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7 foto e 7 domande, alle 7 di mattina, a fotografi che si svegliano presto o non sono ancora andati a dormire.
Oggi è la volta di Nika Furlani.
Ciao Nika, quanti anni hai e di dove sei? Da quanto scatti foto?
Ciao, ho compiuto 30 anni da poco (ed è stato veramente uno shock) e sono di Trieste.
Mi interesso di fotografia in maniera più consapevole da circa 5 anni.
La tua attrezzatura?
Ho una Canon 5D markII, una polaroid xs70 e una Zenza Bronica S2A. Ho appena pensionato (con dispiacere) la mia Diana F+ sostituendola con una Adox Golf.
Cosa fai quando non fai foto?
Con l’estate alle porte sicuramente mi godrò il mare.
Descrivimi la tua stanza.
Sono invasa dai gatti della polvere, ho un armadio assolutamente troppo piccolo, devo ancora togliere i poster delle medie… insomma è tutto provvisorio-stabile come la mia vita.
La tua macchina fotografica pesa quanto…
Troppo, ma più che il peso sono le dimensioni che mi danno fastidio. Vorrei tutte le macchine fotografiche formato tascabile.
Se il tuo immaginario fosse un film? O un libro?
Sicuramente il film d’animazione La città incantata di Miyazaki.
Un fotografo/a che mi consigli di tener d’occhio?
Mi piacciono molto due giovani fotografe conosciute a Padova Fotografia: Cristina Panicali e Michela Depetris.
Brindisino classe ’86, Alessandro D’Amico eredita l’amore per la moda e in generale per l’arte dal ramo materno della sua famiglia. Dopo essersi diplomato in Fashion Design allo Ied di Roma nel 2009, torna a Brindisi e nel 2010 fonda il brand che porta il suo nome, affidando la produzione alle amorevoli mani della mamma e della zia che dirigono l’azienda che produce i capi del giovane designer.
All’attivo riconoscimenti, premi, importanti passerelle nazionali e non, quella che vedete nelle immagini è la sua interessante FW2013/14.
I festival della letteratura in Italia godono di ottima salute. Alta partecipazione, tantissime iniziative, sale conferenze sempre piene, il termometro della “conversazione attorno a”—uno dei santi Graal del marketing—a livelli da febbrone tropicale.
Eccezion fatta per la tv, di libri si parla come forse mai prima d’ora ma di libro come oggetto (edizioni pregiate, cartotecnica, progetto grafico, autoproduzioni di qualità), di libro come medium in trasformazione (ebooks, apps, tweetteratura), di libro come aggregatore (scrittura collettiva, user generated content), di marketing e comunicazione editoriale. Grande assente: la lettura. Che è un po’ come se si parlasse di cibo, si fotografasse il cibo, si facesse lo styling al cibo e si tenesse il mangiare in secondo piano. Cosa? Già succede?
E in tutto questo conversare, questo produrre metaletteratura istantanea fatta di dialoghi—spesso monologhi—che sviluppano in frammenti sparsi sui vari canali (social network, blog, riviste e quotidiani), rendendo tra l’altro assai complicato tenere le fila di tale conversazione, nonostante strumenti utilissimi come Storify, si legge sempre meno.
La soglia di attenzione del lettore si accorcia come la linea della vita di un fumatore accanito e se vale il detto per il quale ogni sigaretta ti toglie cinque minuti di vita, ogni tweet e post letto o scritto te ne tolgono altrettanti, non di vita ma di lettura con la L maiuscola: prendere parte attiva nella “discussione attorno al libro” ruba tempo al libro stesso e si finisce per allontanarsi da esso con un forza centrifuga che si autoalimenta chiacchiera dopo chiacchiera.
Il grande Borges tutto questo l’aveva già lucidamente capito e spiegato nel lontano 1930: «Ormai stanno scomparendo i lettori, nel senso ingenuo della parola, giacché tutti sono critici potenziali» scriveva nel saggio La superstizione etica del lettore, raccolto nel volume Discussione, del ’32.
Poi però capita che due realtà indipendenti, una libreria ed una casa editrice, impegnate dunque, anche se con ruoli diversi, sullo stesso fronte di battaglia, decidano di unire le forze ed organizzare insieme una grande invasione, anzi La Grande Invasione, non l’ennesimo festival letterario ma un festival dedicato alla lettura in ogni sua forma, organizzato da Minimum Fax insieme alla libreria di Ivrea e con il supporto dell’associazione Liberi di scegliere.
Il programma è ricchissimo, tra presentazioni, mostre, concerti, dialoghi e spettacoli, compresa una lungimirante sezione per i più piccoli—La piccola invasione—e coinvolgerà tutta la cittadina piemontese. Ci saranno personaggi della cultura e della musica, dello spettacolo, del giornalismo e dell’editoria, ma nessuno toglierà spazio alla vera protagonista del festival: la lettura e, quindi, i lettori tutti.
QUANDO: 20 – 23 giugno 2013
DOVE: Ivrea (To) | tutta la città
Seguitemi perché questa è una storia che dura da almeno quattro generazioni, una storia di donne, una storia di madre e figlia, una storia che parla napoletano, che nasce a Chiaia e che è scritta con pietre e materiali preziosi, lavorati con sapiente perizia da donne per adornare altre donne.
Paola Grande dunque è napoletana, creatrice di gioielli e figlia d’arte. Inizia a lavorare negli anni ’90 firmando la linea Habuhiah.
Il suo atelier, nel cuore elegante del quartiere Chiaia, è un’officina creativa dove il gioiello è cultura, creazione originale e artigianale. Dove accanto alle collezioni nuove trovano spazio le produzioni “su misura” che Paola realizza rivisitando vecchi gioielli e accostandoli a materiali di recupero.
Nel 2012 arriva Giulia di Pace, figlia di Paola classe ’87, che dopo aver conseguito la laurea a Milano alla Nuova Accademia di Belle Arti al corso di laurea Fashion & Textile Design e lavorato due anni a Parigi in ambito moda, affianca la madre portando con sé nuova linfa, vitalità e idee.
Nascono così tre collezioni:
Eventail, ispirata dal ventaglio, l’accessorio più femminile e lezioso che esiste. Simbolo di regalità, potere, mistero e seduzione; il ventaglio suggerisce forme e linee inedite con metalli lavorati a plissé, leggeri e scultorei al tempo stesso.
