu una delle prime killer application per x-box 360. La promessa di mantenere il personaggio anche nei sequel lo rendeva un titolo irrinunciabile, e la resa leggermente più action dei combattimenti addolciva alcune spigolosità che rendevano il genere indigesto agli amanti degli action adventure. Se poi consideriamo quanti RPG esistono ambientati in un universo sci-fi, vivo e pulsante come quello di mass effect, rispetto ai numerosi cloni fantasy con draghi, castelli e cotte di maglia, non poteva che essere una scelta voluta in paradiso.
Così, ora dopo ora, salvataggio dopo salvataggio, mi sono affezionato al mio John Shepard, con i capelli rossicci gli zigomi sporgenti. Mi ha infastidito trovarlo a lavoro perCcerberus nel secondo episodio e lontano dalla pur amata Liara. Eppure sapevo che l’apocalisse era prossima. Il terzo episodio è stato atteso e scartato con trepidazione. E, anche se, man mano che andavo avanti i commenti di chi non apprezzava il finale, di chi lo trovava addirittura ingannnatorio al punto da intentare, o pensare di intentare, un’azione legale, si moltiplicavano, io continuavo fiducioso. Certo, a prima vista, alcuni nodi venivano chiusi in maniera forse un pò troppo frettolosa. Certi personaggi, portanti del secondo episodio, Thane e Kasumi ad esempio, non sono riuscito a rintracciarli. Un pò per eccessiva dispersione. un pò per attesa di vedere il tanto vituperato finale. Anche il comparto grafico non mi è sembrato particolarmente ottimizzato : mancano i filtri stile pellicola che, si, servivano a coprire le magagne dell’X-box 360, ma erano anche interessanti dal punto di vista della visualizzazione.
Dal punto di vista della storia, nulla da eccepire, il finale diventa epico scontro dopo scontro. Ogni azione di Shepard è un passo avanti nella disperata lotta contro i tecno organici Raziatori. E ci sono almeno due o tre momenti che valgono il finale prima del finale stesso (uno su tutti, quello su Tuchanka). In ogni caso, la fretta non è stata solo mia. Basti pensare al modo empio con cui è stato risolto il bug dell’accademia, per capire come EA avesse voglia di presentare un prodotto completo che fosse il meno traballante ed attaccabile possibile.
Adesso, dopo più di 100 ore di gioco complessivo, posso solo che ritenermi ampiamente, completamente soddisfatto. Ho chiuso la vicenda col finale Leggenda (non intendo spoilerare oltre). E, anche se non ne sento particolarmente il bisogno, sono curioso, del DLC animato con la fine della storia per gli altri character. Ma, davvero, a tutti quelli che chiedono un finale differente, potevate aspettarvi qualcosa di così radicalmente differente da quello che è stato? Spero di ricevere qualche risposta.
Io posso dirmi completamrente soddisfatto, e sorridere di come in tutti questi anni John Shepard abbia marciato per arrivare al punto dove mi aspettavo che fosse. Sarà un mio limite, ma non credo che la libertà di chiudere una storia (in effetti simile ai vecchi libri game), significhi che sia l’utente a dover mettere la parola fine come e quando vuole lui.
Credo molto più facilmente, che una storia, avvicincete e matura come mass effect debba chiudersi con un punto fermo. Che lasci si spazio ad altri sequel o speculazioni. ma che corrisponda pure alla visione d’insieme del team creativo. E non credo avrebbero potutto fare meglio. Una storia non è epica perchè racconta qualcosa mai raccontato prima, esistono solo 5 tipi di storie al mondo. Una storia è epica per il modo in cui vene raccontata,per l’enfasi, il pathos, e tutte le altre parole difficili che servono.
