Biccio
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[…] le cose sono sempre rotte, a turno, e metterle in ordine e aggiustarle dà soddisfazione, ma c’è sempre qualcosa che non va e questo è il carburante della vita: la rottura, non l’integrità. L’integrità è l’attesa della rottura, perché la rottura è l’inevitabile e l’essenziale, noi siamo abituati a vedere le cose come cose non rotte che però si rompono e che devono essere aggiustate, ma è solo un punto di vista, in realtà lo stato di quiete delle cose è il guasto, mentre il breve periodo in cui funzionano è l’accidente che la natura si appresta subito a risolvere.
Dato che entro pochi giorni lo scandalo Anemone scoppierà in tutto il suo fulgore, coinvolgendo Lunardi, Matteoli, una tale Santini assessore regionale del Lazio e ex segretaria di Scajola, Bertolaso e così via, si legge sul Corriere della Sera che silvio è preoccupato perché quello che sta venendo fuori è tutto vero.
E per la prima volta da quando fa il primo ministro ho sentito una piccola empatia, perché si è accorto che attorno a lui era piena stracolmo di gente che magnava e c’è rimasto male
Torno tra voi dopo un bel po’, e visto che ero presidente di seggio a Brescia vi spiego la faccenda di Bossi junior: un sacco di gente (ma parecchia davvero) ha espresso la preferenza scrivendo “Berlusconi” o “Bossi” vicino ai rispettivi simboli. Le preferenze a Berlusconi le ho ovviamente annullate, quelle a Bossi le ho dovute attribuire all’unico Bossi in lista, cioè il figlio. In pratica il ragazzo si è beccato tutti i voti che i soliti disinformati credevano di dare al padre :-\
Si faccia l’analisi del voto territorio per territorio, seggio per seggio. Si prendano mille (o quanti ne servono) ragazzi e ragazze e li si spediscano a fare il partito. Ad organizzare una campagna elettorale permanente. A riprendere le scuole, le università, i luoghi di lavoro, le categorie. Lo si faccia senza guardare da dove vengono e chi sono. Si apra un assesment delle risorse umane di partito. In busta chiusa. Tu vai a Latina. Tu a Palermo. Tu in Val di Susa. Il problema non è Bersani e non è fondare Fondazioni o associazioni. Siamo tutti responsabili. Ognuno adesso, nel PD, guardi al proprio territorio, guardi in basso, non in alto. E prenda in mano la situazione che è già tardi.
So bene che non possiamo dilaniarci per tutto il dolore del mondo e che persino i santi sono costretti a selezionare i loro slanci di compassione. Eppure non posso fare a meno di riflettere sull’incongruenza di una situazione che - complice la potenza evocativa delle immagini - mi induce a piangere per un bambino sepolto sotto i detriti, senza pensare che si tratta dello stesso bambino affamato che aveva trascorso le ultime settimane a morire a rate su quella stessa strada. Così mi viene il sospetto che a straziarmi il cuore non sia la sofferenza degli haitiani, che esisteva già prima, ma il timore che una catastrofe del genere possa un giorno colpire anche qui. Non la solidarietà rispetto alle condizioni allucinanti del loro vivere, ma la paura che possa toccare anche a me il loro morire.
E allora, non sarebbe meglio inaugurare in Italia la prassi e il principio che l’espressione abominevole resta dov’è e sono da reprimere le connesse pratiche? Anche perché è forte il sospetto, quasi una certezza, che, chiuso il sito, si ritenga chiusa la pratica. Oppure pensiamo che l’emergere di questo e di altri fenomeni sia “proprio” della rete? Per cui basta spegnere internet e tutto scompare. Ma sì, e questo che al fondo pensiamo, il non detto dei signori della politica e della censura: che è la facoltà di parola che crea il crimine e non viceversa.
Prova di posting da Google Wave a Posterous
Starting July 2010, every person in Finland will have the right to a one-megabit broadband connection as an intermediate step, says the Ministry of Transport and Communications. By the end of 2015, the legal right will be extended to an impressive 100 Mb broadband connection for everyone.
