barbara garlaschelli
"Le ragioni per cui scrivo sono solo due: per far piacere a me e per far piacere ai lettori" Stephen King
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- March 07, 10:20 AM
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- January 31, 09:32 AM
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January 30, 10:38 AM
Booktrailer di Non ti voglio vicino, regia di Sandra Giammarruto in arte Ladypazz
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January 27, 08:08 AM
dedicato
Il mio libro è dedicato a Renzo, mio padre. Che è sempre con me, anche in quelle pagine.
- January 25, 01:03 PM
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January 21, 12:27 PM
Dietro le quinte (le citazioni)
Uno dei piaceri che si ha nel comporre un romanzo è scovare delle citazioni di altri autori che, in due righe, rappresentano la storia che vuoi raccontare.
Il più delle volte ci si imbatte in maniera del tutto casuale in una frase che, per te che stai scrivendo, è illuminante.
I libri sono anche la somma di tutto ciò che un autore è e ama, compresi altri libri, film, musiche, quadri, fotografie, incontri, sogni.
Pollock
“… forse è nell’istante in cui ci rendiamo conto, in cui ammettiamo che nel male c’è un disegno logico, è allora che muoriamo.”
W. Faulkner, Santuario -
January 19, 09:32 AM
Siete invitati!

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January 18, 06:00 AM
Dietro le quinte (le emozioni)
Nel Dietro le quinte del mio romanzo (e vi annuncio che ci saranno altri Dietro le quinte di altri romanzi… non miei!:-) ci stanno anche tutta l’emozione di questi giorni e la tensione per l’attesa che la copia staffetta arrivi (dio, ci saranno refusi, già lo so… noooooo :-)) e la preoccupazione che tutto fili lisci (spedizioni, contatti, presentazioni) e la soddisfazione perché il romanzo è come volevo che fosse, e l’orgoglio per il lavoro fatto, per un’altra tappa raggiunta; e le aspettative verso i lettori (lo amerano? Faranno passapparola che è uno dei modi più belli perché un libro possa coonquistarsi le vette?) e la gioia per la condivisione di tutto ciò con gli amici, con mia madre, con il mioamatomoroso. E una struggente, lacerante nostalgia perché mio padre non leggerà questo romanzo, che so con certezza aspettava scrivessi. Lo avrebbe amato? credo (immodestamente) di sì. Purtroppo sono arrivata tardi. Ma sono arrivata e ne sarebbe stato felice e orgoglioso, anche di questo ne sono certa. La scrittura è come la vita, come l’amore, come la morte: quando arriva arriva e arriva quando vuole lei e tu sei sempre impreparata. Però, quando arriva, bisogna prenderla al volo e lasciarti trascinare, illudendoti, come in un tango folle, di guidare tu.

- January 15, 07:58 AM
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January 11, 04:53 AM
Dietro le quinte (Lorenzo e Pietro)
Tutti i romanzi hanno storie nelle storie.
Uno dei sentimenti che, sia nelle letteratura che nella vita, mi hanno segnata nel profondo, è quello legato all’amicizia. Gli amici veri ti possono salvare. O uccidere. Ma abbandonare, mai. Neppure quando se ne vanno. Quando ti tradiscono è perché hanno cessato di essere tuoi amici.
Non ti voglio vicino è anche questo: un omaggio all’amicizia.
“Lorenzo cammina lento, invece. Non è andato a scuola stamattina, e nemmeno Pietro. Qualcuno ha detto che in piazza del Duomo c’è una cosa straordinaria, una specie di cinema. Lui che ama i film e passerebbe giornate intere dentro le sale cinematografiche a sorbirsi qualunque cosa passi sullo schermo, ha deciso che quella “specie di cinema” lo vuole vedere a tutti costi. « Vieni? » ha chiesto a Pietro fuori dalla scuola. « Sì. » Il bello di Pietro è questo: non c’è mai esitazione nella sua voce. Qualunque cosa Lorenzo gli domandi, la risposta è sì.”
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January 09, 12:07 PM
Dietro le quinte (suor Carolina)
Per costruire il personaggio di Suor Carolina ho ascoltato molte testimonianze, racconti, come quelli di madre dei suoi anni trascorsi in collegio. E poi ho studiato, letto, guardato film, montato e smontato una personalità che fosse semplice nella sua complessità. Senza mai dimenticare che noi siamo la somma di ciò che è stato. E che la cattiveria esiste.
“Suor Carolina, che prima di prendere i voti si chiamava Eleonora, non è qui che vorrebbe essere, non è questo abito che avrebbe voluto indossare. Il suo sogno era diventare chirurgo e sposare Gabriele, un compagno di classe di cui era innamorata. Non è mai riuscita a dirgli quanto lo amasse, ma sa che è stata ricambiata. Lo sa con assoluta certezza perché gli occhi di Gabriele le parlavano come la bocca non poteva. Del suo sogno – che allora non le era parso tale, ma una concreta possibilità – aveva parlato in famiglia. Ancora se la ricorda la risata di suo padre quando gli aveva detto di voler frequentare l’università. Dopo la risata, il convento.” …
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January 06, 09:52 AM
Dietro le quinte (location 2: la casa in collina)
Lorenzo è Milano, Lena è la casa in collina: punto di fuga, punto di non ritorno.
Quando immagino la casa di Lena e di sua madre Anna, immagino la casa di Cenate di nostri cari amici. Quello è il posto che mi ha ispirato.
I dintorni e la casa.Per me magici.

(foto di Giampaolo Poli)
…
“Lena ama camminare.
E’ una viandante solitaria.
Si veste e senza avvisare nessuno va fuori, nel bosco dietro casa e si perde per i mille sentieri non battuti, nelle ombre degli alberi, nell’odore della terra umida, nei rumori dei rami spezzarti sotto le sue scarpe. “…
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January 05, 05:25 AM
Dietro le quinte (location 1: Milano)
Milano è la città in cui sono nata.
La Milano di adesso non è la Milano di Non ti voglio vicino, che era la Milano della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra. Si arriva anche i giorni nostri, ma lì la città diventa altro, è più defilata, trasversale.
Mio padre ha molto amato la sua città e me ne ha sempre raccontato con nostalgia. Di quando potevano giocare in strada, per ore, senza che passasse una macchina; di quando i prati e gli orti erano dove adesso ci sono palazzi e uffici; di quando la gente viveva la città e non la subiva.
Mia madre, da piccola, ha vissuto Milano un po’ come un incubo, perché aveva vissuto molti anni con i suoi nonni, a Desio. Poi, seguendo i suoi genitori, ci si è trasferita e se n’è innamorata.
Lei ha continuato ad amarla, Milano, Renzo invece non la riconosceva più. Ultimamente la amava e la odiava.
Io la amo molto, ma mi rendo conthe sta diventando un mostro in cui la gente conta sempre meno e in cui la bellezza è soggiogata dall’avidità. La parola d’ordine è: costruire e fare soldi.
Comunque, la Milano che dà l’avvio al mio romanzo, è questa…

(Questa foto fa parte di una serie scattata da un amico di mio padre. Credo l’anno sia il 1944, l’epoca in cui Via Caracciolo, a Milano, fu bombardata)
“Arriva alla Bovisa e da lì si avvia verso casa, in via Caracciolo. Incrocia poche persone, tutte con l’aria tirata, stanca. Cammina in fretta, a testa bassa. Parte della via Mac Mahon è impraticabile. Lorenzo non riesce a credere ai propri occhi. I palazzi sono sventrati e di alcuni restano solo dei pezzi, il resto è raccolto in montagne di detriti. La polvere gli impedisce di respirare bene.”…
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January 05, 05:11 AM
Dietro le quinte (Prisca)
E’ la volta di Prisca, figlia di Lena e Lorenzo. E’ l’unica che, a un certo punto, racconterà con la propria voce.
Questo personaggio è nato studiando per un altro libro. Il romanzo, al’inizio, partiva da Prisca, la dormiente come la definisco io, ma poi ha preso un’altra strada quando mi sono resa conto che per arrivare a lei, dovevo passare attraverso sua madre e suo padre e ricostruirne l’incontro, la passione, i luoghi in cui erano nati e quelli in cui erano vissuti.
Perché noi siamo il risultato di ciò che è stato.
“Voci di foglie. Acqua corrente. Spigoli taglienti. Bianco di latte. Bianco di piuma. Bianco che acceca e affonda. Il mio nome è Prisca, che era il nome di una martire. Secondo la leggenda fu condannata a morte durante le persecuzioni dell’imperatore Claudio. Scampata ai leoni del Colosseo, dove era stata lasciata in mezzo all’arena, fu decapitata. Donna fortunata.”
…
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January 04, 11:27 AM
Dietro le quinte (Lena)
E siamo alla protagonista femminile: Lena.
Coetanea di Lorenzo, è ombra e oscurità. Bellissima e inafferrabile.

(Milano, la Torre Velasca.
La scelta di questa foto, legata a Lena, ha un senso…)
Lena, in piedi davanti alla finestra, fissa qualcosa nel buio. La collina è lì a due passi. Buia, ingobbita.
Lucetta si muove nel letto e mormora qualcosa. Lena si volta e la osserva come se quella bambina non fosse sua sorella, ma una perfetta estranea.
In verità è lei, con i suoi dieci anni, a sentirsi una perfetta estranea. Da quando ha cominciato a capire, a parlare, a camminare (che bambina sveglia è la tua, Anna), Lena punta sempre verso la strada che porta in paese e poi ancora più giù, verso la città. Come un animale che l’ istinto spinge in una direzione precisa.…
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January 04, 11:11 AM
Dietro le quinte del romanzo (Lorenzo)
Prima dell’uscita del libro, il 26 gennaio 2010, mi piacerebbe portarvi con me tra i personaggi che popolano la mia storia, nei posti dove hanno vissuto, nei pensieri che hanno fatto, nei gesti che hanno compiuto.
Mi piacerebbe mostrarvi anche i posti che ho avuto nella testa mentre la scrivevo questa storia e le parole e le persone che ho incontrato nella mia fantasia. Loro mi hanno condotta per molte strade.
Alcuni episodi sono nati da fatti veri, raccontati da mio padre, da mia madre, da due fratelli di mio padre (Lanfranco e Silvio), dai suoi amici (Titi e molti altri), da persone incontrate durante la lavorazione di questo libro.
Per costruirlo ho utilizzato molto materiale: documenti, libri fotografici, romanzi, film, musica, internet. Ho visto posti e conosciuto gente. Soprattutto ho molto ascoltato e molto scritto e molto buttato via. Senza rimpianti.
Sarà come viaggiare.
Si parte?
Si parte.Cominciamo dal protagonista maschile: Lorenzo.
All’inizio della storia ha nove anni. Vive a Milano e la guerra è alle porte.

(…)
Nel sogno c’è qualcuno che lo insegue.Lorenzo si agita nel letto e suo fratello Mario apre gli occhi per un secondo, poi li richiude. Nel sogno c’è una lunga via buia e stretta. C’è odore di verdura marcita, come quella che spesso gli zii di Galliate gli regalano. Verdura vecchia che dopo poco comincia a puzzare e che mamma butta sempre via, con un’espressione schifata.Lorenzo si tira la coperta sopra la testa.Nei sogni ha sempre freddo. E ha sempre fame. In questo non c’è grande differenza con la realtà. Dopo che ha percorso la via buia e stretta, arriva in un negozio che vende pane e dolci. Nella realtà non ha mai visto, né tantomeno assaggiato niente del genere. Gli occhi si riempiono di lacrime. E’ nostalgia di qualcosa che non ha mai conosciuto, un sapore che gli manca.Per sfuggire al suo inseguitore entra nella panetteria perché, pensa, se sto in mezzo alla gente nessuno potrà fargi del male. Nel locale, però, non c’è anima viva. Soltanto scaffali pieni di pane e vetrine piene di dolci. Lorenzo allunga una mano verso un pezzo di pane bianco, bianco come non ne ha mai visto. Il profumo gli entra nel naso e le lacrime gli scendono lungo le guance. D’un tratto sente anche dei passi che si stanno avvicinando, ma non gli importa. Gli importa solo del pane. Quando sta per afferrarlo, la porta si apre di colpo. Lui non si volta. Ha paura, ma non si volta. Il pane bianco è lì, a un millimetro dalla sua mano, può sentirne il calore. E’ lì, ci vuole un niente…
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December 07, 03:54 PM
in uscita il 26 gennaio 2010
NON TI VOGLIO VICINO
Lena è giovane, bellissima e intelligente e accanto ha un marito che farebbe qualunque cosa pur di renderla felice. Ma lei non sa più dare né ricevere amore fin da quando – aveva nove anni – qualcuno non le ha rubato l’innocenza, segnandola per sempre. Un segreto nascosto con cura, sepolto nell’anima, un fantasma di cui però non riesce a liberarsi e che a poco a poco sgretola il suo equilibrio. L’affetto e la dedizione di Lorenzo non bastano, e nemmeno la nascita di Prisca scalfisce la scorza di questa donna gelida, nemica, distante. C’era la guerra all’epoca in cui Lena aveva vissuto sulla propria pelle la follia degli adulti; da allora è trascorso molto tempo, eppure lei continua a combattere una infinita battaglia dentro se stessa, contro i demoni che l’assediano. La sua bambina la teme e la respinge fino al punto di odiarla, di non volerla vicina, e la tragica scomparsa di Lorenzo accelera il distacco della figlia dalla madre. Un rapporto distruttivo, logorante, che lentamente intacca anche la psiche di Prisca, inducendola a difendersi con una straziante, terribile forma di rifiuto… Ambientata fra il 1939 e i giorni nostri, una storia di infanzia tradita, di sentimenti calpestati, di amori molesti, cui la scrittura limpida e affilata di Barbara Garlaschelli imprime un pathos e una drammaticità crescenti, che catturano il lettore sino al liberatorio finale.
Barbara Garlaschelli (Milano, 1965) vive e lavora a Piacenza. Con Frassinelli ha pubblicato Nemiche (1998), Alice nell’ombra (2002), Sorelle (2004, Premio Scerbanenco) e per Sperling & Kupfer ha curato con Nicoletta Vallorani l’antologia noir Alle signore piace il nero (2009). Tra i numerosi libri che ha scritto, l’autobiografico Sirena. Mezzo pesante in movimento. E’ tradotta in Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, Serbia, Messico.
Il suo blog è: http:// barbara-garlaschelli.splinder.com
“Quando è nata Prisca, per qualche settimana le era perfino parso di essere felice…Poi qualcosa ha iniziato come a scivolare. Qualcosa dentro di sé che non riesce a definire, ma che una forza infinita e che la trascina verso un punto preciso e spaventoso… Esce dalla cucina e si avvia verso la camera di sua figlia. La porta è socchiusa e Lena la apre lentamente. Gli strilli della bambina riempiono la casa…Allunga una mano verso la culla e comincia a dondolarla, accompagnando i movimenti con un ssshhh sommesso. Se qualcuno vedesse l’espressione disegnata sul suo viso, ora, resterebbe senza parole. Perché non ci sono parole per raccontare la rabbia che si confonde con la tenerezza.”
” Una scrittrice di pura razza…la sua ispirazione è profonda, l’emotività della sua pagina è sempre palpabile…” Giuseppe Traina, L’Indice
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March 11, 04:15 AM
ON AIR 9 (Illogiciracconti)
Ecco i tre racconti che completano la puntata quattro di ON AIR (ILLOGICA ALLEGRIA) che potrete ascoltare domani mattina alle 6,15 (circa) su Lifegate Radio o in podcast.
Pubblicato da bagar | Commenti (5)
Per partecipare, spediti i vostri scritti a raccontionair@gmail.com