Ci sarà sempre qualcuno scontento. Anche io, avrei voluto che Shepard almeno alla fine…
…no, avevo detto niente spoiler. Per quello ci penserà già il dlc.Ma un finale stile Pirati dei caraibi era proprio quello che non mi aspettavo. E che mi ha colto di sorpresa. Sopratutto perchè, anche in quel caso, dopo il terzo episodio, è arrivato il quarto…
quello che non ho, è la serenità di svegliarmi il sabato mattina, e non pensare al lavoro. quello che ho è una moglie splendida e due figlie meravigliose, che mi regalano una sorpresa ogni giorno. quello che mi manca è più tempo per guardarle crescere. quello che non ho è una strada senza traffico. quello che ho è un paese dove si ti laurei, cominci tardi a lavorare, ma senza il ‘pezzo di carta’ non vai da nessuna parte. quello che mi manca sono le cicale a roma, d’estate, tutti i giorni. quello che ho sono le zanzare. quello che non ho è il tempo per stare a suonare. quello che ho è una casa con i suoni più belli del mondo, le risate delle mie bambine. quello che non ho è una collezione completa di myth cloth. quello che mi manca è il film del mio matrimonio. quello che ho sono i piedi filmati degli ospiti al mio matrimonio. quello che ho è un paese dove sei vuoi costruire una famiglia devi fare un lavoro che ti garantisca la possibilità di accendere un mutuo. quello che non ho è un paese dove puoi inseguire i tuoi sogni e fare famiglia. quello che non ho è una comitiva di amici. quello che mi manca sono un paio di amici vicini. quello che ho sono le mie telefonate con dean moriarty. quello che ho sono tante storie da raccontare. quello che mi manca è un viaggio on the road. quello che non ho è un editore per il mio libro. quello che non mi manca è la mia moleskine. quello che ho sono un mucchio di idee al secondo. quello che ho è un bel giorno di primavera, col sole che splende, una brezza leggera, ed un brano del boss alla radio. quello che non ho è un mondo dove esistano davvero i supereroi. quello che ho è il mio ciondolo di superman, per pensare che nel mio piccolo posso cambiare le cose. quello che ho è la pazienza di mia moglie davanti agli scaffali traboccanti. quello che non ho è un vestito per ogni occasione. quello che ho è il traffico dell’ora di punta. quello che non ho è essere informato, come vorrei. quello che mi manca, è un negozio di vinili. quello che non ho è una casa senza mutuo trentennale. quello che ho è l’imu e la tassa sull’immondizia. quello che ho è un vicino che chiama extracomunitari, con disprezzo, i fattorini dell’esselunga. quello che non è la gente che cambia traiettoria quando ti vede camminare col passeggino. quello che ho sono le persone che si infilano alle rotonde, guadagnando un metro o due, come se ne dipendesse la loro vita. quello che ho è un’ottima pizza a domicilio. quello che ho è mojo da leggere mentre faccio il bagno. quello che mi manca è wired da leggere mentre faccio il bagno. quello che ho sono i colleghi stranieri che ridono del nostro ex premier. quello che ho è la sensazione che il 21 dicembre succederà qualcosa davvero, magara.
quello che ho sono fabio fazio e roberto saviano
e fanculo quelli che credono che sono noiosi, solo perchè fanno riflettere.
Vivere nell’emisfero globalizzato di questi tempi, significa poter trovare gli stessi stimoli culturali grosso modo da tutte le parti. E messa così non suonerebbe neppure tanto male. Ancora oggi mi chiedo come sarebbe stata la mia adolescenza se internet non fosse stato solo un ritrovato fantascientifico per teen movie con Matthew Broderick. Oggi si ha accesso a tutto, dappertutto, e le differenze vengono integrate, digerite dal sistema e ruminate indietro, come cultura mainstream.
Figata direte voi? Mica tanto. Perché come la termodinamica insegna, tutte le trasformazioni avvengono in perdita, e , come può accorgersi facilmente qualsiasi nerd d.o.p. (come il sottoscritto), passando da un mutisala in questi giorni, sembrerà di avere un curioso senso di Deja Vu, guardando la locandina di un teen movie : hunger games. Certo non c’è la Grande Republica d’Asia, ma avete capito l’antifona , no?
Proviamo a spiegare l’arcano. un futuro distopico, una società mediatica, assolutista, oligarchica. Ogni anno offre uno spettacolo che è anche una punizione : prende dei giovani e li costringe al sacrificio, con grandi promesse, ma nessuna vera scelta, li costringe a sfidarsi a morte in una lotta che ammette un solo sopravvissuto. I fan dei manga, gli otaku, se voglimoa usare un termine che ad alcuni potrebbe sembrare persino dispregiativo, sono tutti lì a spingere per avere la parola. Lo so, non mi sbaglio. Si tratta di Battle royale, vero?
Qui attenzione perchè qualche vecchia gloria potrebbe persino tirare in ballo the running man, vecchia pellicola dell’ex governatore della California. Ma il parallelismo non funzioneremme in modo così eclatante. E, comunque, sarebbe sbagliato in ogni caso. Perchè si tratterebbe, appunto di Hunger Games, evento cinematografico estrapolato dalla serie di romanzi per young adults (qualsiasi cosa questa etichetta voglia contraddistinguere senza voler offendere nessuno, nel suo essere politically correct) di Suzanne Collins.
E qui torniamo al concetto di globalizzazione. Se un messaggio deve arrivare al numero maggiore di persone, è necessario che sia il più chiaro ed universale possibile. Altri, in termini matematici , esprimerebbero il concetto di minimo comune determinatore. In sostanza, idee impoverite. Geniali, ma impoverite. E così Hunger Games prende il romanzo evocativo di Kouzon Takashi (ancora oggi best seller in Giappone, arrivato in Italia, provincia dell’impero, dieci anni dopo la sua pubblicazione…) e ne banalizza gli estremi. In hunger Games, la violenza viene edulcorata e patinata. Sotto l’effetto di un reality show, si finisce per dimenticare la paradossale adorazione per la violenza del medium originale. Paradossale, ben inteso, nella stessa accezione di Anthony Burgess e di Arancia Meccanica, per intenderci.
