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fefole |
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innamorata di tutto ciò che scorre a 24 fps, scrive per sviscerare i suoi sogni visionari e tratta la timeline come se fosse il suo bloc-notes.
Prima o poi qualcuno avrebbe dovuto iniziare. Difficile, ahimè, riattivare le sinapsi inibite dal gelo siberiano, che ha atterrito e isolato le nostre desolate lande; difficile, considerando le ingenti quantità di colloide viscoso germogliante nei nostri nasi; difficile, perchè, quando si deve iniziare una cosa, la si deve iniziare con il piede giusto, i vocaboli giusti, la sintassi corretta, la punteggiatura adeguata, il sentimento nobile e il messaggio deciso. E invece no, iniziamo così, con un post confuso e deludente, che dice tutto -e non dice niente, e famola ‘sta rima-, che non racconta una storia se non la nostra disagiata sventura climatica, con il freddo che diventa midollo e la testa surgelata, con un
-Andiamo al cinema? -Anzi, no, c’abbiamo troppo sonno/c’è troppo freddo/ho l’anima congelata
oppure un
-Finiamo il video? -Oh, guarda, il programma non si carica/il mac è lento/la RAM è poca/non ho gb liberi/sono una pagnotta
o ancora un
-La chiudi tu la luce? -La chiudi tu? -Tu? -Tu? [e la luce rimase accesa]
perchè funziona così, il freddo è angoscia, il freddo è fraudolento, il timore è nell’aria, la malattia è sotto il letto, vicino al gatto di polvere. Sembra tutto del color ghiaccio, ogni cosa è nitida e uniformata, ma grigia?, azzurra?, bianca?, banale.
Sensi e prestazioni sono anonime, i sapori vengono annientati, il gelo rimbomba nei timpani, obbliga ad imbottirsi di e con abiti scoordinati e di cibo di sopravvivenza, rallenta il metabolismo, rilega alla poltrona. I conoscenti per strada faticano a rivolgerti la parola, in un tripudio di gelo interrelazionale che farebbe rabbrividire -ulteriormente- anche un ricercatore artico. Poi arriva la neve, che bello.
Ma la neve, in pianura, è quella poltiglia bigia che, se tutto va bene, provoca solo rocamboleschi voli di corpi umani nei marciapiedi adiacenti le strade.
F.
Tavolo abbandonato da Michele dopo la colazione mattutina. Datemi, per piacere, la relazione logica di causa-effetto degli oggetti lasciati sul tavolo.
In ordine, per gli ipovedenti: zucchero, crema per le mani, game boy, un cucchiaio, una presina, un cavatappi e un bellissimo seghetto giallo.
Immancabili screenshot dalla pagina fb di Michele.
Nessuna parola, solo incredibile goduria e soddisfazione.
Tuo carnevale.Spiega.
El Calli nei suoi migliori momenti di deformità, in un connubio ecclesiastico di nausea e alienazione da se stesso.
il video della VIRILITA’ per antonomasia
la celeberrima storia della falena.
Spesso accade, al termine di una lettura, di chiedersi amleticamente se la storia intesa sia autobiografica o meno. Ancor più spesso, rimane un mistero.
Eppure, come si evince da Mr. Gwyn di Baricco, in un gioco di metafore ridondanti e altamente simboliche che ricorda l’avvolgersi di flussi di parole di Castelli di Rabbia -ma, stavolta, con raziocinio sintattico- non è più sufficiente guardare al personaggio svincolandolo dal contesto in cui è immerso.
Bisogna al contempo ispezionare e ammirare il complesso, il paesaggio, i colori, il suono tenue e il rimbombo, il grigio e il celeste, e anche la loro commistione.
Mr. Gwyn non è l’alter ego di Baricco. O forse sì, e non lo sapremo mai.
Non è neanche la presenza di uno scrittore come protagonista a ricondurre all’idea di similitudine e parallelismo; non è metascrittura.
