Clockwise
dicono di me cose che non corrispondono al vero: del resto io non sono il vero. se queste cose ti disturbano, abradile.
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Quella mattina pensavo che il cappuccino di quel bar era il migliore della zona, definitivamente. Cremoso, caldo, intenso. Il cappuccino, nient’altro. Mi giravo il sapore in bocca, gustavo l’aroma, faceva fresco ma c’era il sole tiepido.
Avevo i miei pensieri, a parte il cappuccino: il lavoro, le scadenze, quella cosa che dovevo ricordarmi di fare prima di pranzo, il dolore al piede dalla sera prima, il telefono che non squillava, un bambino, cosa fare la domenica.
Un altro giorno avrei guardato le persone che incrociavo, giuro, io lo faccio sempre. Poi ci trovo i difetti, lascio una critica, mi soffermo su una imperfezione, apprezzo una qualità, faccio una battuta pesantissima, le ignoro. Invece quel giorno non guardavo niente e nessuno, solo pensavo: cappuccino, cose, fare.
Forse è nei giorni in cui pensi a cappuccino, cose, fare, che succede la vita. Che succede senza saperlo, intendo, un po’ come dovrebbe succedere se noi non facessimo niente e lasciassimo che il disegno si compia. Che incontri qualcuno che avresti guardato distrattamente e invece ti giri a riguardarla e pensi che questa cosa, in mezzo al resto, stona proprio per quanto è bella e per quanto non te l’aspettavi. E ti dimentichi il cappuccino, le cose, il fare.
Di te non sapevo nulla, e nulla potevo sapere: le cose meravigliose e perfette escono sempre dal nulla. E finiscono per diventare il tutto.
La gente noi la vediamo intera, ma in realtà la gente è fatta di pezzi di gente, taluni ammucchiati grossomodo, altri composti con attenzione, altri ancora che se ne sono dimenticati qualche pezzo e per finire gente con certi pezzi in più.
E, presi singolarmente, i pezzi funzionano benissimo, sono orologerie perfette e isolate senza alcun difetto. Cuori, cervelli, nasobocche, gambe sinistre, anime, ogni pezzo ha una funzione sua e tu puoi pure comporre una persona a piacimento.
La riuscita sta nell’insieme, e non è detto che il problema sia lasciar via un pezzo. No. La sapienza è nell’incastro, nel far combaciare pezzi singolarmente funzionali in un’orchestra di sinfonia. Ché a sentire il violino scordato in mezzo agli archi perfetti è fastidioso. Molto più che notare la mancanza della batteria del fegatocuore, per dire.
Che poi a fare la gente sarebbe capace chiunque, è a farla bene che son capaci in pochi. E sono morti tutti.
Io son stato fatto male, poi i miei pezzi si sono anche rovinati e non è facile trovare un’anima nuova, nemmeno al mercato dell’usato. È che mi è sempre mancato un pezzo di ghiaccio vicino alle interiora, a raffreddare il corpo e i sentimenti, e uno scarico a terra delle cariche elettrostatiche libere: sicché accumulo energia e la disperdo nel dentro, vanificandola.
Allora ho deciso che stasera mi compro un cervellocuore nuovo su eBay, magari anche di seconda mano, tanto non è la forma che conta, quanto più il contenuto.
E magari – questa volta – senza spese di spedizione.
Facciamo che adesso non ti chiamo, anche se vorrei, perché se poi tu non mi rispondi io penso cose sbagliate.
Facciamo che il tempo lo riavvolgiamo come se ieri fosse domani, e così le ferite spariscono e ricominciamo da zero.
Facciamo che quel giorno di luglio, poi, siamo usciti insieme, e anche che la smetto di guardarti quando ti vergogni e ti sciogli i capelli.
Facciamo che aspetto la fine di questo mese, ché io ad aspettare son capace quanto serve, né più e né meno.
Facciamo che tu la smetti di essere bella in modo assurdo e io la smetto di innamorarmi di te.
Io ci starei tutta la notte a parlare con te.
Quei giorni che diventano notte mentre nel locale c’è il brusio, e i bicchieri che fanno rumore e le risate degli altri, le parole che si accavallano e raccontano storie e io lì a guardarti ed ascoltarti e intanto fuori si fa notte buia e tiepida, ecco, quelle notti, io ci starei tutta la notte a parlare con te.
