Clockwise

dicono di me cose che non corrispondono al vero: del resto io non sono il vero. se queste cose ti disturbano, abradile.

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February 06, 04:00 AM

Ti ho guardato tutta la notte, da quando hai chiuso gli occhi e sospeso il respiro, che si è fatto tenue e sereno.

Ti ho guardato dormire e muoverti lentamente, accucciarti silenziosa sotto alle coperte che io spostavo per accarezzarti, e sentire sotto alle dita la tua pelle muoversi, impercettibilmente, il tuo corpo respirare.

E successo ieri, è successo tanti anni fa, è successo quando non doveva succedere.

Ho ascoltato i tuoi sogni, ho cercato di entrarci ma non ci sono riuscito, ti ho visto che sorridevi e poi ti ho visto incupire, chiuderti a riccio, estromettermi.

E’ stato bello come quando giocavamo tra le lenzuola, solo che invece di giocare ti guardavo e basta, con gli occhi di colui che sa di amare ancora e non può più.

C’è scritta una vita, da qualche parte, per quelli come me e per quelli come te. Dobbiamo solo trovare quel posto, e andarci a dormire insieme. Per sempre.

July 30, 01:04 PM

Cosa manca ad una persona per vivere, quando ha l’aria da respirare, il cibo per nutrirsi, l’acqua per dissetarsi e la salute per mantenersi? Nulla. Le persone non hanno bisogno di un mouse, per vivere, non hanno bisogno nemmeno di una forchetta, delle seggiole, della televisione, di una moleskine, di una macchina, della musica, dei gemelli da camicia, dei tappi per le orecchie, degli ascensori, della sabbia, persino delle buste da lettera si potrebbe fare a meno.

Ma la verità è che l’aria, il cibo, l’acqua e la salute servono solo a sopravvivere, a farci arrivare alla casella successiva di questo curioso gioco dell’oca che è la vita. Per apprezzarla, questa vita, abbiamo bisogno di altre cose. Che ci fanno vivere davvero. Abbiamo bisogno di un compagno con cui dividere i momenti belli, o al quale sorreggerci in quelli brutti. Abbiamo bisogno di una montagna da scalare per raggiungere un risultato. Abbiamo bisogno di conoscere gente per non morire soli e dimenticati. Vivere in tutte le forme in cui si può vivere, apprezzare un buon vino, godere dei complimenti di uno sconosciuto, guidare una notte per portare una rosa, giocare con i tuoi figli, amare, odiare, ridere e soffrire, suonare i campanelli alle tre di notte, piangere, donare una carezza, vincere una sfida, perdere una battaglia, scontrarsi, combattere. Abbiamo bisogno di vivere, per vivere.

Noi avevamo tutto, la salute, la serenità, la vita, la complicità e il sogno, la speranza e il progetto, e quasi nessun problema. Ma avevamo troppo, e non ne capivamo l’importanza. Sipario.

Divertiamoci a nascondere le soluzioni sotto al tappeto e facciamo finta di cercarle. Facile svegliarsi con le risposte pronte. Meglio conservare qualche domanda per il futuro, non si sa mai. Poi grattiamo via l’oro dalle pareti e facciamo cigolare le lucciole: secondo me ci scappa un singhiozzo a buon prezzo. Perché ridere fa impallidire chi non paga pegno. Ma noi no, ridiamo alla faccia del pallore. Ed ora scendi, e portami al mare, ché voglio baciarti. E voglio sapere, stavolta, cosa avrà da dirci la tramontana.

May 18, 04:50 AM

Non mi fermo mai a pesare il tempo. Il tempo è leggero, scivola via fuggente e lascia il bianco dietro di se, lascia la polvere, lascia i desideri quelli irrisolti, incompiuti, le speranze bruciate, le occasioni perdute, i rimpianti: ne fa un fardello, chiude tutto nella tovaglia a quadri della scampagnata, e ti lascia col frigorifero vuoto, da riempire ancora – se vorrai – mentre porta le tue cose altrove, dove non le troverai più, o almeno smetterai di cercarle.

Ma certe volte è pesante, perché segna le primavere che ha visto il tuo corpo, che hai vissuto inconsapevole del suo incedere, che pensavi, ti illudevi di poter trattenere. E allora cosa fa, l’uomo. Lascia un segno. Vince una sfida. Raggiunge un risultato. Eccelle in un’arte. Mette al mondo una creatura. Dona la vita a un’altra vita, perpetua la sua esistenza in un altro essere, genera un uomo. Lo cresce. Spera di non sopravvivergli.