«Jì l’ero ittu a maggio», lo avevo detto a maggio. Corradino Tarquini trema di freddo e di rabbia. È un anziano di 73 anni, occhi chiari, barba sfatta, un cappuccio di lana in testa. Mostra il pavimento di tela della sua tenda completamente zuppo di acqua e fango. Il vento l’ha quasi sradicata, dalle fessure alla base entravano rivoli di pioggia. «Se ci avessero ascoltato, avrebbero messo subito i prefabbricati, e poi avrebbero requisito le case sfitte. E adesso saremmo tutti qui, non sparsi chissà dove, negli alberghi e al mare. E io non sarei solo come un cane, come mi sento in questo momento».
la mia reazione alla bocciatura del lodo Alfano sarebbe molto articolata, ma contiene sicuramente le parole meu amigo charlie brown
Che tempo è quello che definisce le scelte di politica estera sulla base dei sondaggi di opinione? Dov’è finita la politica? Dove sono finiti leader che sanno tenere di fronte alle responsabilità e agli interessi nazionali e internazionali?
presidente, esistiamo anche noi, non solo i cittadini di Onna, questo non è un teatro, 50.000 sfollati chiedono di rimanere sulla propria terra”. Lui suda e si allontana verso l’asilo. Qui iniziano i discorsi di rito. Ma intanto la stampa si è accorta di noi. E ci intervista. Sento degli applausi, voglio vedere chi applaude, se è Aquilano. Cerco mani che battono e non le trovo. Ma gli applausi ci sono, escono da un altoparlante. Come in una sit com.
L’intoccabile
[manifesto apparso ieri su alcuni muri milanesi]
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E niente, le campane di Hell's Bells sono un quarto di tono più basse della tonica.
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Un grande James Taylor ora a #chetempochefa
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Assuefazione totale (watching Kitchen Nightmares (US)) http://t.co/1UG13i7t
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Apperò, 3.7 milioni di attivazioni Android tra il 24 e il 25 dicembre.6 weeks ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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*burp*
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Suoni dimenticati: l'assolo di Solid Rock.
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@nicolamattina è il contrario: ci sono delle ragioni per cui c'è la Lega.
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Uh, proprio oggi compio cinque anni su twitter :)
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Prendendo spunto da http://t.co/jRgnqnFF (di @antoniocontent): "Connected TV e walled garden in Italia" http://t.co/g8Abi8Iw
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È dai trending topic che vedi la creatività e l'originalità italiana: #buonanotte #buongiorno e #buonnatale
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Introduction To Designing For Windows Phone 7 And Metro http://t.co/sGixWhk0
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Grazie per gli spunti, su Bon Iver, Blake e Waits non si può non essere d'accordo! RT @EmmeBi: @PierpaPeroni http://t.co/2oAv4LTE
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@DonnaBetta non ho mai mandato comunicazioni ufficiali, aspetto di andare a regime! ;)
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Ho cominciato a lavorare e versare contributi nel 1992. Tra alti e bassi e varie configurazioni (partita IVA, contratti a progetto, emolumenti da amministratore delegato, e INPS + ENPALS), nel 2012 avrò lavorato per vent’anni. Tra i nati negli anni intorno al ’69, il mio anno di nascita, mi considero fortunato per due ragioni: la prima è che ho cominciato a lavorare piuttosto presto rispetto alla media; la seconda è che ho seguito molto da vicino l’innovazione tecnologica (strumenti e processi), perchè è sempre stata parte integrante della mia attività professionale.
Perché la seconda ragione è importante?
Ieri è stata varata la manovra di salvataggio del paese da parte del governo di emergenza presieduto da Mario Monti, e tra le misure, forse la più importante é l’aumento dell’età pensionabile; sacrosanto, dicono in molti, perchè l’aumento dell’aspettativa di vita e del benessere generale ci chiede di contribuire più di prima al prodotto interno lordo e di gravare meno sul bilancio statale. Se esaminiamo il dato meramente biologico possiamo anche essere d’accordo, ma se guardiamo la realtà delle aziende di oggi, e se ne immaginiamo una ipotetica proiezione a vent’anni, vediamo un popolo numeroso di 60 / 65enni assolutamente spaesati di fronte alle innovazioni tecnologiche che permeano a tutti i livelli il quotidiano di un’impresa di medio/grandi dimensioni. Persino chi come me è cresciuto dentro computer e rete, non può non chiedersi “ma come sarà fra 15 o 20 anni?”, sapendo che la crescita è esponenziale, che negli ultimi dieci anni sono successe cose che nei dieci precedenti erano inimmaginabili, ma sopratutto – ed è qui il punto – non tutta l’innovazione è andata nella direzione di una migliore esperienza utente , anzi. Il “poter fare di più, più in fretta e a costi più bassi” é frequentemente, andato a discapito della capacità dell’utente non più giovanissimo di star dietro al cambiamento, con risultati che chiunque abbia fatto un po’ di consulenza o training in azienda conosce perfettamente.