Ché il tempo scorre senza peso, a passarsi le parole tra i capelli, a non riuscire a star fermi ed aggiustarsi il colletto, a bere il caffè e guardarsi distrattamente intorno, come se a qualcuno importasse quel che stai dicendo. No, importa a me, e io ci starei tutta la notte a importarmene. Di quello che dici, di quello che pensi, di quello che speri.
E poi mi accorgo che la notte è finita e di parole ce ne sono ancora, e allora sai cosa farò? Prenderò altre notti, non so quando, ma presto, altre notti ancora. Le comprerò a questa vita. E le metterò lì a parlarti.
Ti ho guardato tutta la notte, da quando hai chiuso gli occhi e sospeso il respiro, che si è fatto tenue e sereno.
Ti ho guardato dormire e muoverti lentamente, accucciarti silenziosa sotto alle coperte che io spostavo per accarezzarti, e sentire sotto alle dita la tua pelle muoversi, impercettibilmente, il tuo corpo respirare.
E successo ieri, è successo tanti anni fa, è successo quando non doveva succedere.
Ho ascoltato i tuoi sogni, ho cercato di entrarci ma non ci sono riuscito, ti ho visto che sorridevi e poi ti ho visto incupire, chiuderti a riccio, estromettermi.
E’ stato bello come quando giocavamo tra le lenzuola, solo che invece di giocare ti guardavo e basta, con gli occhi di colui che sa di amare ancora e non può più.
C’è scritta una vita, da qualche parte, per quelli come me e per quelli come te. Dobbiamo solo trovare quel posto, e andarci a dormire insieme. Per sempre.
Cosa manca ad una persona per vivere, quando ha l’aria da respirare, il cibo per nutrirsi, l’acqua per dissetarsi e la salute per mantenersi? Nulla. Le persone non hanno bisogno di un mouse, per vivere, non hanno bisogno nemmeno di una forchetta, delle seggiole, della televisione, di una moleskine, di una macchina, della musica, dei gemelli da camicia, dei tappi per le orecchie, degli ascensori, della sabbia, persino delle buste da lettera si potrebbe fare a meno.
Ma la verità è che l’aria, il cibo, l’acqua e la salute servono solo a sopravvivere, a farci arrivare alla casella successiva di questo curioso gioco dell’oca che è la vita. Per apprezzarla, questa vita, abbiamo bisogno di altre cose. Che ci fanno vivere davvero. Abbiamo bisogno di un compagno con cui dividere i momenti belli, o al quale sorreggerci in quelli brutti. Abbiamo bisogno di una montagna da scalare per raggiungere un risultato. Abbiamo bisogno di conoscere gente per non morire soli e dimenticati. Vivere in tutte le forme in cui si può vivere, apprezzare un buon vino, godere dei complimenti di uno sconosciuto, guidare una notte per portare una rosa, giocare con i tuoi figli, amare, odiare, ridere e soffrire, suonare i campanelli alle tre di notte, piangere, donare una carezza, vincere una sfida, perdere una battaglia, scontrarsi, combattere. Abbiamo bisogno di vivere, per vivere.
Noi avevamo tutto, la salute, la serenità, la vita, la complicità e il sogno, la speranza e il progetto, e quasi nessun problema. Ma avevamo troppo, e non ne capivamo l’importanza. Sipario.
Divertiamoci a nascondere le soluzioni sotto al tappeto e facciamo finta di cercarle. Facile svegliarsi con le risposte pronte. Meglio conservare qualche domanda per il futuro, non si sa mai. Poi grattiamo via l’oro dalle pareti e facciamo cigolare le lucciole: secondo me ci scappa un singhiozzo a buon prezzo. Perché ridere fa impallidire chi non paga pegno. Ma noi no, ridiamo alla faccia del pallore. Ed ora scendi, e portami al mare, ché voglio baciarti. E voglio sapere, stavolta, cosa avrà da dirci la tramontana.
Non mi fermo mai a pesare il tempo. Il tempo è leggero, scivola via fuggente e lascia il bianco dietro di se, lascia la polvere, lascia i desideri quelli irrisolti, incompiuti, le speranze bruciate, le occasioni perdute, i rimpianti: ne fa un fardello, chiude tutto nella tovaglia a quadri della scampagnata, e ti lascia col frigorifero vuoto, da riempire ancora – se vorrai – mentre porta le tue cose altrove, dove non le troverai più, o almeno smetterai di cercarle.
