Photographer, videomaker and musician in the psych-folk band Are You Real?. CV here.
Da dove sono partito, il pellegrino che camminava da cinque anni, Bob Dylan e l’unica volta che ha cantato “I love you”, Mount Eerie, le montagne coi fantasmi. Ecco l’audio della mia intervista per Now Boarding sul tema del cammino di Santiago. In chiusura una piccola sorpresa.
Un sognatore è una persona talmente forte da modificare la realtà. Gli altri sono addormentati, anche se fra loro si chiamano realisti. Tutti nascono sognando. Molti muoiono addormentati. Un addormentato è un sognatore arreso. Per essere sognatori bisogna essere svegli.
Prendi una creatura
con le ginocchia rotte,
fragile, insolente,
sporca di fango e
piena di forza
e mettigli sopra
uno sguardo educato,
un cappotto nero,
fotocopie in mano,
e dentro una
nuda, nucleare
preoccupazione.
Ciò che ti
protegge ti
ucciderà.
La fame non mi tormenterà
la sete non mi prosciugherà
nessuna guerra mi distruggerà
dormirò fra i lupi
e non mi attaccheranno
le mie ossa non cederanno
la mia pelle non invecchierà
il mio occhio non vedrà che bellezza
le mie parole faranno guarire
la morte non distruggerà il mio spirito
se tu sei con me
prendimi
svuotami
abita in me
affiora e risplendi
abbi pietà
Per favore
datemi una pioggia di stelle
un canto ignaro
bruciamo la terra
sradichiamo il sole
non siamo nati
per stare così
fermi
infermi sembriamo
in queste città svuotate
dentro i cavi elettrici
interni di bambino
in un campo di fiori
Dove hai messo
il tuo urlo?
nella mente di Dio
i morti dormono come stelle
splendono i morti come bambini
nella mente di Dio
Mentre i vecchi litigano di politica
e gli adulti diventano vecchi
e i giovani sono perduti in
stanche relazioni amori deludenti
compromessi
io rido di tutto
cammino nel sole
applaudo al canto di due ragazzine
a cavalcioni sulla fontana
che mi guardano e ridono
e so che siamo più
giovani di loro
io e te
noi siamo gli amanti gli innamorati
abbiamo conosciuto il
desiderio i corpi le bocche
il piacere ha giocato con noi
non abbiamo più bisogno del futuro
il mondo è nostro
adesso
Ho lasciato la macchina
lungo l’argine
e mi sono incamminato
fra i campi
fra l’erba alta
guardandomi le scarpe
per i serpenti
e le ortiche
che mi tiravano i pantaloni
e l’erba gialla verde blu
era come lavanda bruciata
Ho proseguito
finché davanti
si è aperta la laguna
e un’isola
un campanile
il campanile la laguna
ed io
Ho seguito la riva
pensando al mondo degli umani
di cui faccio parte
quando tre cigni
bianchi sono apparsi
e a sinistra c’era
una casa
colonica
invasa
dai rampicanti
e il vento attraversava ogni cosa
Le ombre non sono
creature. Guardale
bene:
sono varchi.
Quando ci cadranno i denti
e il vento esplorerà i nostri vestiti
e un bel giorno
il sole smetterà di splendere
e il terreno si ritirerà
e tutti i mostri e le cimici
e le stelle in cui credevamo
avranno la schiena storta
come il re senza regno
come il regno senza re
mi siederò
ripenserò a te
al tuo respiro
al tuo flusso di rimorsi e di vento
e di scarpe senza suola
Ti abbraccerò col pensiero
e spariremo via
insieme alle cose sospese
E voglio andarmene
abitare un furgone
svegliarmi affamato
cucinare l’ultimo pacco di riso
mentre fuori il vento urla
Ho dormito fra i boschi
e non so dove andare
non ho posti dove andare
devo solo rifare benzina
e guidare ascoltando
una canzone sconosciuta
E osservare gli animali
vivere come un animale
amare il respiro
camminare silenzioso
finché incontro il mare
E scriverò una cartolina
alla famiglia agli amici
non lo so dove sono
però è bello qui
il cielo è grande
il tempo è buono
posso seguire ancora un po’
Voglio solo dirvi state tranquilli
niente può farmi male
niente può farmi male
perché credo nell’anima
Quello che mi fa più paura di questa civiltà nata come un cancro della rivoluzione industriale non è tanto che si tratta, ormai, di un unico stato mondiale tenuto insieme, prima che da un mito fondante o dalla gestione politica, dall’interesse economico. Né che a questo interesse è asservito tutto: il lavoro, la salute, la pace e la guerra, l’alimentazione, la tecnologia. Né che l’asservimento è mascherato da un’informazione venduta, sfocata o troppo debole e da un regime democratico in cui sono i partiti a decidere, manipolando i votanti e i voti, nel tentativo di ritagliarsi il loro posto all’ombra dei veri potenti. Nemmeno che questo stato mondiale ha in sé il germe della propria fine, che sarà anche la nostra. Più dell’esaurimento delle risorse, del prossimo crack finanziario, della catastrofe ecologica e forse biologica, più delle possibili forme che avrà il 2012, mi fa paura la perdita della cosa più preziosa adesso: ogni secondo sento cancellata ciò che nei secoli ha costituito l’unica fonte di liberazione e libertà, a cui posso dare solo il nome imperfetto di magia.