Quel giorno, cinque anni fa, c’era un sole tiepido. I raggi entravano dalla finestra e illuminavano il sorriso di tua madre. Era tutto perfetto, e perfetto sei nato. Pochi chilogrammi di sangue del mio sangue, stretti tra le mie braccia, urlavano la vita, urlavano alla vita, e lottavano per fartici restare attaccato. Non ricordo altro, se non che mi sentii inutile, e al tempo stesso indispensabile. Avrei voluto darti tutto, e probabilmente ti darò di più.

Oggi, cinque anni dopo, di nuovo il flebile sole, di nuovo una primavera che scorre su tuo padre e che ti fa rifiorire più bello di ieri. Perché è giusto così, perché per me il tempo pesa mentre tu lo divori. E io ci penso ogni mattina, mentre vado al lavoro: che sarebbe bello stare sempre con te, e mangiarlo insieme questo tempo e vedere chi si stanca prima. Vinceresti tu. Ma saremmo felici entrambi.

Oggi avrai il tuo regalo. Il mio l’ho avuto quel giorno che ho aperto la valigia, a centinaia di chilometri da casa, e ho trovato la farfalla, e legato il bigliettino “Ciao Papà, torna presto a casa, che Matteo ti aspetta!“. E per grande che potrò mai fartelo, un regalo così… non ci riuscirò mai.

E ancora oggi mi sento inutile, e al tempo stesso spero di esserti ancora indispensabile.

March 26, 05:17 AM

Ci sarà il vento caldo, quella sera, la brezza estiva che ti piace. Quella con la salsedine in mezzo, col profumo di mare, che ti spettina i capelli, tanto non stanno mai a posto e poi li dovevi lavare ma guarda che ti stanno bene così, credimi; quella che quando prendi il primo sole e la pelle brucia ti dà sollievo tutta la sera, e la mattina ti svegli bella, abbronzata, coi capelli spettinati e il profumo di mare addosso. E forse il mio, anche.

Ci sarà un sacco di gente ma in fondo saremo solo io e te, senza il pensiero del lavoro al mattino dopo, senza telefono e spiccioli, senza preoccupazioni, in un posto sconosciuto, ché nei posti sconosciuti nessuno si conosce e nessuno si disturba, mentre noi balleremo non so cosa ma tanto sarà lo stesso: io ballerò te, e tu ballerai da sola. E ti guarderanno tutti.

Ci sarà il tuo cantante preferito, le canzoni che non conosco e i ritornelli che t’accendono lo sguardo, che ti emozionano come io non riesco a fare e allora ti porterò lì apposta, per impararle a memoria e cantartele il giorno dopo, e ritrovare quello sguardo e andarne fiero, di esserne capace. Capace a farti bene, capace a farti bella. Quello solo io, non tutti.

Ci sarà il tuo profumo, ci sarà la carne che arrostisce su uno spiedo, in spiaggia, ci sarà un bicchiere di buon vino e il tuo trucco leggero, ci sarà la tua risata, e non sarai imbarazzata, e ci saranno un uomo e una donna a ballare insieme, bravissimi, complici, perfetti, e tu li guarderai sospirando.

E allora, ci saremo noi.

March 19, 04:43 AM

Io e il mio papà non ci sentiamo più da nove anni, ormai. E’ un’eternità. Non una telefonata, né due chiacchiere, né qualche risata in compagnia. Io vado a trovarlo spesso, e lui c’è sempre, ma semplicemente non posso parlarci più. Non è fuggito, non ci ha abbandonato, semplicemente sono nove anni che è morto. E nonostante tutto mi manca ancora, specie oggi, specie quando ci ripenso e scopro che nove anni fa gliel’ho fatti per l’ultima volta, questi cazzo di auguri.

E così penso anche che fra i tanti stronzi che popolano questa terra forse lui, il mio papà, di andarsene così presto, a quarantasette anni, magari non se lo meritava. Non che a settanta anni uno se lo meriti di più, ma se sei una merda a settant’anni e ti levi di torno, magari dopo nove anni la tua mancanza non la sente più nessuno. Non sono cose che si dicono, lo so, e questo aggiungerà una tacca sulla stele che mi accompagnerà all’inferno, ma in fondo non mi importa: ho aspettato a lungo un segno della sua presenza, per tramite di questo dio che tanti decantano, e posso certificare che in nove anni nove non è arrivato nulla di un fottuto nulla. Quindi la probabilità che dio esista è al momento prossima a quella dell’esistenza di un paradiso e di un inferno: ovvero pressochè nulla.