Ma certe volte è pesante, perché segna le primavere che ha visto il tuo corpo, che hai vissuto inconsapevole del suo incedere, che pensavi, ti illudevi di poter trattenere. E allora cosa fa, l’uomo. Lascia un segno. Vince una sfida. Raggiunge un risultato. Eccelle in un’arte. Mette al mondo una creatura. Dona la vita a un’altra vita, perpetua la sua esistenza in un altro essere, genera un uomo. Lo cresce. Spera di non sopravvivergli.
Quel giorno, cinque anni fa, c’era un sole tiepido. I raggi entravano dalla finestra e illuminavano il sorriso di tua madre. Era tutto perfetto, e perfetto sei nato. Pochi chilogrammi di sangue del mio sangue, stretti tra le mie braccia, urlavano la vita, urlavano alla vita, e lottavano per fartici restare attaccato. Non ricordo altro, se non che mi sentii inutile, e al tempo stesso indispensabile. Avrei voluto darti tutto, e probabilmente ti darò di più.
Oggi, cinque anni dopo, di nuovo il flebile sole, di nuovo una primavera che scorre su tuo padre e che ti fa rifiorire più bello di ieri. Perché è giusto così, perché per me il tempo pesa mentre tu lo divori. E io ci penso ogni mattina, mentre vado al lavoro: che sarebbe bello stare sempre con te, e mangiarlo insieme questo tempo e vedere chi si stanca prima. Vinceresti tu. Ma saremmo felici entrambi.
Oggi avrai il tuo regalo. Il mio l’ho avuto quel giorno che ho aperto la valigia, a centinaia di chilometri da casa, e ho trovato la farfalla, e legato il bigliettino “Ciao Papà, torna presto a casa, che Matteo ti aspetta!“. E per grande che potrò mai fartelo, un regalo così… non ci riuscirò mai.
E ancora oggi mi sento inutile, e al tempo stesso spero di esserti ancora indispensabile.
Ci sarà il vento caldo, quella sera, la brezza estiva che ti piace. Quella con la salsedine in mezzo, col profumo di mare, che ti spettina i capelli, tanto non stanno mai a posto e poi li dovevi lavare ma guarda che ti stanno bene così, credimi; quella che quando prendi il primo sole e la pelle brucia ti dà sollievo tutta la sera, e la mattina ti svegli bella, abbronzata, coi capelli spettinati e il profumo di mare addosso. E forse il mio, anche.
Ci sarà un sacco di gente ma in fondo saremo solo io e te, senza il pensiero del lavoro al mattino dopo, senza telefono e spiccioli, senza preoccupazioni, in un posto sconosciuto, ché nei posti sconosciuti nessuno si conosce e nessuno si disturba, mentre noi balleremo non so cosa ma tanto sarà lo stesso: io ballerò te, e tu ballerai da sola. E ti guarderanno tutti.
Ci sarà il tuo cantante preferito, le canzoni che non conosco e i ritornelli che t’accendono lo sguardo, che ti emozionano come io non riesco a fare e allora ti porterò lì apposta, per impararle a memoria e cantartele il giorno dopo, e ritrovare quello sguardo e andarne fiero, di esserne capace. Capace a farti bene, capace a farti bella. Quello solo io, non tutti.
Ci sarà il tuo profumo, ci sarà la carne che arrostisce su uno spiedo, in spiaggia, ci sarà un bicchiere di buon vino e il tuo trucco leggero, ci sarà la tua risata, e non sarai imbarazzata, e ci saranno un uomo e una donna a ballare insieme, bravissimi, complici, perfetti, e tu li guarderai sospirando.
E allora, ci saremo noi.
Io e il mio papà non ci sentiamo più da nove anni, ormai. E’ un’eternità. Non una telefonata, né due chiacchiere, né qualche risata in compagnia. Io vado a trovarlo spesso, e lui c’è sempre, ma semplicemente non posso parlarci più. Non è fuggito, non ci ha abbandonato, semplicemente sono nove anni che è morto. E nonostante tutto mi manca ancora, specie oggi, specie quando ci ripenso e scopro che nove anni fa gliel’ho fatti per l’ultima volta, questi cazzo di auguri.