CODE
di Raffaele Serafini
Avete presente quando vi pare di vedere un’auto nello specchietto retrovisore, con la coda dell’occhio? Poi succede che guardate meglio e non c’è nessuno, solo la strada che vi ha appena voltato le spalle.
Ecco, quello potrei essere io.
Sì, sì, sono morto, certo, se è questo che vi state chiedendo.
Ve lo dico subito così facciamo prima e mi potete immaginare come un fantasma.
Pallido, magro, evanescente… lo sguardo che vaga come un pipistrello ubriaco.
Sì, lo so che ve li immaginate così. Invece sono normalissimo, solo che vivo nelle code degli occhi. Dei vostri, s’intende, non dei miei.
Oddio… vivo magari no, dài. Diciamo che esisto, e credo anche di non essere l’unico.
Io, per quel poco che ho capito, mi sono fatto l’idea di una cometa: la stella è il momento dell’impatto, la coda gli ultimi secondi vissuti.
Così mi potete trovare sempre nello stesso punto: sulla A023 al chilometro 61.
Sì, proprio lì dove l’autostrada fa quelle curva ed entra in galleria, poco prima di sbucare sul lago.
Comincia ogni giorno alla stessa ora. Sto guidando tranquillo, come adesso, una mano sul volante e una sul cambio, assieme a voi. Poi, così come compaio, allo stesso modo mi dissolvo, schiantandomi contro le pareti della galleria, senza capire cosa mi ci ha spinto. Tranquilli… non fa male. Il bello è che eccetto fermare l’auto, mentre guido, posso fare quel che voglio. Sintonizzare la radio, cantare, battere i pugni sul volante… A volte mi pare persino di vedere nello specchietto un’auto come la mia, con la coda dell’occhio.
Mi distraggo per guardare, ma non c’è mai nessuno e…

IL NOME DELLA STRADA
di Agostino
Mi piace andare in auto con il braccio fuori dal finestrino. Sì, mi piace. Mi mette di buon umore l'aria che si infila dentro la manica della camicia arrotolata e mi accarezza i capelli, scompigliandoli.
Dal mio vecchio fuoristrada riesco a vedere meglio il paesaggio, se non ho il finestrino tirato su.
Mi sembra quasi di essere a cavallo, più che dentro un' automobile. Perché poi la differenza è quella: a cavallo sei dentro il paesaggio; chiuso in automobile, il paesaggio, lo attraversi.
E allora quasi mi sembra di percepire quello che succede dentro i poderi di questa strada che attraversa la campagna dell''agro pontino; se faccio attenzione sento addirittura l'odore delle stalle, vedo quello che accade nelle stanze con i finestroni aperti e le lenzuola stese fuori.
Leggo i nomi delle strade che incrocio e mi chiedo: chi mette i nomi alle strade? Perché si chiama Via della Segreta? Vorrei che qualcuno mi raccontasse ora cosa è accaduto, perché la strada ha preso questo nome e non un altro.
Guardo il podere abbandonato, con i rovi che lo stanno ricoprendo. Si legge ONC , si vede il tetto che sta per franare giu, gli alberi di eucaliptus a ridosso di quello che era il ponticello di accesso. Scendo e cerco di sentire. Sì, mi pare di udire le grida dei bambini che si rincorrevano nel cortile nelle fresche sere di maggio, quando lo vita nei campi sembra meno ingrata. Chissà dove sono andati tutti, quale immensa tragedia si nasconde dentro questo groviglio di rovi? Vorrei trovare un traccia, un percorso che riannodi quello che è sato interrotto. E penso, ora lo penso, che è stato buono che abbia fatto pace con me stesso. Nessuno merita di andare in rovina.

È quasi l'alba
di Euro Carello
Le luci dei fari scivolano sui campi gelati, sui cartelli sbiaditi che mi vengono incontro e spariscono subito, inghiottiti dal nero, sulla lingua di neve sporca che scorre di lato. Intorno, il buio si va facendo meno spesso, si cominciano a intravedere i profili di qualche cascina, i ricami obliqui dei tralicci contro il cielo che stinge.
È quasi l'alba e ho sonno. Sono cinque ore che guido. A dire la verità non me ne sono neanche accorto. È l'incazzatura, che mi ha tenuto sveglio. Quindici anni di vita, cazzo. Quindici anni a sbattermi, tutti i giorni che dio manda in terra, sabati compresi e anche qualche domenica, quando eravamo sotto inventario. E il sorriso fasullo del capo, a quelle cazzo di convenscion aziendali, allegria finta e coltellate vere. E l'angoscia di restare indietro. E i Prozac. E l'ulcera. Quella mi resta, però. L'unica cosa, insieme alle cianfrusaglie che ho dovuto sgomberare in dieci minuti per lasciar libera la scrivania.
Peccato per la statuina di Laura. È sopravvissuta quindici anni e mi va a scivolare dalle mani proprio oggi. Ieri.
Com'era orgogliosa quando me l'ha data, in equilibrio precario in quelle manine allora rotonde e mai troppo pulite, oggi lisce e affusolate, da ragazza degli anni duemila. Doveva essere un cavallo, ma somigliava di più a una pecora incrociata con un tapiro. Mentre ci penso, mi viene fuori uno strano verso e gli occhi mi si riempiono di lacrime. La strada si confonde, non ci vedo più molto bene. Ma tanto non importa, ormai sono a metà del viadotto, le mani sono salde sul volante. E quando sterzo di colpo contro il guard-rail, le luci là in basso le vedo lo stesso.
Tag: , agostino, barbara garlaschelli, lifegate radio, euro carello, raffaele serafini, on air illogici racconti, basilio santoro

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March 10, 01:41 AM
ON AIR 8 (Illogiciracconti) e... Illogigacassintegrati
Ed ecco altri due racconti di On Air (Illogici racconti) che faranno parte della quarta puntata speciale di Illogica Allegria su LifeGate radio, condotta da Basilio Santoro, venerdì 12 marzo marzo, alle ore 6,15 (circa).
Pubblicato da bagar | Commenti (4)
Continuate a mandare i vostri scritti a raccontionair@gmail.com, ma prima leggete qui i requisiti necessari...
E' possibile ascoltare le puntate in podcast sul sito di LifeGate Radio.
Buona lettura!

DRIVE
di Alessandro Berselli
Mi ha lasciato lei.
Se penso a quante volte avrei voluto farlo io e non ne ho mai avuto il coraggio.
Alla fine ce l’ho fatta a farmi detestare, a dare il peggio.
E quando dai il peggio per un anno, per due, per tre, è normale che la gente poi si stanchi.
Che ti dia il benservito.
(la radio trasmette un vecchio pezzo dei REM – DRIVE, titolo approppriato )
Preferisco l’aria che entra del finestrino a quella condizionata, così posso pure fumare una sigaretta.
Notte, un anonimo mercoledì senza nessuno per strada.
Preso la macchina e partito per godere di questo rinnovato senso di libertà.
Quella fantastica sensazione di avere ti nuovo tutta la vita davanti, come a vent’anni.
Niente di già scritto, nessuna routine.
Svegliarsi la mattina e non sapere quello che ti può succedere.
Non preoccuparsi più di nulla.
Conoscere gente.Fare sesso per il gusto di farlo. Tornare a casa la sera o non tornare. Decidere quale film guardare. Non rinunciare a nessuna partita. Stabilire quand’è il momento giusto per vestirsi.
(What if I ride? What if you walk?
What if you rock around the clock?)
O semplicemente guidare tutta notte fino a quando non sarà mattina.

DI VITI E DI ROSE
di Lucia Tosi
D’altra parte l’età è grossa. Che t’aspettavi? che continuasse così, all’infinito, che passasse dagli ottanta ai novanta senza cedimenti, e poi oltre? Novantatrè con la testa quasi del tutto a posto. A posto? Ma se l’ultima volta mi ha scambiata per una mia vecchia cugina morta già da dieci anni! Ma sono dettagli, si è ripresa subito. Ha fatto anche delle battute. Le battute… ma al ristorante ha voluto assaggiare tutto come una bambina capricciosa per poi sputare o lasciare tutto nel piatto, che ancora mi vergogno. Ti vergogni! Chissà cosa diventeremo noi fra qualche anno. Ci pensi mai? No, non ci pensava. Non ci poteva, né ci voleva pensare. Mancavano per la precisione quarantaquattro anni per raggiungere la mostruosa età della madre. Sopravvivere, andare oltre il lecito ed il giusto, rompersi un femore, far dannare tutti, cioè soprattutto lei, la glicemia alle stelle che la faceva periodicamente sragionare, dieci farmaci diversi al giorno, prelievi, flebo. La casa di riposo lontana cinquecento chilometri: perché doveva essere speciale anche nel finire i suoi giorni. L’aveva voluto lei: sto bene qui, voglio starci sempre, non solo in vacanza. Con questa gamba vi sarei d' impiccio. E così il pellegrinaggio, a turno, delle tre sorelle. Due giorni d’inferno, lunghe ore al volante da est a ovest. L’unica cosa che le faceva perdere il malumore e la preoccupazione era il paesaggio. Sempre quello, eppure mai lo stesso. Adesso cercava con lo sguardo, per la prima volta, sulle colline a vigneto, una cosa di cui le avevano parlato qualche giorno prima: che i contadini mettevano in testa ai filari delle rose che modificavano il sentore del vino. Le era parsa una burla. Ma ecco, alla base della collina, a filari alternati, dei rosai. Rose gialle, arancioni. Le parve di sentirne il profumo, di vedere l’essenza delle rose penetrare nel terreno e raggiungere i grappoli, ormai maturi, e trasformarne il succo. Sentì una vicinanza immediata con quelle rose, con quelle viti, con quella terra che si allontanava nella nebbiolina di settembre. C’era stato un tempo in cui lei era la rosa e la madre la vecchia vite. Ora lei era la vite, e la madre il vago sentore di rosa che avrebbe sentito per sempre nel vino.
Se vi va, potete ascoltare su Lifegate Radio una puntata scritta da me. Voce e montaggio di Basilio Santoro (e ideatore della trasmissione "Illogica allegria")
Tag: barbara garlaschelli, lifegate radio, alessandro berselli, on air illogici racconti, basilio santoro, lucia tosi

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March 09, 03:58 AM
MIRAGGI 3
di
Pubblicato da bagar | Commenti (4)
Paola Cominetta

Bellezza - Giovane donna, Tanguietà, Benin, Africa, 2007
"C’è un’odissea sconosciuta che la bellezza è costretta a percorrere nel nostro corpo dopo l’annuncio degli occhi. Dura pochi istanti, forse meno: è tortuosa, complicata, eppure impalpabile. Noi vediamo il bello e la retina, subito, urla un allarme, chiamando in causa l’istinto e ordinando poi alla pupilla di fissarlo senza distrarsi. Il nostro sguardo si incanta, ghermisce le forme, immagina; improvvisamente comincia a spedire al cuore, attraverso la gola, quella sostanza aerea di cui sono fatti i sogni e che crea languore.
La centrale cardiaca, per non compromettere i battiti, getta ovunque le sensazioni ricevute: ai muscoli, nelle vene, nelle nostre zone segrete. La bellezza però non sta ferma; non riesce. Ripercorre allora una strada inversa, portando con sé masse di emozioni, cariche di intensità e stupore. Raggiunge di nuovo il cervello, costringendo l’occhio a non smarrire quanto è riuscito a catturare un secondo fa."
(Armando Torno)
Se volete saperne di più su questa grandissima fotoreporter (e donna meravigliosa) potete andare qui
Tag: fotografia, miraggi, fotoreporter, barbara garlaschelli, paola cominetta, petali rossi, armando torno