Inutile dire, che la serie di tre romanzi, e pure le tre pellicole saranno successi annunciati. Del resto puntano ad un pubblico, gli adolescenti degli anni 10, che non hanno avuto modo di confrontarsi con i media originali. Non hanno potuto perchè nell’universo del tutto per tutti,muoversi alla ricerca di qualcosa di particolare ti spinge contro il più colossale branco di pecore mai esistito. E, se è vero che chiunque ha un suo pubblico ed una sua nicchia, è altrettanto vero che libris ex libris fiunt, e spesso la risposta più semplice è quella che è anche più popolare.
La cosa che mi solletica, in questa goffa cavalcata è che, a leggerla così, si direbbe che noi, gli ultimi a non avere avuto una adolescienzanel web, ma un’età adulta nei social networks potremmo essere gli ultimi a saper scegliere. E questo di per sè è già materia di romanzo. O leggenda, se vogliamo.
Ma poi, possibile che tutti gli autori di romanzi per giovani adulti debbano essere così derivativi e citazionisti ? Non ci credete?
Di Alba rossa, ho già parlato qualche tempo fa. Ora provate a scoprire chi sia Tim Hunter, prima di dedicarvi all’ennesima lettura della saga di J.K. Rowlings…
Le cose che dovrebbero cambiare in casa Marvel per migliorare la qualità dei suoi fumetti. Più o meno è così che avrei voluto intitolare questo post dopo aver letto il secondo episodio della già acclamata miniserie Avengers vs X-men. Poi però mi sono reso conto, che nell’ultimo decennio, grazie alla gestione Bendis dei più potenti eroi della terra, se non sempre su un livello ottimale comunque ci si è trovati a leggere storie e, sopratutto, crossover interessanti. A partire da Guerre Segrete fino a Fear Itself, le principali serie Marvel hanno subito una evoluzione innegabile e, anche in casi di momenti più deboli (Secret Invasion non era esattamente meglio di una scazzottata qualsiasi , e avevamo davvero bisogno di un dark Reign, sviluppato in tal stregua?) la voglia di continuare a leggere, tanto per vedere cosa sarebbe successo, c’era sempre. Se proprio, va detto, che spesso le serie vendicative, erano un mero ponte tra un crossover e l’altro, per cui, tolti i mesi estivi, quello che ne rimaneva erano solo storie preparatorie. Ma non necessariamente si tratta di un difetto. Quando si ha la capacità di tenere attaccati ad una o più serie tanti lettori, sicuramente si sta lavorando ad una miniera d’oro. Ed il recente Avengers cinematografico ne è la pepita più evidente. In sole due settimane di proiezione è già diventato il film più visto della storia del cinema, meglio perfino di Harry Potter. Roba incredibile per un fan degli albori dell’era Play/Star, in cui gli albi venivano venduti da poche edicole in maniera detestabilmente carbonara.
Oggi i personaggi Marvel vengono riconosciuti da chiunque, e, il grande schermo ha permesso di sdoganare la loro origine perdutamente nerd. Come tutte le volte che un differente media comincia ad assorbire le vibrazioni dal mondo a quattro colori, questi, cerca di adattarsi. Pensate solo a Superman, che guadagnò il potere del volo dopo gli show radiofonici degli anni ’50. Ed allora dobbiamo aspettarci che l’universo Marvel tradizionale, quello della terra 616 , finirà per catturare qualche dettaglio dalla sua controparte filmica. Fino a qui nulla di male. Vedere gli eroi della casa delle idee spopolare al cinema è davvero uno spasso più unico che raro. E parte di quello spasso deriva dal fatto che l’universo cinematografico, pur nella sua relativa complessità è infinitamente più semplice del suo corrispettivo cartaceo. Negli anni ’80 la continuity regnava su tutto, una foglia cadeva da un albero a central park, in un albo degli Avengers, e finiva per atterrare davanti al Dakota Building nell’episodio dei Fantastic four dello stesso mese. Le informazioni disponibili erano tutto sommato limitate da un mercato che prevedeva un numero circoscritto di testate. Oggi la volontà del marketing prevede che si debba produrre di più ed il più possibile di ogni personaggio che ha un certo appeal di mercato. Quello che negli anni ’90 è successo con gli X-men, rovinandoli, sta succedendo adesso con tutto l’universo Marvel. Siamo sommersi dalle informazioni, che, in molti casi, finiscono per essere sovrapposte, ridondanti, e peggio ancora, contraddittorie. Alcuni Characters spopolano su talmente tante serie che diventa impossibile costruirne la corretta continuità. Ed il lavoro degli editor, per quanto infaticabili siano, comincia ad essere troppo ingrato.
Per cui torniamo alle cose che la Marvel dovrebbe fare per rendere giustizia al suo patrimonio. Prima di tutto limitare il numero di testate con gli stessi personaggi. C’è davvero bisogno di quattro testate con protagonisti i Vendicatori? Quanto può essere elevato il livello qualitativo se ogni mese, almeno cento pagine di storie con protagonisti una o più formazione di Vendicatori si affacciano sul mercato?