E così penso anche che fra i tanti stronzi che popolano questa terra forse lui, il mio papà, di andarsene così presto, a quarantasette anni, magari non se lo meritava. Non che a settanta anni uno se lo meriti di più, ma se sei una merda a settant’anni e ti levi di torno, magari dopo nove anni la tua mancanza non la sente più nessuno. Non sono cose che si dicono, lo so, e questo aggiungerà una tacca sulla stele che mi accompagnerà all’inferno, ma in fondo non mi importa: ho aspettato a lungo un segno della sua presenza, per tramite di questo dio che tanti decantano, e posso certificare che in nove anni nove non è arrivato nulla di un fottuto nulla. Quindi la probabilità che dio esista è al momento prossima a quella dell’esistenza di un paradiso e di un inferno: ovvero pressochè nulla.
Nell’attesa del tuo segno, papà, ho fatto un mucchio di cazzate: te lo confesso. Ma non è semplice tirare avanti le scelte giuste da quando non ci sei più a darmi consiglio, sai? Che la mamma è brava e quel che vuoi, ma tu sei tu, che se c’è da dirmi che sono un cretino me lo dici subito, senza giri di parole. Ecco, qualcosa potevi accennarmelo prima di andartene, questo si, ma non ce l’ho con te: alla fine non sarai orgoglioso di quel che ho fatto ma in cuor mio so di averlo fatto senza dolo, e allora lo sai anche tu, e va bene così. In fondo sono tuo figlio e ti somiglio molto più di quanto chiunque potrebbe pensare: questo perché tu con me hai sempre parlato tanto, forse troppo, e io ho sempre cercato di imitarti nella vita… ma questi non son più i tempi, papà, proprio no. E le cose buone che mi hai insegnato le ho dovute un attimo accantonare, per non soccombere. In attesa dei tempi, certo.
Che sono anche io “papà” non hai nemmeno fatto in tempo a immaginarlo. Ma per me sarà proprio impossibile essere padre come tu lo sei per me. Però ci metto un sacco di buona volontà, e commetto un sacco di errori tipici, e per via delle situazioni ne commetto anche di meno tipici: non so se un giorno arriverà un conto da pagare, ma spero che mio figlio potrà almeno ricordarmi dopo nove anni che avrò tirato le cuoia. Anche perché conto di farlo il più tardi possibile, quindi potrà – al limite – appellarsi alle amnesie da vecchiaia. Io invece mi ricordo che giocavamo a tennis, e porca puttana mi mancano le gare di formula 1 a ridere del nonno che imprecava. E quando m’hai insegnato a guidare, e la pazienza (che, meno male, un po’ ne ho presa), e la bottiglia del regalo di laurea, che vaffanculo manco quella son riuscito a farti vedere.
Di buono c’è che non hai visto nemmeno altri scempi, che quelli no, non ti sarebbero piaciuti per davvero. Ma in fondo, se oggi ne parlo con serenità, è anche merito tuo. E magari non diventerò mai un uomo come te, papà, però guarda che l’impegno ce lo metto tutto. E non mi importa più che gli altri mi giudichino: “sono il padrone del mio destino, il capitano della mia vita“. Mi piacerebbe solo potertelo dire ancora, che ti voglio bene e che si, papà, abbiamo vinto noi.
Che sicuro non puoi sentirlo, ma magari “su dal capo” c’hanno internet, e lo puoi leggere qui.
La mia nuova casa è bella. E’ piccola, ma curata, con pareti grezze, in uno stabile antico ma ben tenuto, senza vicini, che è una cosa comoda quando sei abituato a stare su fino alle quattro di notte con Red Hot Chili Peppers. Non è una vera e propria casa, almeno non nel concetto tipico di abitazione: non che ci sia un fossato da superare per entrarvi, certo, però ecco, io in una casa con il soppalco non ci avevo mai vissuto, e c’è sempre una prima volta. E c’è un grande anello appeso alla volta principale, e mi son chiesto tante volte a cosa serva.