Nell’attesa del tuo segno, papà, ho fatto un mucchio di cazzate: te lo confesso. Ma non è semplice tirare avanti le scelte giuste da quando non ci sei più a darmi consiglio, sai? Che la mamma è brava e quel che vuoi, ma tu sei tu, che se c’è da dirmi che sono un cretino me lo dici subito, senza giri di parole. Ecco, qualcosa potevi accennarmelo prima di andartene, questo si, ma non ce l’ho con te: alla fine non sarai orgoglioso di quel che ho fatto ma in cuor mio so di averlo fatto senza dolo, e allora lo sai anche tu, e va bene così. In fondo sono tuo figlio e ti somiglio molto più di quanto chiunque potrebbe pensare: questo perché tu con me hai sempre parlato tanto, forse troppo, e io ho sempre cercato di imitarti nella vita… ma questi non son più i tempi, papà, proprio no. E le cose buone che mi hai insegnato le ho dovute un attimo accantonare, per non soccombere. In attesa dei tempi, certo.

Che sono anche io “papà” non hai nemmeno fatto in tempo a immaginarlo. Ma per me sarà proprio impossibile essere padre come tu lo sei per me. Però ci metto un sacco di buona volontà, e commetto un sacco di errori tipici, e per via delle situazioni ne commetto anche di meno tipici: non so se un giorno arriverà un conto da pagare, ma spero che mio figlio potrà almeno ricordarmi dopo nove anni che avrò tirato le cuoia. Anche perché conto di farlo il più tardi possibile, quindi potrà – al limite – appellarsi alle amnesie da vecchiaia. Io invece mi ricordo che giocavamo a tennis, e porca puttana mi mancano le gare di formula 1 a ridere del nonno che imprecava. E quando m’hai insegnato a guidare, e la pazienza (che, meno male, un po’ ne ho presa), e la bottiglia del regalo di laurea, che vaffanculo manco quella son riuscito a farti vedere.

Di buono c’è che non hai visto nemmeno altri scempi, che quelli no, non ti sarebbero piaciuti per davvero. Ma in fondo, se oggi ne parlo con serenità, è anche merito tuo. E magari non diventerò mai un uomo come te, papà, però guarda che l’impegno ce lo metto tutto. E non mi importa più che gli altri mi giudichino: “sono il padrone del mio destino, il capitano della mia vita“. Mi piacerebbe solo potertelo dire ancora, che ti voglio bene e che si, papà, abbiamo vinto noi.

Che sicuro non puoi sentirlo, ma magari “su dal capo” c’hanno internet, e lo puoi leggere qui.

March 11, 08:53 AM

La mia nuova casa è bella. E’ piccola, ma curata, con pareti grezze, in uno stabile antico ma ben tenuto, senza vicini, che è una cosa comoda quando sei abituato a stare su fino alle quattro di notte con Red Hot Chili Peppers. Non è una vera e propria casa, almeno non nel concetto tipico di abitazione: non che ci sia un fossato da superare per entrarvi, certo, però ecco, io in una casa con il soppalco non ci avevo mai vissuto, e c’è sempre una prima volta. E c’è un grande anello appeso alla volta principale, e mi son chiesto tante volte a cosa serva.

C’è forte odore di pittura fresca, è aspro, ma dà quell’idea di pulito e nuovo che a me tanto piace. E dà anche l’idea della pittura fresca, ovviamente. Poi credo ci sia anche un qualche strano odore di sostanze utilizzate per ripulire il pavimento, ma non sono mai stato un genio a riconoscere gli odori, perciò potrebbe anche darsi che trattasi di normalissimo odore di cotto lavato. Ma è buono anche quello, per nulla fastidioso. E per coprire tutti questi odori ho aggiunto i diffusori, avete presente quelli da attaccare alla corrente che dosano l’essenza, riscaldano, umettano, rilasciano, fragranzano e fanno un mucchio di altre amenità, che costano un fottìo di soldi, ma almeno funzionano. Senza dimenticare le candele profumate: in pratica c’è una foresta tropicale, in questa casa, considerati anche i venti gradi centigradi fissi del riscaldamento. Forse, nascosto, c’è anche qualche licaone.

Ma è vuota. Vuota con l’eco. Ed è forse un problema di mobilia, direi definitivamente assente, al momento. Una cucina, un divano, un tavolo, una televisione, un letto: il minimo indispensabile per chiamarla casa, almeno per il Devoto-Oli. Ma no, non è quello. E’ quando ti chiudi la porta dietro e trovi l’assenza.