Sicuramente la soluzione a questo problema non è gettare nel dimenticatoio statale-assistito gli over 60, nè costringerli a faticose rincorse all’ultimo social media di grido, al nuovo tablet connesso alla cloud aziendale, o all’holodeck che verrà. È invece necessario che le aziende facciano uno sforzo per comprendere l’esistenza di un problema, capire che devono fare investimenti per chiudere il gap fra esperienza e aggiornamento, creando una domanda industriale di processi e interfacce a misura di utente “lento”, e a basso impatto cognitivo. In questo modo si riuscirà a valorizzare competenza ed esperienza, evitando di creare nuove generazioni di quasi-sessantenni abbandonati dalle aziende ma troppo giovani per essere assistiti dallo Stato.
Se per un attimo lasciamo da parte i messaggi ugualmente massimalisti, ad uso esclusivo dei titoli in corpo 40 dei giornali – “va tutto bene, i mercati non c’entrano con la politica”, “va tutto male, è colpa della casta” e via discorrendo – e se per un attimo spegnamo sia le agiografie minzoliniane, sia le drammatizzazioni sceneggiate e punteggiate dai violini di Daniel Bacalov, nel sommesso brusio del quotidiano dove dieci minuti sono dieci minuti, e 8 ore sono 8 ore (trascorse in fila alla posta, o a controllare i bonifici, o a litigare con un cliente, un capo, o un dipendente), la realtà la vediamo lì, proprio davanti ai nostri occhi. Il pasto nudo, lo chiamava Jack Kerouac suggerendo a William Burroughs il titolo della sua opera maggiore, “un attimo raggelato in cui ognuno vede quello che c’è in cima ad ogni forchetta”.
Questo paese è passato dall’economia familiare borghese alla globalizzazione senza passare dalla costruzione di un sistema fluido di mercato orizzontale, dove merci e idee possano camminare rapidamente creando valore. Il risultato è che esistono pochi ricchi che si preoccupano primariamente di conservare il proprio patrimonio (nascondendolo alle Isole Vergini Britanniche o usandolo per speculare in giocattolose e spesso “sicure” scommesse finanziarie), e molti medio-poveri che “tirano a campare”, vedendo il proprio potere d’acquisto eroso ogni giorno, o peggio, pregando di non trovarsi in mezzo a una strada a 40 anni. Nel frattempo, milioni di euro vengono ogni giorno buttati in un enorme calderone statale dove vegeta – più o meno frustrata – una stanca e sregolata moltitudine.
Se questo è il pasto nudo (e lo è), non è difficile scriversi a penna una lista della spesa e mettersi all’opera. Ci provo io, pur non essendo un politico (nè di professione, nè wannabe):
- Rendere facile l’apertura e la gestione di un’azienda
Non è incredibile? Posso legalmente aprire una società negli USA via internet con 79$, mentre in Italia sono costretto a dimostrare di avere 10.000 euro di capitale sociale, spenderne almeno 2.000 di notaio, e infilarmi in un ginepraio di adempimenti burocratici e fiscali. Dov’è il problema di metter mano a questa materia? Quanto più entusiasmo ed energia si libererebbero con una revisione globale del diritto societario, e con una campagna di informazione/tutoraggio per affrontare il mercato libero? - Fare una seria legge per tutelare i pagamenti delle fatture
Foss’anche facile ed economico aprire una società e mettersi sul mercato, bisogna prepararsi ad una esposizione finanziaria di almeno sei mesi, perchè in Italia, tra l’attesa dell’emissione dell’ordine, i normali 60/90 giorni di attesa, e i ritardi o i blocchi dei pagamenti, le fatture vengono pagate dopo 4 mesi se va bene. Ma spesso va male, e le fatture non vengono pagate affatto. Quanti imprenditori chiudono le loro società per problemi finanziari, anche se il bilancio dice che i soldi ci sarebbero? Troppi. E questo droga tutto: si fa dumping pur di vedere quattro soldi sporchi maledetti e subito, si mandano a casa i collaboratori perchè non ci