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March 08, 04:57 AM
On air e Petali Rossi
Pubblicato da bagar | Commenti (3)
Qui potrete ascoltare la terza puntata di ON AIR (Illogici racconti)
di:
Eleonora Terrile, Il sensibile direttore con riporto
Mario Bianco, La strada d’Arkhanghelsk ovvero Chernyi & Krasnyi
Barbara Gozzi, Mani
Glenda Làconi, Il ritorno
Gaetano Veraga, Cieli negati
e

qui su Petali Rossi un bellissimo video...
Tag: barbara garlaschelli, aitan, barbara gozzi, lifegate radio, mario bianco, petali rossi, eleonora terrile, on air illogici racconti, basilio santoro, glenda laconi, gaetano vergara

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March 07, 10:40 AM
Billy -Tg 1
Lo ammetto: son contenta e mi piace condividerlo con voi :-)
Pubblicato da bagar | Commenti (14)
E sono qui
Tag: billy, barbara garlaschelli, rai 1, booktrailer, frassinelli, ladypazz, sandra giammarruto, non ti voglio vicino, alessandra di tommaso

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March 05, 03:58 AM
Una video poesia di Lino di Gianni
Mi ha sempre affascinata quella che, con orrendo termine, viene definita contaminazione delle arti. Parole, immagini, musica, pittura, danza, recitazione, scultura, video. Ogni volta che ne ho la possibilità mi piace accostare le varie arti e guardare qual è il risultato, che cambia, com'è giusto che sia, a secondo di chi guarda e di chi crea.
Pubblicato da bagar | Commenti (4)
Per questa ragione è nato il gioco, On Air - che vede le parole avvicinate alla musica e al suono di una voce (quuella di Basilio Santoro) -, e per questo è nato Miraggi (in collaborazione con la fotoreporter Paola Cominetta), e per questo ogni post, di solito, è accompagnato da un'immagine. E altre cose verranno.
Un giorno, navigando, mi sono imbattutta nella video poesia Codici asimmetrici di di Lino Di Gianni e ne sono rimasta ipnotizzata.
Con il suo permesso, ve la propongo qui.
(Vi ricordo che, appena pronto, posterò il link della terza puntata di On Air (Illlogici racconti) in onda su Lifegate radio. Intanto voi continuate a mandare i vostri racconti brevi a: raccontionair@gmail.com)
Ed ora, guardate e ascoltate...
Tag: barbara garlaschelli, linodigianni, lifegate radio, on air illogici racconti, basilio santoro

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March 04, 05:11 AM
ON AIR 7 (Illogici racconti)
Pubblicato da bagar | Commenti (7)
Ed ecco gli altri tre racconti di On Air (Illogici racconti) che faranno parte della terza puntata speciale di Illogica Allegria su LifeGate radio, condotta da Basilio Santoro, venerdì 5 marzo, alle ore 6,15 (circa) e poi caricati in modo che possiate ascoltarla via internet.
Continuate a mandare i vostri racconti a raccontionair@gmail.com, ma prima leggete qui i requisiti necessari...
Qui, potete ascoltare la prima puntata e la seconda qui.
E, altra novità, alcuni racconti andranno anche On Video.
Il SENSIBILE DIRETTORE CON RIPORTO
di Eleonora Terrile
Finalmente li ho scaricati.
Che coppia.
Il mio taxi è comodo, sempre pulito e con le foderine bianche sugli appoggiatesta: quel quid très chic solitamente riservato ai treni di prima classe.
Le mie candide foderine, nelle ultime ore, hanno raccolto la lacca di una cotonata signora sugli anta, il ciuffo gelatinato e gelatinoso di tre giovani amici, il birichino riporto di un direttore in cerca di compagnia e i riccioli scomposti di una signorina, di una giovane donna, come si dice? di una gran bella ragazza.
Li ho caricati dall’altra parte della città per portarli in aeroporto. A un certo punto lui tira fuori dalla ventiquattrore una lattina – pssssssssss – la stappa e con tutta l’ispirazione che ha in corpo si avvicina all’orecchio della riccioluta signorina invitandola ad ascoltare – che musica quelle bollicine! – invitandola ad ascoltare le onde del mare…
La riccioluta signorina, che a mala pena sa nuotare, comincia a gridare – affogo! affogo! – Il direttore si toglie la giacca e la camicia, liscia velocemente il riporto e si tuffa sulla signorina per portarla in salvo. Nel frattempo la lattina di birra cade a terra e nell’ordine bagna: i tappetini del mio taxi, le scarpe del direttore e della riccioluta signorina. Ma questa è solo volgare realtà, non poesia, mi ha detto il sensibile direttore con riporto.

LA STRADA D'ARKHANGHELSK OVVERO CHERNYI & KRASNYI
di Mario Bianco
Fuori la notte non ancora finita possedeva la tundra e il nevischio imperversava sulla diretta per Arkhanghelsk. I fari potenti della vecchia Tatra nera solcavano le tenebre mentre i pneumatici chiodati e spietati mordevano l’asfalto ghiacciato. Alla guida, Gino, alias il colonnello Nikolaj Guderian detto Chernyi, cioè il “Nero”, stringeva come un grifone il volante di bachelite nera della poderosa vettura. Il dovere lo chiamava ancora una volta, un lavoro davvero ingrato, sporco, quasi una vergogna: accertare definitivamente se il vecchio, fraterno compagno di tante rischiose missioni, Vassilij Kabarovsk detto Krasnyi cioè il “Rosso”, stesse per fuggire in Occidente imbarcandosi su un mercantile svedese. Gli ordini erano: Risolvere definitivamente il caso Krasnyi.
Il motore ruggiva, Gino, sorbiva un sorso di tè dal thermos, si accendeva un’altra sigaretta e ricordava l’ottimo lavoro fatto insieme a Berlino, quando beccarono la banda doppiogiochista “the four roses”, oppure quando a Odessa sgominarono i nippo della cosiddetta Yoshin Ryu: una quantità di imprese vittoriose.
Dispiacere immenso lo lacerava, anche la fidissima Tokarev, sotto l’ascella sinistra, gli creava un peso che premeva sul cuore in modo inatteso, l’Avtomat Kalascnikov, a canna corta, appeso al tettuccio gli incombeva sul capo, questa volta, come un masso gravosissimo.
Mentre ancora tutte queste memorie eccitanti, dolorose lo travagliavano, Gino, alias Chernyi, arrivò finalmente alla Cascina Viassa, in mezzo alla Baraggia Vercellese dove, incassando la testa nella giacca a vento, scaricò dal suo Fiorino due pesanti scatoloni, contenenti pc e stampante, che consegnò al sig. Belmondo Giacomo.

IL RITORNO
di Glenda Laconi
Nell’accogliente tepore dell’abitacolo e di una vecchia melodia, trasmessa per un regalo del caso, la mia memoria canta. Mi sento grata per quel veloce sguardo oltre il sipario del presente.
Ho l’orizzonte lanciato in fondo agli occhi: sfumatura viola che annuncia l’alba.
Apro un vortice di rumore nel ronzio della mia guida uniforme: la sigaretta è risucchiata dall’aria in corsa, mentre inizio a ragionare sull’automatismo di certi stupidi gesti e sulla sporcizia duratura di un mozzicone per strada. Penso al rumore impercettibile del suo piccolo tonfo cadendo di lato. Lo vedo: rotola velocemente, come me, sul manto ruvido e polveroso.
Il lampeggiante arancio segnala che il mio schermo sul mondo virerà a destra, nel piazzale, ma negli specchietti il tappeto d’asfalto scivola a ritroso, aggrappato alle ultime ombre.
Spengo il motore. Pioviggina: sfere di vetro con il nostro futuro dentro, in tutte le sue possibili declinazioni. Sbatto la portiera ed eccomi in piedi. Qui. Fuori. Con lo sguardo rivolto a quella gio-stra, che continua a girare e a proiettarsi altrove.
Un freddo pungente nel piazzale e un’auto che sfreccia in terza corsia, strappando una macchia dal grigio uniforme. Osservo il punto in cui ha lasciato la veloce impressione ed ora è come se non ci fosse mai stata. Sorrido: non mi manchi, non più.
Resterò un po’ qui, sentendo gelare le guance e la punta del naso, lo sbandierare del ciuffo sulla fronte e i pugni in fondo alle tasche.
La radio in sottofondo ruba residui di pensiero: davanti a me è l’alba. E tutto il resto di tutta la strada.
Tag: barbara garlaschelli, mario bianco, eleonora terrile, on air illogici racconti, basilio santoro, glenda laconi

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March 03, 04:35 AM
ON AIR 6 (Illogici racconti) Barbara Gozzi e Gaetano Vergara
Pubblicato da bagar | Commenti (11)
Ed ecco i primi due racconti di On Air (Illogici racconti) che faranno parte della terza puntata speciale di Illogica Allegria su LifeGate radio, condotta da Basilio Santoro, venerdì 5 marzo, alle ore 6,15 (circa) e poi caricati in modo che possiate ascoltarla via internet.
Continuate a mandare i vostri racconti a raccontionair@gmail.com, ma prima leggete qui i requisiti necessari...
Qui, potete ascoltare la prima puntata e la seconda qui.
E, altra novità, alcuni racconti andranno anche On Video.
Per intanto, buona lettura.
MANI
di Barbara Gozzi
Ero un bambino silenzioso, me ne stavo in disparte. Ogni tanto, di pomeriggio, avevo il permesso di andare a giocare con un vicino più grande, si chiamava Stefano. Più spesso stavo in casa. Alle superiori le cose si sono complicate, i nonni preferivano sapermi nei paraggi, stavano più tranquilli. In realtà me la passavo bene, da solo. Studiavo, leggevo, guardavo i telefilm americani. Dormi? Sto attento non preoccuparti, ho regolato lo specchietto retrovisore per sbirciarti, vedi? Ancora non lo sai. Che stiamo andando via.
Era complicato respirare, dai nonni. In casa non poteva venire nessuno, solo noi quattro. Ognuno aveva una stanza in cui rintanarsi. In sala entrava solo il nonno. La cucina era il regno della nonna Sandra. Le camere da letto per la zia Sara e me, la zia si trincerava in quella dei nonni dove c’era lo stereo. Restava il bagno, la terra di nessuno, si diventava immuni a tutto. Una specie di magia. Ma non durava.
Ieri notte ho sognato due mani che stringevano un collo. All’inizio erano piccole, le mani, poi si sono come gonfiate, sono diventate più grandi. Un giorno riderai di me, e forse anche dei sogni. Ma quelle mani e quel collo erano i miei. Adesso lo sai, perché stiamo andando via. Non ci lascerò soffocare. Mi concentro sulla guida, senti che piove? Continua a dormire. Torneremo, un giorno. Imparerai a riconoscerle, le campagne emiliane. Quando sarò solo tuo padre.

CIELI NEGATI
di Gaetano Vergara
(in arte Aitan)
Alzò gli occhi in cerca di luce, ma si rese conto che da lì non si vedeva il cielo. Troppe case a grattare le nuvole. Riabbassò lentamente lo sguardo e la vide lì, davanti ai suoi occhi, abbagliante come un colpo di fortuna e improvvisa come un regalo degli dei. Indubbiamente, era stato proprio un colpo di fortuna riabbassare gli occhi proprio nel momento in cui le si parava di fronte, bellissima, raggiante, più bella anche del cielo, e lui avrebbe voluto ringraziare lei ancor più che gli spiriti della volta celeste, perché in fondo era stata lei (e non gli dei) a passare di lì; sì, sì, era stata lei, proprio lei, in carne, ossa e due occhi profondi e splendenti che gli passano accanto proprio in questo esatto momento e ridanno luce a queste mura e orizzonte al suo sguardo; e voleva dirle che prima d'allora non aveva alcun senso la sua vita e forse nemmeno c'era vita nei sensi suoi sopiti e illanguiditi da un'esistenza grama e oscura piena di ansie e paure.
Trascinato da questi pensieri, andò incontro al suo destino come attratto da una forza magnetica che lo risucchiava verso l'auto che lei guidava altera e noncurante. I fatti ci mostrano con tutta evidenza che lei nemmeno lo vide e lo travolse tra le ruote del suo mercedes blu come un sorcio nella nebbia. No, lei non lo vede, non potrebbe vederlo: sta guardando lo smalto scolorito dell'unghia del mignolo sinistro poggiato sul volante accanto alla leva della freccia, e non si rende nemmeno conto di averlo investito.
Così, non potette sentire nemmeno quell'ultimo rantolo che prolungò la 'e' di un estremo graziediesistereeeee.
Tag: barbara garlaschelli, aitan, barbara gozzi, lifegate radio, on air illogici racconti, basilio santoro

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March 02, 04:05 AM
MIRAGGI 2
Pubblicato da bagar | Commenti (3)
Paola Cominetta

Uomo - Grotta, Isola di Sal, Capo Verde, 2008
REGISTRAZIONE DI UNA CERTA IDEA
Oh sì
Ce ne ho messo di tempo
prima di imparare a pensare l’uomo
in quanto uomo
prima di scoprire questo modo di pensare
prime di affrontare la strada che segue
questo percorso salvifico
e parlando dell’uomo o riflettendovi sopra
ho spesso di chiedere
se sia bianco o nero
anarchico o monarchico
amante della moda o del tanfo
uno dei nostri o un estraneo
e ho cominciato a chiedere
che cosa c’è dell’uomo in lui
e se lo è
e ho chiesto anche se essere un uomo è una cosa
ovvia che avviene di per sé oppure se bisogna
continuamente tendervi aspirarvi costantemente
suscitare in se stessi il desiderio di essere un uomo
e da allora ho cominciato a cercarlo
nella sua peculiarità
nella sua unicità
volevo avvicinarmi
soprattutto avvicinarmi a lui in me stesso
all’interno di me stesso
desideravo che esistesse in me
senza etichette insegne bandierine
senza tomahawk
che gettasse via la tromba di latta.
(Rysszard Kapuscinski)
Tag: miraggi, barbara garlaschelli, paola cominetta, rysszard kapuscinski

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March 01, 03:49 AM
ON AIR, ON LINE, ON VIDEO
Pubblicato da bagar | Commenti (7)
C'è una novità all'interno del gioco On Air (Illogici racconti): Basilio Santoro ha realizzato degli "Illogici video" di due racconti mandati in onda, e altri ne farà. La scelta è stata fatta in base al gusto del direttore artistico di LifeGate Radio e non in base alla bellezza del racconto (ché quelli scelti son beli tutti, a mio avviso) ,
e anch'io sono curiosa di vedere cosa accadrà in futuro.
E' divertente e piena di sorprese quest'avventura che si arricchisce strada facendo.
Continuate a mandare i vostri racconti a: raccontionair@gmail.com
I due videoracconti sono quelli di Lino Di Gianni, Il blues delle scimmie arboricole e Orme di sabbia di Stefania Aka Johakim.
E ricordiamocelo: siamo tutti migranti.
Tag: barbara garlaschelli, linodigianni, lifegate radio, on air illogici racconti, basilio santoro, stefania aka johakim

Posts
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February 11, 11:25 AM
Renzo
Mai come in questi giorni lo rivedo.
Pubblicato da bagar | Commenti
Nelle parole dei libri che leggo (Come mi batte forte il tuo cuore, di Benedetta Tobagi).
Nelle parole che ho scritto.
Nei sorrisi di chi lo ha amato.
Nei loro ricordi.
Nella luce che passa attraverso i vetri colorati di una finestra che ha costruito lui.
Nei gioielli che indosso e che indossano le amiche, le donne che hanno incrociato la sua strada. Anche questi li ha fatti lui.
Lo riascolto nei silenzi che accompagnano le mie ore.
E nelle risate che faccio.
Nel pensiero costante di quanto amore c'è stato e c'è.
Non posso fare a meno di ripetere il suo nome.
Renzo.
Mio padre.