Ché una casa è fatta di voci, di rumori, di tavolette del cesso da alzare e scendere secondo complessi meccanismi non universalmente formalizzati, di lenzuola stropicciate, di schizzi di sugo sul piano cucina, di calore di pelle, di capelli nel lavandino, di bagni appannati, di lavandini che perdono, di lavatrici in funzione, di musica, di calzini che non si ritrovano, di telefoni lasciati staccati, del profumo lasciato sui cuscini, di un film mai finito di vedere, di penombra, di specchi da trucco, di calendari con su scritto “ore 18:00 dentista“, di pasta scotta, di due spazzolini da denti, di gente. E su questo bisogna ancora lavorare. Un po’.

E il primo che mi dice: “…pigliati un gatto…“, vaffanculo.

February 24, 03:31 PM

Ti chiamavo amore come a Gianni lo chiamavo Gianni. Ma Gianni è rimasto Gianni e io, per coerenza, continuo a chiamarlo Gianni. Che magari arriverà un giorno che Gianni cambierà nome, o che magari io proverò sensazioni forti e incomprimibili per lui, così intense da considerarle amore, e allora a Gianni lo chiamerò amore. Però guarda, onestamente, questa seconda ipotesi io la vedo poco probabile.

Ti chiamavo tesoro come di solito faccio con le robe scovate (no, scavate) sotto enormi X (ics) rosse disegnate sul terreno, ma spesso quei tesori si rivelano pacchi. Pacchi con dentro la sorpresa, il coccodrillo, la busta nera, il mini-pimer, la 500.000€. E già trovare le X rosse è un casino, senza il telefono col GPS. E tu potevi chiedermi tutto, ma non di gioire dopo aver scoperto che dentro al pacco c’era la fregatura.

TI chiamavo gioia, ma dopo che ti sei incazzata perché pensavi avessi un’altra che si chiamava Gioia ho deciso di smettere, e questo m’è costato tanto, perché di gioia ce ne avevo. Non di ragazze chiamate Gioia, ma di gioia come sentimento. E trovare altra gioia quando non sei più in grado di chiamare gioia niente, nemmeno chi si chiama Gioia per davvero, boh, insomma, è difficile. Le chiamavo hm, alle Gioia, ma non capivano: che casino che hai combinato.

Ti chiamavo quando staccavi la sera dal bar, era difficile chiamarti “quando staccavi la sera dal bar”, specie durante l’amore, lasciatelo dire. “Allora, che facciamo stasera, Ale, andiamo a vederci un film?”. “Certo, quando staccavi la sera dal bar, sicuramente.”. “Infatti sono fuori, adesso!”. “Ah, ecco, facciamo allora che ti chiamo fuori, adesso! e risolviamo, credo.”. “Tu sei tutto matto…”. “No, io sono Alessio, tu fuori, adesso!”. E mi lasciasti. Dicesti che te l’avevo detto io di farlo. Mi dissi, tra me e me: “ti fossi chiamata Claudia, vedi che tutto ‘sto casino non veniva fuori…”. La risposta era probabilmente “si”.

Ora non ti chiamo più, né amore, né tesoro, né gioia, né quando staccavi la sera dal bar. Semplicemente, in rubrica, c’ho un casino che nemmeno te lo immagini. E così, vedrai, finirà che non chiamerò nessuna più amore, o tesoro, o gioia. Di certo, fuori, adesso!. E comunque non durante l’amore.

February 18, 04:40 AM

Io non disprezzo le persone, perché il disprezzo è un sentimento così di lusso che un umano, per guadagnarselo, il mio, oh. Vuoi darmi della checca, fallo. Vuoi dirmi cattiverie gratuite, fallo. Vuoi infangare il mio nome, fallo. Vuoi raccontare a tutti la tua verità, fallo. Vuoi che usi la stessa moneta con te, scordatelo. Posso provare pena, un filo di acidità di stomaco, persino rammaricarmi per la tua condizione psichica o per l’aumento incontrollato del prezzo degli ansiolitici. Ma il mio disprezzo: col cazzo.

E vedi, qualunque sia la verità che raccontiamo agli altri, io e te sappiamo bene come stanno le cose. E il tuo sottovalutare la possibilità che, colto da improvvisi e giustificati vortici testicolari, io possa restituirti pan per focaccia aprendo il Vaso di Pandora costituisce evidenza inconfutabile della carenza neuronale che ti affligge: io direi proprio che trattasi di manovra poco igienica, financo sfacciata. Da demente, insomma.

Che poi, davvero, non vale la pena nemmeno prendersela con quei disgraziati che – abbindolati dal tuo soliloquio – eseguono pedissequamente il compitino suggerito loro e, in barba alla centellinata dotazione di personalità, non si preoccupano nemmeno di constatare la veridicità delle tue asserzioni. Pecore, caproni, merde secche. O dementi, insomma.