Punto due, eliminiamo la sovraesposizione di certi Characters. D’accordo sin dagli anni ’90 siamo abituati a Wolverine che compare un po’ ovunque, ma il trend adesso ha subito una certa massificazione. L’uomo ragno compare nella sua testata omonima, nei fantastici quattro e nei vendicatori. La cosa si divide tra fantastici quattro, fondazione futuro e vendicatori. Logan? Logan è in una dozzina di gruppi X, nei vendicatori ed è anche preside di una scuola per giovani mutanti, quando non vive tutte le sue avventure a solo.
Forse comincio ad essere vittima del poco tempo a disposizione, ma trovo che dovere andare a cercare per ogni singolo personaggio così tante apparizioni mensili, alla lunga finisca per svilire il personaggio, rendendolo simile ad un gadget. Quattro serie mensili dell’uomo ragno hanno partorito la saga del clone. Logan è così presente che oramai è difficile crederlo il ronin solitario che era una volta.
Punto tre, c’è davvero bisogno di una mezza dozzina di Hulk variopinti? Sono il solito nostalgico, per me dopo anni di Hulk spacca! il climax era stato raggiunto dalla saga del Pantheon. Ma adesso dover fare il conto con tutte le tetate dedicate al gigante di giada ed affini produce un malditesta gamma. Poi, che diavolo di fine fanno i baffi di thunderbolt ross quando si trasforma nell’Hulk Rosso?
Punto quattro. Fate qualcosa per gli X-men. D’accordo al cinema si ripartirà dalle loro origini (film fiacco, comunque, l’ultimo), ma, oramai, non si ha più la percezione di dove si voglia condurre il franchise. I personaggi sono distorti, inconcludenti, spesso e volentieri girano a vuoto. Ne parlerò meglio a breve, ma intanto, tante grazie Grant Morrison!
Ultimo ma non ultimo, evitiamoci i crossover promozionali. Daccordo, è l’anno degli avengers. E John Romita Jr disegna ancora in maniera portentosa, anche se non è lo stesso di un decennio fa. Ma c’era davvero bisogno di un crossover come A vs X?
Da quello che ho letto, tutti i principali difetti che imperversano nella casa delle idee si sono concentrati in quella serie. I personaggi, troppi, sono mal definiti. E quando si è di fronte ad un minimo di sfaccettature, allora, quasi si è sopra le righe di una sceneggiatura che, a parte qualche misero colpo di scena, presenta alcune tra le didascalie più pesanti che il mondo dei comics ricordi. Dire Avengers contro X-men è un po’ come dire pirati contro ninja e si tratta di scontri talmente tanto palesemente commerciali che lo stesso uomo ragno ci scherza su.
Infine, malgrado il momento favorevole, la Casa delle Idee ha bisogno di rinforzare il comparto di editor e sceneggiatori. Arriverà un dopo Bendis ad un certo punto, per certi versi ci si è già. E ad un certo punto di tutte quelle centinaia di pagine mensili finiranno per essere riempite solo di trovate sensazionalistiche senza nessun fine logico. E nella peggiore delle ipotesi si precipiterà nella fossa del revival.
Nella migliore ci si chiederà cosa deve fare la Marvel per evolvere.
Allacciate le cinture, il blockbuster supereroistico definitivo (forse dovrei dire ultimate!) è appena arrivato nelle sale nostrane. Devo dire, che, dopo quasi cinque anni di attesa, ed altrettanti filmoni supereroistici che balzavano dal mediocre al geniale (con altrettante scene post titoli di coda girate ad arte per far venire l’acquolina in bocca ai nerd consumati), all’arrivo di the avengers ero già abbastanza pronto a bollarlo come ciofeca urlante. Troppo battage pubblicitario. Non c’era giorno, nelle ultime due settimane, che non comparisse su qualche social network l’ennesima anticipazione, l’ennesima scena estesa, qualche altra primizia.
Io ho fatto il bravo, sono riuscito a non cadere in tentazione e ho mantenuto la curiosità viva fino a domenica pomeriggio quando, inforcati gli occhialoni 3D, mi sono apprestato a gustarmi l’ultima fatica di Joss Whedon. Forse sarà vero che quando ti aspetti il peggio, qualsiasi cosa arriva può solo essere meglio. Ma, a dirla tutta, credo difficilmente potrà esserci un blockbuster di matrice supereroistica più superlativo di questo. Non lo dico da fan, da convertito, da fariseo del mondo a quattro colori. Lo dico da sincero estimatore del lavoro di Joss Whedon quale che sia il medium con cui decida di esprimersi. Dalla misconosciuta Firefly alla mai troppo eleogiata the astonishing x-men, Whedon ha sempre voluto che fosse chiaro un concetto di un’importanza, almeno per me, stratosferica : lui è un fan, se è la a scrivere, o dirigere, è solo perchè ha avuto più fortuna o perseveranza. ma fa esattamente le stesse cose che faremmo noi. E di consegenza per la maggior parte delle sue abbondanti due ore, the avengers mostra proprio quello che vorremmo vedere tutti noi nerd. Scene d’azione abbastanza complesse ed eccitanti, ben scenografate con effetti speciali da urlo e strizzate d’occhio clamorose (una su tutte? i raggi repulsori di Iron Man, sparati contro lo scudo di Cap, per creare un colpo a 360° gradi contro i nemici che li circondano).
