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Waiting flight @ McD (Taken with picplz at mc cafe orio al serio in Orio al Serio, Italy.)

johnthelutheran:

Marjane Satrapi, author of Persepolis (which I really must read at some point).

 I had always heard your entire life flashes in front of your eyes the second before you die. First of all, that one second isn’t a second at all, it stretches on forever, like an ocean of time… For me, it was lying on my back at Boy Scout camp, watching falling stars… And yellow leaves, from the maple trees, that lined our street… Or my grandmother’s hands, and the way her skin seemed like paper… And the first time I saw my cousin Tony’s brand new Firebird… And Janie… And Janie… And… Carolyn. I guess I could be pretty pissed off about what happened to me… but it’s hard to stay mad, when there’s so much beauty in the world. Sometimes I feel like I’m seeing it all at once, and it’s too much, my heart fills up like a balloon that’s about to burst… And then I remember to relax, and stop trying to hold on to it, and then it flows through me like rain and I can’t feel anything but gratitude for every single moment of my stupid little life… You have no idea what I’m talking about, I’m sure. But don’t worry… you will someday. 

modulo per denunciare chi obietta sulla contraccezione d'emergenza

nipresa:

curiositasmundi:

ecco il modulo per denunciare chi obietta sulla contraccezione d’emergenza:x medici http://bit.ly/x83E5T e farmacisti http://bit.ly/ylzjpC

Via:  

Tra l’altro se un medico o un farmacista vi dice che la pillola del giorno dopo è abortiva o è in cattiva fede o è un cialtrone da cui non farsi curare nemmeno un raffreddore.

Caduta Libera - Nicola Lilin

Osservavo le case cercando ossessivamente i segni della distruzione, ma tutto era troppo bello, e caloroso. Le finestre intatte, con i vetri, e dietro quei vetri la vita comoda e pacifica, in ordine: le lampadine al loro posto nei lampadari, le tendine colorate, i fiori sui davanzali… tutto questo mi sembrava orribile. Arrivata la sera la gente beveva il tè guardando la televisione, rideva alle battute idiote di qualche comico, ascoltava le canzoni pacate di cantanti conciati come alberi di Natale viventi… E intanto l’industria delle star clonava nuovi idoli, tutti volevano assomigliare ai personaggi famosi, diventare sposi eterni dell’intero Paese. I giovani facevano a gara a chi era più ignorante - perché l’ignoranza è una cosa che va sempre di moda -, gettandosi nelle discoteche a ballare in feste disperate che andavano avanti fino all’alba, sentendosi finalmente protagonisti di qualcosa. Se sei ricco puoi fare tutto, se sei bella devi sfruttare la tua bellezza per manipolare tutti: questa sembrava essere l’unica regola valida, insieme a una violenza immotivata, senza limiti, perché anche essere violenti va di moda. Il caos della guerra mi sembrava più ordinario e comprensibile della cosiddetta moralità della società pacifica. Ripensavo a tutti quelli che avevo visto morire nel nome della pace, e mi convincevo sempre più che questo tipo di pace non meritava di esistere: meglio il macello che avevo conosciuto, dove almeno sapevamo qual era la faccia del nemico e non potevamo sbagliarci, e tutto era semplice proprio come una pallottola. Invece ora ero stato restituito a una pace che mi permetteva di essere un consumatore delle bellezze dell’universo, convincendomi che erano state scelte apposta per me e anche prepagate: il cibo confezionato, il sesso interattivo, i finti orgasmi dopo i quali ti rimane addosso il disprezzo per te stesso e per il mondo.

[cut]

Quando ho visto al notiziario un servizio su un gruppo di nostri soldati morti di recente in uno scontro fra le montagne, durante un’operazione terroristica in Cecenia, senza pensarci ho afferrato un orologio da tavola e l’ho scagliato contro il televisore, spaccando lo schermo. La notizia dedicata ai nostri morti in guerra era stata montata dopo altri due servizi: uno sull’allevamento dei maiali nel sud della Russia, l’altro sulle giovani modelle che avevano vinto dei concorsi internazionali di bellezza ed erano pronte a conquistare il mondo, dando così un enorme contributo alla causa della Madre Russia. Sono rimasto seduto davanti al televisore rotto per tutta la notte, pensando a noi, che obbedienti come pecore al macello avevamo sacrificato le nostre vite in nome di un ideale di cui al resto del Paese non fregava niente. Mi sono alzato dalla poltrona quando ormai era mattino, e continuava a girarmi in testa una frase che mi aveva detto una volta un prigioniero arabo: «La nostra società non merita tutto l’impegno che noi mettiamo in questa guerra». Solo in quel momento ho capito quanto avesse ragione quello che io mi ostinavo a chiamare nemico.