D’altronde non devo spiegazioni (ulteriori) a nessuno se non alla mia coscienza, che come ben sai è in vendita a zero e settantacinque al chilo, mercatino del sabato, banco del pesce (sbrigati, che dopo tre giorni puzza). Ma tu evidentemente non sei serena, e lo so perfettamente come ti chiami, volevo solamente prenderti in giro.

Bella cosa la serenità, serve a rendere giustizia ai veri problemi della vita: il costo del dado da brodo, i tempi di percorrenza di un Roma / Napoli, il montepremi del Superenalotto, la dispareunia. E serve anche a piazzare una solida pietra sopra alle cose che furono, tesoro: rifatti una vita, infilaci dentro i tuoi affetti più cari e facciamo questo poderoso ma inevitabile salto nella maturità, dai.

Ah, dimenticavo: anche un paio di etti in meno, non ti starebbero male.

February 06, 03:08 PM

Se vuoi, io e te qualche volta si può dormire insieme.

Se vuoi possiamo baciarci tutta la notte, hai presente? Che magari solo una notte è poco, magari ci resta in bocca il sapore e al mattino non ci va di bruciarlo col caffè. E allora, se vuoi, possiamo baciarci anche tutto il giorno, scoprirci i punti deboli, indugiare sul collo, o altrove, morderci, quello che vuoi, con la tua bocca, con la mia, nessuno ci interrompe. E possiamo farlo il giorno dopo ancora, finquando ne abbiamo voglia, finquando un dovere non ci richiama altrove, finquando quel tempo che abbiamo fermato non si rimette a camminare, finquando la musica continua. Se vuoi.

Se vuoi possiamo fare l’amore tutta la notte, ci pensi? Ti dico “posso restare ancora?“, e tu rispondi sottovoce “certo, dove pensi che ti faccia andare?“. Da nessuna parte, io voglio stare qui, adesso. Se vuoi possiamo giocare al sesso tutta la notte, sudarci, prenderci, girarci, scaldarci, toccarci e avere brividi. Come vuoi, dove vuoi. E a me piace, e a te piace, e non chiedermi perché: non so bene nemmeno cosa ti ho risposto, era sicuramente vero, ma ecco… noi non siamo più noi, adesso, ed è giusto così: amarci come leggere un libro senza l’indice, senza sapere a che pagina è il prossimo capitolo, ed emozionarsi col finale a sorpresa. Se vuoi.

Se vuoi posso dirti un sacco di cose, di quelle che ti tolgono il fiato e che illuminano lo sguardo. Ma non sono così bravo – o almeno non altrettanto – a parlare, a far discorsi. Non mentre sudiamo, e ansimiamo: ci riesce male, anche tu non scherzi. E io non voglio parlare, e nemmeno tu, e allora lasciamo che a parlare siano i respiri, le mani, il tuo seno, il piacere.

Se vuoi possiamo dormire ancora insieme. O forse dormire no, dormire è troppo.

January 26, 02:50 PM

Fra le poche cose che lei non mi fece posso senz’altro annoverare il definirmi “squallido cilindro di feci“. Che è una locuzione che va di moda tra le donne dotate di un certo piglio creativo e una sottile vena poetica. Quelle sei o sette che restano (questo non è un complimento), di solito, ti apostrofano con un coatto “a pezzo de’mmerda“, quando la storia che vi ha a lungo uniti tende – per qualsiasi ragione – ad andarsene a fare in culo. L’altra cosa che non mi fece fu l’impepata di cozze, per il resto direi che ci siamo.

Non discuto sulla veridicità dell’accusa, del resto chi può ignorare il fatto che la distanza che separa l’orifizio dal quale siamo usciti da quello da cui usualmente defechiamo sia così ridotta da dare ampio margine a una legittima ipotesi di contaminazione? Non discuto nemmeno sulla volontà vessatoria delle parole di biasimo, laddove risulta indiscutibile che una storia inizia quando due si vogliono bene e finisce irrimediabilmente quando lui diventa (o si comporta come) una cacca opaca. Certo.

Infatti, davvero, non discuto niente. Però, aggiungo, lei scopava male. Quindi non si può dire che non mi facesse il sesso, o quelle cose che taluni chiamano con un nome strano da tassonomi bacchettoni dell’etimologia, tipo pratiche orali di soddisfazione del partner volte ad ottenerne il raggiungimento del climax, o fellatio. No, questo non si può dire, alla stessa stregua del divieto di pronunciare “gatto” fintanto che non lo si abbia nel “sacco” di Trapattoniana memoria.