Ad essere autobiografico è il sentimento nei confronti della scrittura, quell’atto la cui irruenza sconvolgente caratterizza sia la sua presenza che la sua momentanea privazione.
Mr. Gwyn è uno scrittore profondo e può sembrare retorico, come può sembrare retorico l’intero libro, come può sembrare retorico e qualunquista parlare, ad oggi, di scrittura o di valori.
La libertà di rivendicare i propri diritti in ogni contesto ha reso l’uomo complessivamente sterile e lo ha fatto caricandolo di una dose ingente di rabbia, per cui l’istinto di sopravvivenza è quello di un primitivo combattere senza sosta alcuna.
Fortunatamente c’è ancora chi riflette nel girone dei narratori, e Baricco, con le passeggiate nei viali alberati inglesi, presta attenzione all’elemento, all’atomo, con la stessa dedizione di un fisico, ma con l’illuminazione di chi si occupa d’arte, oltre che di materia.
Non racconteremo la trama del libro, non di questo. Sarebbe come deturpare un ambiente consacrato, sradicare un albero per consegnare solo una foglia.
Come spiega lo stesso autore in un differente contesto, d’altra parte, la poesia non è il mezzo per esprimere qualcosa di recondito e misterioso che lo scrittore non ha capito, bensì è proprio la forma condensata, razionale e morigerata per palesare il sublime e compendiarlo in metrica. Qualcosa di cui abbiamo davvero capito il significato ultimo, quasi fosse un segreto per il resto del mondo.
Baricco nel suo cammino di scrittore affermato intuisce qualcosa, e allora non serve scrivere una prosa qualsiasi, ma è necessario raccontare una poesia sottoforma di romanzo, proprio come, parallelemente, Mr. Gwyn scrive storie sottoforma di ritratti.
Entrambi gli sforzi sembrano paradossali, ma questa similitudine è il cardine, è l’intuizione che ha Baricco e che traspone in Mr. Gwyn.
Il flusso narrativo del libro ha una punta iniziale -di cui vediamo solo la scia- , riconducibile al successo dello scrittore, prima che questo si ponesse dei dubbi.
Segue, quindi, un momento di stasi e di riflessione, in cui Mr. Gwyn analizza minuziosamente il suo essere al mondo, vivendo di ogni suo passo e respiro.
E il romanzo procede come procede la decisione di Mr. Gwyn di scrivere ritratti, di programmare perfettamente il rito giorno per giorno, con solerzia, in maniera quasi “analogica” rispetto all’impazzare del mondo esterno, che, infatti, a livello narrativo, viene totalmente ignorato.
La storia coinvolge, scandita dal tempo semi-casuale di tante lampadine appese al soffitto del suo studio, programmate per spegnersi circa dopo 32 giorni. E così, a rate, scende l’oscurità nel suo locus amoenus, l’intimo rifugio dello scrittore con i suoi modelli.
Ed è proprio la scelta di questo isolamento che lancia un’indiretta invettiva al “resto” stesso (che si presenta come un caos molleggiante dal quale è meglio prendere le distanze) e sublima, invece, il momento, il gesto, l’attimo, emersi nell’intimità di una stanza dimessa nella quale le persone regrediscono quasi infantilmente e si commuovono al termine del lavoro, leggendo i loro ritratti.
- Ci siamo dimenticati di parlare del tipo di luce, disse Jasper Gwyn quando già stava per uscirsene.
-Come la vuole?
-Infantile.
-D’accordo.
Si salutarono stringendosi la mano, e Jasper Gwyn si accorse di farlo con cautela, come tanti anni prima era solito fare con i pianisti.
Infine Mr. Gwyn, tentando di risolvere un “teorema intraducibile”, pecca, confermando la sua natura di appartenenza al “resto”.