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Tag: barbara garlaschelli, renzo garlaschelli, sdiario

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January 14, 11:07 AM
Rivoglio di Maurizia Lovetti
Pubblicato da bagar | Commenti (3)
IDEA: se avete dei "Rivoglio" da urlare al mondo come Maurizia Lovetti, mandateli alla mia mail (con oggetto "Rivoglio"), e quelli che mi piaceranno di più li pubblicherò su Sdiario.

Avete presente le murrine? Ricordano tanto le vetrate colorate delle cattedrali medioevali, i vetri illuminati dal sole che fa anche un po’ male guardarli quando li fissi a lungo per cercare di riconoscere le scene che vi sono raffigurate e, se batti velocemente le palpebre, sembra quasi di essere in un caleidoscopio.
Ecco, prendete un’immagine così ma fatta di zucchero e a forma di ruota, con un bordo di un unico colore (attenzione perché è ciò che fa la differenza!), infilatela su un bastoncino di legno e avrete uno di quei meravigliosi lecca-lecca che mi portavano dalla Svizzera quando i miei genitori andavano “oltre confine” per fare il pieno di benzina con minor costo e, già che c’erano, spendevano quanto avevano risparmiato, se non di più, in cioccolata e sigarette e altro, anche dadi per il brodo mi pare.
Io vorrei ancora una di quelle mitiche caramelle! Intanto perché continuo a pensare che siano veramente, veramente belle ma soprattutto per guardarla in controluce e scoprire, attraverso quel filtro colorato, se il mondo può tornare ad essere magico come quando ero bambina.
Tag: caramelle, barbara garlaschelli, rivoglio, sdiario, maurizia lovetti

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January 08, 04:09 AM
Una favola per Renzo (parte II)
di
Pubblicato da bagar | Commenti (4)
Bruno Manca

A Pongo non si muore: si ponga.
Chi ponga, riponga. Di solito.
Si può pongare e ripongare a piacimento. Se uno dice: “Vado a fare un ripoghino” significa che va a farsi impastare di nuovo, perché magari desidera dare una rifrescata alla sua forma. O cambiarla del tutto. Non sono rari i cambi del sesso.
Quello che fino a cinque minuti prima conoscevi come Arturo lo puoi incontrare dopo mezz’ora come Concetta. Magari ti prendi pure una cotta ponga per lei.
Certo per Renzo c’è voluto un po’ per adattarsi: esattamente 5 minuti e 18 secondi. A una cosa, però, non ha voluto rinunciare per nessun motivo: alle bretelle.
Erano, sono e saranno sempre la sua passione. I cittadini gliene regalano in gran quantità e di tutti i colori. E’ un segno di riconoscimento per la sua bravura nel dare forma a ricordi di pongo, ricordi che possono cambiare col tempo e assumere nuove forme.
Lui si diverte un pongo e più ponga più affina l’arte di dare forma ai suoi ricordi.
A uno in particolare: Barbara.
Ogni giorno si mette lì al tavolo di lavoro con davanti un prelibato piatto di pongo di colonnata e mentre mangiucchia dà forma al suo capolavoro: suo e di Franca.
I garzoni sono al lavoro con lui per pongare Barbara.
Uno si è fissato sulle sue tette e con la scusa di volerle fare bene le pastrugna continuamente.
Renzo è un po’ geloso, ma poi gli passa.
Ogni tanto, però, all’assistente, gli tira uno scappellotto.
Si tratta di un ragazzo giovane, con gli ormoni che girano a mille. Uno che ha tatuato sul pisello:
GUARDA UN PO
E quando si eccita la frase si completa:
GUARDA UN PONGO
La questione sesso è un po’ complessa a Pongo. Il su e giù può procurare allungamenti imbarazzanti. Il coso diventa luuuuuuuuuungo e fiiiiiiiine. Poi bisogna andare dal medico del paese a farlo ripongare.
Una volta fatto, la vergogna è così ponga che il poveretto sussurra tra e lacrime: “E’ meglio che lo ripongo”.
Ecco un po’ di parolacce della città di Pongo:
Vaffanpongo
Vadaviailpongo
Testa di pongo
Non mi far girare i ponghi
Mi hai rotto il pongo
Cat’vegna un pongher
Renzo si è ambientato perfettamente. Ha lunghe discussioni con il parroco che lo invita sempre a giocare a bocce, anche se riceve da lui sempre la stessa risposta: “Che do ball ti e i bocc!”
A Renzo piace partecipare ai comizi che hanno sempre lo stesso titolo: PONGO UNA QUESTIONE e sono organizzati da due partiti:
-Pongo delle Libertà
-Pongo Democratico
E' bello ascoltare i comizi e poi tornare a casa pensando due cose:
1) NON HO CAPITO UN PONGO
2) ME LO PONGONO SEMPRE NEL PONGO
Comunque, c’è da divertirsi nella città di Pongo, e Renzo è a suo agio.
E ha tutto il tempo di costruire il ricordo Barbara che il 26 novembre compie gli anni.
La sua ponghina.
Le ha anche fatto una carrozza di pongo supercolorata.
Non c’è nulla da dire circa l’amore di quest’uomo per sua figlia.
Un uomo che ha dato tutto e che dà ancora.
Darà per sempre un Amore che assumerà la forma che insieme desideriamo.
“L’amore che pongo in Barbara è infinito”. Questo pensa Renzo quando è al lavoro per dare forma al ricordo di lei.
Un ricordo che porterà sempre con sé… SUPPONGO
Due brevi parole su questa favola: me l'ha spedita il giorno del mio compleanno, il mio amico Bruno. Lo ha fatto perché il mioamatomoroso gli aveva chiesto se aveva delle foto di Renzo. Le stava raccogliendo per farmi un regalo (bellissimo, tra l'altro). Bruno di foto non ne aveva, ma voleva partecipare anche lui al ricordo di Renzo, perché si volevano bene. Così mi ha spedito questa favola scritta a mano su un quadernone arancione, allegando tre panetti di pongo...
Tag: favole, barbara garlaschelli, renzo garlaschelli, bruno manca, sdiario

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January 07, 08:54 AM
Una favola per (Renzo parte I)
di
Pubblicato da bagar | Commenti (7)
Bruno Manca

Secondo me Renzo sta in un posto fatto di pongo.
Pongo di tutti i colori.
Chi, come lui, vive nella città di Pongo, ha a disposizione un’infinità di panetti che stanno dentro distributori simili a quelli che ci sono nelle stazioni ferroviarie. Basta avvicinarsi e pronunicare la parola “Pongo”, seguita dal colore che si desidera e dalla quantità di panetti che servono.
I nuovi arrivati nella città di Pongo sono accolti da un comitato di bizzarri esseri fatti di pongo, lavorato dai cittadini che con pazienza e dedizione plasmano la materia colorata dando vita al sindaco, al vigile urbano, al medico condotto, alla maestra, al veterinario, al postino, al lattaio e al panettiere. Ognuno è di un colore o di più colori messi insieme.
In città se qualcuno dice: “Pongo la questione delle strade malmesse”, non si sta tanto a discutere ma ci si arma di Pongo e si vanno a sistemare subito; stessa cosa per scuole, case, ponti, rotaie, e tutto quanto è costruibile con le mani.
Ecco perché Renzo è stato scelto per vivere nella città di Pongo, e ora non si chiama più “Renzo”, ma “Mastro Pongo”.
Il comitato di accoglienza si è accorto subito delle capacità di Renzo, senza che dovesse tirarla per la lunga elencando le belle cose che ha fatto al di qua.
Gli hanno chiesto semplicemente di mostrare le mani.
Certo, al suo arrivo Renzo era un po’ disorientato e aveva dipinta sul volto una smorfia mica tanto rassicurante.
Se n’è accorto subito il segretario del comitato, il quale se n’è uscito con una domanda di pongo: <<Ti va bene Renzo se pongo in te?>>
<<Uè, giò i man, vadaviaiciapp!>>
Ebbene, il segretario è sbiancato, dove per sbiancare intendiamo passare dal colore verde al giallino, essendo fatto anch’egli di pongo.
Per i ponghiani dire: “Pongo in te” significa solo iniziare il lavoro di trasformazione del nuovo arrivato in un essere di pongo. L’operazione avviene per passaggi e prevede la partecipazione attiva del soggetto coinvolto. Renzo si è divertito un pongo, che è più di un mondo. E’ qualcosa che va oltre.
Intanto c’è da dire che soffre il solletico e tutte quelle mani che lo impastavano e pastrugnavano lo divertivano ponghissimo.
Certo, lo avevano avvisato: <<Guarda che potrebbe succedere che mentre ti ponghiamo alcuni ricordi colorati vengano a galla. Se succede ti invitiamo a condividerli, così li ponghiamo>>.
Nella città di Pongo, infatti, c’è un posto che si chiama “I Ponghi”. E’ lì che trovano posto tutti i ricordi delle persone che poi possono andare a trovarli ogni volta che vogliono, e lavorarci su. E’ un laboratorio artigianale e Renzo, dopo essere stato pongato, è diventato “Mastro Pongo” de “I Ponghi”.
Da lui ci vanno tutti i ricordi che hanno preso forma. Matsro Pongo li cataloga e li conserva, ma non solo: è possibile recarsi da lui e chiedere di dare forma a un ricordo. Si può scegliere il colore e la dimensione.
Renzo ha anche alcuni giovani assisenti ai quali insegna l’arte del “Pongo su vetro”, ovvero porre su ampie vetrate il ricordo.
Da quando è arrivato a Pongo si sono susseguite le richieste più bizzarre, come quella di un tizio che voleva raffigurata su vetro la gnocca dei suoi sogni.
Una vetrata di 10 metri per 5.
Il tizio nella vita precedente non aveva mai confessato a nessuno di fare sogni erotici in cui la protagonista era una porno-star, diventata pongo-star nella città di Pongo.
Si trattava di una certa Moana Pozzi che nella città di Pongo aveva aperto una bottega chiamandola: “Fallo di Pongo”. La bottega si occupava di dare spazio ai lavori artigianali fatti di pongo, per l’appunto, come: centrini, bomboniere, soprammobili, tazze, bicchieri, tazzine, mestoli, pantofole, orecchini, sciarpe, scatoline.
(continua)
Tag: pongo, barbara garlaschelli, renzo garlaschelli, bruno manca, sdiario

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December 31, 04:38 AM
BUON ANNO BLOGGERS!
Pubblicato da bagar | Commenti (2)
CHE SIA UN ANNO
DI PAROLE BELLE
LIBRI MERAVIGLIOSI
PENSIERI CORAGGIOSI
INCONTRI MAGICI...
TROPPO, EH?
RAGAZZI, MAI SMETTERE DI
SOGNARE
Vi abbraccio e ringrazio per questo anno insieme, anche qui su
Sdiario.
Barbara
Tag: barbara garlaschelli, sdiario

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December 30, 05:07 AM
Rivoglio... le palline clic clac
Pubblicato da bagar | Commenti (4)
Che poi nemmeno ci sapevo giocare... Era più che altro uno strumento di tortura, Bisognava essere bravissimi a muovere il polso. Stava tutto lì il segreto: in una coordinazione tra movimento del polso e l’impulso che si dava alle due cordicelle al cui fondo erano legate le stramaledette palline.
Mai che ci sia riuscita a far loro compiere l’arco esatto, sopra e sotto, in modo da creare il sonoro clac clac. Il rumore che producevano le mie era talvolta uno sdeng (quando si schiantavano sul’orologio da polso), talvolta stoc quando colpivano direttamente il polso, talvolta un mavaffan… (ma quella ero io).
Il più delle volte si attorcigliavano le due cordicelle e il gioco finiva lì.
Guardavo ammirata e anche un filino umiliata gli amici che si esibivano in numeri di alta velocità con quelle due maledette che quasi le cordicelle non le vedevi nemmeno e sentivi solo clac clac clac clac, all’infinito.
In effetti, ora che ci ripenso, non mi mancano affatto.
Tag: barbara garlaschelli, palline clic clac, sdiario