Orecchini, anelli, collane, spille e ciondoli lavorati in argento brunito e bronzo che creano un gioco suggestivo di luci e ombre specie se accostati a perle o a pietre preziose e semi-preziosi.
Nastri è una collezione di gioielli realizzati interamente a mano da artigiani orafi partenopei, disponibili in argento 925 , oro 18kt e bronzo e sono abbinati ai brillanti, alla pirite naturale, all’onice, alla labradorite, al quarzo, al topazio e alle ametiste. Sono gioielli dalle forme avvolgenti che simboleggiano e sprigionano la forza della materia di cui sono creati.
Entropia, la collezione deve il nome ai forti contrasti, agli accoppiamenti insoliti, qui le forme si fanno geometriche e tridimensionali. L’energia positiva che scaturisce dai cristalli si sposa alla forza dei metalli.
Negli anni ’30, nel pieno della Grande Depressione, una serie di tempeste di sabbia—causate dall’inaridimento del suolo per via della mancata rotazione delle culture nei terreni agricoli— colpirono le Grandi Pianure degli Stati Uniti, oscurando i cieli, seppellendo interi paesi, lasciando senza casa centinaia di migliaia di persone soprattutto nell’area del centro-sud del Paese e provocando un esodo di massa da Stati come l’Oklahoma, il Texas, il Colorado, il Kansas ed il New Mexico.
A documentare gli effetti di quella catastrofe ecologica, agricola, economica e sociale sulle famiglie bianche della mezzadria del sud degli Stati Uniti—i cosiddetti rednecks, gli zoticoni1 bianchi dal collo arrossato per il sole per via del lavoro nei campi—il mensile Fortune, nel 1936, inviò il fotografo Walker Evans e lo scrittore James Agee, che rimasero per due mesi in Alabama, realizzando uno dei reportage più famosi ed acclamati nella storia del giornalismo e del fotogiornalismo. Reportage che non venne mai pubblicato da Fortune ma che nel ’41 diventò un libro dal titolo (tratto da un verso biblico) Let Us Now Praise Famous Men, da allora punto di riferimento assoluto per generazioni di giornalisti e fotografi, grazie ad una cronaca accurata ma anche e soprattutto all’enorme potere evocativo e poetico delle foto di Evans e dei testi di Agee.
Per decenni l’eredità artistica dei due autori di Let Us Now Praise Famous Men è stata raccolta—con risultati alterni—da tantissimi artisti, anche se forse mai nessuno è riuscito ad avvicinarsi alla grandezza di quell’opera come un recentissimo progetto che vede coinvolto uno dei più grandi fotografi degli ultimi anni, l’americano Alec Soth, con un’iniziativa editoriale nata in sordina, dal basso, attraverso una piccola casa editrice indipendente e in un formato cartaceo del tutto insolito, quello del quotidiano.
Classe 1969, nato e cresciuto in Minnesota, Soth inizia la sua carriera artistica studiando pittura. Il passaggio alla fotografia avviene per caso, assistendo all’università a una lezione in cui Joel Sternfeld, altro grandissimo fotografo documentarista americano, presenta e racconta il suo capolavoro American Prospects. Durante la lezione scatta la molla. Viaggiare, o meglio vagabondare andando alla ricerca di storie e scatti: la missione della tua vita la riconosci quando qualcuno te la mostra.
Il suo primo libro Alex lo pubblica a 35 anni, nel 2004. Si intitola Sleeping by the Mississippi ed è un meraviglioso viaggio nel suo midwest, in un’America piatta, desolata e desolante, colta dall’obiettivo di Soth come pochi sono riusciti a fare prima e dopo di lui.
Da lì in poi per l’artista è un susseguirsi di mostre, premi e riconoscimenti a livello internazionale. Ma soprattutto di viaggi, alla scoperta di un’America nascosta, di serie B, lontana dalle rotte principali, anche se non mancano puntate “fuori confine” come uno splendido reportage sulla Colombia ed un lavoro commissionato dall’agenzia Magnum che mette a confronto/scontro il mondo della moda parigino con la quotidianità del Minnesota.
Nel 2010 Soth è a Brighton, invitato dalla biennale di fotografia a realizzare una serie di scatti appositamente per l’evento. Il governo inglese però non gli concede il visto per motivi di lavoro e l’artista si trova nella difficile situazione di dover scattare foto con il rischio di una condanna a due anni nel caso venisse beccato. Quindi il colpo di genio: far fare le foto a sua figlia. Che ha sette anni e adora fotografare i cani e l’anno successivo è tra le “autrici” di Bunny Boy goes to Rome, una fanzine realizzata da tutta la famiglia Soth, tra le prime pubblicazioni di Little Brown Mushroom, micro-casa editrice fondata da “papà Alex” per offrire a fotografi, scrittori e designer una piattaforma dalla quale partire per sperimentare e distribuire “storie per immagini”.
Ecco la piccola Carmen intenta ad autografare la fanzine insieme a suo padre.
Ed è sempre con Little Brown Mushroom che nel 2012 Soth dà il via ad un nuovo progetto, intitolato The LBM Dispatch, nato in collaborazione con lo scrittore e giornalista Brad Zellar, anche lui originario del Minnesota.
The LBM Dispatch non è propriamente una rivista. Né “solo” una fanzine. Ma, appunto, un “dispaccio”, come quelli di un inviato in guerra. E il formato—che per carta e dimensioni è quello di un normale quotidiano—non fa che sottolineare la sua essenza di medium atto a divulgare notizie rilevanti.
Nel maggio del 2012 Soth e Zellar partono per una settimana e visitano una serie di piccole cittadine dell’Ohio, fotografandone gli abitanti e raccontandone le storie, pubblicando, al loro ritorno, il primo dispaccio.
A quello seguono viaggi e reportage nell’Upstate, la zona rurale a nord di New York, in Michigan, nelle Tre Valli, quella della Morte, la Silicon Valley e la San Joaquin Valley, e—ultimo in ordine di pubblicazione—in Colorado, tutti realizzati nel corso di una/due settimane di vagabondaggio, alla ricerca di quello che potrebbe essere definito come il “concetto di comunità” negli Stati Uniti del XXI Secolo, tra quel che rimane del Grande Sogno Americano, nelle terre lontane—geograficamente e culturalmente—dai grandi poli urbani ed economici come Chicago, New York e Los Angeles, con lo stesso spirito di Evans ed Agee, più di settant’anni dopo.