Il potere delle parole

Che già uno è stanco che è fine giornata ed è ancora qui, chino sulla scrivania, a dover scrivere degli appunti sulle correzioni ad una relazione per un Direttore (per altro non il suo!) che domani ha un incontro e non sa che dire, ecco dicevo uno già deve sopportare tutta sta roba ed in più gli tocca leggere nella relazione che “un équipe” (e già qui ci sarebbe da ridire: siamo in Italia? Ecco, allora usiamo squadra che di parole ne abbiamo in abbondanza!) dicevo gli tocca leggere “che verranno selezionate e addestrate per una settimana due equipe di 2 esperti…”.

Addestrate.

Che manco si usa più coi cani, addestrate.

Che adesso tu il cane mica lo addestri: lo educhi!

E questi cervelloni che redigono una relazione da milleMilaMiliardi di euro mi scrivono “persone addestrate”.

Ma “formate” faceva brutto?

Irrazionali paure

Un giorno.

Ci diciamo spesso «Un giorno»

«Un giorno mi licenzierò e girerò il mondo in barca a vela»

Ci diciamo.

«Un giorno scriverò il libro che mi frulla nella testa da anni»

Ci diciamo.

Un giorno.

Che poi diventano due, tre, settimane, mesi.

Anni.

I genitori invecchiano, i figli crescono, e noi siamo ancora lì a fare il nostro compitino, a strisciare il badge la mattina, a ristrisciarlo in uscita la sera.

Schiavi.

Schiavi della società, del capo, del mutuo, della famiglia, dell’approvazione sociale.

Dei sogni degli altri.

Mentiamo a noi stessi, ché se siamo schiavi è solo della nostra paura. Paura dell’ignoto, paura dell’incertezza, paura del futuro.

Del futuro.

Com’è possibile avere paura di una cosa che non esiste?

E’ come dire che si ha paura degli asini volanti, dei vampiri, dell’ottava nota, dei mostri nell’armadio e di quelli sotto il letto. Che fan paura fino ai dieci-dodic’anni, poi cresciamo e smettiamo di temerli.

E ci ritroviamo a temere il futuro.

Manco fosse Godzilla.

Volevo giocare a basket

Oggi volevo andare a giocare a basket.

E’ da ieri sera che mi dico:

“Se domani c’è bel tempo vado a giocare a basket”.

E’ da ieri sera che mi dico:

“Se domani c’è bel tempo, vado a fare la spesa al centro commerciale, compro una pompa, gonfio il pallone e vado a giocare a basket”.

E’ da ieri sera che mi ripeto che domani andrò a giocare a basket, facendo crescere a dismisura la mia voglia di canestro.

Stamane mi sono svegliato e c’era bel tempo. Che a Cagliari bel tempo vuol dire 15-16 gradi in tarda mattinata, se c’è il sole.

E stamane c’è il sole.

Così vado a fare colazione al Mc café del centro commerciale, faccio la spesa, compro la pompa.

Torno a casa.

Sistemo la spesa e mi preparo: maglietta della salute, t-shirt NYC, pantaloni bracaloni e felpa col cappuccio, tutto molto underground. Che se c’è bel tempo si gioca in maglietta sul campo da basket in riva al mare, che col sole lo vedi là sullo sfondo, tutto sberluccicante, mentre giochi.

E stamattina c’è il sole.

Prendo il cutter, apro la pompa, infilo l’ago nel pallone da basket, dopo averci sputato sopra per lubrificare la valvola, come m’ha insegnato mio padre, e prendo a pompare.

Il pallone non si gonfia.

Controllo l’attacco dell’ago, l’attacco della pompa, la valvola della palla: tutto ok.

Riprendo a pompare.

Il pallone riprende a non gonfiarsi.

Prendo in mano l’ago e mi si spezza in due: svelato l’arcano.

Guardo l’orologio: sono le 10.50 ed alle 12.30 volevo essere a casa per Juventus - Parma.

Ma ho troppo voglia di giocare a basket.

Così controllo le aperture straordinarie dell’ipermercato dietro casa: oggi chiuso.