C’è forte odore di pittura fresca, è aspro, ma dà quell’idea di pulito e nuovo che a me tanto piace. E dà anche l’idea della pittura fresca, ovviamente. Poi credo ci sia anche un qualche strano odore di sostanze utilizzate per ripulire il pavimento, ma non sono mai stato un genio a riconoscere gli odori, perciò potrebbe anche darsi che trattasi di normalissimo odore di cotto lavato. Ma è buono anche quello, per nulla fastidioso. E per coprire tutti questi odori ho aggiunto i diffusori, avete presente quelli da attaccare alla corrente che dosano l’essenza, riscaldano, umettano, rilasciano, fragranzano e fanno un mucchio di altre amenità, che costano un fottìo di soldi, ma almeno funzionano. Senza dimenticare le candele profumate: in pratica c’è una foresta tropicale, in questa casa, considerati anche i venti gradi centigradi fissi del riscaldamento. Forse, nascosto, c’è anche qualche licaone.
Ma è vuota. Vuota con l’eco. Ed è forse un problema di mobilia, direi definitivamente assente, al momento. Una cucina, un divano, un tavolo, una televisione, un letto: il minimo indispensabile per chiamarla casa, almeno per il Devoto-Oli. Ma no, non è quello. E’ quando ti chiudi la porta dietro e trovi l’assenza.
Ché una casa è fatta di voci, di rumori, di tavolette del cesso da alzare e scendere secondo complessi meccanismi non universalmente formalizzati, di lenzuola stropicciate, di schizzi di sugo sul piano cucina, di calore di pelle, di capelli nel lavandino, di bagni appannati, di lavandini che perdono, di lavatrici in funzione, di musica, di calzini che non si ritrovano, di telefoni lasciati staccati, del profumo lasciato sui cuscini, di un film mai finito di vedere, di penombra, di specchi da trucco, di calendari con su scritto “ore 18:00 dentista“, di pasta scotta, di due spazzolini da denti, di gente. E su questo bisogna ancora lavorare. Un po’.
E il primo che mi dice: “…pigliati un gatto…“, vaffanculo.
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Jarvis, riconfigura armatura2 weeks ago
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Oblivion. Una sola grande rivelazione (no spoiler, tranquilli): Jack Harper parcheggia rigorosamente affanculo.4 weeks ago
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a quei cento e passa che hanno perso il loro prezioso tempo per ricordarmi che ieri è passato impietosamente un altro anno della mia vita volevo dire una cosa sola: "tanto toccherà pure a voi". <3 VVB6 weeks ago
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intanto il fiòlo ha detto che vuole vedere "G.I.Joe La Vendetta" e "Attacco Al Potere" (i gusti evolvono), per il momento si accontenterà di "Il Grande E Potente Oz"8 weeks ago
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comunque, ricorda: "se non riesci ad uscire dal tunnel, almeno arredalo." (cit.)4 months ago
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comunque (voi di Benneton, n.d.r.) avete dei serissimi problemi di marketing. negozio di Perugia, centro commerciale Gherlinda (Corciano). capo esposto in vetrina taglia S. dentro _solo_ taglie M+. cioè, il "regolamento aziendale" dice che non potete darmi quella maglietta perché la vetrina è fatta e non si tocca fino al 31/12? 4 virgola 3 milioni di "mi piace"... speriamo che non vi piaccia NIENTE che sta in vetrina! [robba da chiodi, e poi di cose vostre ne ho comperate anche un botto...]5 months ago
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ogni volta che uno di voi copincolla la dichiarazione sulla privacy sulla propria bacheca, un piccolo Mullenweg muore. e la mia considerazione sulla vostra sanità mentale, pure.7 months ago
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lascio in ufficio il compagno Michele. ma tranquillo, domattina ti porto il cornetto alla crema. <37 months ago
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[cose di martedì] ad averci il magone son capaci tutti, ma a rimetterci il calendario...8 months ago
Grifonissima 2013
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scoprire dopo tre anni che la tua macchina ha una valvolina per fare il "super-pieno". sentirsi immediatamente coglione".
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fai del bene e scordati, fai del male e boh12 days ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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ricordatevi che quando sarete certi di conoscere una persona, lei stessa vi dimostrerà come in realtà non ci avevate capito sega
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guardate il lato positivo: risparmieremo i soldi del trasloco. #napolitanobis
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ora io mi faccio la doccia e lavo via pensieri, parole, opere ed omissioni
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aprile è - senza dubbio alcuno - il grande mese dei tagliandi
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dopo le MILF, le GILF. sono orgoglioso del mio figlioccio.