sono soldi per pagarli, si ricorre alle banche impegnandosi anche le mutande, si passa la maggior parte del proprio tempo a risolvere problemi di soldi, anzichè concentrarsi sulla crescita del valore di ciò che si fa e si produce, e così via. Sarebbe ora di darsi da fare anche su questo, e regolamentare una materia fino ad ora in piena barbarie medioevale. Con maggiore serenità e un cash flow più sicuro, è evidente anche a un bambino che pian piano ci faremmo le ossa come imprenditori, imparando a rischiare e costruendo quel tessuto orizzontale di cui parlavo prima. - Tagliare gli sprechi
Facile a dirsi, me ne rendo conto. Ma se non alziamo il tappeto per vedere cosa c’è sotto, cifre astronomiche continueranno a gonfiare il nostro debito fino a ridurci peggio della Grecia. Occorre scontentare molte persone, su questo non ci sono dubbi. Bisogna farlo in modo attento e illuminato. Ma è ora di trovare il modo di valutare i costi di ogni singolo bisturi e di ogni licenza di software, per capire dov’è che sono le emorragie. Poi se necessario si dovrà trovare anche il coraggio di privatizzare pezzi dello stato (ma non l’acqua, perdiana), magari con uno screening delle risorse umane per trovare il modo, tramite progetti di validi imprenditori, di farli tornare ad essere vitalmente partecipi del tessuto orizzontale di cui sopra.
(da PlayTheTV) La bellezza di Internet è la disintermediazione. Fin dagli anni ’90 aziende e brand interagiscono direttamente con consumatori, utenti e fan. Tutto è cominciato con email e siti web, poi sono arrivati i forum e le communities, ed ora è il tempo dei social media. Nulla è stato sostituito: abbiamo ancora i siti web corporate, abbiamo ancora la disseminazione e le conversazioni su forum tematici, ed ora abbiamo facebook, twitter e google+. Ma fin dall’inizio, i brand hanno esplorato creativamente nuovi modi di andare oltre banner e sponsorizzazioni, e di interagire senza intermediazione: hanno creato giochi in flash, fan forums, e pagine facebook, per testare nuovi paradigmi di conversazione, perchè hanno capito immediatamente che la visibilità sui media internet frequentati da milioni di visitatori è solamente il primo passo verso la loyalty degli utenti.
Come sappiamo, dopo il mondo mobile, internet sta penetrando nello schermo televisivo. Il paradigma della social tv come lo conosciamo ora è estremamente semplice: le persone guardano i loro show preferiti in tv, e interagiscono con altri che fanno la stessa cosa usando smartphone, tablets e notebook. Questa zona di interazione, presto sarà popolata di ads targetizzati ed interattivi. I broadcasters guadagneranno soldi, i brands traffico e conversioni, i consumatori godranno della tv interattiva sul loro second screen, in buona parte in modalità ancora da inventare. Ma anche questa volta, i brand cercheranno di andare oltre, alla ricerca di spazi di interazione disintermediata con i consumatori.
Ma in che modo i brand faranno social tv? In che modo sfrutteranno i nuovi paradigmi del second screen? Secondo me la risposta è semplice: Brand e aziende integreranno il second screen negli eventi corporate e promozionali live..
In effetti, sta già accadendo, ogni volta che consumatori e utenti usano twitter e facebook per condividere pensieri e opinioni durante eventi live. Quante persone usano un tablet o uno smartphone mentre partecipano ad un evento, o aprono altre finestre del browser mentre guardano uno stream live? I keynote di Steve Jobs sono probabilmente un ottimo esempio di di branded social tv basata su second screen, solo che non hanno ancora questo nome, e soprattutto non ci sono ancora strumenti per confezionarli in questo modo. Ma è questione di poco tempo…
Cè un aspetto che mi ha colpito nella reazione dei notabili del centro destra dopo la sonora scoppola elettorale, e provo a spiegarlo.