Prendo le chiavi, la patente, il portafoglio, pallone e pompa e volo al centro commerciale in cui ho fatto la spesa stamane, a 15 km da casa.

Arrivo che son le 11.10.

Entro e chiedo ad un’addetta alle vendite dove sono gli aghi per gonfiare i palloni: “Se non sono in quello scaffale non sono ancora arrivati, sa lo stiamo allestendo in questi giorni il reparto sportivo. Ha già guardato in quello scaffale?”

Ovviamente sì.

Ovviamente niente aghi.

Controllo l’ora: 11.20 e sempre voglia di giocare a basket.

Mi viene in mente che all’interno del centro commerciale c’è un Cisalfa: parto a razzo verso l’obiettivo. Appena dentro chiedo ad uno dei ragazzi se vendono gli aghi per gonfiare i palloni.

“No, non li vediamo”.

Una martellata nei coglioni della mia voglia di canestro.

“Noi non li vendiamo: li regaliamo!”

Lo guardo con un sorriso che racchiude tutta la mia voglia.

“Grazie!” esclamo, mentre lo seguo nel reparto palloni. S’avvicina ad uno scatolone, prende un ago e me lo allunga.

“Grazie mille”.

“Figurati. Ricordati solo della nostra gentilezza la prossima volta che devi fare un acquisto sportivo”.

“Non mancherò!”

Esco dal negozio con l’ago infilato in bocca: felice.

Alle 11.35 sono in auto:

“Se mi muovo riesco a giocare 40’, abbondanti” penso. Prendo la pompa, faccio per avvitare l’ago: troppo piccolo.

“Ok, ho capito” urlo nella solitudine dell’abitacolo “oggi non devo giocare a basket!”

Incazzato ingrano la retro, poi la prima e scatto verso casa. Mentre guido mi viene in mente che il distributore automatico dove ho fatto benzina stamattina mette a disposizione dei clienti l’aria compressa.

Guardo l’orologio: 11.45, una mezz’ora di gioco.

Entro nella piazzola, parcheggio vicino alla colonnina dell’aria e, finalmente, riesco a gonfiare la palla.

Risalgo in auto e volo al campetto di Poetto, felice come solo un bimbo la mattina di Natale.

11.53 parcheggio.

E gioco.

Fino all’una.

E chissenefrega della Juve.

Indicativo

Ieri pomeriggio sono andato a fare la spesa. In un ipermercato, di quelli grandi grandi, dove i prezzi sono bassi e l’anonimato regna sovrano.

In fila alla cassa avevo davanti quattro o cinque persone. Tra passeggini e carrelli la fila era comunque abbastanza lunga da obbligarci a metterci orizzontali, nelle ultime posizioni, per consentire il flusso tra gli scaffali.

Alla mia sinistra s’infila una coppia di mezza età, un solo prodotto in mano.

Si avvicina un’altra coppia, a destra, e la signora di mezza età li informa che lei e suo marito sono gli ultimi.

La guardo.

Mi guarda.

“Avete solo quello, Signora? “

“Si’”

“Prego, passi pure”

“Ma no” quasi si difende, timida “non ce n’è bisogno”

“Veramente, passi” insisto “per un pezzo solo”.

“Beh, allora grazie”

“Ci mancherebbe: per così poco”

“Non è poco, non è poco per niente!” sottolinea decisa.

Questa sua risposta mi ha fatto riflettere, mi ha rattristato: quand’è successo che un piccolo gesto di cortesia e’ diventato molto?

Quando siamo finiti così in basso?

Nicknames

Che a fermarsi un attimo a pensarci, ai soprannomi, c’è di che rifletterci.

Non dico i soprannomi-lampo, quelli che dai alla vecchia che, facendo finta di niente, ti passa davanti nella fila alla posta, che l’avvento del numerino non le ha fatto perdere le buone abitudini. Non dico i soprannomi che ti danno per un futile motivo, momentaneo e passeggero, no, intendo i soprannomi veri, quelli che ti affibbiano da bambino e che ti porti dietro per tutta la vita.

Che poi passano gli anni ed uno cambia, ma i soprannomi restano.

Che se ci pensi, ai soprannomi, soprattutto ad alcuni soprannomi, c’è da ridere.

Prendi Paolone.

Per noi è sempre stato Paolone, bello rotondo nella sua tuta “Seb” blu con le bande laterali bianche, che l’Adidas c’ha creato un impero su quel design vintage.