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io son qui che ingenuo mi chiedo quanti soldi dovranno restituirci questi (altri) novantacinque assenteisti beccati oggi, mannaggiacri'5 weeks ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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non tutti i mali vengono per nuocere, ma un buon novantasei percento sì, dai
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al drogato qua sotto che ha perso il cane invidio sostanzialmente l'inconsapevolezza
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se il gatto nero ti attraversa la strada sono guai, e ok. ma se il felino oscuro è già immobile sulla carreggiata? ok, auguri.
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abbiamo fatto il papa, ora dobbiamo fare i papponi
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oggi sono in ritardo su tutto. compresa la vita.
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se piove a dirotto tipo alluvione e tu - scooterista - ti metti consapevolmente su strada, sappi che la legge dice che devi morire.
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sto arrivando a Roma, ma a dispetto delle voci circolate non sono io il pusher che fornirà la roba al #conclave. per farsi le fumate.
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adesso, in un paese serio, proveremmo almeno a sostituire Bersani con Mourinho. #elezioni20132 months ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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ho recentemente scoperto che in me alberga, sedato, un quantitativo sconvolgente di magma e lava. il problema è accorgersene alla deiezione.
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sto abbastanza male da sentire nitidamente berlusconi promettermi la restituzione delle spese funerarie. in tortellini buitoni.
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per il notebook che mi sto portando dietro da stamattina trovo inappropriata la definizione di "portatile". forse meglio "trainabile"
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cristicchi canta endrigo. poi topo gigio canterà villa e così avremo compiuto l'armageddon. eh, gesùgristo...
Profile
Summary
Rich Internet Applications
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System Integration
Customer care
Experience
- Apr 2002 - PresentSoftware Architect / Città in Internet S.r.l.Internet based software analysis and development, workgroup organization, SQL engines manager, some SYSADMIN roles, client manager, accounting.
- Feb 2002 - PresentDeveloper / e3 S.a.s.Developing applications in body-rental
- Nov 2001 - PresentTrainee / UmbraRS / S.E.B.I.Working on XML services, based on my university thesis
Education
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1998 - 2002Università degli Studi di PerugiaD.U. in Informatica
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1990 - 1995Istituto Tecnico Industriale Statale "A. Volta"
- Scuola Elementare "Enzo Valentini"
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L’amore è una spiaggia sporca e noi che continuiamo a farci le gite fuori porta.
ma tipo finirci in un’isola deserta?, fonte sexncomics:tottycrushes [Evangeline Lilly
l’amore vince sempre sull’odio, ma perde regolarmente contro i pompini (mi pare recitasse così)
Audio
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un pochino di sanissimo orgoglio. first-time-on-collettivovoci. e che first-time! collettivovoci: Oriella legge “Le stagioni dell’amore” diClockwise musica: Nocturne, in D flat Major, Op. 27-2 - Frédéric Chopin81 plays
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Personal Jesus, meravigliosa nikink: Depeche Mode - Personal Jesus (1990) come promesso, consegna a domicilio12 plays
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Io le minestre no.
Tu dammi le pastasciutte.
Tu dammi i cannelloni.
Tu dammi financo il riso scotto, la pasta dei cani, i ravioli ripieni di pasta dei cani, ma le minestre no.
Io i fagiolini no.
Tu dammi le insalate.
Tu dammi i peperoni in agrodolce.
Tu dammi financo le zucche lesse sciape, le melanzane amare come la morte, i ravanelli in salsa di soia, ma i fagiolini no.
Io la carne di cavallo no.
Tu dammi il viteltonnè.
Tu dammi lo spezzatino di cinghiale.
Tu dammi financo il fegato pastellato, la carne di gatto saltata in olio di gatto, il pelo del gatto, ma la carne di cavallo no.
Ecco, sul dolce, alla fine, vai tranquillo.
Allora due fanno all’amore in macchina,
dentro alla Fiat Uno del ‘94,
che è una ghiacciaia sempre,
figuriamoci al dieci di dicembre,
e un pelino di riscaldamento, minchia,
a metà tra il rosso e il blu, cinque minuti,
e hai presente quanto inquina?
Allora due fanno all’amore negli hotels,
anche tre stelle vanno bene tanto,
e al dieci d’agosto è caldo che Anto’ fa caldo,
e tu il the freddo non lo compri per principio,
e perché ti fa cagare, e in quegli hotels li figurati se c’è il frigobarre;
però l’aria condizionata si, quella ovunque,
però ecco, ogni zaczac via un albero dell’amazzonia e un buco in più in cielo.