Scoperta e coniata l’arte, quindi, egli parte, sparisce, si nasconde e metaforicamente si perde nel mondo. Accompagna scritti altrui, si perde nelle prefazioni e nell’anonimato, riempie con i suoi ritratti libri di altri scrittori.E le persone che si identificavano nel breve ritratto che lui scriveva, in realtà, non capivano di essere un’intera storia.
La vera identificazione, quindi, lungi dall’antropomorfismo, non è con il personaggio fisico, ma con il tutto. Il suono, il colore, la luce, il celeste e il grigio, e anche lo loro commistione.
E’ un mondo in cui si accende la luce quando si esce dalle stanze,
quello del protagonista di Emmaus. Candida la copertina del libro, vuota la premessa, mancante di sottotitoli, prefazioni, suggerimenti di lettura. Candido l’animo del protagonista senza un volto, senza un’identità, un potenziale chiunque, come da buona tradizione narrativa cannibale. Non necessita infatti di indicazioni e sommari riassunti, Emmaus. A cosa serve riassumere il dolore quando a stento lo si (ri)conosce. Il nome parlante già richiama a qualcosa di mistico, più che religioso, come se già sapessimo, dentro di noi, che Baricco scriverà qualcosa di liturgicamente proibito. (Emmaus è la città in cui due discepoli cenarono con Gesù senza riconoscerlo, se non nell’atto finale dello spezzare il pane).
Ancora una volta una redenzione, nei nostri libri cannibali. Ma astenersi i deboli di cuore.
C’è un ragazzino, la cui voce narrante racconta le tappe della sua adolescenza, della sua neo-maturità, o di un’infantile presunta tale. A dispiegarsi è un mondo definito “normale”, autodefinitosi “normale”, che già in questa sua definizione mostra le sue colpe e le sue norme ancestrali, legate forse a ciò che sottende tutto: la religione. Un modo alternativo di pregare, una religione della routinizzazione della vita, un credo inafferrato e primitivamente tramandato, di cui l’uomo, però, non può fare a meno.
Non proprio una prosopopeica religione, quanto più un credo che si chiama in causa intrattendendo rapporti con vari personaggi, nella sua fantasmatica esistenza.
Il protagonista, questo Lui, senza nome, racconta come il Bobby, il Santo e Luca si uniscano in nome della sacra amicizia per poi perdersi nei meandri dell’analisi introspettiva di se stessi.
La diversità è impersonata da una ragazza, Andre, “con l’accento sulla A”, la sola cui spettasse un nome diverso, un nome maschile, una famiglia diversa, una vita diversa, già grande. Ma è proprio attraverso le spensierate serate in bicicletta che i ragazzi capiscono la terribile sofferenza che aleggia nell’aria e che si manifesta virus autoimmune in chi è più debole.
I pensieri del protagonista si distendono nel corso dei giorni, senza una fissata scansione temporale, come un flusso di pensiero –e coscienza- che rilegge i fatti dando una nuova luce su tetri avvenimenti. Andre che è diversa perché ha cercato di suicidarsi scatena la curiosità dei ragazzi, che si recano nel fiume ove si è buttata proprio per carpire le sensazioni di quella folle notte in cui poi venne salvata. Il padre di Andre che muore in un incidente in’auto rossa fiammante riecheggia come emblema della ricchezza materiale che si distrugge in un battito di ciglia. Andre cerca la pace nella trasgressione e non la trova, mentre loro stanno conducendo una vita apparentemente serena. Chi suona, chi fa volontariato, chi si limita solo a riflettere, nella sua stanza.
Poi un giorno. Poi un giorno Andre macchia anche loro di trasgressione. A contatto con il dubbio, con l’incertezza e il male, si rivela marcio chi è puro; si rivela debole e irresoluto chi sembrava solo timido.
Il più religioso incespicherà in atti impensati; Luca non sopporterà l’annullante dolore dentro di sé e troverà la sua drastica soluzione. E chi ha il frustrante compito di portare dentro di sé l’angoscia di vivere (Andre) creerà, infine, nuova luce e nuovo corpo dando alla luce un figlio, grazie al connubio ecclesiastico con le vere sensazioni umane.