Non so di cosa sto parlando, invece sì lo so. La magia è contatto non mediato col reale, scambio energetico. È conquista della sorgente, capovolgimento e trasmutazione, é potere contro l’autorità. Ne abbiamo larga testimonianza: mistici, sciamani, stregoni, taoisti, maghi, alchimisti, meditatori zen, bramini, tutto ciò che oggi sembra folklore, specie estinta o paccottaglia new age e viene deriso perché poco concreto. L’invisibile viene cancellato, come accade nella Storia Infinita. Qualche studioso ha tentato di dirlo ma sono voci isolate nel gota dei vari -ismi: Zolla, Eliade, Guenon, Harner. O tacciate di irrazionalismo. Come se non fosse l’eccesso di razionalità ad essere mostruoso. È ancora un uomo un tizio che fa il passo dell’oca? uno speculatore finanziario che si suicida? un operaio che ripete millecinquecento volte lo stesso movimento? un vecchio che guarda la tv? Cosa ce ne facciamo, a essere ottimisti, di sviluppo sostenibile, pace perpetua, fine del debito, regole del mercato, diritti umani, senza magia? Siamo privati del nostro potere, inconsapevoli di esserne privi. Hanno separato corpo e mente, rendendoci opachi a noi stessi. Viviamo e moriamo assenti. E anche questa è magia, al contrario: furto di energia, magia nera. E credo che chi lo esercita ne sia cosciente.
A volte abbiamo una percezione più intensa, un bagliore: è come un colpo di luce che illumina l’orchestrazione del mondo, il viso ed il movimento assurdi dei nostri simili, e ci mostra la vita tutta intera. La realtà continua a comunicare non appena il cielo è sgombro. E’ una rivelazione che potrebbe restituirci il nostro potere e invece ci coglie disarmati, corriamo il rischio di lasciarla da parte, dimenticarla.
Ma tu forse sai di cosa parlo e leggi dietro le parole. Queste brecce sono la sola cosa a cui mi sembra necessario credere.
E se staccassimo la spina,
uscissimo fuori, camminassimo per strada?
Dico che dovremmo svegliarci,
aprire le porte, tirar giù le pareti
e camminare per le strade.
Dovremmo smontare le automobili
e farne dei monumenti all’incomprensibile.
Dovremmo scambiarci i vestiti
fermare gli orologi, rimuovere i nomi delle vie
delle città, dei paesi,
dovremmo tentare di parlare con le bestie.
La gente che vive al mare
dovrebbe correre al mare.
Dovremmo aprire le galere e gli ospedali
perché tutti possano correre.
E non c’è più bisogno di uccidere i ladri, i politici,
saltiamo tutti in acqua,
chi sa nuotare nuoterà.
La gente che vive in montagna
dovrebbe provare a scalarla.
Tutti dovremmo scalare la montagna più alta,
per metterci alla prova.
Potremmo muovere le montagne se volessimo.
Scaleremo la montagna. Porteremo il denaro
e lo butteremo nell’aria
e lo guarderemo cadere,
portato dal vento.
E quando cade l’inverno
faremo grandi falò e useremo le torce.
Bruceremo sedie e tavoli
e mobilio, le statue dei musei delle chiese,
e libri, foto, giornali,
tutto nel fuoco:
perché é più importante mantenere il calore.
Potremmo salvare due pagine
giusto per ricordare com’era prima.
Se qualcuno protesta, lasciamolo fare.
Cambierà idea.
E staremo più vicini
e racconteremo storie, quando viene la sera.