Negli anni di sostanziale dominio politico e culturale del giro Bossi-Berlusconi (cioè fino a ieri), ci è stato fatto intendere che il centrosinistra non era in grado di ascoltare la “pancia del paese”. Ve lo ricordate, no? Dicevano che il centrosinistra era ancora legato agli schemi ideologici novecenteschi, che la realtà era cambiata, che i bisogni del paese profondo erano diversi da quel che dell’altro lato si credeva e si intendeva. Una cultura politica post-ideologica, ci si disse, dove i vecchi schieramenti destra-sinistra non contavano più, dove le ricette passavano per l’interpretazione dei “bisogni del popolo”. E giù con le ronde, col fascismo economico spacciato per liberismo, con il velinismo come risposta al precariato, eccetera.
Passano gli anni, e si arriva alle Elezioni Amministrative 2011. Le elezioni locali, come si sa, sono il miglior termometro politico per misurare i mutamenti sociali in atto e “in nuce”, e i risultati li conosciamo tutti. Cosa è successo? E’ cambiato il sentire delle viscere degli italiani? Forse. Ma è lecito però anche un altro pensiero, che mettiamo in forma di domanda: sarà mica che il centrodestra ha cercato di convincerci tutti che il nostro vicino voleva arrostire i musulmani e i gay, un po’ come quando la polizia cerca di farti confessare dicendoti che il tuo compare lo ha già fatto? Bene, il dubbio ce lo hanno fugato gli stessi notabili del centrodestra, che a caldo dopo le elezioni si sono preoccupati di dire immediatamente che i cittadini “si pentiranno della loro decisione” e che “non hanno capito le cose che sono state fatte”. Una reazione scomposta, e niente affatto post-ideologica. Anzi.
Ora però, come si suol dire, il re è nudo, l’omuncolo è uscito dal mascherone come nel Mago di OZ, e abbiamo toccato con mano che nelle realtà locali, quelle dove la vita vissuta è più vicina a chi gestisce le redini della democrazia, esiste un’idea ampiamente maggioritaria di tolleranza, di rispetto reciproco e di bisogno di pacificazione che è funzionale al miglioramento della qualità della vita, e non è invece buonismo d’accatto per garantirsi un’indulgenza. E il centrodestra ha di fronte a se una scelta: o cambia politica, in ossequio al progetto originario di avere sintonia con la pancia del paese, oppure continua con l’approccio ideologico di sempre.
(da PlayTheTV) – La popolare applicazione social tv Miso crescerà da check-in service a luogo di conversazione, come preanunciato dal CEO di Bazaar Labs Somrat Niyogi a Janko Roettgers su NewTeeVee di GigaOM. “Il check-in è soltanto l’inizio, una feature che aiuta la conversazione, ma non è il focus della conversazione”. Dobbiamo quindi aspettare è vedere come si concretizzerà la vision di una delle più promettenti app di Social TV.
Nel frattempo, ho avuto modo di testare un nuovo interessante servizio di nome Convore, non specificamente orientato alla Social TV, ma con un interessante modello, molto adatto alle necessità della Social TV.
Il modello di Convore è semplice: gli utenti si iscrivono a gruppi tematici, creano topics, e conversano in tempo reale. La web app è molto ben progettata, anche l’app per Iphone è ben fatta, ed è anche disponibile un buon set di API iniziale. Ma la cosa più importante è che la conversazione è intorno al topic, e non intorno al check-in del singolo utente. Questo significa, tradotto nel paradigma Social TV, che si può seguire il gruppo dello show, trovare l’episodio in corso o che stiamo guardando (il topic) e incontrare persone che guardano lo stesso episodio nello stesso nostro momento. Aggiungi un servizio di check-in che porti gli utenti direttamente all’episodio dello show che stanno guardando, ed ecco confezionata un’ottima applicazione per la Social TV.
Giovedi alle 9 di sera proverò a fare un test su Convore con la popolare trasmissione di RaiDue Annozero, e vediamo cosa ne viene fuori!
Se vent’anni fa mi avessero detto che un giorno avrei guardato la bandiera dell’Italia con un piccolo, quasi impercettibile fremito di orgoglio, non ci avrei creduto. Non sono mai stato nazionalista, ho sempre creduto nel superamento dei confini geografici, politici, culturali, di quelle pesanti pareti dentro cui il nostro provincialismo ha prosperato, e continua a prosperare a tutto vantaggio di pochi speculatori. Ma ho da tempo fatto pace con le mie radici, e da tempo vivo una stancante condizione di amore per il paese in cui sono nato e cresciuto, misto a odio per una scatola di latta e cartone da cui non si riesce ad uscire (per incapacità, o forse per volontà).