Non è tramite il male che si riconosce, forse, il bene?
Baricco mette a punto, come già in alcuni tratti di Castelli di Rabbia e Senza Sangue, la chiave estetica della narrazione come flusso di pensiero, denso di ripetizioni quante sono le reiterazioni nella nostra mente attuate dal subconscio. Un dialogo, un monologo, una tragiconfessione, un diario pregno di incisi subordinati l’un l’altro quasi fossero pensieri rubati ad una matriosca.
Emmaus è un espediente per mostrare, tramite gli occhi di chi, l’innocenza, la sta abbandonando pian piano, che il credere ha le sue colpe, le sue fantomatiche inverosimiglianze e contraddizioni, ma è necessario. Sono troppi i misteri dell’animo umano per avere solo la presunzione di poter fare a meno di appoggiarsi a qualcosa. E la religione può/sa essere una soluzione.
Federica Spampinato
12 gennaio 2010, in Friuli. Poi un flashback di 10 anni prima, a Roma. Poi di nuovo 10 anni dopo, in Friuli, per la sentenza finale, per il riconoscimento del corpo e l’elaborazione della morale. Perchè Io e Te potrebbe essere una fiaba. Se uno scrittore sceglie Io e Te come titolo di un libretto di un centinaio di pagine, possiamo già intuire che c’è un legame di congiunzione compresso tra le righe, stretto stretto tra le parole di un ragazzino di 14 anni che invece di andare in settimana bianca con gli amici, si rinchiude della buia e abbandonata cantina di casa. Da solo. Fino a qui, la storia non racconta la solitudine, semmai quella pudica emarginazione che desideriamo tutti, da bambini. Subentrano diversi fattori: la consapevolezza (non ancora buia e cupa) di non avere amici, la vergogna (innocente) di farsi vedere dalla madre così, solo. Il desiderio di rinchiudersi in/con se stesso, per giocare, e, forse, pensare.
E improvvisamente ho visto la cantina.
Buia. Accogliente.
E dimenticata.
Poteva succedere qualunque cosa, durante quella settimana, in quella cantina, a Lorenzo. Ma qualunque cosa sarebbe stato meglio di quella cosa. Ammaniti sceglie come elemento di sorpresa e disturbo della quiete tanto auspicata una sorellastra, scontrosa, burbera, più grande: Olivia. Anche lei, come la cantina, “dimenticata”. Olivia e Lorenzo sono diversi, lei è furba, astuta; lui sta scontando la sua massima emarginazione, che equivale ad abitare per 7 giorni sotto casa. Un dislivello che inizialmente aumenta a causa dello scarso interesse di Lorenzo per quella non-sorella che sta per mandare all’aria i suoi piani. Olivia si appropria del suo rifugio come si è sempre appropriata dei soldi del padre e si scontra con un ragazzino che diventa indisponente quasi quanto lei. E fino a qui potrebbe comunque essere un simpatico scontro generazionale con ostacolo-Olivia nel raggiungimento della pace di Lorenzo. Ma non è così.
Si sviluppa a fine libro, la sua essenza. Olivia sta male. Olivia ha freddo, è scontrosa, insulta il fratello. Olivia si droga, ma non ha soldi, è in astinenza, soffre, sta per morire?, ansima, suda, si arrende?, si accascia, sviene. Olivia è l’emblema del prodotto corrotto del mondo. Non del male: del mondo. La normalità corrode, l’outside ammala. Lorenzo è un bambino, Lorenzo ragiona in maniera matura, ma è protetto. Persino nel suo trasgredire è comunque protetto. Le sue bugie sono ancora bugie innocenti. La sua cattiveria, il suo cinismo, fa sorridere. Olivia è disperata, piomba a casa del fratello con una finta maschera d’orgoglio, che le scivola addosso con il peggiorare delle sue condizioni. La brutalità della vita è palese anche ad un ragazzino di 14 anni che, un po’ egoisticamente, pensa solo a se stesso. E di fronte al pericolo, di fronte alla paura, anche se non lo si ammetterà mai, ci si piega. Ci si deve piegare.