7 opere e 7 domande, alle 7 di mattina, ad illustratori che si svegliano presto o non sono ancora andati a dormire.
Oggi è la volta di Lorenzo De Felici (qui le “geniali invenzioni del professor Caspita!” e qui il blog di Drakka).
Ciao Lorenzo, di dove sei, quanti anni hai e da quanto fai l’illustratore?
Sono nato a Frascati, vicino Roma, nel 1983. Lavoro con il fumetto da circa 5-6 anni.
Matita o penna grafica?
Entrambe. Lavoro sia come disegnatore che come colorista, dunque uso la matita (e il pennello) quando disegno, e la penna grafica quando coloro, che siano disegni altrui o miei.
Cosa fai quando non disegni?
Poche cose, purtroppo. Esco a fare spesa, cucino e mi prendo cura di un alberello di mandarini cinesi guardandolo dalla finestra.
Il disegno però è come un animaletto che ti segue ovunque tu vada. Anche quando non ti devi prendere cura di lui direttamente sai che è là a prendersi il fresco nella tua ombra, e che se lo trascuri ti mordicchierà le caviglie.
Cosa c’è sulla tua scrivania?
Al momento pennarelli sparsi, una tazza, una carta di goleador (gusto frutta), qualche libro e una serie di fogli pieni di schizzi, spesso di caffè. Poi naturalmente mollette dei panni, quaderni, soldi spicci e una sciarpa.
Un disegno pesa quanto…
.. ti pare.
Un libro di cui vorresti illustrare la copertina e un film di cui vorresti fare il poster.
The Stand di Stephen King. Come film, Leviathan di Cosmatos. E’ un horror-porcata brutto ai limiti dell’inguardabile, ma lo vidi da piccolo una sera che avevo deciso di oppormi con fermezza al coprifuoco delle 21.00. Per principio rimasi a guardarlo fino alla fine anche se ero completamente terrorizzato. Una lezione di vita importante.
Un illustratore o un’illustratrice che mi consiglieresti?
Davide De Cubellis e Annalisa Leoni.
Oggi inizia ufficialmente l’84esima edizione di Pitti Immagine Uomo che, come tutti sanno, è la più grande fiera a livello mondiale per quanto riguarda la moda maschile.
Quello che non tutti sanno, però, è che la fiera può vantare un altro primato, ovvero essere anche la più avanzata fiera virtuale al mondo grazie ad un portale, e-Pitti, che “traduce” in bit e pixel Pitti Immagine Uomo, Pitti Bimbo e Pitti Filati.
Durante la scorsa edizione, quella invernale, ho avuto l’occasione di scoprire come funziona e-Pitti, di visitarne i centri nevralgici e di avere un’idea ben chiara di quanto lavoro—e di che livello—ci sia dietro.
Tutto questo grazie ad un “cicerone” speciale e con una lunga militanza da lettore di Frizzifrizzi, Marco Bressan, responsabile di produzione di FieraDigitale, società che fa capo al Gruppo Pitti Immagine e che si occupa della digitalizzazione delle fiere del gruppo e di altri eventi-fiera.
Grande appassionato di fotografia (nonché autore di uno splendido libro, uscito recentemente, sulle “storie di tatuaggi”), papà di quattro figli e marito di una bravissima illustratrice, Marco mi dà appuntamento l’ultimo giorno di fiera, quando la stampa se n’è già andata da un pezzo, di buyer ne girano ormai pochi e gli espositori iniziano a smontare, tra gli sguardi un po’ smarriti degli ultimi visitatori, con i tecnici della Fiera che come ogni anno fanno il miracolo di riconvertire Fortezza da Basso—dall’83 sede storica dell’evento—dal regno del Pitti Uomo a quello di Pitti Bimbo.
Mettere online una fiera non significa soltanto fare un sito istituzionale con i nomi degli espositori, il programma degli eventi, le informazioni su come arrivare. Quello sanno farlo tutti. Significa invece fotografare ogni singolo stand, ogni espositore—dal più grande e storico alla sconosciuta new entry—per poi andare in rete una settimana dopo la fiera con la versione digitalizzata di tutto—o quasi—quello che è passato dentro alla Fortezza.
È un lavoro durissimo, frutto di un’organizzazione impeccabile e di tante anime che collaborano a strettissimo contato affidandosi gli uni alle capacità e alla serietà degli altri. E Marco—nella foto qua sotto, a sinistra, con Davide Rossi, suo più stretto collaboratore insieme ad Anna Bonciani—quando lo incontro, è visibilmente esausto ma al contempo incredibilmente carico. Emana energia nonostante la voce di uno che ha dormito pochissimo, un raffreddore che poi si rivelerà contagioso (per me) ed un febbrone che si porta avanti dalla notte prima.
Pitti Uomo si svolge in appena quattro giorni ma ad una sola settimana dalla fine tutta la fiera si trasferisce online. E lì rimane per un mese, di fatto prolungando di 30 giorni l’esperienza fieristica.
«Sai meglio di me» dice Marco «che non esiste un buyer capace di farsi tutta la fiera».
E in effetti nelle mie 10 edizioni (quella che inizia oggi è l’11esima) non sono mai, e dico mai, riuscito a vedere tutto. Figuriamoci un buyer, che ha poco tempo a disposizione prima di ripartire verso altre fiere e fashion week, da qualche altra parte del pianeta.
FieraDigitale nasce su idea di Francesco Bottigliero, che ne è attualmente l’amministratore delegato, e Raffaello Napoleone, che è invece amministratore delegato di Pitti Immagine. Il mio cicerone mi racconta che nel 2005 c’era già l’intenzione di “virtualizzare” la Fiera ma, visti i tempi non ancora maturi, l’idea venne accantonata per qualche anno. Fino al 2010, quando fu fondata la società—della quale fanno parte Pitti Immagine e, appunto, Francesco Bottigliero—e l’anno dopo aperto il sito.
e-Pitti è la prima realtà del suo genere. Anche altre fiere, nel resto del mondo, in questo e in altri settori, hanno provato a fare qualcosa di simile, ma senza raggiungere gli stessi risultati. Per questo FieraDigitale si è ritrovata a lavorare anche per altri enti, a volte con dei progetti-pilota, altre realizzando da zero tutta la piattaforma digitale, come è accaduto ad esempio con il Macef, il salone internazionale della casa che si tiene ogni anno, due volte all’anno, a Milano, e che dal 2013 ha la sua fiera online, il Macef+.