Creeremo racconti, faremo una nuova storiografia,
potremmo fingere, potremmo fingere
che quella che finiva oggi
era l’età della pietra.
Ed eravamo poveri,
eravamo la parte pura,
eravamo diamante stella
cespuglio latrato di cane
mattino.
Eravamo stupidi come la saggezza,
più belli dove ci sporcavamo.
E non avevamo niente da dare in cambio
ma tutto ci era regalato,
ne facevamo magia.
E chi ha detto che dovevamo avere un tempo?
Diventare fotocopie
materia, cigni in un sacchetto?
Ci hanno insegnato gli avverbi.
A noi, che avevamo bei polsi,
belle orecchie, capelli graziosi.
A noi che salutavamo tutte le cose.
Alba sul tuo viso,
rossore, battiti di ciglia.
Il tempo è posato sulle tue labbra.
Come quando ci siamo visti senza vestiti.
Vieni, dammi la mano,
fermiamo le cose.
Qualcosa preme per uscire.
E’ una stella ed è invisibile.
Il respiro si appanna.
Siamo dietro le palpebre.
Due stelle si amavano.
Una dubitò.
L’equilibrio si ruppe. L’universo cadde e sparì.
La stella rimase sola, nel vuoto.
Implose di dolore.
Morendo attraversò il proprio centro ed esplose dietro di sé, in un nuovo universo.
Un universo ancora più grande, con milioni di stelle.
E fra tutte c’era quella che amava, cui aveva ridato vita.
Perdona queste parole minori.
I fiori sono corone di spine
e gli uccelli cantano il tuo nome.
La solitudine colma tutte le distanze,
in te siamo radunati.
Sventura! mi manca un regno
che neanche conosco.
Anche la terra, a volte, ha
nostalgia del cielo.
Sulla scogliera viveva un gabbiano. Tutti i giorni, col suo stormo, planava nel cielo, poi si tuffava fra le onde e pescava la cena. Non aveva altro desiderio che i propri bisogni ed era felice.
Una notte, mentre lo stormo dormiva, il gabbiano guardò su e vide il cielo. Era più largo del mare e pareva molto più profondo. E proprio in centro c’era la cosa più grande e luminosa che avesse mai visto.
“Cosa sei?” chiese il gabbiano.
“Sono la luna” disse lei.
“Come sei bella.”
La luna taceva.
“E come sei triste. Sembra che stai per piangere. Perché sei triste?”
“Sono infelice” disse la luna.
“Come puoi essere infelice? Sei così luminosa che la tua luce illumina anche il mare. Sei così argentata che anche il mare diventa argentato. E’ impossibile che uno ti guardi e non s’innamori. Perché sei infelice?”
“Sono sola. Non c’é niente quassù. E’ tutto vuoto.”
“E quelle?” chiese il gabbiano.
“Queste sono le stelle. A loro interessa solo essere guardate. Sono come pietre preziose. Brillano, ma é vanità.”
“Oh” disse il gabbiano. Poi aggiunse: “E cosa fai tutto il tempo?”
“Vi guardo. Sembrate così stanchi mentre dormite. E’ come se non ci fossero pensieri in voi.”
“Vorrei fare qualcosa per te.”
“Non puoi fare nulla.”
“Posso stare con te.”
“Ma tu sei un gabbiano e io sono la luna. Come possiamo stare insieme?”
“Starò sveglio tutte le notti e parlerò con te. Passerò la giornata aspettando l’attimo in cui ti rivedrò. Ti prometto che non penserò che a te e non dovrai temere niente. Nemmeno il sole, perché adesso so che la tua luce é dieci volte più luminosa e argentata. Così tutto il giorno aspetterò soltanto che il sole tramonti per poterti rivedere.”
“Come sei buono, piccolo gabbiano” disse la luna sbiadendo.
“Aspetta! Non andare!” disse il gabbiano.
“Non posso. E’ l’alba. Mi cancella.”
“Rimani ancora un minuto!”
“Non posso. Tornerò domani” disse la luna, e sparì.
Il giorno dopo il gabbiano si lanciò dalle rocce e planò nel cielo. Poi si gettò fra le onde per pescare la cena. Ma non aveva fame.
“Cos’hai?” gli chiedevano gli altri gabbiani.
“Sembri stanco” suggerì qualcuno.
“Secondo me ha mangiato troppo ieri” disse un gabbiano che pensava al cibo.
“Secondo me é stufo di essere un gabbiano” disse un gabbiano vecchio.
“Secondo me é innamorato” disse un gabbiano che pensava alle femmine.