E’ pur vero che occorre sperimentare un’alternativa plausibile prima di poter sancire in via definitiva l’applicazione della lettera scarlatta al soggetto. Meglio se due. Diciamo che tre è il più piccolo numero primo euclideo che giustifichi e dimostri l’assioma. Con buona pace delle teorie matematiche di Fermat, che – scellerato – pensava di aver trovato, se non tutti, un cospicuo gruzzolo di numeri primi: invece ne aveva trovati solo cinque. Una vita passata a scoprire cinque numeri primi, ci pensate? Brunetta se lo sarebbe inculato con sacchi e sacchi di sabbia, a grana grossissima.

Ecco, dicevo, è probabile – ma non certo – che Fermat (considerate anche le indiscutibili doti amatorie di uno abituato a giocherellare con le derivate) avrebbe avuto una buona opinione del di lei sesso. Almeno le prime cinque volte, ben inteso. Ma per quanto possa paraddosalmente stimare l’opera intellettuale del matematico, mi vedo costretto a stigmatizzare il pensiero dell’uomo. Perché non è così: lei a letto era normale, niente di eccezionale o particolare. Niente manovre di Heimlich, niente imbuti, niente tavole periodiche. Nulla di nulla. Che a pensarci uno dice, quasi quasi, meglio Mezzanotte e dintorni. O scervellarsi su cinque numeri primi, per dire.

Volendo trovare una morale a questa disamina, non che ce ne fosse una reale necessità, dovrei osservare come emerga chiara la preferenza delle donne (almeno quelle che non scopano un granché) per uomini intellettualmente dotati, o che – parimenti – le grosse menti riescano a dare il meglio di se quando dall’altra parte non c’è una tigre del ribaltabile.

O piuttosto che, vada come vada, alla fine della fiera noi maschi resteremo sempre e comunque una ragguardevole porzione di ammasso scomposto di cellulosa, cheratina, bile, solfuro di idrogeno e metano. Parecchio metano.

C’est la vie.

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Software architect at Città in Internet S.r.l.
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Summary

Internet web applications and portals
Rich Internet Applications
Websites
System Integration
Customer care
Specialties: .NET Framework based development (2.0+) SQLServer 2005+ development Web 2.0 oriented applications

Experience

  • Apr 2002 - Present
    IT Professional Senior / Città in Internet S.r.l.
    Internet based software analysis and development, workgroup organization, SQL engines manager, some SYSADMIN roles, client manager, accounting.
  • Feb 2002 - Apr 2002
    Developer / e3 S.a.s.
    Developing applications in body-rental
  • Nov 2001 - Feb 2002
    Trainee / UmbraRS / S.E.B.I.
    Working on XML services, based on my university thesis

Education

  • 1998 - 2002
    Università degli Studi di Perugia
    D.U. in Informatica
  • 1990 - 1995
    Istituto Tecnico Industriale Statale "A. Volta"
  • Scuola Elementare "Enzo Valentini"

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Websites:
Interests:
new technology, internet

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L’amore è una spiaggia sporca e noi che continuiamo a farci le gite fuori porta.

arte non qualsiasi

cose di Natale

ma tipo finirci in un’isola deserta?, fonte sexncomics:tottycrushes [Evangeline Lilly

cose di bellezza sconcertante

di donne e di sensualità

[it’s not cosplay] eh, oh

simpatico egocentrismo

l’amore vince sempre sull’odio, ma perde regolarmente contro i pompini (mi pare recitasse così)

cose di pensieri positivi

idee per costumi non convenzionali, certo

il buongiorno si vede dal mattino

…e niente…

Io lo brucerei, il mare, quando fa così!
binbaa, su Instagram (http://instagr.am/p/JwmfF/)

In questa foto ci sono tante di quelle cose così perfette che potrei passare il resto della giornata a guardarla. Nient’altro da aggiungere. (via batchiara)

poi uno dice “il parquet”

dio c’è

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Fam(igerata fam)e

Io le minestre no.
Tu dammi le pastasciutte.
Tu dammi i cannelloni.
Tu dammi financo il riso scotto, la pasta dei cani, i ravioli ripieni di pasta dei cani, ma le minestre no.

Io i fagiolini no.
Tu dammi le insalate.
Tu dammi i peperoni in agrodolce.
Tu dammi financo le zucche lesse sciape, le melanzane amare come la morte, i ravanelli in salsa di soia, ma i fagiolini no.

Io la carne di cavallo no.
Tu dammi il viteltonnè.
Tu dammi lo spezzatino di cinghiale.
Tu dammi financo il fegato pastellato, la carne di gatto saltata in olio di gatto, il pelo del gatto, ma la carne di cavallo no.