«Pensavo di dover trovare delle troupe a Milano» spiega orgoglioso Marco «e invece i ragazzi che lavorano qui con noi a Firenze hanno tutti aderito e questo è stato confortante. Non abbiamo dovuto ricominciare tutto da capo con persone totalmente nuove».
Le troupe che fotografano i capi sono una delle anime di e-Pitti, forse la più visibile visto che hanno tutti la stessa t-shirt ed è facile ritrovarseli mentre giri per i corridoi ed i padiglioni. Anche se, paradossalmente, uno dei loro doni più incredibili e rari è proprio l’invisibilità: tutto il lavoro, stand per stand, viene fatto nei giorni in cui la fiera reale, quella offline, è attiva. E questo significa stand pieni, aziende indaffarate a presentare, promuovere e scrivere ordini, e stampa, buyers e visitatori intenti a chiedere, toccare, scattare, fare ordini.
Non esattamente la situazione più tranquilla e rilassata che ci sia per un fotografo che deve fare il suo mestiere…
L’organizzazione stessa è un inno all’efficienza e alla tempistica, calibrata al minuto.
«Tre mesi prima dell’inizio della fiera» racconta Bressan «concordiamo con ogni espositore quando deve passare la troupe. Da lì facciamo il calcolo di quante troupe ci servono per coprire tutti gli espositori».
Coprire gli espositori significa fotografare lo stand e un certo numero di prodotti, che vanno dai 5 degli stand più piccoli ai 15 di quelli più grandi, tutti indicati dagli espositori stessi già al momento del contatto con l’organizzazione di e-Pitti, attraverso un back office, oppure direttamente ai fotografi quando arrivano sul posto.
E per ogni prodotto non è che basti uno scatto: oltre alla foto del pezzo intero servono anche almeno 3 dettagli.
Anche se, mi spiega Marco, le foto più difficili in assoluto da fare sono le panoramiche, che implicano il far uscire tutti dallo stand per qualche minuto. In sostituzione della panoramica—e se la tipologia di stand lo permette—viene realizzato un video, per il quale non serve “rimuovere” la gente.
Facile capire come il tempo da dedicare a ciascun espositore arrivi a un’ora – un’ora e mezza e calcolando che per ogni edizione di Pitti Immagine Uomo gli espositori sono circa 900 (per Pitti Bimbo circa 400; per i Filati sui 100, anche se per quanto riguarda quest’ultima fiera il lavoro diventa tecnicamente molto più complicato visto che diventa necessario fotografare anche i minimi dettagli) e che almeno il 75% di loro aderisce ad e-Pitti (che è comunque un servizio gratuito), bisogna mettere insieme durante le quattro giornate della fiera qualcosa come 1000 ore complessive di lavoro. Un’impresa immane, pur con 35 troupe a disposizione.
Ogni troupe è composta da un fotografo ed un assistente (scelto dal fotografo) che devono avere tra loro un’alchimia perfetta: ciascuno deve assolutamente sapere in ogni momento cosa fare. E cosa sta facendo l’altro.
I fotografi sono quasi tutti freelance ma alcuni di loro lavorano già insieme e magari hanno un piccola società.
C’è di tutto, dai fotografi professionisti ai fotografi-artisti. «C’è qualcuno che espone pure nelle gallerie di un certo livello e infatti chiedo sempre “ma perché lavori per noi?” ma devo dire che sono tutti innamorati del progetto».
Ogni troupe dev’essere dotata di una Canon 5D Mark II o Mark III. «Dopo una serie di comparazioni abbiamo scelto la Canon, che supporta meglio il nostro tipo di lavoro. Avere tutti la stessa macchina è fondamentale per dare un’unità estetica a tutte le foto che poi andranno online» spiega Marco.
Capita che di stagione in stagione alcune troupe vengano assegnate sempre agli stessi espositori e nelle ultimissime edizioni si dà a questi addirittura la possibilità di dare la preferenza per una squadra fotografo-assistente piuttosto che un’altra. Dopotutto se si lavora bene insieme è un’ottima cosa che si possa continuare a farlo. Per questo—pur nella bolgia della fiera—capita di veder nascere addirittura dei rapporti di amicizia, che durano appena lo spazio di una sessione di scatti, ma che si ritrovano sei mesi dopo magari con un abbraccio.
Capita anche che le aziende, felici del lavoro fatto dai ragazzi, li chiamino poi privatamente a lavorare per loro per qualche servizio o lookbook.
Ad un certo punto Marco vuole farmi parlare con qualche troupe e sfodera un calendario che se ad un profano come lo sono io potrebbe sembrare un complicatissimo mosaico di tessere colorate, a lui dà invece modo di sapere in ogni minuto chi è in quale posto della fiera.
Incontro Tommaso, che è marchigiano come me e che fa parte di un piccolo studio di giovani fotografi. Tommaso è in e-Pitti fin dall’edizione pilota, quindi ormai riesce a superare senza difficoltà i piccoli ma innumerevoli inconvenienti del lavoro sul campo, da una fastidiosissima parete di specchi che rischia di rovinare una panoramica ai momenti in cui uno stand è pieno di gente ma la troupe deve comunque lavorare, e con delicatezza e cortesia bisogna far uscire tutti senza infastidire il lavoro di nessuno.
Altra tessera del mosaico, altro zig-zag tra gli stand, altra troupe. Conosco Ulisse, fotografo professionista, che è il più “anziano” di tutti i fotografi (in realtà—è quello nelle foto qua sopra—è più giovane di me), nel senso che è stato il primissimo ad essere addestrato: l’apripista che a sua volta ha spiegato il lavoro a moltissimi altri, contribuendo a scrivere anche il piccolo manuale—la loro Bibbia, scherza Bressan—che ogni fotografo ed ogni assistente si portano dietro e che contiene le linee guida, tecniche, organizzative ed etiche per fare un buon lavoro.
«Quando il progetto è partito» racconta Ulisse «ci avevano messo sull’attenti sul fatto che gli espositori avrebbero potuto essere talmente attaccati ai loro capi che sarebbe stato difficile fotografarli. In realtà abbiamo trovato una disponibilità estrema. E più passa il tempo più le cose migliorano. L’unico vero problema è l’affluenza delle persone e lì sta alla nostra abilità di fare il nostro lavoro in maniera efficiente, senza dar fastidio, senza perder tempo né farne perdere agli altri».
Quando ce ne andiamo Marco mi fa vedere il manuale. Quello per i fotografi inizia così: il bilanciamento del bianco è la mia fede.