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December 26, 04:24 AM
Rivoglio... le lettere che te le porta il postino
Pubblicato da bagar | Commenti (8)
Quando ero una ragazzina, scrivevo e ricevevo un sacco di lettere. Ne ho uno scatolone pieno che da anni non apro perché ormai scrivo e ricevo solo e-mail. Non è che non apprezzi queste ultime, è che mi manca la rituàlità dello scrivere una lettera su una carta da lettera, con una bella stilo (o penna, o matita, o pennarello o quel che è), rileggerla, piegarla, infilarla nella busta, scriverci sopra indirizzo e mittente, chiuderla, afferrare un francobollo, leccarlo, appiccicarlo e infilare la busta nella buca della lettere e poi, aspettare. Aspettare che le beneamate poste italiane recapitassero la mia lettera al destinatario (senza incocciare in qualche postino pazzo che se la teneva lui, la mia lettera), immaginare il destinatario ricevere la busta, aprirla, cominciare a leggere, sorridere, ricordare, e poi, al momento giusto, quando ne aveva proprio l'ispirazione e la voglia (perché è così che funziona con le lettere: o hai proprio voglia di scriverle, o lascia perdere, vengono malissimo), ripetere la stessa mia operazione fino a spedirmi la sua lettera. E io riceverla aprirla leggerla sorridere ricordare, e così via.
Ho amiche con cui ci siamo scritte per anni perché quello era l'unico modo per noi concepibile di tenerci in contatto. Chili di lettere. Certo, c'è il problema della foresta amazzonica, lo capisco, ma esiste la carta riciclata...
No, non è questione di materiale; è questione di tempo. Quello che non ci concediamo più per un'azione obsoleta come scrivere una lettera né per molto altro ancora.
Non abbiamo tempo.
Chissà cosa dobbiamo fare? Dove dobbiamo andare così di fretta?
Comunque, io, non ho mai smesso di aspettare e quando sento il motorino del postino (che fa pure rima), alle 9.30 puntuale come un orologio svizzero, mi dico: magari ha un lettera per me...
Tag: barbara garlaschelli, sdiario

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December 23, 04:21 AM
Rivoglio... le carezze di mio padre
Pubblicato da bagar | Commenti (11)
e le sue risate e il suo sguardo severo e vitale e la sua pazienza quando lavorarava con il vetro e l'allegria quando era con gli amici e gli abbracci quando avevo paura e i pomeriggi trascorsi sul balcone di casa a chiacchierare e le tappe ai ristoranti e il suo sapersi gustare cibi e vita il suo essere sempre in mezzo alle donne il lamentarsene ma restarci sempre (chiamalo fesso) le sue bretelle colorate le camicie con i taschini che se non li aveva dava i numeri perché dove metto le mie matite i fazzoletti le centolimla chiavi il portafogli i biglietti sparsi e le arrabbiature perché la sinistra non è mai riuscita a restare unita mentre i padroni sì abbracciarlo quando ero in acqua e mi diceva non allontanarti troppo e le sue prese in giro (cos'è quello? indicando il mio sedere. Un sedere papà. E lui: Uno?) e quando si perdeva in macchina ovunque e comunque e quando s'incazzava perché si perdeva e il suo non lasciarmi mai mai qualunque cosa accadesse mai e quando guardava i suoi film preferiti cento volte (come me) e quando citavamo Totò a memoria e quando ci passavamo i libri e quando severo leggeva i miei dattiloscritti e correggeva sul foglio con la matita e non me ne lasciava passare una quando abbracciava gli amici forte con tutto se stesso perché la formalità non sapeva dove fosse di casa e i rapporti dovevano essere veri se no perché avere gli amici e quando girava per mercatini e comprava delle cose assurde o delle cose stupefacenti e quando lavorava il legno e quando faceva i soldatini con i tubi di plastica e li faceva perfetti copiandoli dai libri di storia e quando si addormentava davanti a Geo & Geo ma non ne perdeva un puntata e quando scriveva sui suoi quaderni con la sua calligrafia allungata verso destra e quando disegnava e quando viaggiavamo in macchina in silenzio o con la musica a palla e quando guardava me e Giampaolo come fossimo due perle perfette e e preziose.
Rivoglio tutto. Ogni giorno ora minuto secondo.
Lo rivoglio e basta.
Oh, ognuno c'hai i suoi sogni.
Tag: barbara garlaschelli, renzo garlaschelli, sdiario

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December 18, 11:41 AM
Rivoglio... Il poeta e il contadino!
Pubblicato da bagar | Commenti (6)
Una delle più belle, geniali, intelligenti, stralunate trasmissioni della televisione italiana di tutti i tempi.
Era il 1973. Gli autori: Guido Clericetti, Ludovico Peregrini, Enzo Jannacci e, non accreditato, Beppe Viola. Regia di Giuseppe Recchia
Non avevo neanche deci anni, eppure me la ricordo benissimo quella trasmissione. Ricordo che Renzo e Franca mi davano il permesso di guardarla e non, come succedeva di solito, dover andare a letto al massimo alle nove perché il giorno dopo c'era scuola.
Mi ricordo quanto mi facevano ridere e ricordo che capivo tutto, anche se, per quei tempi, era un programma innnovativo e strano e io una bambina. E forse era quello: la magia della comicità intelligente e apparentemente strampalata che si faceva capire, che arrivava, con poetica e comica follia.
Erano anni bollenti, di lotte e morti violente, scontri e vittorie, come l'accordo tra Federazione unitaria dei sindacati confederali e Federmeccanica in cui vengono adottate le 39 ore settimanali lavorative. Renzo, impegnato nel sindacato, mi raccontava, in modo semplice, cos'erano i diritti dei lavoratori e qual era la fatica per conquistarli. E anche le sue parole arrivavano.
Nel bene e nel male, eravamo vivi e partecipi.
" Non si sa mai, non si sa mai, quello che al mondo ci può capitar. Non si sa mai, non si sa mai, quello che è stato non può più tornar. Non si sa mai, non si sa mai, tre o quattro sbagli al giorno tu puoi far, ma se si tratta dopo di pagare io mi sento male, sai non si sa mai..."
(A me mi piace il mare)
Profetica canzonetta...
Tag: barbara garlaschelli, cochi e renato, sdiario, il poeta e il contadino

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December 17, 07:45 AM
Rivoglio... il going!
Pubblicato da bagar | Commenti (4)
Dicesi Going due cordicelle di nylon intrecciate lunghe, alle cui estremità ci sono due maniglie per ogni giocatore; una palla ovale di plastica bucata ai lati libera di scorrere sulle due corde. Allargando le braccia, le due corde tendono a distanziarsi spingendo verso il giocatore avversario l'ovale. Il gioco going consiste in questo botta e risposta sincronizzato della palla tra i due giocatori. Pare che nome originale del Going sia Zoom Ball.
Quanto ci ho giocato! Sulla spiaggia, vicino al mare, in campeggio, nei prati...
Le cose importanti, quando si giocava con il Going, erano: coordinazione, sincronia e suddivisione dei pesi. Una roba scientifica, insomma.
Durante la tenzone, potevano verificarsi le seguenti situazioni:
a) un giocatore apriva con troppa violenza le braccia. La palla ovale diventava un missile terra-terra che si schiantava contro le maniglie dell’avversario, il quale rischiava microfratture a svariate falangi;
b) il giocatore (forse quello con le microfratture…) allargava con pochissima forza le braccia e la palla ovale scivolava lenta fermadosi a metà del percorso. A questo punto l’avversario doveva mettersi in ginocchio tenendo a terra le proprie maniglie, mentre il secondo alzava il braccio più che poteva, reggendo le sue di maniglie in modo che il filo prendesse un’iclinazione tale da poter permettere alla palla di arrivare all’ altra estremità. Se non si trovava la giusta inclinazione si potevano trascorrere in quella posizione (detta del devoto contro il vigile urbano) interi quarti d’ora.
c) i due giocatori aprivano contemporaneamente le braccia frenando la palla a metà strada (dovendo ripetere la procedura di cui al punto b).
Qualcuno lo ha ancora un going? Il mio è scomparso nel nulla… Un po’ mi manca.
Tag: barbara garlaschelli, going, sdiario