Ecco, sul dolce, alla fine, vai tranquillo.

L'amore inquina

Allora due fanno all’amore in macchina,
dentro alla Fiat Uno del ‘94,
che è una ghiacciaia sempre,
figuriamoci al dieci di dicembre,
e un pelino di riscaldamento, minchia,
a metà tra il rosso e il blu, cinque minuti,
e hai presente quanto inquina?

Allora due fanno all’amore negli hotels, anche tre stelle vanno bene tanto,
e al dieci d’agosto è caldo che Anto’ fa caldo,
e tu il the freddo non lo compri per principio,
e perché ti fa cagare, e in quegli hotels li figurati se c’è il frigobarre;
però l’aria condizionata si, quella ovunque,
però ecco, ogni zaczac via un albero dell’amazzonia e un buco in più in cielo.

Allora due fanno all’amore una volta all’anno,
perché tipo stanno lui a Orgosolo e lei a Teheran,
ma cristo costa un botto, tipo che solo di viaggio col carburante dell’aereo hai potato mezza Alaska,
e l’altra mezza al ritorno,
per un paio di botte,
con una di Teheran,
mi pare un po’ troppo.

Allora due non fanno manco all’amore, si scrivon le letterine,
colla penna e colla carta,
tanta carta, chili e chili di carta,
tanto hai già capito dove voglio arrivare.

Allora, sai cosa?
Pippe. (Saws)

Cosacce alle cosacche

Poi c’era quello che diceva le cosacce alle donne,
mentre faceva loro il sesso.
Anche prima e dopo, in verità,
però un conto è che dicesse “urla, troia” durante,
un conto è prima o dopo che non significa niente. Insomma…

E le donne, quelle,
gradivano il farsi dire le cosacce.
Intuita la potenzialità, l’uomo che diceva le cosacce alle donne decise.
E mise su un bel cartello: “io vi dico le cosacce, quelle che il vostro compagno non vi dice”.
Non “lavami i calzini, donna” ne “stirami la camicia, femmina”,
ma “sii influente e suina per me, laida”, o anche “spalmati di olio che ti bruschetto col mio spito, ovina” (questa andava forte).

E le donne, quelle,
pure fecero il cartello “noi che ci facciamo dire le cosacce senza mozzicarvelo”.
E per quanto poco credibile, lo facevano a gratis.
Ma in tutto questo nessuno pensa alla compagna dell’uomo,
e ai compagni delle donne, cosacche o meno, che ‘ste cose non le facevano.
No, loro no.
Loro, a quel punto, un’orgia. Ma con educazione.

Blogfest 2009 in pillole. Blu. Parte #1.

I barcampi, le blogfeste, i uichi,
le genti, i bloggers, gli andreabbeggi,
che andreabbeggi resta andreabbeggi,
anche al plurale, intendo,
però questa è una citazione.

I convivi, le birrate, i selfservices,
le pappardelle poi, quelle con l’uovo e le sensazioni,
le code, la gente che passa avanti,
i pageranks e le moquette,
con i puffs e i bloggers sopra. ah, bello.

Gli speechs, gli interventi, le prostate,
i pasti costosi, le Warsteiners costose,
le interviste doppie, quelle triple,
la gente che “vengo” e non viene,
gli anorgasmici, insomma.

Vabbè, per le premiazioni c’è da aspettare, ancora.

Vie d'uscita senza maniglione

La vita, ingrata,
ti punì alla nascita,
insulla culla non c’entravi,
ma diamine era un letto a una piazza emmezzo!

Così, sconsolata,
a tratti piangente come salice in natura,
financo depressa seppure sorridente,
che cosa avrai avuto da ridere, poi? boh

Insomma, arriva Internètte,
col fotosciòp è una manna, dice,
e quando proprio va male male,
ci metti su un gatto, o un procione o un personaggio disnèi, capirai…

Eccole, la tue via d’uscita:
i monitors, le usbcheis,
pimparsi il portatilino con gli sticchers di chicazzè,
poi scegliti il nick figo tipo “madredeus” o “phaigaphui”.

Però ascolta,
gioia,
ai barcamp,
dai, mannaggia la miseria, no!

Aerofagista

Pizza,
non lievitata,
non cotta,
cruda.

Pizza,
bianca o rossa,
poco conta,
ma meglio bianca,
poi capirai perchè.

Pizza,
5€ con bibita e coperto,
che settemagni il coperto,
quasi quasi,
è un’altra storia,
almeno la carta non lievita,
almeno.

Però vabbè,
collega,
io te lo chiedo,
disinteressato,
ma tu - a parte la pizza -,
che cazzo te sei magnato?