Vista l’incredibile organizzazione sembra quasi assurdo dirlo, ma il famigerato bilanciamento del bianco è una delle problematiche più importanti a livello tecnico di tutto l’apparato e-Pitti.
«Noi non scattiamo in formato raw, scattiamo in jpeg. Non abbiamo tempo di metterci a fare post-produzione quindi “buona la prima”. E la prima dev’esser buona veramente e, soprattutto, deve poi arrivare alla base intatta».
Con 70000 foto scattate e 2000 video girati per ciascuna edizione—tenendo anche conto del fatto che una prima selezione viene già fatta in macchina dai fotografi—la fase di ricezione delle schede è una delle più delicate in assoluto di tutto il processo di produzione.
«Se perdiamo un file lì» racconta Marco «siamo nel… gatto. Non lo recuperi più. Se al primo giorno di Fiera ti accorgi di una panoramica che non funziona sei fortunato. Ma se è l’ultimo giorno e l’espositore ha già smontato lo stand?».
Il primo anno sono sparite tre schede. Il secondo anno se ne sono bruciate tre. L’anno scorso hanno perso un file. Quest’anno, per ora, tutto a posto…
Responsabile dell’area ricezione schede è Davide Rossi, altro appassionato fotografo ed assistente di Marco Bressan. Accanto a lui, una strana piattaforma girevole…
«È un sistema HSL360» dice Marco. «La piattaforma gira, la macchina fotografa e le immagini vengono automaticamente montate assieme in un 360°, ovvero una di quelle immagini che poi si possono ruotare con il mouse».
La definizione delle foto è incredibile. Davide mi mostra quelle di una borsa appena fotografata e si riescono a vedere le “rughe” della pelle, la loro profondità.
Davide inoltre è responsabile di un altro degli elementi più delicati della filiera, la tranquillità di Patrizia, con cui condivide la stanzetta sul retro di uno dei corridoi del Pitti.
«Patrizia è il carrarmato dell’organizzazione, il Mastro di Chiavi, Mr. Wolf, quella che risolve i problemi», così Bressan mi presenta colei che ha in mano le intricatissime fila del calendario delle troupe e che gestisce tutta la parte di interfaccia con gli espositori. Sono Patrizia Vavassori e la sua squadra—e la loro pazienza, aggiungo io—che dopo aver ricevuto il feedback di tutti e 900 gli espositori prendono in mano il programma del Pitti ed iniziano a compilare l’agenda associando a ciascuno stand una troupe.
Fatto questo bisogna richiamare ogni singolo espositore e comunicare troupe, data ed orario del servizio fotografico. Ovviamente c’è sempre qualcuno che chiede qualche modifica, anche a fiera già iniziata, e da lì il tutto diventa un complicatissimo gioco ad incastri che persino il campione del mondo nel risolvere il cubo di Rubik dubito sarebbe in grado di affrontare.
Per ogni problema, da quelli tecnici a quelli relazionali con l’espositore, il telefono di Patrizia squilla.
«Sembra più semplice di quello che è» mi racconta lei, che emana un’energia capace di tranquillizzare anche un maniaco assassino in preda ad un raptus.
In realtà non sembra per niente semplice ma se è anche peggio di quel che appare, la ammiro ma di certo non la invidio.
«La parte più faticosa del lavoro è probabilmente quella di educational, dove cerchiamo di insegnare agli espositori—alcuni dei quali a loro agio con un fax ma molto meno con una mail—ad entrare nel back office, a gestire i loro dati, a caricare dei testi di presentazione…».
Dal regno di Davide e Patrizia, le immagini partono per un altro viaggio e, dentro ad una serie di hard-disk, finiscono fuori dalla Fortezza da Basso ed arrivano in Dogana, poco lontano da lì, location nella quale in concomitanza con Pitti Immagine Uomo ogni anno (ma non quest’anno) si tiene Pitti W, lo spazio dedicato alla moda femminile, dentro al quale si nasconde anche la grande sala dove grazie ad un imponente sistema di data entry, ogni singolo bit viene messo online sul sito.
Qui incontro Niccolò Francolini, uno dei soci fondatori di Mirror Production, società partner di FieraDigitale che gestisce e si occupa di reclutare gli addetti per tutta la parte di post-produzione, dal data entry al ritocco delle immagini, passando per l’editing dei video.
Sempre qui, ogni giorno vengono messe online circa 1000 immagini e 50 video. Ed ogni singolo file—sembra facile ma non lo è—deve finire nel posto giusto.
Tutto va controllato scrupolosamente, con una grandissima attenzione verso la qualità delle immagini.
«Sulla qualità abbiamo tutti una pressione psicologica enorme» mi racconta Bressan «perché il nostro amministratore delegato Francesco Bottigliero è la qualità fatta persona».
«Se c’è una cicca per terra in uno stand, quella cicca viene fotografata e poi finisce online» aggiunge «stai sicuro che lui la trova».
Oggi l’organizzazione ha accumulato un’esperienza sul campo tale da far sì che tutto fili via liscio ma durante le primissime edizioni, mi confida Marco, non sono mancati momenti difficili, tra troupe che non andavano bene, tempi da organizzare, iniziale—e condivisibile—diffidenza degli espositori. «E una volta ci è pure saltata la luce».
La fiera digitale sostituirà mai quella fisica?
Ultimamente si sente parlare spesso di quanto l’evento fiera, almeno nel campo della moda, stia segnando un po’ il passo rispetto ad iniziative di portata ben minore che però, visti i tempi, sono sicuramente più facili da affrontare, almeno economicamente, per i cosiddetti piccoli player come le aziende a carattere artigianale o i media indipendenti che—come il nostro—nascono dal salotto di casa. Ed ecco quindi presentazioni, serate ed eventi che fungono magari da satelliti, sfruttando le giornate delle grandi fiere per raggiungere comunque un pubblico ben targetizzato pur senza entrare ufficialmente nel sistema fieristico.
Mi chiedo quindi se la possibilità, già attuale con e-Pitti e FieraDigitale, di avere a portata di mouse l’intero contenuto di una grande fiera non possa scoraggiare poi la presenza fisica di buyer e stampa.
Secondo Bressan no. «Fiere come il Pitti sono posti in cui comunque tu devi esserci. Vedere i prodotti dal vivo e soprattutto instaurare un rapporto umano con chi rappresenta l’azienda è essenziale».