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- March 08, 02:00 AM
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March 08, 02:00 AM
Petali Rossi /Red Petals
I Petali Rossi sono donne.
Maestre, dottoresse, giornaliste, cooperanti, educatrici, insegnanti, mediatrici culturali, infermiere, ostetriche, avvocatesse…
Qualunque professione svolgano, hanno in comune una caratteristica: lavorano per difendere i diritti di minori e adulti, in Italia e nel mondo.“Petali Rossi” è uno spazio di dialogo e di condivisione di esperienze dedicato alle donne, ma aperto a chiunque dia valore al rispetto dei diritti umani.
Petali Rossi © è un progetto di Eleonora Terrile e di Sylvie Garrone.
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The Red Petals are women. They are teachers, doctors, journalists, NGO workers, educators, cultural mediators, nurses, midwives, volunteers, lawyers…Whatever their job, they all have one thing in common: they work to protect the rights of both children and adults, in Italy and abroad.
“Petali Rossi” is a project aimed at promoting the protection of human rights, dialogue and experience sharing.
Petali Rossi © is Eleonora Terrile and Sylvie Garrone’s project.
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March 04, 05:05 PM
Grazia Verasani – Corpi/Bodies
Grazia Verasani, classe ’64, ha pubblicato con Sironi la piece From Medea e con Fernandel L’amore è un bar sempre aperto, Fuck me mon amour e Tracce del tuo passaggio. Nel 2004: Quo vadis, baby?, Oscar Mondadori, da cui il regista Gabriele Salvatores ha tratto un film e una serie tv, e nel 2006 Velocemente da nessuna parte. Nel 2008 è uscito per Feltrinelli il romanzo Tutto il freddo che ho preso. A ottobre 2009 è stato pubblicato Di tutti e di nessuno, il terzo della serie con la detective Giorgia Cantini…
Grazia Verasani dà voce alla parola “Corpi”. Traduzione in inglese a cura di Elisa Santi.
Oggi ho visto una donna da dietro, e poi l’ho vista da davanti. Erano due donne diversissime. Due corpi diversissimi. Da dietro, la donna poteva avere sì e no vent’anni: gambe da fenicottera dentro jeans attillati, giubbotto fucsia col cappuccio di pelo, Nike argentate, cascata di capelli biondi, fondoschiena piccolo come una biglia… Poi si è girata, e doveva avere circa cinquant’anni. Lo si capiva, soprattutto, dalla pelle piallata sopra il labbro e agli angoli della bocca, dagli zigomi alti, dagli occhi incinesiti, e da quel seno superottimista, ritto verso il cielo come una preghiera. Due corpi diversi. Davanti e dietro. Come uno scambio di persona. Lo so, non dovrebbe impressionarmi. La tv è piena di questi doppi giochi, e anche le strade ricche della città, quelle dei negozi di lusso, dei ristoranti da venti euro a coperto. Insomma, dove la crisi non c’è. Perché, dove la crisi c’è, cioè nella maggioranza dei posti, i patti col diavolo non riescono così bene, hanno un che di difettoso, e c’è chi muore nel farsi tagliuzzare da chirurgi poco blasonati. Certo, ci sono anche quelle che i ritocchi li pagano a rate, o che impiegano sette stipendi per un chilo in più di silicone o per scarnificarsi le natiche… Oggi la giovinezza è alla portata di un sacco di persone, e per celarne l’imbroglio – dicono – basta tenere il mondo un po’ a distanza… Il problema è che quella donna, a furia di non invecchiare mai era proprio brutta, non aveva più viaggi sulla faccia; senza una grinza, una sottolineatura. Allora mi sono chiesta quanto doveva essere bella prima di sdoppiarsi. Che bella cosa, ho pensato, deve essere stata prima. Spiegazzata come una cartina geografica, solenne come la rilegatura di un libro antico o una fuga di Bach. L’ho fermata e senza tanti giri di parole gliel’ho chiesto. Le ho chiesto se si piaceva, se si amava. Ci ha pensato un po’ su e poi mi ha risposto che, se volevo, mi dava il nome di un chirurgo suo amico, uno che mi avrebbe tolto in un battibaleno i segni dalla faccia e anche l’adipe dai fianchi e, con l’aggiunta di qualche migliaia di euro, quella materia che di questi tempi è solo un surplus: grigia come il tempo che, quando passa, ti fa morire di paura… Poi se n’è andata. L’ho guardata attraversare la strada di schiena, rincorsa dai fischi adulatori di un gruppo di ragazzi in scooter. Quando si è voltata per fermare un taxi, lei era un altro corpo, un’altra persona, e quei ragazzi, ormai, non fischiavano più…
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Grazia Verasani was born in 1964. She wrote the piece From Medea (Sironi), L’amore è un bar sempre aperto, Fuck me mon amour, Tracce del tuo passaggio (Fernandel). From her novel Quo vadis, baby? (2004 – Oscar Mondadori) the Director Gabriele Salvatores took a movie and a TV series. Then she wrote Velocemente da nessuna parte (2006), the novel Tutto il freddo che ho preso (Feltrinelli, 2008) and Di tutti e di nessuno (2009) which is the third novel of the detective Giorgia Cantini’s series.
Grazia Verasani gives voice to the word “Bodies”. English translation by Elisa Santi.
Today I saw a woman from behind and then I saw her from the front. The two women could not have been more different. Two very different bodies. From behind, she looked in her twenties: flamingo-like legs clad in tight jeans, hot pink fur-trimmed hoodie, silver Nike trainers, a cascade of blond hair, her round bottom the size of a toy marble… Then she turned around – she must have been about fifty. You could tell mostly from her skin, planed to her upper lip and the corners of her mouth, her high cheekbones, her Chinesised eyes and her exceedingly optimistic breasts which pointed skyward, just like a prayer. Two very different bodies. Front and back. Just like a case of mistaken identity. I should not let it get to me, I know. Television is full of this sort of double-dealing and so are the wealthy streets of the city, the streets where the high-end boutiques and twenty-euro cover charge restaurants are. You know, those places that know no economic crisis. In the places where the crisis is all too real – that is, almost everywhere – pacts with the devil do not turn out that well, they all are somewhat faulty: people end up dead when they let a not-so-famous surgeon cut them up. Some people pay for those nips and tucks by instalments, some waste half a year salary on a kilo of silicon or to have their thighs stripped off of some fat. Today youth is within arm’s reach for a lot of people. In order to preserve the illusion – it is said – all you need to do is keeping the world at arm’s length… The only problem is that, this woman, with her failure to age, was truly ugly: no journeys on her face, not a single wrinkle, not a shadow. So I started wondering how gorgeous she must have been before she became two different women. She must have been a real beauty, before. Creased like an old map, solemn as the binding of an antique book or one of Bach’s fugues. I stopped her and asked her quite bluntly. I asked her if she liked herself, if she loved herself. She stopped to think for a bit and then she said she could give me the name of a friend of hers, a surgeon. In a heartbeat, he would rid my face of any wrinkle and my hips of any fat. For just a few thousand euros more, he would even take care of that matter, which these days is nothing but surplus: that grey matter, grey like time itself and, when time passes, it scares you to death…Then she was off. I watched her from behind, as she crossed the road, followed by the flattering wolf-whistling of a group of boys on their mopeds. When she turned around to hail a cab, she was another body again, and the boys were not wolf-whistling anymore…
- March 01, 02:00 AM
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February 21, 05:00 PM
Antonietta Bocci
Intervista di Eleonora Terrile
I diritti dei minori e delle donne contraddistinguono il percorso di volontariato, lavoro e studio di Antonietta Bocci. Nel 2003 è stata interprete volontaria dell’associazione internazionale di donne contro la guerra “Women in Black”. Per due anni e mezzo ha lavorato a Pechino nell’ambito delle adozioni internazionali, in rappresentanza dell’ente italiano CIAI. Al momento vive a Londra, dove sta conseguendo il master in Gender Studies (Studi di genere) presso la School of Oriental and African Studies.
D: Ci presenti l’associazione “Women in Black”?
R: WiB è una rete internazionale di donne (se ne stimano circa 10.000 in tutto il mondo) impegnate a promuovere la pace attraverso la giustizia e ad opporsi attivamente alla guerra, al militarismo e ad altre forme di violenza. L’azione di WiB è generalmente messa in pratica da sole donne che, vestite di nero, attuano una forma di protesta non violenta.
D: Che tipo di esperienza hai fatto con questa associazione?
R: Durante la conferenza che WiB ha tenuto a Marina di Massa nell’agosto del 2003, ho prestato servizio volontario come interprete simultanea e consecutiva tra l’inglese e l’italiano. Si è trattato di una settimana molto impegnativa, sia per la tipologia di lavoro svolto sia per i contenuti degli interventi (alle volte davvero molto forti). E’ stata comunque un’esperienza fondamentale, la scintilla che mi ha fatto capire cosa volevo fare davvero nella vita: lavorare per le donne.
D: Dall’inizio del 2007 fino a pochi mesi fa hai lavorato per il CIAI (Centro Italiano Aiuti all’Infanzia) in Cina. Di che cosa ti sei occupata?
R: Ho iniziato a lavorare come referente in Cina per il CIAI prima che il governo italiano e quello cinese firmassero l’accordo sulle adozioni internazionali nel novembre del 2007. Qualche mese dopo l’entrata in vigore dell’accordo mi sono occupata dell’accreditamento ufficiale del CIAI in Cina e delle procedure per il primo round di adozioni, che sono state concretizzate all’inizio del 2009. In un secondo tempo ho esplorato la possibilità di collaborare con il governo cinese attraverso dei progetti di cooperazione allo sviluppo a favore degli orfanotrofi del Paese e, proprio prima di lasciare l’incarico, ho avviato le procedure per il primo round di adozioni di bambini con bisogni speciali. Ovviamente ciò di cui mi sono occupata io sono le procedure in Cina, mentre quelle da espletare in Italia erano curate dalla sede centrale del CIAI a Milano.
D: Eri a Pechino al momento del terremoto che il 12 maggio 2008 colpì la provincia di Sichuan e uccise quasi 70.000 persone, lasciando molti bambini orfani. Che cosa ha significato quel periodo per il tuo lavoro presso il CIAI?
R: Oltre alle persone che hanno perso la vita e ai feriti a causa del terremoto del Sichuan, circa 5.000 bambini sono rimasti orfani. Subito dopo il terremoto i media occidentali avevano sparso la voce che sarebbe stato possibile adottare questi bambini e di conseguenza il CIAI, in quanto ente autorizzato alle adozioni internazionali tra la Cina e l’Italia, ha ricevuto numerose richieste di informazioni da parte di coppie interessate. In realtà si era trattato di una forma di cattiva informazione, tanto che il CCAA (China Centre of Adoption Affairs), ovvero l’autorità centrale cinese che gestisce le adozioni, ha tenuto a precisare che, una volta accertato quali fossero i bambini effettivamente rimasti orfani e stabilita l’impossibilità a ricostituire una qualche forma di nucleo familiare con i parenti, solo allora i bambini sarebbero stati considerati idonei all’adozione nazionale. Questo avrebbe permesso alle famiglie cinesi, vincolate dalla politica del figlio unico, di accogliere un bambino rimasto orfano a seguito del terremoto; per l’adozione internazionale, invece, sarebbero comunque state seguite le procedure normali, con i consueti tempi di attesa.
D: Quali ostacoli hai incontrato e come li hai superati?
R: Lavorando per il CIAI in Cina gli ostacoli sono stati di due tipi differenti: quelli legati alle differenze culturali e quelli dovuti al carattere estremamente delicato del lavoro che svolgevo. Quanto ai primi, mi sono costantemente trovata ad affrontare profonde differenze a livello linguistico, di comunicazione in senso più ampio (il differente significato attribuito ad un’email non risposta, ad esempio!), culturali (come la maniera di concepire le regole) e della gestione del lavoro (maggiore o minore velocità d’azione e accuratezza delle informazioni). In particolare, il mio ruolo era estremamente delicato in quanto mi trovavo a dover continuamente mediare tra culture, abitudini, esigenze diverse, e il fatto di essere italiana non mi poneva automaticamente dalla parte dell’ente per cui lavoravo: il mio compito era quello di far sì che la parte italiana e quella cinese si capissero e collaborassero. Quanto allo specifico lavoro che ho svolto, la sua peculiarità sta nel fatto che si decide della felicità di esseri umani, per di più minori, e lo si fa attraverso procedure che – in assenza di serietà da tutte le parti coinvolte – si può facilmente trasformare in un mercato di esseri umani. Pur tra molte difficoltà legate al Paese e alla diversa cultura, posso dire di essere stata molto fortunata nella mia esperienza in questo settore: oltre ad aver visto con miei occhi la grande professionalità con cui il CIAI lavora da oltre 40 anni, ho anche avuto modo di constatare la serietà della parte cinese nella gestione delle adozioni internazionali.
D: Donne, minori e diritti sono le tre parole che caratterizzano, ad oggi, la tua esperienza di studio, volontariato e lavoro. Che progetti hai in mente, una volta terminato il master?
R: Per il momento non ho ancora fatto programmi, anche perché il mio master dura due anni e quindi la fine è ancora lontana! Indicativamente, la mia intenzione sarebbe quella di restare in Inghilterra ancora per qualche anno e riuscire a mettere davvero in pratica quello che avrò acquisito a livello teorico, lavorare cioè per dare sostegno alle donne che ne abbiano bisogno. Ma il mio più grande desiderio è quello di poter tornare in Cina o in Africa, dove ho già vissuto in passato, per imparare dalle donne cinesi e africane quello che non potrei mai apprendere in nessuna scuola in Occidente.
D: Sei cresciuta a Teramo, hai studiato a Trieste, hai lavorato a Lagos e a Pechino, e hai visto programmi televisivi e giornali (quotidiani e magazine) dei rispettivi paesi. Dove hai visto più rispettata la dignità della donna? E dove meno?
R: Senza dubbio le donne sono da tempo immemore disprezzate dagli uomini sulla base della loro conformazione fisica e della loro capacità biologica di generare, e tale discriminazione è stata e continua ad essere perpetrata in infiniti modi, che però possono essere percepiti dalle donne in altrettante maniere (una donna può sentirsi offesa dall’obbligo di coprirsi il capo, mentre un’altra può vedere violata la propria libertà individuale dall’obbligo di fare l’opposto); non è facile – ammesso che sia possibile – dare una definizione univoca e fissa nel tempo e nello spazio di “dignità”. Più in generale, però, posso dire che la mia impressione è che la donna sia mercificata e svalutata ovunque, semplicemente in modi diversi; può cambiare l’epoca storica o la cultura o la religione di riferimento, può evolversi la sottile macchinazione ideologica che sta sempre dietro ad ogni forma di oppressione o le modalità in cui essa si manifesta, ma non cambia il fatto che viviamo ancora in una società fatta dagli uomini e per gli uomini.
Antonietta Bocci sta conseguendo il master in Gender Studies presso la School of Oriental and African Studies a Londra/Antonietta Bocci is doing a master’s in Gender Studies at the School of Oriental and African Studies (London).
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Children’s and women’s rights are at the core of Antonietta Bocci’s experience as a volunteer, a professional and a student. After working as a volunteer conference interpreter for the international association of women against war “Women in Black” in 2003, she worked in Beijing for 2.5 years in the field of inter-country adoption, as China Country Representative with the Italian Centre for Aid to Children (CIAI). She currently lives in London where she is doing a master’s in Gender Studies at the School of Oriental and African Studies.
Q: Would you briefly introduce the association “Women in Black”?
A: WiB is an international network of women (around 10,000 worldwide) committed to promoting peace through justice and to actively opposing war, militarism and other forms of violence. WiB’s action usually takes the form of non-violent protest carried out by women dressed in black.
Q: What kind of experience did you have with this association?
A: During WiB’s conference held in Marina di Massa (Italy) in 2003, I worked as a volunteer simultaneous and consecutive interpreter between English and Italian. It was a very challenging week, both because of the kind of work I was doing and because of the contents discussed in the conference (some of them really hard to listen to). However, it was a crucial experience for me, as it made me understand what I really wanted to do in life: work for women.
Q: From early 2007 until a few months ago you worked for the Italian centre for Aid to Children (CIAI) in China. What did you do?
A: I started working with CIAI in China before the Italian and Chinese governments signed an inter-country adoption agreement in November 2007. A few months after its enforcement, I took care of the organisation’s official accreditation process in China and of the necessary procedures for the first round of adoptions that would take place in early 2009. Later on, I explored the possibility of collaborating with the Chinese government with development cooperation projects aimed at Chinese orphanages. Finally, before leaving my post, I took care of the procedures for the first round of adoption of special-need children. Naturally, I was only in charge of procedures in China, while the ones in Italy were carried out by CIAI’s main office in Milan.
Q: You were in Beijing when an earthquake struck Sichuan province on 12th May 2008, killing close to 70,000 people and leaving many children orphaned. What did that moment mean as CIAI’s representative in China?
A: Besides those who were killed or injured by the Sichuan earthquake, over 5,000 children were orphaned. Right after the earthquake, Western media spread rumours that it would be possible to adopt those children and, as an institution accredited to do inter-country adoption between China and Italy, CIAI received several enquiries from interested couples. In fact, it was wrong information that eventually led CCAA (China Center of Adoption Affairs) – the Chinese authority in charge of adoptions – to make it clear that only after ascertaining which children were actually orphans and establishing that it was impossible for them to be reunited with any relatives, would they be considered eligible for national adoption. This way, Chinese families – constrained by China’s one-child policy – would have the opportunity to take care of one child orphaned by the earthquake; for inter-country adoptions, however, the usual procedures and downtime would apply.
Q: What obstacles did you come across and how did you overcome them?
A: While working with CIAI I came across two different types of obstacles: those due to cultural differences and those stemming from the extremely sensitive nature of my work. As to the former, I constantly found myself having to bridge wide gaps in terms of language, communication in general (for example, the different meaning attached to non replying an email!), culture (like the different ways of conceiving rules) and work management (different working speed and accuracy). More especially, my position was particularly sensitive, as I was constantly required to mediate between different cultures, habits and needs, and being an Italian did not automatically mean siding with the organization I worked for: my responsibility consisted in allowing the Chinese and Italian parties to understand each other and cooperate. As to the specific work I carried out, its peculiarity lies in the fact that the happiness of (minor) human beings’ is at stake and if all parties involved do not work seriously, adoption procedures can easily turn into human trafficking. Despite all the difficulties due to the specific country I worked in and to cultural differences, I feel I was very lucky to have such an experience: not only did I witness the profound commitment that has characterized CIAI’s work in the past 40 years, but I also had the opportunity to see how serious the Chinese government is in handling inter-country adoption.
Q: Women, children ad human rights are the three features characterising your study, work and volunteering experiences so far. What are you planning to do after your master’s?
A: I have not made any plans yet, also because my master’s will end in 2 years’ time and I am still far from my goal! Anyway, I am thinking of staying in England for a couple of years and put in practice the theoretical knowledge I am acquiring by working to help women in need. But my greatest desire is going back to China or Africa, where I already lived in the past, to learn from Chinese and African women what I will never be able to learn in any Western school.
Q: You grew up in Teramo, studied in Trieste and worked in Lagos and Beijing, where you must have watched local TV programmes and read newspapers and magazines. Where do you think that women’s dignity is respected most?
A: It is a fact that women have long been looked down on by men, based on their lesser physical strength and their reproductive role, and such a discrimination keeps on being perpetrated in countless ways that can be perceived differently by different women (a woman may feel constrained by the obligation to cover her head while another woman may feel offended by the obligation to uncover it); it is very difficult – if not impossible – to give a fixed and unambiguous definition of “dignity”. More generally speaking, however, my impression is that women are objectified and devalued everywhere but in different ways: no matter what the historical, cultural or religious constraints are and how the subtle ideological plot – that is always behind any kind of oppression – changes and expresses itself; what does not change is the fact that we still live in a society made by men and for men.
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February 17, 07:06 AM
Lettera ai bambini dei campi ROM di Segrate
Sgomberano i campi ROM di Segrate. Le maestre di tanti bambini e bambine hanno scritto una lettera, facendola pubblicare su un giornale e chiedendone la diffusione. Petali Rossi accoglie volentieri queste donne impegnate a far valere i diritti dei loro piccoli allievi.
Ciao Marius, ciao Cristina, Ana, ciao a voi tutti bambini del campo di Segrate.
Voi non leggerete il nostro saluto sul giornale, perché i vostri genitori non sanno leggere e il giornale non lo comperano. E’ proprio per questo che vi hanno iscritti a scuola e che hanno continuato a mandarvi nonostante la loro vita sia difficilissima, perché sognano di vedervi integrati in questa società, perché sognano un futuro in cui voi siate rispettati e possiate veder riconosciute le vostre capacità e la vostra dignità. Vi fanno studiare perché sognano che almeno voi possiate avere un lavoro, una casa e la fiducia degli altri.
Sappiamo quanto siano stati difficili per voi questi mesi: il freddo, tantissimo, gli sgomberi continui che vi hanno costretti ogni volta a perdere tutto e a dormire all’aperto in attesa che i vostri papà ricostruissero una baracchina, sapendo che le ruspe di lì a poco l’avrebbero di nuovo distrutta insieme a tutto ciò che avete. Le vostre cartelle le abbiamo volute tenere a scuola perché sappiate che vi aspettiamo sempre, e anche perché non volevamo che le ruspe che tra pochi giorni raderanno al suolo le vostre casette facessero scempio del vostro lavoro, pieno di entusiasmo e di fatica. Saremo a scuola ad aspettarvi, verremo a prendervi se non potrete venire, non vi lasceremo soli, né voi né i vostri genitori che abbiamo imparato a stimare e ad apprezzare.
Grazie per essere nostri scolari, per averci insegnato quanta tenacia possa esserci nel voler studiare, grazie ai vostri genitori che vi hanno sempre messi al primo posto e che si sono fidati di noi. I vostri compagni ci chiederanno di voi, molti sapranno già perché ad accompagnarvi non sarà stata la vostra mamma ma la maestra. Che spiegazioni potremo dare loro? E quali potremo dare a voi, che condividete con le vostre classi le regole, l’affetto, la giustizia, la solidarietà: come vi spiegheremo gli sgomberi? Non sappiamo cosa vi spiegheremo, ma di sicuro continueremo ad insegnarvi tante, tante cose, più cose che possiamo, perché domani voi siate in grado di difendervi dall’ingiustizia, perché i vostri figli siano trattati come bambini, non come bambini rom, colpevoli prima ancora di essere nati.
Vi insegneremo mille parole, centomila parole perché nessuno possa più cercare di annientare chi come voi non ha voce. Ora la vostra voce siamo noi, insieme a tantissimi altri maestri, professori, genitori dei vostri compagni, insieme ai volontari che sono con voi da anni e a tanti amici e abitanti della nostra zona.
A presto bambini, a scuola.
Le vostre maestre: Irene Gasparini, Flaviana Robbiati, Stefania Faggi, Ornella Salina, Maria Sciorio, Monica Faccioli.
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February 14, 05:11 PM
Paola Cominetta /III parte
Intervista di Barbara Garlaschelli
Paola Cominetta è una fotoreporter specializzata in reportage di natura sociale. Per lavoro e per passione ha visitato molti Paesi e dato testimonianza, con le sue fotografie, di diverse realtà.
D: Qual è il tuo coinvolgimento emotivo? C’è sempre?
R: In genere è molto, ma non c’è sempre, e certamente non da subito. È una cosa stranissima. Come fosse un ulteriore senso da coltivare, da acuire, senza il quale, però, è ben difficile fare buone fotografie. Se poi prende troppo il sopravvento, non riesci più a fare nulla. Impiego molte risorse nel “sentire”, e altrettante nel rendermi pressoché invisibile a chi fotografo. E’ un equilibrio molto difficile da raggiungere.
Q: Are you always emotionally involved?
A: I’m usually very involved, but not always neither from the beginning. It’s quite strange. It is as an added sense that had to be developed, to be sharpened, without which, however, it is very difficult to take beautiful photographs. And when it takes the upper hand, you cannot do anything. I use many sources in the “feel”, and as many to become almost invisible to whom I photograph. It is a very difficult balance to achieve.
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D: Che rapporto instauri con chi fotografi?
R: Dipende. Alle volte “catturo” senza essere vista; altre volte passo ore, sola, fissando la persona tramite il mio obiettivo. In mezzo ci sono molte sfumature. Soprattutto c’è la peculiarità delle persone e di quel che viene fuori dal contatto tra me e loro. Io penso che, nelle fotografie posate, il fotografo sia una sorta di confessore. Sicuramente, però, non è solo un ascolto, ma un’interpretazione; ne consegue, quindi, che ciò sia anche un potere, e molto forte, che può essere quello del dare voce, ma anche quello di giudicare o addirittura di stravolgere. Questo potere può essere usato, sia dal fotografo che dal soggetto ritratto, con rispetto. Oppure temuto e rifuggito.