Paolone era Paolone da sempre, da quando, nelle vacanze estive, si giocava a calcio tutto il giorno: partitella al mattino, partitella al pomeriggio, partitella nel tardo pomeriggio, partitella dopocena.

In strada.

Arrivava col suo Garelli verde inglese, col doppio portapacchi, quello dietro di serie e quello davanti montato dal padre per infilarci il giornale, che Paolone nel portapacchi davanti, quello aggiuntivo, c’infilava il pallone. Ma mica un SuperTele od un Tango: un pallone di cuoio! Che erano in pochi gli adolescenti ad avere un pallone di cuoio e noi lo guardavamo con invidia a Paolone ed al suo pallone di cuoio.

Anche perché il possesso del pallone era tutto. Significava reclamare un rigore inesistente perché “Se non me lo date non gioco più e porto via il pallone!”.

La nostra capacità di negoziare, di flettere come giunchi al vento, tanto utile durante gli anni universitari ed ancor di più in ambito lavorativo, si è sviluppata in quei momenti, su polverosi campetti d’oratorio, combattuti tra la voglia di continuare a giocare ed il senso di giustizia che “No, non è rigore!”.

Comunque andasse, concesso o non concesso, Paolone era Paolone.

Poi siamo cresciuti e Paolone è andato militare nell’Arma. E durante il servizio militare gli hanno trovato degli scompensi nel sangue che l’hanno costretto a mangiar la verdura, che Paolone la verdura non la voleva vedere nemmeno dipinta sui muri.

Come il sottoscritto.

Volente o nolente, Paolone ha iniziato a mangiare le sue belle carotine a la julienne, i cavolfiori, gli spinaci, tutta la valle dell’orto. E nel frattempo s’è pure dato allo sport: prima la palestra, poi il ciclismo. Così s’è asciugato, ha perso un bel po’ di taglie, s’è irrobustito nei punti giusti: è diventato un bel figurino.

Ma per noi è sempre Paolone.

E quando ti fermi a pensare a ‘ste cose, a come la vita cambi rimanendo per certi aspetti ironicamente uguale, c’è di che rifletterci.

E, riflettendoci, arrivi finalmente a capire perché uno degli amici ultrasettantenni di tuo padre sia da sempre “Al Biond”.

That's life

La vita è così.

Un attimo prima sei alle stelle, vai al massimo, tutto si sta allineando secondo lo schema che avevi in mente, lo schema a cui stai lavorando da anni.

Due settimane fa era tutto perfetto.

Ora non sai che fare.

Non sai che fare della tua vita, del tuo futuro, del tuo destino.

La vita è così.

Ma mentre, impantanato nel fango, cerchi di liberarti, ti accorgi che intorno a te ci sono numerosi fiori, appena sbocciati.

Splendidi.

Ché la vita è così, ma è nei momenti bui, in cui tutto sembra andare a rotoli, che capisci cosa conta davvero, chi ti è vicino.

Chi ti vuole bene.

Che ti arriva un SMS dal tuo migliore amico in cui ti dice che spera che tutto si sistemi ma che, comunque vada, a Pavia non hai solo la tua famiglia, hai anche un fratello acquisito.

Aggiorni su facebbok il tuo stato sentimentale, che sei tornato single, ed amici lontani si attivano, ti scrivono mail, ti offrono un orecchio via Skype.

E tu leggi questi SMS, leggi quest’email e non puoi fare altro che commuoverti, che essere felice di tutto questo, perché realizzi che chi sta veramente male sono altri che son soli, emarginati, malati, non tu che hai un lavoro, una casa, una famiglia, degli amici.

Amici che son poco più delle dita d’una mano, ma che sono amici veri: ti aprono il loro cuore per uno sfogo, ti offrono il loro corpo per un abbraccio, ti ascoltano e ti capiscono.

E ti vogliono bene.

E così vai avanti, che la vita è anche questo, che hai perso l’amore, ma hai tanto bene intorno.

Chi si ferma è perduto

Chi si ferma è perduto” mi diceva spesso mio padre quand’ancora vivevo a casa dei miei.

Forse lo diceva più a sé stesso, come carica per iniziare la giornata.

A distanza di anni, guardando a quello che ho fatto ed a quel che sto per fare, credo d’aver capito cosa intendesse.