È per questo che non guardo più con ostilità quei tre pezzi di stoffa verticali colorati, ed è per questo che ho ancora una pallida speranza di poter vedere gli abitanti di questo paese capire, una volta per tutte, che elevare a monarca la rappresentazione simbolica di tutte le nostre peggiori inclinazioni soltanto per giustificare la nostra indolenza, significa distruggere la nostra stessa vita quotidiana. Svegliamoci, santiddio. Altrimenti fra altri 150 anni non solo non ci sarà più l’italia, ma ci saremo divorati il fegato l’un l’altro.
(Da PlayTheTV) Qual’è il più usato, conosciuto e implementato servizio internet video al mondo? Ok è facile: è YouTube. E’ un sito web dal 2005, ma è anche un servizio internet implementato in praticamente ogni dispositivo connesso dell’universo. . Si può trovare YouTube su Roku, Boxee, Apple TV, WDTV live, (quasi) tutti i lettori blu-ray e i TV connessi, vari decoder IPTV, ecc. Si potrebbe quindi pensare che YouTube sia il perfetto framework pervasivo per distribuire i contenuti video indipendenti (o dei propri clienti) su qualunque tv connesso. Ma ci sono un paio di ragioni per cui non è come dovrebbe (o potrebbe) essere: la mancanza della possibilità di sottoscrivere canali, e la carenza delle caratteristiche di condivisione.
YouTube assume che un utente è anche un canale.
Non ho mai capito perchè, come utente, non è possibile creare un canale su YouTube. L’utente è di fatto un canale, a differenza di Vimeo dove puoi avere un profilo come utente (con tutti i tuoi video, e commenti, e likes, e tutte le tue attività) E puoi anche creare un canale (personale o condiviso). Il modello di Vimeo è perfetto (per gli utenti), perchè puoi essere un utente ma anche un producer. YouTube invece ha un modello clip-centrico, vende il contenuto (con qualche revenue-sharing se i numeri sono interessanti) indipendentemente da chi lo ha creato, e la maggior parte degli utenti hanno imparato a usarlo per guardare l’ultimo LOLcat, o vari imbecilli fare cose imbecilli. Gli utenti si affidano ai video più visti e più votati, non allo stream di uno user/producer.
Ok, ma è comunque possibile sottoscrivere un user/canale, e questo può creare fedeltà verso il proprio canale ( o quelli dei propri clienti)
Si, è possibile, ma solo sul sito! Non ho testato TUTTI i dispositivi connessi, ma da quel che posso capire, eccetto Roku, nessuna app di YouTube consente l’accesso alle proprie sottoscrizioni. Propone i propri preferiti, i propri video, ma non le sottoscrizioni. Posso avere un video preferito ma non un canale preferito. Non su Boxee, su Apple TV, su lettori blu-ray players etc. Persino su Leanback, la straordinaria app web-based, feature principale di Google TV, è possibile vedere fondamentalmente clips. [EDIT: su Leanback si può visualizzare il feed dei propri contatti, che però mescola likes, voti, e contribuzioni degli utenti che seguiamo). E non si tratta di una carenza di API, perchè è disponibile una API per User’s subscription feeds.
Bene, gli utenti non possono sottoscrivere canali, ma almeno potranno condividere video dalla comodità del proprio divano
No, non possono! Ok, questo può dipendere da questioni legate all’autenticazione cross-service, ma rimane il fatto che non è possibile condividere video da YouTube a Twitter o Facebook con il proprio telecomando. E un servizio che non consente agli utenti di condividere contenuti, è veramente noioso.
Queste sono le ragioni per cui non è possibile affidarsi a YouTube come framework globale per distribuire uno show sugli schermi televisivi, anche in Europa dove la Apple TV (peraltro ancora chiusa alle app) vende come il ghiaccio al polo nord e Roku non è affatto distribuita. Speriamo che nei rilasci futuri delle app di YouTube queste caratteristiche saranno disponibili.