Joss whedon non è nuovo a questo giochetto. Quando toccò a lui mettere mano agli uomini X dopo lo scempio della gestione Morrison, i riferimenti al periodo aureo dei mutanti Marvel, quello firmato, per intenderci, Claremont/Byrne/Cockrum, erano impressionanti e mai sprecati. Oggi, con il suo the Avengers, lo stesso sense of wonder che ha animato i fumetti Marvel, quando Marvel voleva dire Stan Lee traspira da ogni scena. Intendiamoci, non è un senso di meraviglia vintage e sintetico. Quando si ha a che fare con un gruppo di superereroi in costume, passare dal maestoso al ridicolo è un attimo. E ci si mette davvero poco a rendere tutto un colossale pigiama party.
La storia messa in piedi per the Avengers, al contraio, si poggia su una architettura solida e ben congeniata. Più che gli effetti speciali, innegabilmente spettacolari, a rendere vivo e pulsante il film è la sceneggiatura. Whedon decide di giocare molto la carta dell’ironia per evitare che dei tizi in calzamaglia vengano presi troppo sul serio. E’ per questo che forse Tony Stark risulta un filo sopra le righe, malgrado l’interpretazione geniale di Robert Downey jr. Il solo a sembrare più un pesce fuor d’acqua è Chris Evans (la Torica Umana dei due non troppo spettacolari film dei Fanastici 4, qui Capitan America). Il suo costume , forse è quello reso meno bene, e l’attore, a mio parere, è troppo giovane per il ruolo. Complessivamente però la prova è più che positiva e, anche se alla fine si fa più riferimento alla versione Ultimate degli eroi più potenti della terra (Nick Fury nero, i chitauri, il triskelion…) il mondo rappresentato è chiaramente la beneamata Terra 626.
Gli Ultimates, sono in fin dei conti un sottoprodotto della cultura dei comics di fine anni ’90. Come la Autorithy (con cui, guarda casa, condividono gli autori) , sono esaltati dal potere e dal sesso, e spesso le loro avventure somigliano più ad una miniserie della HBO che ad un serial supereroistico. E’ vero, già negli anni ’80 l’allora genio Alan Moore, coi suoi Watchmen aveva reso l’idea che chi indossa una calzamaglia per ergersi a difensore della giustizia, deve sicuramente avere qualcosa fuori posto. Ma le estremizzazioni degli anni ’90 più che una evoluzione del concetto, spesse volte hanno portato ad una lobotomia della specie (basti pensare alle varie Wildcats, Youngblood, JLA Elite ed X-force).
Arrivata a percepire la potenza evocativa di una serie di supereroi per ‘young adults’, la Marvel ha battezzato l’universo Ultimate con lo scopo di raccontare in chiave moderna le origini di characters vecchi 4 decenni. Il progetto è riuscito solo parzialmente (un pò come il Nuovo Universo, e l’universo 2099). Le serie esistono ancora, ma con gli anni, la novità ha lasciato il passo alle vecchie guardie. Il progetto di Whedon, idealmente, si colloca a ametà strada tra le due realtà. Dell’universo ultimate, conserva l’idea di una forza militarizzata ed organizzata secondo criteri economico-politici. Ma l’idea di base di uno schieramente anarchico, di liberi pensatore rimane immutata dai fumetti Marvel.
Whedon rispetta il canovaccio di tutti i team-up : gli eroi prima si scontrano, per via delle incomprensioni, e poi si uniscono contro un nemico comune. In questo caso Loki. Molte cose non vengono dettagliate completamente, e non ho intenzione di spoilerare nulla, ma sono sicuro che l’edizione con 30 minuti in più promessa al mercato dell’home video, sarà chiarificatrice.
Il suo stile di regia, molto simile a quello utilizzato per il fondamentale, Serenity, qui si colora di tinte ancora più vivide. Gli effetti speciali sono essenziali, ma funzionali alla storia. Potremmo godercela ugualmente se venisse recitata in una stanza disegnata sul pavimento. La forza della pellicola, è nel vedere tante icone, con altrettanti blockbuster estivi alle spalle, fare fronte comune per una nuova serie che, a giudicare dalla scena post titoli di coda, lascia davvero ben sperare.
Una pellicola insomma, che si lancia immediatmaente nel gotha delle migliori produzioni cinefumettistiche, assieme a spiderman 2 , x-men 2 e batman the dark knight.
Il che mi fa pensare, visto il villain che si prospetta nel sequel, e magari visto pure Whedon, protagonista ancora uan volta dietro la macchina da presa, vuoi vedere che anche in questo caso, il sequel batte l’originale a mani basse ?