Un toccante ritratto di generosità, di ostilità camuffata che di fronte al grande male della vita (la malattia, la morte, la paura, la disgrazia, il senso dell’esistenza) si arrende in una placida compassione. Un breve romanzo di formazione che si esaurisce in poche parole, con pochi dialoghi, perchè non c’è tempo per discorrere invano, e..
-Olivia, mi fai una promessa? -Cosa? -Che non ti droghi più. Mai più. -Te lo giuro su Dio.
..e Olivia muore, dieci anni dopo, di overdose.
Ci sono diversi modi di diventare grandi.
Federica Spampinato
Non si può sfuggire alla potenza attrattiva de La Vita Oscena. Prima ancora di parlare della trama. Prima ancora di esaminare con accuratezza la suddivisione didascalica quasi teatrale, divisa tra pensieri profondi e serrati monologhi, in una solitudine che, forse, non è di un uomo singolo, ma dell’umanità. Facile sarebbe chiamare in causa lo stile criptico e riflessivo. Pensieri diretti. Frasi minime. Flussi di coscienza per un bambino che diventa ragazzo, lo stesso ragazzo che non riesce a diventare uomo, e si distrugge, con la percezione modificata dell’inutilità dell’essenza umana, ma ancora troppo intriso di paura per voler morire. Una disperazione infernale che sottende al racconto, ai capitoli che scorrono veloci sotto le dita, così come veloce scorre la vita in decomposizione dell’uomo-non-ancora-uomo. La riflessione che matura dentro il protagonista e lo divora come un cancro, togliendogli la stessa capacità di riflettere.
Il paradosso di un certo tipo di narrativa è voler esulare quasi-completamente dal testo, quando del testo e delle parole non può proprio fare a meno. Sembra impossibile, invece accade. Un testo senza referente, quello di questo libro, un significante a cui manca il rimando, il significato. Le stesse parole che, però, evocano scenari di subconscio atrofizzati, dimessi e stentati. Leggere La Vita Oscena non fa immaginare, suscita sensazioni e richiama angosce. Seguiamo passo passo le incertezze del personaggio-protagonista, che forse è lo stesso Aldo Nove, il quale ci lascia in un dubbio autobiografico che al terzo capitolo già scompare, sotterrato da ben più ardue sfide.
Quest’autore da pseudonimo (Antonio Centanin è il suo vero nome) con freudiana astuzia armeggia con la psiche malata di un adolescente frustrato da eventi che hanno turbato la sua infanzia. Un lutto, un’ingiustizia, un altro lutto ancora: non sono eventi incredibilmente originali, ma originale e unico è il panorama che creano. In questa società così dedita alla frenesia e alla voluttà, dove tutto sfreccia superando il limite di velocità consentito, anche l’infanzia corre, e crea dei solchi insanabili nell’anima. L’adolescenza precipita in un climax discendente di sballi, droghe, piaceri ossessivo-compulsivi di matrice pasoliniana e l’individuo si amalgama con le sue feticce trasposizioni, vuoti cyborg dalla malsana e improbabile esistenza. E il guardarsi allo specchio non implica un riconoscersi, essendo perduta la cognizione di ogni causa-effetto, dopo trip allucinogeni che rendono esule -ma solo per un istante- il dolore. E’ la malattia più vecchia del mondo, e già il secolo scorso Montale la rendeva in forma poetica: è il male di vivere che logora lo spirito e annienta la carne. Ne parlava Cronenberg, connesso alla tecnologia e all’avanzare di un fantomatico progresso uomo-distruttivo e macchino-centrico. Ne parlano tanti, in vario modo: ma mi permetto di dire che La Vita Oscena propone una redenzione finale in un’allegorica e kubrickiana allucinazione dalla quale trapela il Bene. Nel finale Aldo Nove prospetta, in una sinossi fin troppo ermetica, una folgorante e decisiva rinascita dall’adolescenza bruciata, all’insegna dell’incapacità di reazione dell’essere umano di fronte..alla vita, oscena.