(da PlayTheTV) Ci sono opinioni secondo le quali la vera tv interattiva è di fatto soltanto su terminali mobili, perchè le app su tv sono complicate e difficili da trovare e usare, e l’attuale caos dei terminali non è d’aiuto. Questo può essere vero al momento, ma quando parliamo di definire un approccio per una strategia di marketing basata sul video online, non possiamo semplicemente ignorare un contesto in crescita che potrebbe avere una improvvisa accelerazione nei prossimi mesi. E’ quindi una buona idea iniziare ad affrontare terminali mobili e tv con una coerente user experience. Ecco quindi qualche consiglio – mi auguro utile – per iniziare.
STEP 1: Strategia generale
- Crea uno show
Gli show temporeaneim, basati su episodi (possibilmente costruiti attorno ad un evento promozionale) possono fornire agli utenti contenuto legato al brand più di un noioso progetto corporate senza termine. Ma è anche un ottimo punto di partenza per sperimentare nuove strategie. Che si tratti di una campagna temporanea o un evento completo, dovrà essere seriale e avere una fine predeterminata prima che gli utenti si annoino. Un ottimo esempio è Ford Focus Rally. - Crea una conversazione
E’ molto importante produrre i propri video facendo uso delle interazioni sociali degli utenti, rispondendo, discutendo e stimolando gli utenti sviluppando uno stretto workflow di produzione, in modo da creare uan conversazione senza rallentamenti. - Sii breve e divertente
Non è una sorpresa, i video brevi (dai 5 ai 7′) funzionano meglio dei video lunghi. Naturalmente quando gli utenti sono comodamente davanti alla tv hanno piacere di rilassarsi davanti ad un video più lungo, ma in questo caso sarà sufficiente progettare l’applicazione per terminali tv in modo da mostrare i video in sequenza. E’ anche utile essere leggeri e divertenti: aiuta molto se si desidera creare contenuto coinvolgente. - Progetta una user experience transmediale
I terminali connessi non sono browser. E’ necessario identificare pattern coerenti fra i vari terminali, e funzionalità specifiche, progettando una user experience transmediale. Ad esempio si potrà estrarre video da un feed RSS e usare API per connettersi ai social media in tutti i terminali prescelti, ma non è efficiente chiedere ad un utente di usare una tastiera mentre è davanti ad un tv. Sarà quindi il caso di aggiungere la condivisione di contenuto scritto sulle app per terminali mobili, e usare le interfacce tv per navigare, leggere e condividere commenti, twit e video. - Prepara un workflow di distribuzione dei video
I video dovranno essere encodati in H264, per garantire la miglior compatibilità fra terminali. Sarà utile usare un CDN con un server di streaming per distribuire video ad alta qualità. Per distribuire il video, occorre tenere a mente che praticamente tutti i terminali tipicamente utilizzano feed RSS feeds per estrarre liste di video, con titoli, descrizioni, locazione dei file e altri metadati. Quindi la migliore opzione sarà definire un framework con un feed RSS che punta a uno streaming server dove risiedono video in H264.
STEP 2: Definire servizi web e terminali
- Sito web
La strategia avrà un sito web centrale con tutto il contenuto, tutte le possibili interazioni, e tutte le indicazioni per utilizzare il prodotto attraverso i vari terminali. Può essere interessante testare WireWAX per aggiungere interazioni ai video, è davvero interessante. - YouTube
Se è un video, deve essere su YouTube, chiaro e semplice. In questo post di Gigaom si possono trovare 11 utili consigli da esperti di YouTube. Aggiungerei alla lista una buona customizzazione del canale YouTube (buoni esempi sono French Connection e Enel Video). - Vimeo
Vimeo è uno splendido sito per condividere i propri video, noto per i contenuti di qualità. In questo caso è utile creare un canale del proprio show. - Google TV
Google TV ha avuto qualche problema di lancio, ma ottimizzare un sito per Google TV è abbastanza semplice, e può valere la pena per essere fra i primi. Sul developer site ci sono linee guida, e codice di esempio per procedere. - Terminali mobili (Android e Apple)
Sviuppare una app mobile implica la conoscienza di Java (per Android) e di C++ / Objective C per iOS. E’ utile sviluppare un mockup dell’applicazione usando strumenti per progettare prototipi (ad esempio DroidDraw per Android e Interface per Ipod/Iphone/Ipad), per poi trovare un bravo sviluppatore che finalizzi l’applicazione. Sui terminali mobili si integreranno le caratteristiche più social, soprattutto di scrittura di commenti e twit. - Roku
Roku è uno dei più interessanti terminali connessi per TV (al momento disponibile solo in USA e Canada). E’ economico (59$ per il modello di base, HD e wifi), ha un’ ottima base di utenza, e lo sviluppo e l’aggiunta di canali interattivi non è complicato. Il linguaggio di programmazione è BrightScript, simile a Visual Basic. Qui è possibile trovare un buon tutorial in tre parti: parte 1 -parte 2 – parte 3. - Boxee
Boxee è uno dei migliori media center disponibili. E’ possibile creare una Boxee Box, o comprare una D-link box già pronta (anche se abbastanza costosa). Come Roku, è possibile creare e aggiungere la propria app, e il framework è piuttosto completo. Questa è la prima parte di un tutorial dedicato allo sviluppo per Boxee.