L’ho capito dopo che mi sono trasferito da Milano a Cagliari, licenziandomi da un posto a tempo indeterminato, contro il parere di tutti.

L’importante in quel momento era muoversi. Sentivo che qualcosa non andava, che la mia vita non aveva senso, che non poteva essere tutto lì, ma non sapevo ancora cos’era.

Muoversi.

Agitare la sfera di vetro, scatenando una bufera di neve sull’irreale mondo interno.

Sul tuo mondo interno.

Quel che sentivo era una sensazione d’oppressione, faticavo quasi a respirare, come se un’enorme pietra si fosse materializzata sul mio petto, impedendogli d’espandersi.

Ma non capivo cos’era.

E mai l’avrei capito se fossi rimato lì, fermo, in attesa di capire.

Che a volte non è il caso di capire, non perché non ne valga la pena, semplicemente perché non e’ quello il momento: troppo distratto dal tuo disagio, troppo concentrato su come salvarti la pelle.

La risposta è muoversi, mescolare le carte, abbandonare tutto ciò che ti dà sicurezza: il lavoro, la tua città, la tua famiglia, quella d’origine, per inseguire qualcosa che ancor non sai cos’è.

Ma sai che c’è.

Questo e’ l’importante.

Questo è quello che ti spinge a muoverti, a metterti in gioco, scoprendo così chi sei realmente; scoprendo in te risorse che non pensavi d’avere, ma che erano li’, ricoperte da un leggero strato di neve.

Aspettavano.

Aspettavano la bufera che le avrebbe scoperte, aspettavano che prendessi in mano la boccetta della tua vita e la scuotessi forte.

Muovendoti.

Bassezze umane

Alcuni giorni fa ho messo in vendita un po’ di ciarpame per l’iCoso 3G/3Gs a 15 euro ed ho subito ricevuto una telefonata e due email che mi chiedevano se vendevo il telefono, quanti mesi aveva il telefono, com’era messo il telefono.

Cioè 3 persone che, furbi furbi, hanno letto quello che volevano, ovvero che a 15 euro vendevo l’iPhone vero e proprio, non gli accessori. Già perché loro sono i più furbi e, soprattutto, “su internet si trova la roba a poco”.

Cinicamente (sì sono cinico) ho scritto e qui ribatto che certa gente, i truffatori, fan bene a fregarla: se lo meritano!

E’ la darwiniana evoluzione della specie.

Vedere (con tristezza) a che bassezze possono arrivare le persone per avere il gadget Apple del momento, per loro altrimenti inarrivabile, mi ha fatto venire in mente un episodio cui abbiamo assistito un paio d’anni fa.

Eravamo andati a Giorgino, un paese di pescatori alle porte di Cagliari, per la sagra del pesce. Festa in piazza, musica, balli, canti e, ovviamente, un assaggio del loro ottimo pesce.

Arriviamo che saran state le 19, che anche se viviamo a Cagliari le nostre pance son rimaste tarate sul fuso milanese: alle 19 noi abbiam fame! Dicevo arriviamo alle 19, un po’ presto per l’andazzo del loco, così ci facciamo un giro per le immancabili bancarelle. Caramelle, dolciumi vari, zucchero filato, il torrone di Tonara, che in quanto nordico il torrone in agosto mi fa sempre strano, ché per noi è un dolce che si vede sui tavoli a Natale.

Alle 20 torniamo in piazza e ci mettiamo in fila per l’assaggio. Una fila ordinata, lunga, tranquilla.

Lentissima.

I più organizzati si son portati il seggiolino pieghevole da pescatore e si siedono in cerchio, chiacchierando per far passare il tempo: professionisti!

Altre persone si accodano a noi, una coppia di ragazzi, una famigliola, un’altra coppia. Sei lì in fila che non sai come far passare il tempo: vien naturale guardarti in giro e fare un po’ l’orecchia pelosa, per sentire le conversazioni altrui.

Così ci capita di sentire l’ultima arrivata, un’abbondante signora di mezz’età che, staccatasi dalla famigliola, s’avvicina alla fila e chiede all’ultimo:

“Ma si paga per mangiare?”

Il signore si gira verso di lei e, gentilmente, le risponde:

“E’ ad offerta, signora”.

Ok, allora è gratis!” afferma convinta la donna, prima di sbracciandosi verso i parenti affinché la raggiungano.

Ancora Windows?!?