È della stessa idea Anna Geroldi, responsabile del marketing di FieraDigitale. «Secondo me il concetto di fiera, tra dieci anni, non sarà cambiato poi di molto rispetto a quello che è oggi. La differenza è che avere una versione online di una fiera sarà considerato probabilmente come una cosa normale. Ma dipende anche molto da quanto il mercato, soprattutto quello della moda, saprà essere ricettivo in questo senso e a quanto rapidamente riuscirà ad adattarsi a questo cambiamento».
Certo è che se la fiera virtuale non può sostituire quella reale, almeno non per il momento, comunque permette di ampliarne la portata.
«Parlando con gli espositori, sono molti quelli che raccontano di esser riusciti ad arrivare a mercati dove non erano ancora presenti dopo esser stati contattati dai buyer internazionali attraverso la piattaforma».
Piattaforma dove comunque non si arriva a finalizzare l’ordine.
«Non è un sito di e-commerce» questo Bressan ci tiene a chiarirlo. «Ma permette di mettere in contatto chi vende con chi acquista».
Ciascun buyer può avere la sua pagina personale dove inserire in una wishlist prodotti e marchi.
Ma ad entrare in e-Pitti—e questo è un servizio ulteriore che viene dato agli espositori—sono solo buyer certificati da Pitti Immagine.
Subito dopo aver salutato Marco me ne torno per un po’ tra gli stand. Voglio vedere i ragazzi lavorare. I fotografi sul campo di battaglia.
Non sono del tutto convinto che tra dieci anni le fiere avranno ancora lo stesso aspetto di quelle che per decenni—pur con evoluzioni tecnologiche ed organizzative—abbiamo imparato a conoscere.
Ma mentre giro in incognito seguendo ragazzi e ragazze darsi da fare con un’abilità fuori dal comune, di una cosa sono assolutamente certo: nessuna fiera, virtuale o meno, potrebbe mai funzionare senza il sudore, la pazienza, la competenza, la passione—e a volte pure i raffreddori—di chi ci lavora.
L’importante poi è che, finito tutto, si abbia ancora l’energia per festeggiare. Come ho letto, scritto a penna su un foglio, accanto al computer di Patrizia: stasera aperitivo/pizza??
foto Simone Sbarbati
In bilico tra natura ed high tech, le stampe psichedeliche irrompono negli anni Settanta per non abbandonarci mai più. Ne subiscono il fascino portenti dell’Haute Couture del calibro di Saint Laurent, Chloè, Emilio Pucci, Balenciaga, Mila Schon e Dior -solo per citarne alcuni- che propongono suggestioni underground mischiate ad esoticismi altamente tamarri.
Un po’ punk, un po’ androgino, un po’ hippy, un po’ glam rock, la stampa psichedelica è tutto questo ed allo stesso tempo il suo contrario, e si trascina fino ai giorni nostri per mezzo di individui eccentrici, a metà tra l’hipster metropolitano ed il paninaro dei tempi d’oro. Chissà, anche a ‘sto giro aveva capito tutto il buon vecchio Gianni Versace, che fasciava il corpo con acidule esplosioni post-pop dall’effetto cangiante, vere armature di allucinazioni.
La conclusione di tutto ciò sgorga spontanea, leggasi: se sei un grande nome ti puoi permettere questo ed altro, ma se sei un brand emergente, nel 2013 puoi pure puntare sul print psichedelico, ma solo se abbinato ad un’ overdose di ironia. E di ironia ne abbonda M de Moi, marca handmade portoghese che propone una linea di t-shirt oversize, leggings e body dagli effetti speciali: emicranie cromatiche ed astrattismi geometrici sono gli ingredienti di base delle loro collezioni, insieme a stampe animalier, maxi hamburger, capoccioni di orse e foche, temporali con tanto di fulmini e saette, cieli stellati e nuvole.
The drugs don’t work, ok, l’abbiamo capito, e magari a volte si esagera, ma a piccole dosi queste stampe di ordinaria follia non fanno male a nessuno.
Venerdì 21 giugno in c-r-u-d a Milano ci sarà un laboratorio di stencil con la geometria aperto a 10 persone.
Mi spiegano un po’ come funziona: “Noi di c-r-u-d vi forniremo gli strumenti, voi porterete i supporti. Inizieremo insieme, poi le forme si sovrapporranno alle vostre superfici“.
Ecco cosa intendono per supporti: capi usati “brandizzati” o a “fantasia” da ri-personalizzare: t-shirt/canotte/teli cotone/borse tela; e cosa per
strumenti: stencil, colori serigrafici (bianco, nero, rosso fluorescente), rosso vermiglio e tutto il resto.
La quota di partecipazione è di 25 euro + tessera A Place where. Per prenotarsi scrivere a *protected email*, oppure telefona al 338 8873662.
Termine ultimo iscrizioni giovedì 20 giugno 2013.
Qui la pagina Facebook dell’evento.
(Le foto e il video sono delle precedenti edizioni)
QUANDO: venerdì 21 giugno 2013, dalle ore 17 alle 21
DOVE: C-r-u-d | via cola montano 13, Milano | Mappa
Domenica 23 giugno si svolgerà a Reggio Emilia la sesta edizione del PICNIC! un festival campestre che riunisce illustratori e fumettisti su un prato per incontrare il pubblico, chiacchierare e disegnare.
Davide Calì, direttore artistico di questa edizione ci racconta in anteprima come è andata la preparazione.
Chi legge i miei articoli o mi conosce di persona, sa che non mi piace girare intorno alle cose. Preferisco essere onesto e dire quel che penso. Quindi devo dire: deludente.
Guarda, fin da subito, le mie idee di innovazione di questo festival, sono state accolte freddamente. Ho pensato che, trattandosi di una manifestazione praticamente estiva, in un parco, ci sarebbero stato bene un concorso di Miss Maglietta Bagnata, ma mi hanno detto che non era in linea con il tema della manifestazione.
Sì, e infatti ho proposto una variante: Miss Fumettista Bagnata. Niente. Non si poteva fare.
Allora ho proposto un’attrazione alternativa alle noiose caprette del parco: dei pinguini che pattinano sul ghiaccio. Ma pare che fosse impossibile procurare il ghiaccio.
Sì, ma allora il fango? Per qualche motivo anche la lotta nel fango è stata messa da parte, per via di non so che problema di permessi. Risolto il problema dei permessi, pare che non fosse più possibile procurarsi il fango necessario, per cui abbiamo dovuto accantonare la cosa.