Sono solo poche note sul come un brand dovrebbe approcciarsi ad una strategia di marketing basata sul video online. C’è molto di più da dire su contenuto e progettazione- magari in un prossimo post.
(Da PlayTheTV) Quante volte avete desiderato poter condividere una clip da un flusso video in diretta? Un’azione di una partita di calcio, o una battuta di un politico o di un attore? La vedi, ti piace, e vorresti poterla condividere immediatamente. Quello che segue non è niente di più di un proof-of-concept di come questa app potrebbe funzionare facilmente attraverso un semplice telecomando.
Stai guardando una partita di calcio alla TV, e il tuo calciatore preferito sta per calciare la palla. Trattieni il fiato e ti auguri che la insacchi nella porta! Tra breve forse useremo il tasto “share” nella parte in basso a sinistra dello schermo.
Grande! Il calciatore ha segnato con un gran tiro! Ora davvero vorresti poter condividere l’azione che hai appena visto sui tuoi social network preferiti.
Tutto ciò che occorre è premere il pulsante OK sul telecomando.
Ora è comparso un overlay sullo schermo, con l’immagine del primo fotogramma del clip che vuoi condividere, e l’immagine dell’ultimo fotogramma, che corrisponde al momento in cui hai avviato il tasto “share”. Di default l’app condividerà gli ultimi 30″ precedenti il momento in cui hai attivato l’opzione “share”. Usando le frecce del telecomando sarà però possibile selezionare una diversa durata (come 45″ o 60″), e l’immagine “in” cambierà di conseguenza.
Dopo aver scelto la durata del clip, potrai scegliere verso quale social network condividere il video. Fai click su OK e il video verrà caricato sui social network che hai scelto!
In termini di interaction design l’app è piuttosto semplice. Ma quale sarà il suo funzionamento? Dovrebbe essere ugualmente semplice:gli ultimi 60″ di ciò che stiamo guardando vengono costantemente caricati in un apposito buffer, di fatto nulla viene effettivamente registrato finchè non premiamo il tasto “share”. In quel momento salveremo 30, 45 o tutti i 60″ presenti nel buffer, e questo è ciò che posteremo sui social network.
Vi piace?
Le foto della partita sono di Chris Hedgate e sotto licenzaCreative Commons
(da PlaytheTV) Google sta ancora cercando di definire identità e strategia di mercato della sua a try at defining its Google TV dopo che i principali broadcasters USA hanno bloccato l’accesso alle versioni online dei loro programmi, e lo specifico Android Market deve ancora essere lanciato (con alcuni rumours in circolazione). L’ipotesidi adozione di un processore ARM potrebbe essere un’ottima soluzione per tagliare il prezzo degli STB con Google TV installato, e per farne un completo device Android, ma nel frattempo Google tenta di “televisionizzare” il contenuto web lanciando il Google TV Web Site Optimization Resources, un completo toolbox per ottimizzare siti per la visione attraverso Google TV.
Il toolbox è semplice e ben fatto, con consigli, linee guida, esempi di codice e una ottima UI library per facilitare i web designers nella progettazione di una versione ottimizzata per Google TV del proprio sito. Non sono un grande fan del paradigma “web-alla-tv”. Continuo a pensare che qualunque strumento coinvolga una tastiera e la digitazione di URL rende l’esperienza troppo simile ad un limitato PC, essendo il “fattore divano” l’unico differenziale premiante. In ogni caso val la pena di tenere gli occhi su questo prodotto per capirne l’evoluzione, e magari intanto dare un’occhiata ai primi siti ottimizzati: il sito all news Al Jazeera e lo shop Net-a-porter.
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