Che a me sta cosa che il sito ti legge l’IP od il device da cui ti colleghi e ti propone la pagina (secondo lui) piu’ adeguata, ecco a me sta cosa mi sta pesantemente sul cazzo.

Che apri facebook con l’iPhone ed e’ il sito in versione mobile, che ti colleghi a craiglist.ca e niente: ti re-indirizza al .it e per andare dove vuoi veramente andare (si’, confermo: il .ca) devi fare tre passaggi in piu’, che apri una pagina in inglese e Google si fa avanti per chiederti se vuoi tradurla, ecco a me tutta sta roba disturba.

 Che credevo d’essermi liberato da un pezzo di Windows!

Ai miei tempi

L’altro giorno sono andato al bar, a fare colazione. Che non mi capita spesso di andare al bar a fare colazione, che a me per colazione piace il caffélatte coi cerali ed al bar mica li trovo.

Sono arrivato presto, per esser domenica: saran state le otto, otto e dieci. Tant’è che il barista mi fa:

“E tu, che ci fai qui così mattutino?”

Gli ho biascicato qualcosa che non ricordo, ricordo solo di avergli detto:

“Quella pasta lì ed un caffé”.

Sì perché ero solo l’altro giorno al bar, ché la mia compagna è dall’altra parte del mondo, a 12.000 chilometri di distanza, lei che la colazione al bar le piace un sacco farla, con la pasta alla crema ed il cappuccino chiaro.

Visto che ero solo ed era Ferragosto e non ci sarebbe stato il giornale, mi son portato al bar un fumetto. Che già la parola fumetto mi fa uscire dai gangheri. E’ una via di mezzo tra un diminutivo ed un vezzeggiativo, uno di quelli scemi, che le vecchie zie affibbiano ai nipotini appena nati.

Fumetto, quasi fosse roba di poco conto.

Tra un morso alla pasta ed un sorso di caffé, mi son messo lì col mio Dampyr numero 49: “La colonna infernale”, uscito dell’aprile 2004 (che con le milleMila cose da fare son rimasto un po’ indietro). L’ho aperto e subito son stato investito dall’odore della carta stampata, dell’inchiostro, un odore che non sentivo da tempo, anche perché il mio naso funziona parecchio male. Ma l’altro giorno ha funzionato, il mio naso, e mi ha fatto sentire quest’odore che mi ha riportato alla memoria un’infinità di piacevoli ricordi legati alle parole di carta.

E mentre i ricordi si susseguivano nella mia testa come un personale film muto, ho realizzato che è un odore che andrà perduto. Che per quanto cerchi di resistere, di fare il nostalgico della carta stampata, alla fine anch’io mi dovrò arrendere agli e-reader. I numerosi traslochi degli ultimi anni ed il prossimo in programma, con un Oceano di mezzo, mi hanno fatto realizzare che quando una libreria di 300 e passa volumi può stare tranquillamente in un dispositivo da mezzo chilo, beh c’è da essere scemi a non capirne il vantaggio.

Però, a meno che i Giapponesi non tirino fuori un e-reader con diffusore di odori: inchiostro su carta, inchiostro di rotocalco, carta ammuffita per gli anni in cantina, ecco dicevo a meno che i Giapponesi non mi tirino fuori un dispositivo odoroso, dovrò abituarmi a fare a meno delle sensazioni che l’odore della carta stampata mi ha, da sempre, regalato.

Ed è un peccato.

Innamorarmi di te

Erano giorni che aspettavamo questo momento, il doverci separare. Cercavamo di non pensarci, di parlarne il meno possibile, quasi a voler fermare il tempo, con la stessa logica con cui, da bambino, resistevo alla tentazione di guardar scendere la neve perché ero certo che, se l’avessi fatto, avrebbe smesso di nevicare.

Nonostante i nostri infantili stratagemmi, il tempo è passato e stamane sei partita.

Fa strano pensare ai prossimi mesi da solo, dopo che in questi sei anni ne abbiamo passate di ogni, insieme. Fa ancor più strano pensare a dove ci rincontreremo: dall’altra parte dell’Oceano, a 12.000 chilometri da qui.

Tanti giorni ci separano, tante incombenze prima di poterci nuovamente abbracciare. Tu a far da apripista nella nostra nuova vita canadese: cercar casa, aprire un conto corrente, ottenere una carta di credito, sottoscrivere un contratto di telefonia mobile; io a concludere quel che siamo stati in questi anni: impacchettare le nostre cose, disdire il contratto d’affitto, le utenze, organizzare il viaggio, cagnolona al seguito, spedirti pacchi, vendere il possibile per fare cassa, automobile compresa.