Donna animista. Tanguietà, Benin, 2007. Dopo esserci presentate ed aver scambiato qualche parola, iniziamo a fare alcune fotografie. A dispetto di ciò che afferma ridendo, ho paura che non desideri realmente essere ritratta, data la sua religione. Invece si concede al mio obiettivo per parecchio tempo, anche se la sua espressione tradisce molte emozioni differenti./After we had introduced ourselves and we had talked a little, we started a photo session. Despite of she said to me, I was afraid she didn't like to be photographed because of her religious beliefs. But finally she spent a lot of time with me, just staying in front of my photocamera, even if her expression transmits a lot of different emotions.
Q: What kind of relationship do you establish with the photographed people?
A: It depends. Sometimes I “capture” someone who doesn’t see me; sometimes I spend many hours just gazing at the person with my lens. In the middle there are a lot of “nuances”. Above all I consider the singularity of everyone and what I and another person can create together. I think the photographer is a sort of confessor. This doesn’t involve only a listening attitude, but a some kind of interpretation. The photographer has a really strong power: He can give voice, but he can even judge or change someone. This power can be respectfully used by the photographer and the portrayed person. Or it can be dreaded and removed.
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D: Qual è il tuo limite?
R: Il mio rapporto varia a seconda di chi fotografo, e quindi varia anche il limite che mi pongo o mi è posto. Molto dipende dalle circostanze. Posso essere insistente col mio sguardo, e utilizzare qualche trucco. Ho un mio metodo, ma dedico moltissima attenzione a non forzare chi ritraggo. È come se ci fosse una sorta di attesa in cui si può anche essere insistenti, ma alla quale non segue, però, l’andare a prendersi ciò che non arriva. E poi, c’è anche il limite dato da ciò che riesco a guardare o raggiungere, o di quel che sento sbagliato.

Baba. Varanasi, India, 2005. Dopo avere lungamente osservato da lontano quest’ uomo di grandissimo fascino operare i suoi rituali nel Gange, provo a scattare, senza essere vista. Faccio qualche foto. Poi paziento ancora. Di colpo, dopo circa una mezz’ora, l’uomo si gira fissandomi con intensità. Scatto un'unica altra foto. Quando mi allontano ci fissiamo di nuovo, con rispetto./After I had watched for a long time and from a distance this really fashionable man, while he was making his rituals in the Gange river, I tried to take some pictures. Then I was patient for a while. After half an hour, this man turned his head and started to stare at me. I took only one more picture. When I moved away, we stared another time each other, whit a lot of respect.
Q: Which is your limit?
A: It depends on the person I am photographing and on the limits I or others people set. Much is depending on circumstances. I can stare and even use some “trick”. I have a personal method to portray people, but I pay a lot off attention to not force the person I want to photograph. It is a sort of waiting for something: You can insist, but you cannot take what doesn’t come to you. Another limit comes from what I am able to see or to achieve, or from what I feel wrong.
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D: Qual è il tuo rapporto col dolore?
R: Come tutti gli esseri viventi, lo eviterei volentieri. Penso, però, che sia una condizione necessaria per la comprensione dell’esistenza e imprescindibile per la “felicità”. In generale, penso sempre di poterlo affrontare, anche quando non è così (e poi me ne accorgo). Il bisogno di sapere, però, non supera quasi mai il mio istinto di conservazione. Per esempio, non sarei mai potuta essere una fotografa di guerra, malgrado la cosa mi affascini molto. Devo vedere, preferisco mille volte vedere, che sentire un’ansia diffusa che mi impregna e mi confonde. Non amo l’esibizionismo del truce.

Reparto Pediatria - Ustioni Hospital Saint Jean de Dieu, Tanguietà, Benin, 2007. In un ospedale si vedono realtà molto dolorose. Ho materiale con foto ben più angoscianti di questa. Scattarle è stato un modo per affrontare direttamente quel che sentivo, anche se credo che la maggior parte di queste foto non uscirà mai dal mio computer./In an hospital you can see very painful realities. I have much more torment pictures than this. Taking photographs was a way to directly face what I felt, but I believe the most of these photos will not come out from my computer.
Q: Which kind of relation do you have with pain?
A: As every human being, I would like to avoid it. But I think it is fundamental to really understand the existence’s meaning and it is essential for the happiness. Generally speaking I think to be able to face it, even when I really cannot (and soon I realize it!) But my need to know doesn’t overcome myself preservation’s instinct. For example, I know I cannot become a war photojournalist, even if I like a lot this kind of profession. I must see, I prefer one thousand times to see rather than I feel me anxiuos and confused. I don’t like the atrocity’s exibition.
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D: Racconta della “lussuria dell’occhio”.
R: Spesso succede che quando ci si trova in difficoltà o in pericolo, si cerchi di farvi fronte utilizzando gli strumenti che più ci sono congeniali. Il mio strumento per vincere le mie paure, è rendere ciò che mi angoscia “bello”. Ma prima ancora vederlo come tale. L’abbandonarsi a una certa “lussuria dell’occhio”, tuttavia, non significa, o non dovrebbe significare mai, cedere all’estetismo, alla retorica o al formalismo di maniera. È per questo che il mio è un mestiere tanto difficile.

Ortopedia - Sala Gessi Hospital Sint Jean de Dieux, Tanguità, Benin, 2007/Ortopedia Sala Gessi Hospital Sint Jean de Dieux, Tanguità, Benin, 2007
Q: Tell something about the “eye’s lust”.
A: When someone is in trouble or in danger, very often he tries to face the situation by using his preferred tools. The “tool” I use to win my fears is to make beautiful what pains me. Before taking a picture, I try to see it as if it is beautiful. But lapsing into a certain kind of “eye’s lust” doesn’t mean to fall into the aestheticism, the rethoric or the formalism. That’s why my profession is so difficult.
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February 07, 05:40 PM
Paola Cominetta/II parte
Intervista di Barbara Garlaschelli
Paola Cominetta è una fotoreporter specializzata in reportage di natura sociale. Per lavoro e per passione ha visitato molti Paesi e dato testimonianza, con le sue fotografie, di diverse realtà.
D: Nell’epoca delle foto taroccate, come distinguere una foto “vera”?
R: La questione è molto complessa e sfaccettata. C’è un piano di verità che riguarda l’aderenza di ciò che è fotografato con la realtà che ci troveremmo a sperimentare se fossimo lì in quel momento; c’è un piano che riguarda, invece, l’alterazione o il completamento del significato della fotografia, a seconda del contesto in cui essa è posta. E ce ne è uno ulteriore che riguarda il rapporto con la soggettività che decide il come fotografare e il cosa scegliere di far vedere,. E poi c’è poi un livello in cui la verità può essere vista solo se dà voce a qualcosa di soggettivo e non di oggettivo e questo è il potere dell’arte, della metafora, della trasfigurazione. Spesso, non è possibile distinguere, a meno che non si stia parlando solo della manipolazione successiva allo scatto e avulsa dal contesto di significato in cui la foto è posta. Un esempio lo si trova nella foto pubblicitaria e di moda, nella quale una donna diventa senza cavità occipitali e senza pori, condizione che in pochi minuti, nella realtà, la porterebbe alla morte (noi respiriamo anche dalla pelle!). Purtroppo, ci abituiamo anche a questo e, pure se con un po’ di attenzione, la falsità è visibile, non ci risulta più strana o difforme.