Federica Spampinato
E’ sulla bocca di tutti, motivo di dibattiti, soggetto di articoli, reportage e saggistica. Alessandro Baricco in Next cerca di dare una forma al concetto di Globalizzazione, un fenomeno che pervade quotidianamente la vita del cittadino, sia esso italiano, cinese, libico o messicano. Il fatto è che ognuno di loro subisce conseguenze diverse, differenziate in base alla territorialità geopolitica.
Next si può definire come un sottile manuale in cui sono raccolti vari spunti su cui riflettere, domande che lo stesso scrittore si è posto. Tutto è nato dopo gli eventi di Genova nei giorni del G8, giorni di caos, di morte e di conseguenti dibattiti mediatici. Baricco, in Next, espone al pubblico i suoi dubbi, mettendo a nudo la sua inconsapevolezza riguardo un tema effettivamente attuale; ma la chiave interessante di questo prodotto saggistico è che tutte le sicurezze, i fatti dati per certi, i luoghi comuni sulla globalizzazione svaniscono. Alessandro Baricco discute il fenomeno da un nuovo punto di vista, affrancandosi dalle definizioni e dalle idee preconfezionate che vengono vendute dalla tv e dai giornali.
Interessante è la divisione sistematica del manuale: tre capitoli in cui raccoglie teorie popolari sulla globalizzazione e vari luoghi comuni (a cui affianca controteorie) e poi un capitolo finale, quello dei bonus tracks, in cui sono riportate spiegazioni, annotazioni e chiarimenti sul testo precedente, un testo che regolarmente viene infarcito di postille, parole chiave che riassumono il contenuto .
Baricco decide di sviluppare organicamente il suo manuale, partendo da sei punti principali, definizioni più o meno vaghe di cui il cittadino medio si serve per dare una forma concreta al fenomeno della globalizzazione. Next parte da questi assunti per poi destrutturarli e spolparli, trovando prove che supportano e/o confutano date teorie popolari.
Necessaria è la segnalazione di un paragrafo della sezione bonus tracks, quella delle Definizioni, in cui Baricco esprime uno dei concetti chiave del libro, ovvero la facilità con cui si targano fenomeni e idee. Il problema però sorge nel momento in cui si verifica una totale incapacità a spiegare date idee, una sorta di crisi linguistica secondo cui ormai “le cose non sono più quel che sono, ma quello che generano”. Chiarimenti: quando dobbiamo definire qualcosa si tende a esplicitare le conseguenze che essa provoca; tralasciare la scienza dei fondamenti per perpetuare quella degli effetti. E la globalizzazione come fenomeno viene presentato così, con sproloqui su ciò che questo fenomeno può provocare, non su ciò che effettivamente è. Baricco con Next vuole trovare una soluzione linguistica, che possa pure risolvere le perplessità di contenuto.
Alessandro Baricco spiega esplicitamente il suo obiettivo: non vuole dimostrare che la globalizzazione è un’invenzione mediatica, ma d’altro canto non vuole nemmeno accettare a priori quello che ci viene quotidianamente raccontato. Prende gli eventi e li analizza da un punto di vista che si discosta dall’immaginario comune, trova nuovi modelli di interpretazione della realtà. Offre i dati e le varie letture di essi, dando la possibilità al lettore di crearsi una propria visione del fenomeno. Nuova, diversa e meno fatalista.