Ma il gabbiano taceva. Pensava alla luna. Pensava a quello che lei gli aveva detto: che non potevano stare insieme. Poi rivedeva il suo viso così grande e luminoso, e niente di tutto quello che aveva intorno lo interessava. Pensò che avrebbe voluto parlarne con qualcuno, ma nessuno aveva mai guardato la luna. Provò una sensazione sconosciuta. Come se nessuno potesse capirlo.
Attese con impazienza che scendesse la notte. Quando il sole tramontò e vide la luna riapparire, si sentì avvampare.
“Ciao” le disse.
“Ciao. Sei tornato” disse la luna.
Il gabbiano taceva.
“Come sei triste” disse la luna. “Sembra che stai per piangere. Perché sei triste?”
“Sono infelice” disse il gabbiano.
“Perché sei infelice?”
“Perché oggi i miei compagni si sono accorti che non ero più come loro. Niente mi interessava, non volevo essere un gabbiano. Volevo solo vederti. Ma ora che sei qui invece di essere felice sono triste. Mi sembri più lontana di ieri. Cos’é successo?”
“Non dovevi fare promesse alla luna.”
Il gabbiano tacque di nuovo.
E non disse niente neanche la luna.
“Quanto sei lontana?” le chiese infine il gabbiano.
“Se anche provassi a volare sopra tutto quel mare e poi tornare indietro, sarebbe ancora poco. E se anche lo facessi per tutti i mari, sarebbe ancora poco. Sono più lontana di quanto un gabbiano può volare.”
“Ma io non sono più un gabbiano come gli altri. Se anche tornassi al mio stormo, non potrei più parlare con loro, né pescare, né volare. Niente sarebbe più come prima, tutto é perduto. Non posso desiderare nient’altro ora che ho desiderato te.”
“Ma piccolo gabbiano, non c’é niente da fare” disse la luna.
“Sì che c’é. Continua a splendere. Fammi luce e mostrami la strada” disse il gabbiano, alzandosi in volo.
“Non farlo!”
Ma il gabbiano non l’ascoltò. Lanciò uno sguardo allo stormo addormentato, allo scoglio, al mare.
La notte era limpida e immobile.
Così ebbe inizio il volo.
Volò tutta la notte e tutto il giorno successivo. Di giorno era più difficile perché non conosceva la direzione e i raggi del sole lo affaticavano. Volò comunque, le ali ben spiegate. Quando calò la sera, la luna ritornò e il gabbiano si sentì invadere da una nuova forza. Superò le nuvole. Volò così in alto che non solo non scorgeva più la scogliera doveva aveva trascorso la sua vita, ma anche il mare scomparve nell’oceano, e l’oceano fu nascosto dalle nubi, finché le nubi rimpicciolirono e scomparvero.
“Non farlo” disse la luna. “Non ce la farai mai. In cielo non ci sono rocce per riposarti, non ci sono pesci, morirai di fame.” E aggiunse: “Puoi ancora tornare indietro.”
Ma il gabbiano non rispondeva, per risparmiare le forze. Aveva fame e sete ma sapeva di non potersi fermare. Era poco oltre il confine tra la terra e il cielo. L’aria era molto più fredda ora. E lo spazio intorno era più grande di quanto avesse mai osato pensare, più grande di mille mari. Sapeva che quella era la prima volta in vita sua che volava davvero, perché non poteva più atterrare. Non c’era nulla.
Volò ancora per tutto il giorno seguente, ed era solo il pensiero della luna a tenerlo in vita.
Fu solo alla fine del terzo giorno che il gabbiano riuscì a portare a termine il suo volo. Fu sotto gli occhi delle stelle vanitose.
“Hai visto quello sgorbio?” disse una, brillando d’invidia.
“E’ spennato e senza fiato.”
“E’ davvero brutto” concordarono, luccicando.
“E adesso che fa?” chiese una terza.
“Guardalo… si posa.”
“Si é disteso.”
“Non si muove più.”
“Forse dorme.”
“E’ morto, cretine!”
“Morto? Cos’é la morte?”
“Non lo so.”
“Ah ah, morto! Che stupido morire!”
E si misero a ridere in coro, brillando ancora più forte.
E’ da quel giorno che gli uomini guardando il cielo dicono fra loro: guarda la luna, sembra che pianga.
Il tuo visto è un paesaggio di neve,
la tua bocca un fuoco acceso.
Io non ti ho. Io ti custodisco.
Ti amo come il cielo ama il mare.