La scorsa settimana mi è capitato di terminare un libro che non credevo avrei trovato così interessante. Interessante è un termine relativo, lo so bene, ma lo è per me, che in un modo o nell’altro, romano esportato, la comicità di Carlo Verdone è rimasta sempre una specie di marchio di fabbrica, quasi una miniera di preziose chicche. Procediamo con ordine : storicamente i film, ma anche gli spettacoli comici, mi hanno sempre lasciato un po’ perplesso. E’ come il capodanno, quegli eventi in cui sei tenuto a sentirti allegro per forza, a me mettono un certo disagio ed una particolare tristezza. Per cui, i film di Verdone, dove si ride, li ho sempre guardati con un certo distacco, pur ricordandomene le battute più memorabili quasi a memoria. Ma è il Carlo più introspettivo a conquistarmi. Quello del finale di Bianco Rosso e Verdone, anche se suona scontato. Ma anche lo stesso del finale di Compagni di Scuola e di Sono Pazzo di Iris Blond. C’è poi una trilogia, composta da Al Lupo Al Lupo, Maldedetto il giorno che ti ho incontrato , e Perdiamoci di vista, che, smessi i panni istrionici del mattatore a tutti i costi, la figura che ne viene distillata è quella di un personaggio frammentato, tra il suo desiderio di compiacere e far sorridere, e quella profonda, insoddisfatta penombra che , solo a tratti, si intravede. Se parliamo del suo film comico più divertente e divertito, devo tirare in ballo la sua collaborazione con Muccino Jr, quel,Iil mio peggiore nemico, che è rimasto quasi anonimo per pubblico e critica , ma che per me è stata una svolta quasi epocale. Finalmente un Verdone affrancato dalle sue solite macchiette. Vogliamo parlare di tutti gli altri filmacci ad episodi con le soliti caricature grottesche iperboliche? Quelle della seconda metà degli anni ’90-duemila? lascerei perdere perché quelli a me non fanno ridere. Al massimo, nel peggiore dei modi, fanno un po’ piangere.
Ma torniamo a La Casa Sopra i Portici, viaggio nella memoria in cui Verdone Carlo, intenzionalmente, si abbandona alla nostalgia per la casa paterna che ormai non c’è più. Ed in fondo, anche parlare di quelle spoglie mura è un modo per non ignorare il fatto che neppure papà Verdone ci sia più a criticargli i suoi film.
La sua biografia, in un certo qual modo, era stata già relegata alla carta stampata. Quei Fatti coatti, pubblicati in piena egemonia der Piotta, in cui senza troppe spiegazioni, un borghese di stampo classico come Carlo, si fingeva figlio del popolo e addirittura coatto. Pur finendo per raccontare lo stesso la sua bella epopea. La casa ci racconta pressapoco le stesse vicende, ma non va oltre quelle quattro mura. Per esempio non dice nulla del Verdone poco sudato durante le riprese di Un sacco bello e del ceffone che rimediò da Sergio Leone. Perfino i suoi primi passi teatrali vengono a malapena accennati. Perchè tutto si apre e si chiude dentro le quattro mura della casa. Legate insolubilmente al tempo che fu, e che forgiarono l’uomo che è.
Della sua adolescenza nel centro della Roma bene, borghese, è arcinoto tutto o quasi. Del suo vicino Alberto Sordi. Di due genitori che somigliano a Paolo Panella e Giulietta Masina. Dei fratelli Baldi, del fratello un po’ fregnone, e della precoce sorella, fidanzata in tenera età ad un Christian DeSica sul lastrico. Sappiamo delle collegiali straniere, e della fascinazione irrisolta per la religione. Sappiamo di Jimi Hendrix e dell’esame di cinematografia in cui fu bocciato dal papà.
Sappiamo tutto, ed in un buona misura, la casa non dice nulla di nuovo. Eppure fornisce la chiave di lettura per tutto il suo mondo.
Le sclerate di Mario Brega, somigliano troppo al pacato professore universitario che non tollerava però infrazioni al suo codice rigido. Il prete di Borotalco, le ragazze straniere, sono tutte là, che abitano il convento dirimpetto. La famiglia che si disgrega e si riaggrega attorno al padre, la ritroviamo tutta in al lupo al lupo. In quel caso i due fratelli musicisti, con uno più retto e famoso, ma fondamenlte sfigato contrapposto, all’altro di certo più cialtrone, ma di successo, sono quasi una fotocopia. Al punto che viene da chiedersi quanto possa essere stato imbarazzante per Carlo rendere certi passaggi. Quel suo lato oscuro, ipocondriaco, depresso, emerge da una biografia in cui, una madre troppo presente e fragile, hanno segnato , in maniera quasi edipica una adolescenza incredibilmente fortunata (quest’uomo aveva Fellini come ospite a cena e le vacanze le passava al lido di Venezia, durante la mostra del cinema…). I suoi personaggi , tutti fondamentalmente borghesi, quando credibili, partono tutti da quella direzione. E trovare piccole note a margine che danno l’idea dei suoi processi mentali, è piacevole e fondamentalmente umanizzante.