Allora due fanno all’amore una volta all’anno,
perché tipo stanno lui a Orgosolo e lei a Teheran,
ma cristo costa un botto, tipo che solo di viaggio col carburante dell’aereo hai potato mezza Alaska,
e l’altra mezza al ritorno,
per un paio di botte,
con una di Teheran,
mi pare un po’ troppo.
Allora due non fanno manco all’amore,
si scrivon le letterine,
colla penna e colla carta,
tanta carta, chili e chili di carta,
tanto hai già capito dove voglio arrivare.
Allora, sai cosa?
Pippe. (Saws)
Poi c’era quello che diceva le cosacce alle donne,
mentre faceva loro il sesso.
Anche prima e dopo, in verità,
però un conto è che dicesse “urla, troia” durante,
un conto è prima o dopo che non significa niente. Insomma…
E le donne, quelle,
gradivano il farsi dire le cosacce.
Intuita la potenzialità, l’uomo che diceva le cosacce alle donne decise.
E mise su un bel cartello: “io vi dico le cosacce, quelle che il vostro compagno non vi dice”.
Non “lavami i calzini, donna” ne “stirami la camicia, femmina”,
ma “sii influente e suina per me, laida”, o anche “spalmati di olio che ti bruschetto col mio spito, ovina” (questa andava forte).
E le donne, quelle,
pure fecero il cartello “noi che ci facciamo dire le cosacce senza mozzicarvelo”.
E per quanto poco credibile, lo facevano a gratis.
Ma in tutto questo nessuno pensa alla compagna dell’uomo,
e ai compagni delle donne, cosacche o meno, che ‘ste cose non le facevano.
No, loro no.
Loro, a quel punto, un’orgia. Ma con educazione.
I barcampi, le blogfeste, i uichi,
le genti, i bloggers, gli andreabbeggi,
che andreabbeggi resta andreabbeggi,
anche al plurale, intendo,
però questa è una citazione.
I convivi, le birrate, i selfservices,
le pappardelle poi, quelle con l’uovo e le sensazioni,
le code, la gente che passa avanti,
i pageranks e le moquette,
con i puffs e i bloggers sopra. ah, bello.
Gli speechs, gli interventi, le prostate,
i pasti costosi, le Warsteiners costose,
le interviste doppie, quelle triple,
la gente che “vengo” e non viene,
gli anorgasmici, insomma.
Vabbè, per le premiazioni c’è da aspettare, ancora.
La vita, ingrata,
ti punì alla nascita,
insulla culla non c’entravi,
ma diamine era un letto a una piazza emmezzo!
Così, sconsolata,
a tratti piangente come salice in natura,
financo depressa seppure sorridente,
che cosa avrai avuto da ridere, poi? boh
Insomma, arriva Internètte,
col fotosciòp è una manna, dice,
e quando proprio va male male,
ci metti su un gatto, o un procione o un personaggio disnèi, capirai…
Eccole, la tue via d’uscita:
i monitors, le usbcheis,
pimparsi il portatilino con gli sticchers di chicazzè,
poi scegliti il nick figo tipo “madredeus” o “phaigaphui”.
Però ascolta,
gioia,
ai barcamp,
dai, mannaggia la miseria, no!
Pizza,
non lievitata,
non cotta,
cruda.
Pizza,
bianca o rossa,
poco conta,
ma meglio bianca,
poi capirai perchè.
Pizza,
5€ con bibita e coperto,
che settemagni il coperto,
quasi quasi,
è un’altra storia,
almeno la carta non lievita,
almeno.
Però vabbè,
collega,
io te lo chiedo,
disinteressato,
ma tu - a parte la pizza -,
che cazzo te sei magnato?
Notte,
destino crudele che t’ha fatto buia,
regalando al giorno lo sole ch’acceca,
e a te una luna che manco a veder dove pisci.
Capisci?
La notte è oscura che non c’è niente da fare,
mica come la camera che in verità è di colore rosso,
con tutte le foto stese e le bacinelle, ah le bacinelle…
Silenziosa.
Giusto d’estate i grilli a rompere i maròni,
che poi, con un po’ di benzina,
alla fine manco quelli, dai.