No, guarda, rimango convinto che non ci sia stata la volontà di accontentarmi. E’ mancata per il ghiaccio, è mancata per il fango ed è mancata per il numero del lanciatore di coltelli cieco.
Mi sembrava simpatico per animare un po’ le noiose sedute di disegno dal vivo: il lanciatore avrebbe scelto il suo partner direttamente tra i disegnatori invitati.
In principio qualcuno ha contestato la parola cieco, proponendo che lo si presentasse come lanciatore di coltelli non-vedente. Poi pare che sia circolata una petizione firmata da tutti i disegnatori contro il suo numero, ma io non l’ho vista.
Infatti. A questo punto non mi aspettavo che il cantante satirico bretone venisse apprezzato ma fedele all’incarico che mi è stato affidato, ho tentato lo stesso, inutilmente.
Le scuse con cui le mie idee sono state rifiutate sono a dir poco puerili. Non ho mai saputo che un’ordinanza municipale vieta la canzone bretone nel parco, per non indisporre le caprette. Vi sembra possibile?
Sarà. Comunque alla fine per l’intrattenimento musicale ho proposto un’orchestra di zufolatori di zucca. Suonano col naso una serie di zucche cave. Dovreste sentirli, sono una cosa commovente. Ma hanno rifiutato anche quella, per via di non so che problema con l’Associazione dei Coltivatori Diretti.
Puoi dirlo: di tutto quello che ho proposto per portare un po’ di novità a questo festival, non c’è stata una sola idea, per quanto inedita e geniale, che sia stata accettata. Sai cosa mi hanno detto alla fine?
Mi hanno detto che il festival era già bello così. Ma allora, se le cose stanno in questo modo, se siete gente che si accontenta di passare la domenica su un bel prato in bella compagnia, per farvi fare dei disegni da alcuni tra i migliori illustratori e fumettisti italiani e stranieri, se è questo che vi interessa, cosa posso dirvi se no che…
il PICNIC! vi aspetta!
domenica 23 giugno 2013
Parco delle Caprette
Reggio Emilia
(Mappa)
Le foto di questo articolo sono di Fabrizio Cicconi
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[English recipe under the break] E’ veramente da un sacco di tempo che non cucino. Quando la domenica mattina ho anche solo una mezz’ora di tempo da dedicare, mi preparo un paio di pancake: semplici, veloci e goduriosi. Solitamente ne faccio due/tre versioni e questa settimana avevo voglia di rifare quelli alle mele…utilizzandone degli anelli … Continua a leggere
Quest’esperimento di mascarpone è stato realizzato nella lontana estate del 2012, ma sono stata talmente smemorata da dimenticarmene nonostante le continue richieste di Tiziana di postare o perlomeno inviarle la ricetta. Come sempre non ho inventato niente, ho solo provato questo procedimento a casa aggiungendo una manciata di fette d’ananas grigliato! Ingredienti: ananas fresco 500 … Continua a leggere
Buon anno! Per cominciare mantenendo il mood festivo dei giorni scorsi, ho pensato di proporvi la mia ricetta per dei biscotti speziati da gustare con una bella tazza di tè. Non sono originali, né particolarmente fantasiosi, ma credo d’aver trovato il giusto equilibrio tra la frolla che preparo sempre e qualche ingrediente speziato! Ingredienti: 500 … Continua a leggere
[english version below] Avevo una deliziosa baguette, avanzo di una cena che è stata a dir poco fantastica (crespelle homemade e insalatina ai lamponi), così ho deciso di utilizzarla di nuovo per una torta di pane alla frutta – visto che mi sono avanzati anche dei lamponi! Ingredienti: 1 cestino di lamponi 1 baguette 100 … Continua a leggere
Era da tempo che volevo provare a cucinare gli s’more. Che poi cucinare è una parola un po’ grossa: stiamo parlando di “sandwich” di crackers con cioccolato e marshmallow tostati. Dato che a casa non ho modo di fare un barbeque, ho cercato di risolvere con un microonde e del tempismo. Ingredienti: crackers salati marshmallow … Continua a leggere
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Anche se è venerdì 17, è pur sempre venerdì quindi niente di meglio che svegliarsi pensando già al weekend, direi che è già un’ottima partenza.
Per iniziare al meglio, vi propongo un pezzo di Beyoncé di qualche anno fa, effettivamente passato un po’ in sordina in Italia con Andre 3000. Si chiama Party, e mi sembra che riassuma in pochi minuti tutto quello che vorremmo fare noi nei prossimi due giorni.
Senza contare che QueenB sarà a Milano domani, per chi di voi avesse avuto la fortuna di prendersi il biglietto. Buon weekend!
Img @ Dine & Dash
Vi avevo già proposto in passato la versione salata della colazione. So che qualcuno storcerà ancora il naso, ma davvero dovete credermi quando vi dico che è a dir poco d-e-l-i-z-i-o-s-a!
Se non sapete da dove iniziare e non avete molto tempo, potete iniziare con la ricetta di questa golosa insalata che ho trovato online.
Ingredienti:
1 manciata di spinaci tenerini (o songino)
4 pomodorini
1/2 avocado
qualche fetta di prosciutto crudo
formaggio stagionato preferito
menta a piacere
1 uovo
sale, pepe, olio q.b.
Procedimento:
Su un piatto largo, stendete l’insalata o gli spinacini come base. Procedete unendo i pomdorini lavati e tagliati a metà, il prosciutto crudo e l’avocado tagliato a fette sottili.
A questo punto aggiungete le scaglie di formaggio. A parte, fate cuocere l’uovo in camicia (se lo sgusciate in un mestolo mentre l’acqua bolle vi verrà una meraviglia). Adagiatelo poi sopra l’insalata.
Aggiustate di sale, pepe, olio e qualche fogliolina di menta.
Vi eravate immaginati pure voi un maggio completamente diverso? Uno di quelli dove si riesce ad uscire un poco presto, quando c’è ancora il sole ed approfittare della gioia per una birretta veloce con gli amici? Di quelli in cui la domenica la passi al parco o a fare lunghi giri in bicicletta in solitudine con la musica a palla nelle orecchie. Quelli dove hai tempo di vederti una mostra in pace, dove se anche sgarri con il pranzo non è un problema tanto poi vai al parco o in piscina con i tuoi amici ad aggiornarti sulle ultime news.