La persona attuale, vanesia, destrorsa, con poca, finta sopportazione per chi infrange la sua sfera personale, si intuisce in fieri in quei racconti. Si intuisce come una amorevole presa in giro, alla fine possa tradursi in una feroce critica. Ma alla fine contano solo le storie. E come tutti i grandi scrittori, Verdone è riuscito a prendere la sua esperienza e filtrarla e riplasmarla.
Per creare qualcosa di nuovo, ed in certi contesti insuperato. Maschera paesana? può darsi. In compagnia di Fantozzi e della Smorfia però. ‘
Attore e regista italiano simpatico perché, fondamentalmente, un po’ frignone e sfigato?
Assolutamente si. E grazie tante.
Ok lo so, sono andato lungo questa volta. Un pò la pigrizia, un pò il milione di cose da fare e le vacanze di pasqua, ma ancora non ho scritto una parola sui migliori album di marzo. E non voglio neppure cominciare a nominare Il solito Giallo d’estate, che è a 30 pagine dalla conclusione (a cui seguirà una prima revisione, e spero una non troppo complicata, seconda stesura). Ma posso farci ben poco, anche oggi, riesco a dedicarmi a queste pagine solo alle 23:36, ora, per intenderci, in cui dovrei già essere sotto le coperte a leggere qualcosa.
Facciamo che non ci penso, e che inizio a raccontarvi quali delizie sonore mi hanno tenuto compagnia lo scorso mese. Che, sono parecchie, e tutte molto godibilissime. Il primo album che ho davvero apprezzato è Go Fly A Kite di Ben Kweller, polistrumentista geniale che, senza crederci troppo, confeziona un album dal perfetto sapore pop. Si riescono a percepire certe spigolosità tipiche dell’indie do it yourself (cosa, non, farei se avessi un garage da adibire a sala della muscia insomma). Ma nel complesso è un lavoro piacevole a tinte marcatamente solari. Rimanendo in tema di vintatronica dal marcato retrogusto anni ’80, lo scorso mese sono rimasto folgorato dall’ultimo lavoro di Stephin Merritt e dei suoi Magnetic Fields. Scordiamoci per un attimo il mitologico 69 love songs. Questo Love at the bottom of the sea, è un piccolo capolavoro di sintetizzatori ed armonie vocali, in cui due voci si dividono le parti cantate ,e l’atmosfera, salvo qualche episodio meno felice, è decisamente, rimarcabilmente electro.
Di tutt’altra caratura è il lavoro della Mark lanegan Band. Che ho il sospetto sia composta di fantasmi, a parte il nostro Mark. Lontano dalle grinfie della zuccherosa Isobel Campbell, il nostro produce un disco maledetto e squisitamente onirico. Le tinte sono notturne, e le tessiture aromatizzate al whisky. E’ un pò difficile da abbandonarsi al primo ascolto, ma dopo riesce a conquistare. Unico difetto? Si percepisce quanto sia il lavoro di un chitarrista/cantante, cui la batteria al più sostituisce una drum machine. Alcune ritmiche in loop avrebbero senz’altro meritato più cura. Ma non è una cosa che si può dire al nostro mr Lanegan. Al contrario, l’ultimo lavoro di Leonard Cohen, old ideas, non potrebbe essere più raffinato. La voce da crooner si mescola alla perfezione all’organo hammond, incessante e sexy, e a quella batteria da jazz club che è così perfetta da far pensare a Charlie Watts nel suo più bel vestito di Saville road. il risultato è imperdibile, e, detto da uno che di Cohen ha solo apprezzato quella meravigliosa cover di Jeff Buckley, è proprio un complimentone. Difficilmente mi è capitato di ascoltare un album di un grande vecchio della storia del rock, così godibile ed al passo coi tempi. E non c’entra neppure Rick Rubin qui.
Ultimo, ma non ultimo , è il capolavoro dei black Keys. lo so ne ha parlato chiunque, ed oramai anche Cioè, l’avrà considerato disco del mese. Io ci sono arrivato in ritardo, e me lo sono goduto tutto. Puro divertimento da nerd della musica. Rock ‘n’ roll come si intenda debba essere. Cassa, rullante e chitarre col fuzz. Loro si divertono , e si sente. E non ballarci e sfogarcisi su è davvero un peccato da pena capitale.
Insomma, un mese per tuttii gusti. Anche se i viaggi on the road sono quelli che ne hanno meglio beneficiato. Ancora non ho trovato il disco dell’anno (e va bene, siamo comunque in anticipo), ma un paio di buoni candidati, da queste parti, si intuiscono, per bene.