Sonno.
Che ti piglia quando vuole, marpione,
t’accascia la palpebra annoiata,
e il collo piegasi a sostener la testa morta, guasi.
Ecco.
È un casino.
Quando ti piglia in mezzo all’autostrada,
almeno.
Tristo, sconsolato e mesto,
esce l’operaio dall’officio,
e passi pesanti calca,
e calli importanti soffre,
ma con dignità,
che le infradito non è ancora ora.
Mesto, dicevo, e anche affamato,
bramoso di bistecca,
ovverossia ravioli in salsa tartufata,
che persino quattrosaltin’padella,
eh, alla fine, non è mica una cattiva idea,
non è mica…
E l’insegna della Coop splendea,
luminosa e tersa, come poche cose terza,
se escludiamo quella di copertina,
con la C che fa un po’ tztz tztz,
ma chi se ne frega,
se dentro c’è i quattrosaltin’padella?
Già, dentro, dici bene,
nel frigoghiacciaia tra il merluzzo e i pisellini fini,
laddove genti diverse fino a mezz’ora fa annaspavano,
ma alle nove di sera, figlio mio,
mi sa che tu le tagliatelle funghi e speck…
…manco in sogno, manco.
Che quelli che usan troppo il màus son gente strana,
gente che non conosce la piacevolezza del rumor secco del tasto,
gente che preferisce tener sempre la mano insul topo,
gente che se gli togli il tasto destro, essantamadonna!
Che gli vuoi spiegare il bello del controllaltcanc?
La soddisfazione e rapidità dell’alteffequattro?
Lo spirito rivoluzionario nascosto dietro all’effecinque?
I discutibili risvolti etico morali delle clonazioni da controlccìcontrolvvù?
Peggio quelli che ci tengono a cliccare l’iconcina otto_per_otto,
che fa la stessa cosa dell’alteffedodici,
ma vederli che miran come i cecchini russi agli elmetti crucchi…
vabbè che questi pensan che l’effedodici sia la linea del bus…
No davvero, io che col controlscifterre esporto che è una maraviglia,
senza gli scior’càt non potrei proprio viverci:
io ci monterei una tastiera sopra al màus,
o - al limite al limite - una palla che gira sotto alla tastiera, dai.
Antipastino misto freddo e un poco caldo, tiepido,
morente comunque se non già morto, anche parzialmente, paceallanimasua:
bruschettine, formaggi, affettati, un trionfo di suinità senza precedenti,
del vino rosso e un po’ di sano turpiloquio tutt’attorno, che poi uno dice “i colleghi”…
Trofìe al verde che gli accenti contano, fino a tre ma contano,
che puoi aggiungerci del formaggio grattugiato se vuoi,
ma non è obbligatorio perchè anche al tuo collega non piace il formaggio:
e lui si che conta, altro che gli accenti.
Arrosto pentito di frammenti scomposti di animali vari,
principalmente agnelli, ma anche gnu, ragni e ugni; ugni; bòni;
patatine fritte ma non troppo a contorno,
pane bianco sciapo che manco in galera: però eccoci.
Desserts a scelta tra una sola soluzione e il nulla,
agglomerati similgelatinosi bianchi dall’aspetto e consistenza discutibile;
caffeine, filiuferri, angosce offerte dalla casa,
la tovaglia della nonna era un po’ troppo rosa per essere tovaglia.
Tutto questo venticinque, come il natale, ma un po’ meno dicembre.
Non appare,
oscuro,
latente,
vercingetorige quasi.
Di un nero pesto,
fatto con le olive al posto dei pinoli,
usando liquorizia per méscerlo:
uno schifo, madonnasantissima.
Che non s’ha da vedere,
che fa brutto financo al buio,
sebbene, nero su nero, non si veda nulla:
nemmeno l’ombra, insomma.
Comunque, è brutto.
Specie quando arrivi in fondo,
alla poesia,
e non ti ricordi che minchia volevi dire…
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[se vuoi salvarmi, puoi] peccato abbia smesso, lui, davvero.
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[mundiàl] manco lo sapevo che. ma non era quell'altra del waka waka?
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[cover] e 'mo vinciamo, eh: un attimo di pazienza.
[c'ho il mood così] così nel senso di "non so mica bene", capita
[ritmo] adorabile