E invece no. Purtroppo non è così: vuoi che praticamente il sole esce di lunedì e va in vacanza di venerdì. Mettete anche il fatto che in questa città si ha la tendenza a fare sempre più cose di quante si riesca realmente a fare.
Risultato: stanchezza a mille e pochi risultati. E non è per l’impegno, giuro, è che non si riesce più a dire di no. Morale della favola? Aiutati che il ciel ti aiuta, e lo dico a me ma anche a voi: perché non riusciamo più a prenderci i nostri piccoli spazi?
Ci sono pochi pezzi che possono considerarsi degli evergreen, quelli che ascolti fino a consumarli e poi li dimentichi in un angolo fino a quando non ricompaiono per magia e tornano a dare le stesse emozioni.
Sarà che sono fissata con la musica, per cui questa cosa mi capita molto spesso ultimamente, tra l’altro andando ad aprire cassetti della mia memoria musicale di cui avevo, sinceramente, dimenticato l’esistenza.
Uno di questi è Millionaire di Kelis con Andre 3000. Il pezzo è del 2009 ma ogni volta che lo ascolto mi sembra che sia uscito ieri. Siete pronti per il risveglio?
Img © Snazzo
Risvegliarsi questa mattina e godere di questo spettacolo è sicuramente uno dei migliori risvegli al mondo. Sentire le onde del mare al risveglio, quel profumo di salsedine che arriva appena apri le finestre e guardi fuori verso il mare. A volte ancora non mi capacito di come non sia una delle mie mete preferite: eppure quando sono lì, sono sempre felice.
La passeggiata in spiaggia appena svegli, la pizza Rossini per una tarda colazione, il sole che scalda il viso. Sarà già la mia voglia d’estate che parla? Può essere, basta una scusa per riportarmi a trovare vecchi amici e ritrovare il buonumore in un attimo.
Bonjour!
Img © Someecards
Ho scoperto, recentemente, di essere meteoreopatica: ovvero il mio umore cambia sensibilmente a seconda del meteo. Direi che non è il massimo; se vivete anche voi su questo pianeta vi sarete resi conto che siamo un filo indietro rispetto al normale corso delle stagioni. Per cui, immaginatevi l’umore.
Forse, è la spiegazione che mi dò per tutta una serie di sfortunati accadimenti che continuano a cadermi dal cielo: speravo che la nuvoletta di Fantozzi se ne fosse andata in vacanza per qualche mese, invece eccola ancora qui a farmi da ombra. Insomma, bisogna fare di necessità virtù.
Per cui, se per una serie di motivi vi ritrovate nella mia stessa situazione, l’unico consiglio per affrontare la settimana e questo lunedì in particolare è, farsi furbi. Trovate un’applicazione pratica nella cartolina qui sopra
Lo so, è stato più semplice del previsto e forse anche troppo scontato, ma gli Elio e le Storie Tese sono a dir poco dei geni. Se mi seguite, sapete che non sono fan della musica italiana – lo so che vi cade la mascella, ma ognuno ha le sue predilezioni – ma Elio & Co vanno sopra tutto. Sempre.
Già mi avevano conquistato con pezzi in passato, ricordo ad esempio Parco Sempione che mi aveva davvero deliziata. Ora, ecco un pezzo più contemporaneo e realistico: Complesso del Primo Maggio.
Ce n’è davvero davvero per tutti: Bregovic, Linea77, Van de Sfroos, Negramaro, Jovanotti & co. Insomma, una piccola opera d’arte. Dai che la sapete già a memoria!
Img © Janejean
A volte mi capita di intestardirmi parecchio, di perdermi nei meandri del “rimunginamento” (passatemi la licenza poetica, suvvia) tanto da perdere il contatto con la realtà. A volte tendo a vedere il problema più grande di quello che è, in realtà, oppure applico la stessa severità che mi ha cresciuto fino ad ora anche ad altri, a sconosciuti che saranno sicuramente cresciuti diversamente e mi prendono per una che ” si prende troppo sul serio”.
A volte basterebbe davvero lasciarsi un poco scivolare le cose addosso, ridimensionare il problema ed evitare di dedicare anima e corpo. Allora mi ricordo cosa mi disse una volta un amico che stimo molto: nel bel mezzo del macello, fatti un giro.
Non perché tu debba lasciare gli altri nel casino, ma solo per staccarti un attimo, rivedere le cose con oggettività e trovare la migliore soluzione. Può sembrare una sciocchezza, ma giuro che funziona. E in un attimo il problema diventa piccolo piccolo e tutto si ridimensiona. Non ci credete? Almeno provateci e poi fatemi sapere!
Bel ponte vero? Peccato per la pioggia. Ma suvvia, non si può avere sempre tutto. Anche se, come dire, a fine aprile uno un po’ di primavera se l’aspetta anche no?
Così, per rimanere in tema meteo e sfruttare un’oretta in più sotto il piumone mentre si fa colazione, ho pensato di proporvi un gran pezzo storico, Go ahead in the rain di A Tribe Called Quest.
Il singolo fa parte del primo album di debutto del 1990, People’s Instinctive Travels and the Paths of Rhythm - caldamente raccomandato, tra l’altro. Anzi, se avete tempo, ascoltatevi pure tutta la discografia su Spotify od ovunque vi sia più comodo e scoprirete di conoscere più canzoni di quanto potevate aspettarvi.
Fanno parte della storia della musica e indugiare a letto, mentre fuori piove, con questa colonna sonora è una delle cose migliori che potete regalarvi oggi.
Bonjour!
Img © Pusheen the cat
Siete anche voi colpiti da un’assoluta apatia dovuta forse ad un insolito nuovo percorso planetario? Pensavo fosse dovuto alla mancanza di primavera, o una serie di coincidenze, ma se capita anche a voi, allora mi tranquillizzo.
Forse giunti al quarto mese dell’anno, siamo biologicamente più stanchi? Chi può dirlo, il fatto è che io sento ancora tutto il peso dell’inverno sulle spalle e vorrei catapultarmi sotto al piumone per risvegliarmi tranquillamente a maggio. Va bene che aprile è il mese del “dolce dormire”, ma si tratta proprio di liberare nuovamente la testa, di insegnarle nuovamente a fare nuovi percorsi, di lasciare una strada per intraprenderne un’altra. Una cosa così.
Forse la risposta più banale a questo malessere potrebbe essere un bel giro in una spa, nel dubbio prenoto, poi vediamo se funziona.
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