that’s all folks, cu nect tiiiime…
O almeno, così cantavano gli Afterhours qualche tempo fa. Ed io, che per il fine settimana scorso mi ero aspettato di andare a caccia del loro ultimo album (in realtà Padania deve ancora uscire…) mi sono trovato, di venerdì a tarda sera a navigare mentre in TV davano l’ultima puntata delle Invasioni Barbariche. E mentre un topo strambo si presentava alla Lombardia in divisa da criptonazi su Facebook ho seguito un link senza capirne bene il perché. Però per qualche strano fenomeno precognitivo, sapevo che la svolta della settimana sarebbe potuta partire proprio da là. Vediamo, gli Afterhours, con quella canzone, facevano riferimento alla Milano da bere, a quel gusto colloso degli aperitivi degli anni ’80, delle giacche con le spallucce, del paese del costante bengodi. Io, per quello, ero decisamente troppo piccolo. Se mi capita di vedere qualche film con Carol Alt e Luca Barbareschi al massimo sorrido di imbarazzo. No, il mio personale mar dei sargassi è figlio di quegli anni, e rappresenta la promessa, che gli anni ’90 sarebbero dovuti essere. La pubblicità del clerasil e dello shampoo clear, gli episodi di Beverly Hills 90210 trasmessi in prima serata su Italia 1. E, per me che vent’anni fa esatti, di anni ne avevo appena 15, la promessa di un futuro radioso era rappresentata da una canzone degli 883. OK, magari l’effetto nostalgia gonfia tutto e svilisce il ricordo. Ma a 15 chi non si aspettava di passare un sabato sera in macchina con gli amici, amici quelli veri, a cercare una mitologica festa? E chi non si aspettava di venire a prendere una ragazza in minigonna e body a balconcino?
Non c’è nulla da fare, se si è stati adolescenti nei primi anni ’90, l’educazione sentimentale passava per forza dal crocevia Pezzali/Repetto. E forse non era neppure un male. Nelle loro melodie finto pop da tastierina Bontempi, gli 883 definivano una generazione di provincia, cresciuta al bar dell’angolo e che, in modi sin troppo comuni, direi quasi popolari, cercava di tirare avanti la propria esistenza scommettendo tutto sulle uscite del sabato sera. Il tempo sarebbe passato anche per loro, e certi piccoli, fastidiosi tarli, si sarebbero infilati nella loro poetica. Un accenno all’amico tossicodipendente da una parte, un riferimento ad un vuoto che non riesci a colmare dall’altro. Piccole paranoie che si traducono in inquietudine di vivere. Che se non si sta attenti potrebbero pure sfociare nella depressione delle provincia meccanica. Esagero? Forse no. O forse quello che intendeva l’ex fiorista di Maria deFilippi (credetemi , è una storia vera) era solo riuscire ad ammonticchiare un po’ di verdoni prima di chiudere i conti una volta per tutte con la mediocrità. Non lo so. So soltanto che, a vent’anni esatti dall’uscita di Hanno Ucciso L’Uomo Ragno (E all’inizio gli 883 mi stavano sulle scatole proprio per questo titolo – come non potrebbe stare sulle scatole ad un nerd un titolo del genere?) il sito Rockol.it decide di pagare tributo riunendo 21 artisti emergenti e dandogli la possibilità di registrare una cover di un brano storico del gruppo pavese. Il risultato è Con Due Deca, compilation che ha sicuramente qualche pregio e troppi brani ma che non può fare a meno di far riflettere.
Come è possibile che il gotha dell’indie italiano si sbatta tanto per registrare canzoncine buone solo per un Festivalbar? E che strano effetto nostalgico fa, sentire quei brani riarrangiati in chiave moderna. Forse, e dico forse, l’influenza degli 883 è stata trasversale. Certo, era musica per chi non ama davvero la musica, mercificazione radiofonica, prodotto inscatolato. Ma sapete una cosa? Anche il più bravo dei vari Valerio Scanu, Marco Carta e compagnia cantante, non sarebbe in grado di soffiargli il naso a Max Pezzali. E non lo dico perché è la mia generazione. Lo dico, perché nel loro essere ruspanti, boccacceschi o, per usare un aggettivo anni ’80, maranza, gli 883 erano onesti, e veri. Dipingevano il mondo come lo vedevano. E dopo ventanni quelle canzonette sono ancora là ad avere un certo tipo di senso.
Nel mio caso si tratta di solostalgia. Era una promessa di un futuro che non è mai avvenuto. I tempi stavano cambiando. Io sarei cambiato. E forse nessuno andavo più a prendere una ragazza mettendo tappetini nuovi ed arbre magique. La mia tarda adolescenza l’ho vissuta agli albori dell’epoca di internet. Ho conosciuto mia moglie su una chat del sito ufficiale di Ligabue. Anche adesso, la sera scrivo su un blog invece che leggere la gazzetta dello sport.
Quello che è successo è stata una canzone dei Nirvana. E gli anni ’80 sono finito attorno al ’94 per la mia generazione. Chi ha avuto orecchie per intendere, ha inteso. Gli altri sono rimasti immobili al Jolly Blue convinti che la comitiva fosse il senso di tutta la loro esistenza (vedo tanta, troppa gente over 30 comportarsi come se quegli anni non fossero mai passati, per doverla vedere differentemente). Per me, che un venerdì come tanti trovo una doppia compilation di cover, il salto nel paese dei fantasmi è una delizia. E per una volta, una volta soltanto, sto bene a citare Max.
Il tempo passa per tutti lo sai/nessuno indietro lo porterà mai/neppure noi