Lucrezia Cocetta
Una serie di racconti metropolitani che si muovono da Roma a Londra. Fango è una raccolta in cui Niccolò Ammaniti sceglie di descrivere la gente comune dei reparti urbani e le loro storie, che molte volte si intrecciano guidate dal caso (o dal destino?).
Fango è diviso in 6 racconti: “L’ultimo capodanno dell’umanità”, “Rispetto”, “Ti sogno, con terrore”, “Lo zoologo”, “Fango” e “Carta e ferro”. La follia, la violenza come forma di potere, la malavita e la morte spettacolarizzata sono i caratteri fondamentali su cui si fondano questi racconti. Il tutto segue un unico filo conduttore, quale il degrado inesorabile dell’individuo contemporaneo.
I protagonisti dell’opera di Ammaniti vivono situazioni atipiche, tutte intrise di violenza e sangue, situazioni in cui più o meno volontariamente si svela il lato oscuro dell’essere umano, cruento ma allo stesso tempo grottesco.
Realtà e fantasia si fondono fino a ricreare il ritratto di una società moderna verosimile, dotata di sfumature, debolezze, vizi e virtù. In ogni personaggio di Fango c’è qualcosa di riconoscibile, che si può ricondurre a noi stessi e alla realtà che ci circonda quotidianamente.
Niccolò Ammaniti lascia tracce evidenti del suo stile, ritmato e veloce, per niente prolisso. Ti tiene incollato alla storia, vuoi sapere come va a finire perché inevitabilmente ti coinvolge; Ammaniti spiega e descrive con pochi aggettivi, rendendo l’idea in maniera immediata, usando termini del nostro quotidiano. È come una presa diretta sulla vita caotica della metropoli, niente filtri, niente censure.
L’istantaneità dei fatti è il cardine dello stile ammanitiano (oso con un neologismo) e la durezza con cui sono narrati li rende puri.
Gli elementi splatter con cui Niccolò Ammaniti descrive minuziosamente i raptus omicidi di Giulia in L’ultimo capodanno dell’umanità e dei tre ragazzi in Rispetto rendono Fango un’opera simile ai film di Tarantino, esageratamente sanguinosa.
Ammaniti tenta qualcosa di impensabile, ma che alla fine si rivela efficace: la commistione fra horror e commedia all’italiana trasforma i personaggi in maschere in certi tratti del racconto. Sono tristi, bestiali nei loro atti di violenza, privi di umanità, ma sono anche ridicoli e grotteschi, esagerati in certi caratteri della loro persona.
Alcuni potrebbero definire Fango come un’opera un po’ troppo sopra le righe, ma se si riflette bene, non è poi così lontano dalla realtà dei fatti. Basta sfogliare i quotidiani per cogliere questo ritratto sociale, leggermente calcato ma per niente surreale.
Lucrezia Cocetta
Vuoi per passione, vuoi per attuare un esperimento didattico, questo blog è stato ideato per dare un apporto in più a quello che la rete mette a disposizione. Noi, Lucrezia e Federica, giovani autrici di questo nodo, abbiamo deciso di mettere nero su bianco i prodotti della letteratura contemporanea, concentrandoci su una particolare corrente, quella i cui esponenti sono riconosciuti con l’epiteto di Giovani Cannibali.
Nonostante l’obiettivo primordiale sia quello di divulgare notizie e approfondimenti in merito all’argomento, sfrutteremo quest’occasione per favorire nuove relazioni e interessanti scambi culturali con chiunque sia interessato.
Sarà un caso (e si, sicuramente lo è), ma questo blog fa capolino nella rete dei collegamenti ipertestuali proprio negli stessi giorni in cui è stata chiusa l’ultima industria al mondo che produceva macchine da scrivere, la Godrej and Boyce. Un po’ come per ricordarci che tutto è passeggero, e probabilmente è nostro dovere diventare testimoni del periodo che stiamo vivendo.
Federica Spampinato
Lucrezia Cocetta