Kite Surf. Laguna nel Mar Rosso, 2009. Già il mezzo fotografico in sé “altera la realtà”. Utilizzare un tipo di luce o un'altra (o un insieme di luci), frontalmente, di taglio o di spalle, altera i colori; le lenti modificano le proporzioni; il taglio individua una porzione; la coppia tempo-diaframma influenza toni e saturazione, così come l’interpretazione del movimento (congelato o mosso)./The photocamera “changes” the reality. The colours are changed by the light or a set of lights used in front, behind or diagonally. The lens alter the proportions. The cut locates a part, the couple “time-diafraghm” manipulates the colour tone and saturation, such as the blurred or fixed movement.
Q: In the “Retouched Photos Age”, how can we recognize a “real” photo?
A: The issue is very complex and many-sided. There is the side of truth, that is regarding the adherence to the photo with the reality that we would experience if we were there at that moment. Another plan is connected to the alteration or the completion of the photography’s meaning, depending on the context in which it is set. And there is one further about the relationship with the photographer’s subjectivity that decides how to photograph and what to show. And then there is a level where the truth can only be seen if it gives voice to something subjective and not objective and this is the power of art, of metaphor and of transfiguration. It is not often possible to make a distinction, unless we are just talking about the manipulation after the shot and out of context of meaning in which the photo is placed. We can see an example in the advertising and fashion photos, whose show woman without occipital hollow and pores, a condition that in the reality would lead to death in few minutes (we also breathe through the skin!). Unfortunately, we get used to this. The falseness is visible and we don’t consider it strange or unlike any more.
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D: La foto è ricordo, testimonianza o consumo?
R: Tutte queste cose e tante altre. È la possibilità di fermare un istante di cui non avremmo nemmeno percezione (noi siamo e vediamo in movimento), depauperandolo di molte informazioni che contiene (sensoriali e di legame con il suo contesto), e rendendolo fisso e duraturo nel tempo. Questo, non solo è un tipico esempio di come l’impoverire, talvolta, arricchisca perché lo scatto, una volta creato, si presta a qualunque tipo di significato il fruitore gli dia.

Cecità. Alessandria, 2009. Massimo Oddone (Arcieri della Paglia), campione del mondo di tiro con l’arco per non vedenti, si esercita in una palestra completamente buia./The blind world’s champion of archery Massimo Oddone (Arcieri della Paglia) is practising in a dark gym.
Q: What is a photo? Is it a memory, a witness or a consumer product?
A: It is everything. It is the possibility to stop an instant we could not perceive (we are always on the move and we perceive the motion), to remove a lot of sensorial and contextual information and to fix it for a long time. This is an example of the richness of the simplification, because a photo can mean everything the user wants.
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D: Come scegli lo scatto?
R: Di base, non lo so. So solo che c’è bisogno di tempo e di prendersi uno spazio mentale. Si viene trascinati in una sorta di realtà parallela, di grande concentrazione, in cui ci si impegna a “vedere di più”. Devo essere sola. La macchina fotografica, coi suoi obiettivi, è un’alleata: ti separa dalla tua realtà abituale e ti porta altrove. Ci sono tanti altri fattori che hanno parte nel gioco: il senso che ti guida, il bello, il rapporto che si instaura o si è instaurato con ciò che stai fotografando, le tue emozioni, la tua storia. E fondamentale il Caso.

Malecon 69. Cuba, La Habana, 2007. Un criterio certo per la scelta dello scatto è quello compositivo, spesso aiutato dalle relazioni tra le forme e tra i colori, e anche dalla presenza di alcune “comparse” - come certe ombre – o da affascinanti sovrapposizioni di piani differenti, come fossero diverse quinte./A useful principle to choose the shot is to imagine the combination of the relationship between colours and shapes, shadows, some beautiful overlaps of different levels, as if they were different backstages.
Q: How do you select a shot?
A: I really don’t know. I only know I need time and a mental space. It seems I am trasnported into a parallel reality, into a dimension of great concentration, where I must “to see more”. I need to be alone. The photocamera together with its lents is a friend. It divides me from the reality and it trasnports me elsewhere. Many other factors are involved in this process: The sensibility, the beauty, the relationship between you and what you are shooting, your emotions, your personal history. And the crucial “Case”.
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D: Le tue foto che ami di più?
R: Variano nel tempo ed è molto difficile avere sempre a che fare con un prodotto così immediato di te, perché tu cambi e, anche se loro rimangono immutate, tu le vedi diversamente. Magari ti affezioni al punto che non capisci che gli altri non leggono quel che tu ci vedi dentro; magari invece ti vengono a noia e agli altri continuano a piacere molto. Nel mondo creativo si è sempre un po’ insoddisfatti… Trovo difficile scegliere tra le mie foto, perché mi rendo conto di essere molto parziale, volubile a alterabile nei miei “amori”.
Q: Which of your photos do you like much more?
A: They change in the course of time. It is very difficult to handle such immediate creation, because you change and even if the photos are unchanged, you differently see them. Maybe you love them so much that you don’t understand the others can see something different. Maybe they bore you while the others still like them a lot. In the creative world it’s quite easy to be always unsitisfied… I find it difficult to choose between my photos, because I realize to be very partial, volatile and alterable in my “love”.
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D: Le foto che vorresti fare?
R: Sono tantissime e sono la ragione per cui mi occupo di questo mestiere, perché ho solo cominciato a fare e a imparare. Spesso, fotografo anche senza macchina. Immagino di intagliare nella realtà la mia modalità, gioco a quel che sceglierei e a come lo vorrei vedere. Capita che “ci si fissi” anche su una tecnica o su un linguaggio per appropriarsene e, fino a che non si è sperimentato, se ne rimane coinvolti. Amo molto variare il linguaggio fotografico che uso.

Senza titolo. Corsica, 2008. L’effetto di biancore e quasi trasparenza di questa foto è dato da una forte sovraesposizione. Lo scatto è stato realizzato durante un’estate nella quale simpatizzavo con questa tecnica, esercitandomi con diversi esperimenti./The whitness and transparency of this photo is the effect of a great overexposition. The shot was taken in a summer during which I was testing this kind of tecnique and I was making some different experiments.
Q: Which kind of photos would you like to take?
A: I would like to take a lot of photos. They are the reason why I do this job, because I’ve just started to do and to learn it. I often “take photos” without a photocamera but by imagination. I imagine what I would choose and how I would like to see it. It happens we set our mind on a certain technique or language in order to deeply learn it and we are so involved until we can experience it. I love to vary my photographic language.
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February 04, 05:20 PM
Nicoletta Vallorani – Profugo/Refugee
Nicoletta Vallorani vince il Premio Urania 1992 con il romanzo Il cuore finto di DR, che verrà tradotto anche in Francia. Protagonista è la detective Penelope De Rossi, una “sintetica” fisicamente priva d’ogni fascino, che in una Milano degradata ripercorre le orme di Marlowe e Deckart. Altri romanzi sono la Fidanzata di Zorro (1996 – Marcos y Marcos) Eva (2002 – Einaudi), Le sorelle sciacallo (pubblicato interamente sul blog www.lesorellesciacallo.splinder.com ma è anche autrice di tutt’altro genere, provate a leggere La Fatona (2002 – Salani). Insegna, traduce, scrive saggi. E’ co-curatrice insieme a Barbara Garlaschelli dell’antologia “Alle signore piace il nero” (Sperling & Kupfer, 2009); ha curato la raccolta di saggi Dissolvenze per Il Saggiatore, 2009. Il suo sito è: www.nicolettavallorani.com
Nicoletta Vallorani dà voce alla parola “Accoglienza”. Traduzione in inglese a cura di Cinzia Scarpino.
Uno che non ha e non è. Uno che arriva con occhi fondi e tante storie che non racconterà. Uno che non parla perché se parlasse lo farebbe in una lingua che sfugge e dimentica. Uno che porta una valigia stretta, tutta chiusa nella testa.
Che non aprirebbe mai, per tutto l’oro del mondo.
Uno che non sa che farsene della civiltà occidentale. O che forse, più giustamente, uno che sa bene che quella civiltà gli ha tolto quello che aveva. E adesso sta lì a chiedere di essere accolto. Come domandare un abbraccio al proprio aguzzino.
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Nicoletta Vallorani won the Urania Award 1992 with the novel “Il cuore finto di DR”, that was even translated in France. The main character is the detective Penelope De Rossi, a woman without any appeal, who in a downgrade Milan goes back the Marlowe and Deckart’s way. Other novels are “La Fidanzata di Zorro” (1996 – Marcos y Marcos) “Eva” (2002 – Einaudi), “Le sorelle sciacallo” (published on the blog www.lesorellesciacallo.splinder.com). She is an eclectic writer, try to read “La Fatona” (2002 – Salani). She teaches, translates and writes essays. Together with Barbara Garlaschelli she worked on the anthology “Alle signore piace il nero” (Sperling & Kupfer, 2009) and then on the essays compilation “Dissolvenze” (Il Saggiatore, 2009). Her website is www.nicolettavallorani.com
Nicoletta Vallorani gives voice to the word “Welcome”. English translation by Cinzia Scarpino.
Someone who hasn’t got anything. Someone who isn’t anyone. Someone who comes with deep eyes and many stories they aren’t going to tell. Someone who doesn’t speak for if they speak they’d do it in a language that flees and forgets. Someone who carries a tight suitcase all cocooned round the head.
A suitcase they’d never even open, not for all the tea in China.
Someone who doesn’t care about society. Or maybe, more fairly, someone who knows well that society took from them what they had. And now there they are, waiting to be welcomed. Just like waiting for a hug from their own torturer.
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February 02, 12:28 PM
À la Chandeleur
In Francia la Candelora ( La Chandeleur) si celebra con le crêpes, che devono essere mangiate solo dopo le otto di sera.
Se il cuoco riesce a girare al volo la crêpe tenendo nell’altra mano una monetina, prosperità sarà assicutata alla famiglia per tutto l’anno. Auguri!//////////////////////////////////////////////////////////////
In France Candlemas ( La Chandeleur) is celebrated with crêpes, which must be eaten only after eight p.m.
If the cook can flip a crêpe while holding a coin in the other hand, the family is assured of prosperity throughout the coming year.
Posts
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February 26, 04:39 AM
DocuCity: Università degli Studi di Milano
La nostra Nicoletta Vallorani, segue questo progetto DocuCity per l’Università degli Studi di Milano. Si tratta di un concorso di lungometraggi che raccontano le città. Qui potete trovare alcune informazioni. Le Signore in Nero, non si fermano mai!
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February 25, 04:06 AM
365horror.com, il blog sull’Ebook di Daniela Losini e Barbara Ripepi
È nato il progetto per un ebook intitolato Un horror al giorno – 365 notti con la paura. Si tratta di un ebook scritto a quattro mani e strutturato in schede giornaliere, riguardante il cinema horror, che verrà rilasciato a dicembre 2010. Il testo sarà diviso per settimane: ognuna avrà un tema differente. Daniela Losini e [...]
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February 23, 04:37 AM
On Air: i vostri racconti su Lifegate Radio
La nostra Barbara Garlaschelli in collaborazione con Basilio Santoro, direttore artistico di LifeGate Radio, ha organizzato un nuovo gioco narrativo. Si ricercano racconti brevi. La suggestione parte dalla canzone di Gaber “Illogica allegria”: Da solo lungo l’autostrada alle prime luci del mattino. A volte spengo anche la radio e lascio il mio cuore incollato al finestrino. REQUISITI NECESSARI DEL RACCONTO: 1)Lunghezza massima 20 [...]
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January 18, 04:56 AM
Non ti voglio vicino, il nuovo romanzo di Barbara Garlaschelli
Vi avevamo promesso di tenervi aggiornati sul nostro gruppo e così faremo. Il prossimo libro in uscita, il 26 gennaio, di una delle nostre signore in noir è “Non ti voglio vicino” di Barbara Garlaschelli. L’autrice sta facendo anche un ottimo lavoro nel web raccontando il romanzo dietro le quinte. Inoltre, potete avere notizie in anteprima [...]
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October 29, 07:39 AM
MissFatti vi informa: Daniela Losini alla Girl Geek Dinner di Bologna
Ospite del Team delle Girl Geek di Bologna, Daniela Losini racconterà dell’esperienza di Missfatti nel web, della vita dei libri fuori e dentro la rete. Per saperne di più su cosa è un evento Girl Geek Dinner, cliccate qui. Buona serata!
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October 13, 07:43 AM
Milano, ore 18:30 oggi, presentazione dell’antologia “Corpi”
Alcune delle nostre signore in nero, saranno presenti questa sera presso lo spazio Mondadori Multicenter a Milano, alle 18:30 per presentare l’antologia “Corpi” edita Mondadori. Vi aspettiamo!
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September 27, 08:31 AM
Missfatti fa il punto
Dal 3 marzo, giornata di uscita dell’antologia, abbiamo fatto moltissimo, incontrato molti di voi e percorso chilometri su e giù per l’Italia (e non solo siamo arrivate fino in Irlanda). Abbiamo stretto mani, allacciato legami e abbiamo potuto ringraziarvi anche di persona (e non smetteremo mai di farlo) per l’entusiasmo e la benevolenza con i quali [...]
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September 09, 10:16 AM
MissFatti alla festa del PD
Questa sera alle 21 saremo alla Festa dell’Unità a Osnago (Lecco) . Presenti Nicoletta Sipos e Daniela Losini. Altre notizie le otterrete cliccando qui. Vi aspettiamo!
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September 06, 08:29 AM
Missfatti vi segnala: BRU
Parte lunedì 7 settembre alle 12:10 su Radiodue lo sceneggiato radiofonico Bru. Lo hanno scritto due signore in nero, Barbara Garlaschelli e Nicoletta Vallorani. In bocca al lupo!
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July 25, 08:46 AM
MissFatti in tour: le date estive
Andate in vacanza? Bene, ci andiamo anche noi ma prima alcune date della sessione estiva del nostro tour. . - Venerdì 31 luglio, all’interno della manifestazione i Venerdì Piacentini, Barbara Garlaschelli e Daniela Losini saranno presso la Libreria del Corso a Piacenza, ore 21. Per altre informazioni, cliccate qui. . - Giovedì 13 agosto, presso la Libreria Bibliofila a [...]