Notte

Notte
destino crudele che t’ha fatto buia, 
regalando al giorno lo sole ch’acceca, 
e a te una luna che manco a veder dove pisci. 

Capisci
La notte è oscura che non c’è niente da fare, 
mica come la camera che in verità è di colore rosso, 
con tutte le foto stese e le bacinelle, ah le bacinelle… 

Silenziosa
Giusto d’estate i grilli a rompere i maròni, 
che poi, con un po’ di benzina, 
alla fine manco quelli, dai. 

Sonno
Che ti piglia quando vuole, marpione, 
t’accascia la palpebra annoiata, 
e il collo piegasi a sostener la testa morta, guasi. 

Ecco.
È un casino. 
Quando ti piglia in mezzo all’autostrada, 
almeno.

Imprevisti con allegata la fame

Tristo, sconsolato e mesto,
esce l’operaio dall’officio,
e passi pesanti calca,
e calli importanti soffre,
ma con dignità,
che le infradito non è ancora ora.

Mesto, dicevo, e anche affamato,
bramoso di bistecca,
ovverossia ravioli in salsa tartufata,
che persino quattrosaltin’padella,
eh, alla fine, non è mica una cattiva idea,
non è mica…

E l’insegna della Coop splendea,
luminosa e tersa, come poche cose terza,
se escludiamo quella di copertina,
con la C che fa un po’ tztz tztz,
ma chi se ne frega,
se dentro c’è i quattrosaltin’padella?

Già, dentro, dici bene,
nel frigoghiacciaia tra il merluzzo e i pisellini fini,
laddove genti diverse fino a mezz’ora fa annaspavano,
ma alle nove di sera, figlio mio,
mi sa che tu le tagliatelle funghi e speck…
…manco in sogno, manco.

Scior'càt

Che quelli che usan troppo il màus son gente strana,
gente che non conosce la piacevolezza del rumor secco del tasto,
gente che preferisce tener sempre la mano insul topo,
gente che se gli togli il tasto destro, essantamadonna!

Che gli vuoi spiegare il bello del controllaltcanc?
La soddisfazione e rapidità dell’alteffequattro?
Lo spirito rivoluzionario nascosto dietro all’effecinque?
I discutibili risvolti etico morali delle clonazioni da controlccìcontrolvvù?

Peggio quelli che ci tengono a cliccare l’iconcina otto_per_otto,
che fa la stessa cosa dell’alteffedodici,
ma vederli che miran come i cecchini russi agli elmetti crucchi…
vabbè che questi pensan che l’effedodici sia la linea del bus…

No davvero, io che col controlscifterre esporto che è una maraviglia,
senza gli scior’càt non potrei proprio viverci:
io ci monterei una tastiera sopra al màus,
o - al limite al limite - una palla che gira sotto alla tastiera, dai.

Sull'annosa questione menu o menù

Antipastino misto freddo e un poco caldo, tiepido,
morente comunque se non già morto, anche parzialmente, paceallanimasua:
bruschettine, formaggi, affettati, un trionfo di suinità senza precedenti,
del vino rosso e un po’ di sano turpiloquio tutt’attorno, che poi uno dice “i colleghi”…

Trofìe al verde che gli accenti contano, fino a tre ma contano,
che puoi aggiungerci del formaggio grattugiato se vuoi,
ma non è obbligatorio perchè anche al tuo collega non piace il formaggio:
e lui si che conta, altro che gli accenti.

Arrosto pentito di frammenti scomposti di animali vari,
principalmente agnelli, ma anche gnu, ragni e ugni; ugni; bòni;
patatine fritte ma non troppo a contorno,
pane bianco sciapo che manco in galera: però eccoci.

Desserts a scelta tra una sola soluzione e il nulla,
agglomerati similgelatinosi bianchi dall’aspetto e consistenza discutibile;
caffeine, filiuferri, angosce offerte dalla casa,
la tovaglia della nonna era un po’ troppo rosa per essere tovaglia.

Tutto questo venticinque, come il natale, ma un po’ meno dicembre.

Niscosto

Non appare,
oscuro,
latente,
vercingetorige quasi.

Di un nero pesto,
fatto con le olive al posto dei pinoli,
usando liquorizia per méscerlo:
uno schifo, madonnasantissima.

Che non s’ha da vedere,
che fa brutto financo al buio,
sebbene, nero su nero, non si veda nulla:
nemmeno l’ombra, insomma.

Comunque, è brutto.
Specie quando arrivi in fondo,
alla poesia,
e non ti ricordi che minchia volevi dire…

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