Fa strano pensare che in autunno, al massimo in inverno, sarai il mio Cicerone nella scoperta della nuova città, del nuovo modo di vivere. Che già cambiare città è molto: l’abbiam provato sulla nostra pelle spostandoci da Milano a Cagliari, ma cambiare Stato, addirittura Continente, dev’essere da perderci la testa.

Ed io non vedo l’ora di perdere la testa per la nuova lingua, i modi di dire, le nuove usanze, i costumi, la diversa mentalità.

Non vedo l’ora di perdere la testa per te, d’innamorarmi di te.

Nuovamente.

Metropolis

Alcuni giorni fa stavo andando in ufficio. A dire il vero stavo tornando, dopo la pausa pranzo.

Per andare in ufficio percorro a piedi un breve tratto di strada, in leggera salita: una salita che si perde a vista d’occhio verso il centro citta’.

Mentre ero li’ che arrancavo, piu’ per il mio essere fuori forma che per la pendenza della strada, ho visto arrivare in direzione opposta un autobus. E mi son ritrovato a pensare alla spesa che il Comune deve sostenere per far muovere quel bestione arancio ed all’inquinamento che il potente motore diesel genera.

A quel punto la mia mente e’ partita per la tangente ed ha ricoperto la salita di pannelli fotovoltaici, un manto di lucido nero al posto dell’opaco asfalto. Chilometri e chilometri di pannelli che generano elettricita’, sormontati da auto pubbliche e camion del Comune ed autobus e corriere, tutte alimentate dalla corrente generata dal manto stradale.

Risparmio ed ecologia al servizio delle persone.

Ben presto il sogno si e’ dissolto, riportandomi alla realta’.

Peccato, era un bel sogno.

Amici silenziosi

Scrivere è bellissimo.

Ti siedi lì, alla scrivania, davanti al monitor che, silenzioso, ti guarda. Non sai ancora quel che scriverai, sai solo che se ti metti lì alla scrivania ed apri un qualunque editor di testo, prima ancora che te ne accorga le tua dita son già partite: veloci sulla tastiera.

Battono.

Come il tuo cuore.

Volano leggere sui tasti le tue dita e buttano fuori emozioni, sentimenti, paure, gioie. Dolori. Amore.

Ché troppo spesso incateni l’anima sul fondo dello stomaco, per non farla parlare.

Per non sentirla parlare.

Perché le tue emozioni non escano. Perché gli altri, deridendole, non le feriscano, ferendoti.

Ma quando sei lì, davanti ad una pagina bianca, le dita se ne fregano delle tue paure, se ne fregano dei tuoi complessi, se ne fregano di quel che potrebbe succedere.

Semplicemente battono.

Scrivere è bellissimo perché non sai cos’hai scritto finché non metti l’ultimo puntino. Solo allora ti fermi e riprendi in mano il tuo pezzo e lo leggi e lo rileggi.

E ti ritrovi a ridere, a piangere, ad emozionarti, perché ti sembra di stare davanti ad uno specchio, perché stai fissando la tua anima, fin dentro quelle pieghe d’ombra che non guardi mai, che hai paura ad affrontare, ad ammettere a te stesso, e che ormai son lì: nero su bianco. 

Scrivere è bellissimo perché ti permette di leggerti ed ogni parola ti butta in faccia la verità, quel che sei realmente.

Come farebbe un Amico.

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  • collettivovoci: Chiaratiz legge “Senza uso di stupefacenti sostanze” diBaskerville
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  • Nov 2010 - Present
    Owner / FrattiniPhotographer.com
    Photographic reportage Photographic service
  • Jun 2007 - Present
    IT technical officer web developer and SysAdmin / Regione Autonoma della Sardegna
    Develope web based tools (php/MySQL languages) and manage office computers and LAN.
  • Jun 2006 - Present
    IT writer / IAL web
    Writing IT books: till now I wrote two books: one about web development and another one about free and open source software.

Education

  • 1993 - 2001
    Università degli Studi di Pavia
    110/110 in Politics and Economics

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Interests:
Logically a great passion for PC world and high-tech. Moreover Travelling, Music, Writing, Reading, Travels, Acrobatic Yoyo, Juggling.

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